Mario Delpiano

(NPG 1992-03-73)


Il mio contributo intende collocarsi sul versante della «offerta educativa», in termini critici e propositivi verso la prassi corrente. Di essa intendo verificare la consistenza, la qualità e perciò l'adeguatezza in rapporto ad una domanda educativa che affiora dai soggetti. È una lettura partecipante, perché finalizzata al chiarimento di alcuni nodi e all'intervento nella situazione concreta.
Un intervento educativo che si ponga come tentativo serio di prevenzione primaria, e quando necessario anche secondaria, del disagio e di disinnesco dei processi di marginalizzazione e stigmatizzazione sociale nascosti dentro tanti interventi che hanno la pretesa di chiamarsi educativi.
Il contributo di tipo analitico è finalizzato a valutare la consistenza di una offerta educativa che sia tale secondo alcuni parametri che assumo come qualificanti: l'azione educativa come comunicazione autentica, comunicazione culturale e comunicazione vitale nel pieno riconoscimento e nella valorizzazione della differenza.
Una analisi che intende mettere in luce la capacità, e anche la difficoltà, da parte delle agenzie formative, di assumere i preadolescenti quali soggetti portatori di esigenze di crescita e di potenzialità culturali che vanno anzitutto colte, assunte ed elaborate entro una progettualità.

QUASI UN BILANCIO DELLE PRASSI CORRENTI

Un dato di fatto oggi va riconosciuto: una accresciuta sensibilità culturale verso l'educativo, quale luogo privilegiato entro cui la comunità degli adulti si può impegnare (la via debole?) per il cambio qualitativo profondo della società, della cultura, dei modelli di vita.
È sintomo di questa sensibilità una «diffusa domanda formativa» da parte degli operatori dell'educativo, soprattutto tra quelli meno garantiti dal punto di vista istituzionale, spesso invece i più vicini al mondo quotidiano e alle problematiche dei preadolescenti.
D'altra parte proprio la prassi educativa con i preadolescenti risulta spesso quella che oggi maggiormente produce disorientamento e induce problematizzazione e insicurezza tra gli educatori.
Aver a che fare con i preadolescenti vuol dire scoprire che anche e soprattutto questa età della vita pone problematiche nuove dal punto di vista educativo, e che il cambio rapido e disarmonico dei soggetti esige un cambio agevole ma profondo della prassi corrente.
Ricavo dati e tendenze per l'analisi dell'offerta educativa verso i preadolescenti, espungendo tra i pochi dati e spunti critici, spesso disomogenei, disponibili in alcune ricerche che tuttavia non sono mirate sui nostri destinatari; ma anche attingendo alla mia esperienza di contatto con gli educatori.
Si tratta pur sempre di un bilancio interlocutorio, segnato dalla provvisorietà.

LA FAMIGLIA: AGENZIA EDUCATIVA RIDOTTA

Rinuncio a qualsiasi analisi intorno alle modificazioni strutturali e culturali della famiglia nel tempo della complessità; mi interessa invece richiamare alcuni nodi problematici dell'educazione gestita nell'ambito familiare.
Una serie di dati interessanti sono offerti dal Secondo Rapporto CIFS (1991) sulla famiglia in Italia, presentato pochi mesi or sono.
Il rapporto indica come modello prevalente la «famiglia mononucleare pianificata»; con ciò viene registrata la ulteriore tendenza di modificazione strutturale della famiglia. Continua la riduzione quantitativa dei membri: si estende il modello della famiglia con uno solo o al massimo due figli.
Saranno sempre più numerosi in futuro i preadolescenti che verranno a trovarsi nella condizione di unicogeniti, rispetto al passato (i dati di una ricerca del Cras indicano una percentuale che raggiunge, in alcune città con più consolidata struttura metropolitana, il 31% dei maschi unicogeniti fino agli 11 anni) Oggi ci troviamo sempre più dinanzi a preadolescenti deprivati dell'esperienza della società fraterna, e sottoposti ad elevate aspettative da parte dei genitori, i quali tendono a vivere la cura educativa verso il figlio come un «investimento familiare».
Riguardo ai modelli nuovi di famiglia, come quello monoparentale, se la crescita appare molto modesta (4%), è segnalata però una forte riduzione della famiglia monoparentale con minori: sono 403.000 e rappresentano il 5,1% dei nuclei familiari con minori. Non disponiamo invece dati che descrivano la situazione della famiglia dei preadolescenti in particolare.

