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«Bisogna portare

la natura

dentro di sé»

Etty Hillesum e i temi del
«Cantico delle creature»

duealberi

 

Premessa

Questo «florilegio» di citazioni dal Diario di Etty Hillesum accompagna il dossier di NPG pubblicato a maggio 2013, come materiali offerti nella Newsletter.

Esso non è uno studio monografico su «natura ed ecologia» in Etty (per quanto ci sembri bella la sua prospettiva: la natura come specchio della sua vita interiore e come opera dell'amore creatore di Dio), quanto piuttosto un'evocazione poetico-letteraria (e - anche - spirituale) che le realtà che formano l'ossatura del Cantico di s. Francesco e per cui bisogno «lodare» Dio suscitano nella nostra Autrice. Dunque, citazione d'autore, ovvero sprazzi di poesia che vogliamo offrire al lettore perché si conosca sempre meglio il mondo interiore di Etty che rispecchia in immagini e intuizioni la realtà della sua vita personale e nella dura esperienza del campo di concentramento.

E fa tenerezza pensare che pezzetti di cielo limpido, di nuvole, fiori e alberi, elementi della natura dicono quanto lei stia vivendo e le danno fiducia e speranza «nonostante tutto», ed esprimano quanto la vita sia bella e meritevole di essere vissuta.

Abbiamo passato in rassgna dal Diario le realtà citate sotto come titoli. Ci mancherebbe ancora ricordare quanto i fiori (quanti fiori nella sua vita, visibili anche al di là del recinto spinato di Westerbork!) abbiano avuto influsso di speranza e di gioia nel suo animo... , soprattutto i campi di lupini. Ma un giorno forse faremo anche questa ricerca.

«Tanti uomini vengono uccisi dappertutto, mentre io sto scrivendo vicino al mio ciclamino rosso-rosa, e alla lampada d'acciaio della mia scrivania. Intanto il mio braccio sinistro riposa sulla piccola Bibbia aperta, ho mal di testa e mal di pancia, e in fondo al mio cuore ci sono quei soleggiati giorni estivi nella brughiera, e quel campo giallo di lupini che arrivava fino alla baracca di disinfestazione».

 

 

NATURA

Per un attimo, mentre me ne stavo una mezz'ora al sole sulla nostra terrazzina di pietra, seduta sul bidone dei rifiuti, la testa appoggiata al mastello, con i raggi che cadevano sui rami forti, scuri e ancora senza foglie del castagno, ho sentito nettamente la differenza tra prima e adesso. Ora riesco a esprimere in breve ciò che ho provato, laddove stamattina avevo ancora bisogno di molte parole: quel sole sui rami scuri, gli uccelli cinguettanti e io sul bidone, al sole. Anche in passato restavo spesso a sedere così, ma non mi sono mai sentita come oggi, tranne qualche rara volta. Prima osservavo un albero sotto al sole soltanto con la mente: volevo dire a me stessa il motivo per cui lo trovavo tanto bello, volevo trovare le parole e comprendere come l'insieme funzionasse; desideravo scandagliare con la mente quella profonda sensazione, quell'impulso primordiale, almeno credo. Volevo quindi assoggettare la natura, vale a dire il tutto; volevo contenerlo. E il bello invece è - ed è davvero semplice - che adesso sono io a sentirmi assoggettata al tutto. Mi aggiro di qua e di là, invasa da questa profonda sensazione, ma essa non mi prosciuga più l'anima: al contrario, mi dà forza. Nelle mie vene scorre un sano flusso vitale, tanto che, mentre me ne stavo al sole, ho inconsapevolmente piegato la testa, come se potessi assimilare meglio quel nuovo senso di vitalità. D'un tratto ho compreso come una persona, il volto nascosto dietro le mani giunte, possa crollare violentemente sulle ginocchia e poi aver pace.

Un desiderio di silenzio. Ora il silenzio è tornato da me e io lo porto con me, continuamente. Devo dirlo a Liesl che afferma di sentirsi bene solo nella natura. Bisogna portare la natura dentro di sé, si può viverla in un fiore, in una nuvola, in una sensazione che ti scorre nelle vene. Una persona può racchiudere tutto in se stessa e portarselo dentro. È possibile. Ma non si possono sempre inseguire le cose, e non bisogna neanche esserne dipendenti.

Ero ferma sul piccolo ponte e ho guardato oltre il canale: mi sono sciolta nel paesaggio e ho offerto tutta la mia tenerezza a quella notte, al cielo con le sue stelle e all'acqua e al ponticello. È stato il momento migliore della mia giornata. Sentivo che quella era l'unica maniera per dare voce e corpo alle tante sensazioni di tenerezza che, nel profondo, si provano per un altro: affidarle alla natura, lasciarle scorrere sotto un cielo, notturno e libero, di primavera e sapere che non c'è altra via d'uscita. E così sarebbe dovuta terminare la mia giornata, sarei dovuta andare a dormire nel mio lettino da studentessa dietro la luccicante finestra senza tende, e gli alberi sarebbero stati ancora al loro posto.