Punti di crisi della trasmissione culturale

Molta attenzione dal punto di vista educativo merita la riflessione attorno alla qualità della «funzione di trasmissione culturale» che la famiglia odierna viene ad assumere verso i preadolescenti: con la riduzione e quasi scomparsa della funzione produttiva, viene esaltata la funzione affettiva. Tuttavia lo scambio affettivo intrafamiliare appare segnato, e in parte distorto, dalla funzione di consumo.
Dentro quella che nella famiglia è definita dal Rapporto CIFS «l'alleanza perversa intergenerazionale» intorno al consumo e all'elevamento delle condizioni di benessere tutte prevalentemente gestite nel e per il presente (quale attenzione all'alterità e al futuro?), la funzione affettiva si intreccia in maniera perversa con la funzione di consumo: così lo «scambio affettivo» è sottomesso e sacrificato allo scambio materiale; svuotato della sua funzione simbolica, quella che rinvia al valore, appiattito sull'unico valore: la merce. Come esprime felicemente Piero Bertolini: «Il problema dei mezzi che si hanno per consumare è diventato una (...) specie di scambio fra soggetti. In moltissimi casi da un lato i genitori si pongono nei confronti dei loro figli utilizzando la merce che serve per consumare, il denaro, per tentare di stabilire un rapporto; dall'altro i figli cercano di utilizzare i genitori per ottenere il denaro che serve loro» nella corsa sfrenata al consumo (Ciotti 1989).
Questa riflessione mi pare rafforzata dalla tendenza della famiglia dell'adolescente (Censis 1986), e io dico anche e soprattutto quella del preadolescente, a sottodimensionare i bisogni affettivi, relazionali, e di identità del figlio, e a sopravvalutare la richiesta materiale e quantitativa. Su questa traiettoria si svolge spesso la comunicazione valoriale.
Un'altra linea di tendenza è quella che riguarda i principi di regolazione della famiglia nei confronti dei figli: la massima autonomia domestica e il massimo di affidamento all'esterno.
Particolarmente indicativi al riguardo, dal punto di vista educativo, appaiono i dati che si riferiscono al ruolo domestico dei figli preadolescenti (Istat 1988-1989): la gran parte delle incombenze domestiche vede coinvolta solo una minima quota dei soggetti tra gli 11 e 13 anni: tra il 5 e il 12%. La frequenza scolastica dei figli preadolescenti sembra legittimare il loro non coinvolgimento e la loro estraneità al lavoro domestico. In ciò la famiglia del preadolescente continua a riproporre infantilizzazione e deresponsabilizzazione al suo interno. Inoltre, per quella minima parte del campione coinvolta, questa tendenza deresponsabilizzante vale ancor oggi a maggior ragione per i figli maschi: a 11-13 anni le femmine dedicano in media un'ora e 36 minuti al giorno per la collaborazione domestica e familiare, i maschi 54 minuti.

Conflittualità e disagio relazionale

Un ultimo elemento che intendo richiamare riguarda il disagio dei preadolescenti verso le figure genitoriali in relazione alle nuove richieste che i ragazzi e le ragazze di oggi sentono di poter avanzare. La ricerca Cospes ha evidenziato l'insorgere della conflittualità, di rado gestita esplicitamente, verso le figure genitoriali; ha sottolineato la maggior difficoltà di vissuto con la figura paterna (crescita del conflitto e diminuzione del dialogo fino a 14 anni) e l'aumento delle richieste nel corso dell'età di una maggior autonomia e di riconoscimento dei propri bisogni; richieste sperimentate come poco o per nulla soddisfatte dalla famiglia.
Pur dovendo riconoscere che tali esigenze dai preadolescenti stessi vengono il più delle volte reificate e materializzate in cose, oggetti, beni di consumo inutili, realtà più che altro simbolico- sostitutive (dal motorino all'abbigliamento firmato) che deformano l'auto- comprensione dei bisogni, mi sembra si possa affermare che difficilmente oggi la famiglia riesce a riconoscere, decodificare e sostenere il preadolescente nella ricerca di una adeguata risposta ai suoi nuovi bisogni.
Interessante da questo punto di vista il richiamo ad alcuni dati recenti di una ricerca condotta dal Centro di Pedagogia dell'infanzia dell'Università di Padova riferita da Giuseppe Milan (Petter-Tessari 1990): essa segnala la richiesta da parte dei preadolescenti di una maggior presenza del padre, visto non più come compagno di gioco, ma come presenza incoraggiante, mediatrice con il mondo esterno alla famiglia («voglio che mi venga a vedere quando gioco e quando mi esibisco»). Il 30% dei soggetti inchiestati lamenta la insufficienza del suo contributo di conferma della identità nuova, mentre ne denuncia l'assenza nei momenti di felicità personale. La figura materna invece appare per i preadolescenti molto più vicina, presente, capace di comprendere, punto di riferimento prevalente nella richiesta di aiuto (35% la madre, 4,5% soltanto il padre).
Quanto ai modelli e ai riferimenti valoriali sembrerebbe dunque abbastanza ridotta la comunicazione educativa tra genitori e preadolescenti, e impoverito l'influsso familiare nella ricerca, sperimentazione, elaborazione culturale e valoriale dell'identità preadolescenziale.

LA SCUOLA DELL'OBBLIGO: EDUCA O ISTRUISCE?

La seconda agenzia educativa massicciamente impegnata con i preadolescenti è la scuola. Intorno alla sua funzione ed efficacia educativa pongo due interrogativi: quale l'incidenza educativa della scuola o quanto essa riduce la sua funzione a sola inculturazione e socializzazione? La scuola inoltre accresce o riduce il suo contributo negativo che riproduce e amplifica gli svantaggi e potenzia il fenomeno della espulsione dai processi formativi?
Un elemento che non può essere negato è certo la grande trasformazione che la Scuola Media ha subìto nel divenire scuola di massa e gli enormi sforzi che essa ha compiuto per divenire scuola di tutti. Linea di rinnovamento e di trasformazione intrapresa nella Scuola Media dell'obbligo è stata quella del rinnovamento didattico e della progettazione curricolare. Essa intendeva collocare «al centro del processo il ragazzo» con i suoi obiettivi di apprendimento da perseguire attraverso un processo programmato, controllato e verificato. Non più dunque al centro i contenuti, le discipline vecchie e nuove, da trasmettere.
Va riconosciuta tutta la positività di questo processo di rinnovamento e il grande impegno di tanti singoli insegnanti e di molti collegi docenti che intendono far uscire la scuola della ripetitività noiosa dei processi trasmissivi, essenzialmente selettivi.
La professionalizzazione tecnico-didattica degli insegnanti ha portato con sé, in un contesto in cui si riteneva che fare professione di laicità dovesse significare necessariamente la deposizione di qualsiasi intenzionalità educativa, la perdita e lo smarrimento spesso totale della funzione educativa della scuola e dell'insegnante in particolare (ridotto a tecnocrate di processi di apprendimento). Che questa tendenza riduttiva segni realmente l'agenzia scuola, mi sembra sia testimoniato dall'aver la progettazione curricolare privilegiato quasi esclusivamente la realizzazione di obiettivi di tipo cognitivo, rispetto a quelli di tipo affettivo-relazionale e motorio (per rimanere, anche se con gran disagio, entro una tripartizione alquanto ingabbiante), e nell'aver sopravvalutato l'aspetto ripetitivo su quello creativo e innovativo della comunicazione culturale.
Ancora tutt'oggi nella Scuola Media il preadolescente è prevalentemente considerato e accettato come «mente- testa», mentre il resto del corpo e delle sue facoltà viene piuttosto messo a tacere come elemento da tenere sotto controllo, anziché da liberare nelle diverse forme dell'espressione linguistica. Dice tanto al proposito il tempo dedicato e la qualità di gestione dell'ora di educazione fisica e di educazione tecnica, lo scarsissimo spazio lasciato all'attività ludico-sportiva (i quanto mai ridicoli giochi della gioventù) ed il sostanziale fallimento del modello di una scuola a tempo pieno, che, tra l'altro, ha sempre riguardato una parte esigua dell'universo dei soggetti (15%).
In questa linea di restringimento e perciò impoverimento dell'esperienza scolastica dal punto di vista educativo, mi sembra di poter collocare l'uso prevalentemente strumentale del gruppo- classe, gestito come gruppo secondario, inadatto perciò a valorizzare tutto quel potenziale affettivo che rimane di fatto «sommerso», incontrollato, e destinato, per le dinamiche profonde non elaborate, a produrre fenomeni di competitività esasperata, di aggressività incontrollata, di esaltazione individualistica, di emarginazione degli ultimi della classe.

Il perdurare della funzione selettiva della scuola

Meno evidente sembra essere stato il cambiamento in positivo della scuola per quanto riguarda la riduzione della funzione selettiva che accentua lo svantaggio ed esalta il disagio.
La espulsione-dispersione scolastica e la ripetenza sono i due meccanismi attraverso cui si manifesta e si compie la selezione.
I dati Censis (rapporto '90) sottolineano come la «dispersione» sia in via di ridimensionamento. Il tasso di abbandono nell'88 era ancora del 2,9% in prima media (invariato rispetto ai precedenti dati), mentre è decresciuto a 1,7% e ad 1,2% rispettivamente in seconda e in terza media (dimezzato).
In ogni caso, anche se c'è stata una riduzione rispetto agli anni precedenti, nel 1988 ancora il 6% dei preadolescenti ha abbandonato la scuola: in concreto ciò significa che circa 40.000 soggetti sono stati espulsi dal mondo scolastico forzatamente in un solo anno.
La dispersione appare correlata alla condizione socioculturale e localizzata nelle aree a rischio.
Il Rapporto Finale evidenzia come strettoia, punto critico, il passaggio dalla quinta elementare alla prima media.
Documenta come le ripetenze siano vissute negativamente dai soggetti che hanno abbandonato la scuola e la difficoltà provata dai soggetti a vivere una relazione con «un gruppo di insegnanti», disorganizzante rispetto al rapporto più facile con «la maestra».
Per quanto riguarda invece i dati sulla «ripetenza» operata dalla scuola dell'obbligo, registriamo come la stessa sia diminuita nei «passaggi di licenza», ma sia invece in aumento soprattutto all'inizio del ciclo, cioè in prima media (ripetenze 12%) insieme alla pluriripetenza.
Non si registra invece un suo decremento in seconda e terza media con percentuali di ripetenza rispettivamente dell'8,1% e del 4%.
Globalmente i preadolescenti che ogni anno (nel '90-'91 700.000 ragazzi/ e sono entrati in prima media) ripetono la classe raggiungerebbero le 160.000 unità, pari al 24% dell'universo dei soggetti.
Inoltre, fatto del tutto fondamentale per una agenzia che vuol dirsi educativa, la scuola oggi non sembra poter offrire un reale sostegno al preadolescente per vivere positivamente anche il fatto della ripetenza: essa è più spesso vissuta come atto di punizione e di emarginazione sociale, soprattutto dalle fasce più deboli di soggetti. In una ricerca condotta a Salerno su un campione molto ristretto di preadolescenti dediti al lavoro minorile, è risultata ben doppia la percentuale dei soggetti con ritardo scolastico rispetto al totale.
E in un'altra ricerca condotta a Milano sui bambini lavoratori, tra quelli che avevano deciso di abbandonare la scuola per il lavoro, il 70% aveva accumulato due o tre bocciature.
L'ultimo dato riguarda il vissuto dei preadolescenti intorno alle figure degli insegnanti.
I giudizi prevalenti nella maggioranza dei soggetti sono positivi e di soddisfazione; questo dato credo sia sovradimensionato dal fatto della reale difficoltà da parte del preadolescente ad esercitare una critica esplicita (troppo colpevolizzante?) ed obiettiva verso le figure in autorità.
Più interessanti i rilievi critici offerti da coloro che hanno un vissuto di sofferenza verso la realtà scolastica.
Nel rapporto Censis sulla dispersione i ragazzi asseriscono che gli insegnanti sono troppo severi (30%), indifferenti verso di loro (7%), lontani dai problemi (4,7%), ma anche comprensivi (41%).
Nella ricerca Cospes oltre il 18% degli alunni denunciava un vissuto negativo, anche di tipo persecutorio, nel rapporto con gli insegnanti.
Prima di passare ad analizzare un aspetto sommerso del vissuto dei preadolescenti, connesso con l'espulsione dai processi educativi, vorrei formulare quella che secondo me è «la sfida» che la preadolescenza pone oggi all'istituzione scuola: quella di saper passare dalla prassi formativa guidata dalla progettazione didattica ad una prassi guidata dalla progettazione educativa, e dalla chiusura di ogni docente nell'ambito della propria disciplina all'apertura del collegio docenti verso una prospettiva di interdisciplinarietà e transdisciplinarietà che realizzi davvero l'educativo. Può essere la sfida degli anni '90?

IL LAVORO MINORILE: TRA FAMIGLIA ED ESPULSIONE SCOLASTICA

Una riflessione ulteriore, che si colloca a cavallo tra famiglia e scuola, è la questione del lavoro minorile familiare ed extrafamiliare tra i preadolescenti: una realtà sommersa, sempre molto difficile da quantificare e misurare.
Alcuni dati avanzati nel Secondo Rapporto CIFS possono fare da punto di riferimento e offrire spunti di riflessione: colpisce il fatto che a 14 anni il 3,3% dei maschi al nord e il 3,1% nel mezzogiorno dichiarino di essere impegnati in attività lavorative; in media un 3% dei preadolescenti lavora, con una riduzione del 2% nel decennio '77-87.
I dati Istat '88 ci indicano il 4,8% di ragazzi, in età tra gli 11 e 13 anni, nei comuni non compresi tra le grandi città, impegnati mediamente in 3 ore lavorative al giorno.
Nei comuni a maggiori dimensioni sono le femmine in maggior numero a svolgere attività lavorativa, pari al 6,9%, e per un tempo superiore ai maschi.
Nonostante l'inchiesta sia stata condotta in periodo estivo e, tenendo presente che questo fenomeno è in prevalenza sommerso, si ritiene che la quantificazione sia più che attendibile per difetto.
La conclusione prima e immediata è che nella preadolescenza attuale, in pieno obbligo scolastico, la quota di soggetti che nel periodo dell'inchiesta è stata dedita ad attività di tipo lavorativo è pari al 4% dell'intera classe d'età e corrisponde a 99.000 preadolescenti.
Secondo la stima Cespes 200.000 sarebbero i minori del mezzogiorno (6-14 anni, non tutti preadolescenti dunque, ma si supporrebbe la maggioranza) che hanno avuto o hanno esperienze lavorative.
Diventa poi importante l'individuazione delle aree maggiormente esposte al fenomeno.
La ricerca condotta a Salerno nel '78 (Guiducci 1980), anche se su campione non rappresentativo, documentava come i bambini lavoratori illegali di età inferiore a 14 fossero il 35,8%, e la maggioranza non lavorasse presso i genitori, ma presso terzi.
Un ultimo dato, riferito da un'indagine condotta in Lombardia (purtroppo sono dati di metà anni '70), evidenzia la percentuale doppia dei ritardi scolastici nei ragazz7i che lavorano, soprattutto tra quelli occupati fuori casa; inoltre questi soggetti nella percentuale del 40% manifestavano l'intenzione di voler abbandonare la scuola (di questi il 70% aveva accumulato 2 o 3 bocciature).
La possibilità di anteporre il lavoro alla scuola, conclude il rapporto, si affaccia soltanto quando è già affiorato o verificato il rifiuto.
Che fare?
La via di uscita dal punto di vista educativo che mi sembra di poter intravvedere è nella direzione di una diversa qualità dell'ambiente scolastico, dove il confronto con la materialità del mondo, l'operatività, le capacità di tipo manipolativo ritrovino quello spazio per l'esercizio di forme di pensiero e di approccio alla realtà più adeguate ai soggetti reali; dove siano riattivati i processi di motivazione all'esplorazione, alla sperimentazione, al fare esperienza della vita.
Occorre creare un ambiente dove il preadolescente possa «apprendere e fare con le mani e con la testa», con tutto il corpo, e non debba essere sacrificato in nome di quell'immagine di preadolescente «tutto lingua e tutto mente», sempre tanto lontano dalla realtà, le cui parole non riescono a mordere lo spessore delle cose, bensì restano prigioniere dell'immaginario.

LE AGENZIE DI OCCUPAZIONE DEL «TEMPO DA LIBERARE»

Il tempo extrascolastico dei preadolescenti è un tempo altamente eterostrutturato, e si consuma tra l'appartamento, la casa o il cortiletto, i luoghi esterni del mercato degli interessi (non si capisce mai quanto «di chi?» sia l'interesse); in maniera piuttosto limitata nell'esperienza aggregativa spontanea, e infine, in maniera più consistente, nell'esperienza di gruppo strutturata, associativa e non, cui dedicherò una riflessione a parte.
I dati della ricerca Cospes, per esempio, documentano una consistente adesione dei preadolescenti ad «attività di gruppo» extrafamiliari, gestite attorno agli interessi (in prevalenza sportivi, ma anche di tipo espressivo) con una consistenza tale che riguarderebbe l'80% dei soggetti.
Un ulteriore dato va tenuto presente: la compresenza, nella attività settimanale del preadolescente, di una pluralità di attività extrafamiliari, che vengono ad occupare, con modalità a volte davvero colonizzatrici, un tempo che potrebbe invece essere gestito con maggior libertà.
Queste le note critiche che intendo richiamare dal punto di vista educativo in riferimento alle vere e proprie agenzie di riempimento del tempo:
- La frequente assenza di qualsiasi elemento di progettualità educativa; al massimo esiste una organizzazione (non tanto programmazione) delle attività che vengono così a svolgere la funzione di veri e propri «curricoli nascosti». Come una seconda, o terza «scuola istruttiva» parallela.
- Il gioco e l'attività non finalizzata estrinsecamente al soggetto tendono a restringersi fortemente, cosicché l'autoprogettazione di sé nell'attività slitta anche qui ai margini di un tempo che resta «espropriato». Il tempo libero è ancora un tempo superoccupato, necessario.
- Prevale in questo tempo, solo potenzialmente educativo, l'attenzione settorializzata per la induzione-trasmissione di determinate abilità ritenute socialmente rilevanti; il tutto spesso viene per lo più gestito in un clima di forte selettività, di competitività e di conseguente espulsione dei più deboli. Anche qui la dispersione è elevatissima, anche se compensata dalla possibilità di ipotetiche e non sempre effettivamente reali alternative.
Ma il tempo libero dei preadolescenti a livello di desiderio è anche e prevalentemente il «tempo della compagnia e dello stare con i coetanei», uno degli interessi più vivamente espressi dai preadolescenti (85%); a questa esigenza non sembra rispondere più di tanto questo tipo di offerta.

L'ESPERIENZA ASSOCIATIVA: LUOGO DI RIAPPROPRIAZIONE DEL «TEMPO OCCUPATO»

Un'attenzione tutta a sé merita l'analisi dell'offerta educativa delle diverse associazioni che si pongono nei confronti dei preadolescenti con una esplicita intenzionalità e progettualità educativa.
Essa però va collocata all'interno della più ampia esperienza aggregativa strutturata, non necessariamente associativa.
L'esperienza aggregativa del preadolescente in genere appare, rispetto a quella degli adolescenti, più bisognosa di organizzazione e maggiormente esposta all'eterostrutturazione.
Mentre l'esperienza «aggregativa» (sia quella associativa che quella non associativa) tocca all'incirca il 70% dell'universo dei soggetti (Cospes), l'esperienza associativa educativa (tolta quella sportiva cui farò immediatamente accenno) riguarda sempre una minoranza dei soggetti preadolescenti, anche se significativa e consistente.
Un caso a sé va considerata l'esperienza sportiva, associativa e non, gestita soprattutto attraverso i progetti degli Enti di promozione sportiva (Arci, Csi, Pgs..., vere e proprie realtà associative) e attraverso i Centri di avviamento allo sport: globalmente essa raggiunge oltre la metà dell'universo dei preadolescenti.
Una riflessione sull'offerta sportiva può risultare interessante: la fascia 11-14 anni appare quella che maggiormente fruisce delle offerte di attività sportiva rispetto a tutta la popolazione (56% dati Istat '88).
L'offerta aggregativa dello sport organizzato non appare gestita tutta in maniera uniforme: i soggetti si distribuiscono più o meno ugualmente tra le «offerte educative» di sport gestite dagli Enti di Promozione Sportiva, che stanno accentuando sempre più «non la promozione dello sport» ma «la promozione del ragazzo attraverso lo sport», con una crescente attenzione alla globalità dei processi (CSI: 93.000 della fascia 10-13 anni secondo i dati 86, UISP: 140.000 per la fascia 6-15; PGS: oltre 24.000 nel 91 per la fascia degli 11-14) e le offerte dei Centri di Avviamento allo Sport delle Federazioni (382.000 nell'84 per la fascia preadolescenziale), dove invece interessi e finalità spingono l'offerta nella direzione del Centro come vivaio e della pratica come «allevamento di campioncini da mercato»; in quest'ultima il modello di sport si adagia su quello del mercato federale (sport spettacolo e sport mercato), lontano mille miglia da una preoccupazione che possa dirsi educativa.
In conclusione, resta pur sempre vero che la quasi metà restante dei preadolescenti non ha possibilità o ha possibilità solo occasionali di praticare qualche sport (in questa logica va ridimensionato il dato di 1.400.000 preadolescenti che nel 1983 hanno partecipato ai giochi della gioventù).

Le associazioni educative per preadolescenti

I dati riferiti invece all'«offerta associativa non sportiva» possono apparire ancora più illuminanti e meritevoli di attenzione.
La partecipazione ad un qualche gruppo associativo da parte dei preadolescenti è quantificabile attorno a dati che appaiono sostanzialmente coerenti: essa si colloca tra il 25,1% indicato dall'Istat per la fascia 11-13 anni e il 30% della ricerca Cospes, dove però il gruppo di tipo «formativo», istituzionalizzato, con progetto educativo, non sempre coincide con una appartenenza associativa, limitandosi a volte ad una appartenenza di gruppo legata all'istituzionale territoriale.
Alcuni dati recenti rivelano qualcosa di questa realtà che rimane ancora per altro poco sondata: nel 1991 i preadolescenti (11-14) che hanno aderito ad un gruppo Agesci della fascia esploratori/guide è stato di 64.000, con una prevalenza dei maschi sulle femmine di due su tre. L'offerta scoutistica in genere, pur dovendo fare i conti con una domanda crescente, raggiunge dell'universo dei destinatari percentuali del 2-2,5%, ad un calcolo necessariamente abborracciato.
I preadolescenti (12-14) che, hanno aderito ai gruppi Acr nel '90 sono stati 80.000, con un decremento di 5.000 rispetto all'anno precedente. I dati di questa presenza associativa descrivono una distribuzione disomogenea sul territorio nazionale, che non sembrerebbe penalizzare il Sud, come ordinariamente invece viene evidenziato dalle ricerche.
Quanto ai dati Arci dispongo al momento sono quelli dell'86: 140.000 aggregati dai 6 ai 14 anni: quanti i preadolescenti?
Tutti questi dati ci rivelano come ciascuna proposta associativa esistente, qualitativamente elaborata dal punto di vista educativo, sia in grado di raggiungere solo percentuali estremamente esigue (dall'i al 4%) dell'universo dei soggetti.

La qualità dell'offerta educativa

Alcune riflessioni invece sulla qualità dell'offerta associativa sono necessarie.
- Le associazioni incarnano, per il tempo extrascolastico e il tempo extra- familiare dei preadolescenti, proposte cariche di intenzionalità educativa riflessa: hanno assunto la progettualità educativa al loro interno, coltivano la scelta della centralità dei soggetti e dei loro bisogni (da qui anche il loro spiccato interesse conoscitivo verso i soggetti), attuano la conseguente «relativizzazione dei contenuti» ideologico- culturali. In esse si registra la tendenza ad un forte ricupero della globalità dell'educativo, sia per quanto riguarda gli obiettivi di umanizzazione dei preadolescenti (uscita dal settorialismo), sia pure per quanto riguarda l'architettura metodologica che attua la prassi educativa: dalla centralità del gruppo al ricupero dei «linguaggi dimenticati».
Esse inoltre offrono un prezioso contributo per la ridefinizione di una figura di educatore dei preadolescenti (l'animatore) capace di coniugare volontariato e competenza professionale.
- Occorre comunque verificare quali siano i destinatari di fatto privilegiati dalle offerte associative. La mia ipotesi è che gran parte di esse raggiungano i più avvantaggiati e privilegiati tra i soggetti, quelli che trovano nella famiglia stessa la sensibilità e la spinta dell'inserimento in offerte quanto mai rare sul territorio.
La forte carica di intenzionalità educativa e di progettualità ideologica che sottende alcune delle proposte più menzionate, funge più spesso anche da fattore di selezione: i ragazzi espulsi o collocati ai margini dei processi formativi, i demotivati nella scolarizzazione dell'obbligo, «gli ultimi» di cui facilmente si parla, quelli tra i preadolescenti che alla fine risultano anche i più difficili e resistenti a qualsiasi proposta di socializzazione troppo irregimentata e strutturata in programmi, progetti annuali e campagne, sono e restano sempre irraggiungibili o quasi da queste proposte.
Ciò che sembrerebbe invece poter, assicurare l'offerta ludico sportiva gestita con i criteri dell'educativo.

L'aggregazione invisibile

Proprio in seguito a questa considerazione credo sia importante prestare attenzione a tutto quel «sommerso dell'aggregazione invisibile» dei preadolescenti, che non nasce da un loro spontaneo aggregarsi, come accade nell'adolescenza, ma si sviluppa attorno e all'interno delle offerte anche istituzionali (prevalentemente del privato-sociale, ecclesiale e non) di tipo educativo che operano sul territorio, e divengono i tradizionali ambienti di raccolta e di aggregazione dei ragazzi: gli oratori (una potentissima risorsa istituzionale che privilegia il nord Italia) in quanto «casa dei ragazzi», le realtà parrocchiali non formalmente oratoriane ma ispirate a questo ambiente educativo, i punti di incontro per attività di laboratorio e di gioco legati ad iniziative più o meno istituzionalizzate e spesso gestite da cooperative giovanili, le esperienze aggregative poco strutturate e anche solo temporanee che ruotano attorno a figure (gli educatori di strada) o i gruppi volanti di volontariato educativo operanti sul territorio.
Voglio richiamare infine anche quella particolare esperienza di gruppo-compagnia, molto legata alla figura e alla storia dell'educatore, che si va moltiplicando e rinnovando a partire da quel fenomeno di massa che tocca la gran parte di ragazzi e ragazze preadolescenti italiani: l'appartenenza al gruppo religioso (nemanco poi più di tanto connotato) dei ragazzi e delle ragazze della cresima o del post-cresima (il 70% dei preadolescenti esprime un riferimento alla realtà ecclesiale identificata nella parrocchia), quasi una «catechesi dell'obbligo», parallela alla scuola, che si prolunga per ben due anni nelle parrocchie italiane e che sta mutando profondamente fisionomia.
È tutta questa rete invisibile territoriale di aggregazione, debole certamente nei legami, che viene a costituire una risorsa ulteriore, e al cui interno spesso si collocano vere e proprie offerte educative di appartenenza vitale, anche se non associativa.

LA TV: AGENZIA ALTERNATIVA O SOSTITUTIVA DEL TEMPO LIBERO?

Anche se il grande desiderio delle ragazze e dei ragazzi, un desiderio a volte non realizzato e che spesso diventa causa di conflitti in famiglia, è quello di uscire e di stare fuori casa con gli amici, «per fare, più che per chiacchierare», tuttavia il tempo della vita giornaliera trascorso in casa è spesso per i preadolescenti (più spesso per quelli di città) il tempo della solitudine, e dello «scambio comunicativo ridotto» con il sostituto dell'amico e dell'esperienza reale del mondo: la tv, il videogiochi, lo schermo, quale finestra spesso illusoria sul mondo.
Compiti, televisione e relazioni sociali familiari o amicali quando possibili, alternate o più piacevolmente contemporanee, sono le attività che riempiono i pomeriggi di vita in casa dei preadolescenti.
Due ore di tempo per i compiti risultano essere sufficienti alla media dei soggetti, e dunque rimangono al preadolescente 4-5 ore giornaliere di tempo libero da gestire tra casa e fuoricasa. I dati Istat indicano un tempo medio giornaliero passato davanti al televisore di 2,2 ore giornaliere da parte dell'81% dei soggetti; e una parte di questi soggetti classificati tra «i curiosi e gli onnivori» si incontrano con il televisore anche oltre quattro ore giornaliere in percentuali non irrilevanti. Con una nota: la crescita di consumo televisivo da parte di quei soggetti che hanno meno amici, meno stimoli esterni e sono spesso soli in casa.
La presenza della tv e dei media in genere nella vita dei preadolescenti è quella di agenzia parallela, a volte anche sostitutiva, di socializzazione, con un peso di incidenza formativa tale che c'è chi suggerisce la messa in discussione della distinzione tra socializzazione primaria e secondaria.
La sottolineatura vuole segnalare come l'apprendimento a vivere nella società, la scoperta-esplorazione del mondo e la osservazione degli adulti, avvengano sempre più precipuamente attraverso il media televisivo, «un filtro» tra ragazzo e società molto diverso da quello rappresentato dalle figure genitoriali, ma anche dal contatto diretto con la realtà nel suo spessore e nella sua resistenza. Da qui un'espansione forse eccessiva dell'immaginario e una perdita del senso della realtà.
Sugli effetti della sovrastimolazione prodotta dal contatto mediale sui soggetti minori basta sottolineare quel processo in atto di omologazione culturale dei bisogni, dei modelli valoriali e comportamentali che spingono di fatto in due direzioni:
- quella della cultura di mercato e di consumo: i canali più seguiti dai ragazzi sono quelli delle Tv private (Italia Uno e Rete Quattro in testa) che in questi anni hanno compiuto delle vere e proprie scelte di audience verso i minori per motivi non certamente di preminenza educativi;
- quella della cultura adulta, veicolata dalla tv pubblica, che, quale «madre sciagurata» ha in gran parte, per motivi di concorrenza e di ristrutturazione aziendale, abbandonato i programmi per i minori, preadolescenti in particolare; cosicché tra i messaggi dei media sono ormai predominanti quelli della cultura adulta.
E proprio nel dover decidere o contrattare un percorso di fruizione autonomo, magari piacevolmente variato a telecomando, non senza conflitti nelle ore di punta di ascolto familiare, il preadolescente di oggi si orienta egli stesso nel privilegiare i programmi appositamente confezionati nella cultura adulta.
Cosicché quella funzione ludica ed evasiva del media viene ad articolarsi con una funzione esplorativa, informativa, identificativa ed integrativa con la vita, i rapporti, i sentimenti degli adulti della società globale. Viene da chiedersi: quanto spazio alla vita (reale ed immaginaria) del preadolescente viene oggi riservato nei media? O non parte proprio da qui una violenta sollecitazione verso il preadolescente a negare se stesso, il proprio presente, per divenire in tutta fretta «grande», come il video sembra promettere, e pronto a sperimentare quei modelli adulti dominanti, riproposti con ossessione da quella trasparente finestra sul mondo sempre aperta in casa?

 

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