La mia rosa tea sta appassendo tra la macchina da scrivere, un fazzoletto e un rocchetto di filo nero. È quasi insostenibilmente bella e tenera. Appassendo gentilmente, e con rassegnazione, si prepara ad abbandonare questa breve, fredda vita. È così tenera e amabile, e ha una tale grazia nella sua lenta morte che potrebbe facilmente spezzarmi il cuore. Ma bisogna lasciar morire in pace anche una rosa tea e non cercare fervidamente e disperatamente di trattenerla. In passato riuscivo a essere inconsolabile e inspiegabilmente triste per un fiore che appassiva. Ma bisogna imparare ad accettare anche l'appassire della natura, senza opporvi resistenza. E sapere che ci sarà sempre una nuova fioritura.

Vorrei scrivere un intero libro su un sassolino di ghiaia e su un paio di violette. Potrei vivere molto a lungo con una singola pietruzza, e avere la sensazione di vivere nella natura potente di Dio. Ho scoperto solo ora che la pietruzza di ghiaia di quel pomeriggio sul tetto, nel sole, proveniva direttamente dai giorni della creazione, e la mia sorpresa per aver scoperto all'improvviso così tanta eternità in una pietruzza non si è ancora sgretolata fino a oggi.

Senza caffè e senza sigarette si può vivere, protestava Liesl, ma senza la natura no, la natura non la si deve poter togliere a nessuno. Io ho detto: Fa' conto che siamo condannati al carcere, magari per qualche anno, e vivi con i due alberi dirimpetto a casa tua come se fossero un bosco. E per essere in carcere, abbiamo ancora una relativa libertà di movimento.

 

SOLE

Per un attimo, mentre me ne stavo una mezz'ora al sole sulla nostra terrazzina di pietra, seduta sul bidone dei rifiuti, la testa appoggiata al mastello, con i raggi che cadevano sui rami forti, scuri e ancora senza foglie del castagno, ho sentito nettamente la differenza tra prima e adesso. Ora riesco a esprimere in breve ciò che ho provato, laddove stamattina avevo ancora bisogno di molte parole: quel sole sui rami scuri, gli uccelli cinguettanti e io sul bidone, al sole. Anche in passato restavo spesso a sedere così, ma non mi sono mai sentita come oggi, tranne qualche rara volta. Prima osservavo un albero sotto al sole soltanto con la mente: volevo dire a me stessa il motivo per cui lo trovavo tanto bello, volevo trovare le parole e comprendere come l'insieme funzionasse; desideravo scandagliare con la mente quella profonda sensazione, quell'impulso primordiale, almeno credo. Volevo quindi assoggettare la natura, vale a dire il tutto; volevo contenerlo. E il bello invece è - ed è davvero semplice - che adesso sono io a sentirmi assoggettata al tutto. Mi aggiro di qua e di là, invasa da questa profonda sensazione, ma essa non mi prosciuga più l'anima: al contrario, mi dà forza. Nelle mie vene scorre un sano flusso vitale, tanto che, mentre me ne stavo al sole, ho inconsapevolmente piegato la testa, come se potessi assimilare meglio quel nuovo senso di vitalità. D'un tratto ho compreso come una persona, il volto nascosto dietro le mani giunte, possa crollare violentemente sulle ginocchia e poi aver pace.

A Deventer le mie giornate erano come grandi pianure illuminate dal sole, ogni giornata era un tutto ininterrotto, mi sentivo in contatto con Dio e con tutti gli uomini - probabilmente perché non vedevo quasi nessuno. C'erano campi di grano che non dimenticherò mai e dove mi sarei quasi inginocchiata, c'era l'IJssel, con i parasole colorati, il tetto coperto di canne, i pazienti cavalli. E poi il sole, che assorbivo da tutti i pori. Qui, invece, le giornate sono fatte di mille pezzetti, la grande pianura è sparita e così pure Dio, e se andrà avanti di questo passo io rimetterò tutto in questione: e questa non è profonda filosofia, ma un segno che non sto bene. E poi c'è quella strana irrequietezza che non so ancora come sistemare. Ma chissà che essa non possa dare buon frutto nel mio lavoro, quando saprò incanalarla.

Stasera il sole pendeva come una palla infuocata tra i due alberi neri di una nave. Un treno giocattolo scorreva in lontananza lungo il ponte ferroviario. C'era un glorioso cielo ricoperto di nubi. Stavo lì sul ponte ferroviario nel mio impermeabile, a guardare. Era così bello e anche tanto normale e buono.

A volte è tutto così tremendamente difficile. Oh, insomma, il sole splende così glorioso, lasciamoci un po' andare e viviamo semplicemente sotto il sole, dormiamo e dimentichiamo per un momento tutti i doveri e i rapporti e i temi di russo e i dentisti, tu goditi la Duse e il tuo sognare.

Oggi pomeriggio, giacinti e narcisi sotto il sole, Beethoven, gli Spieringen di fronte al bimbo olandese di tre anni che ha già i capelli bianchi sulle tempie, torta fatta in casa venuta da Beetsterzwaag e atmosfera, così tanta buona atmosfera attorno a noi, così tante buone irradiazioni di ognuno di noi verso tutti gli altri: mio Dio, si può davvero essere grati per così tante cose buone...

Per me la realtà più vera è ancora quel sole sui giacinti, il coniglio, il budino di cioccolato e Beethoven, e anche i suoi capelli bianchi sulla tempia e il suo collo giovane. Quando, stando in piedi, ha letto ad alta voce quel salmo prima di cena, alla luce della lampada, senza emozione e quasi oggettivo, una vasta bontà si è stesa sul caro paesaggio del suo viso.

Rilke. Sto leggendo le sue lettere. Ogni giorno trovava nuove parole, buone e affettuose per il mondo della natura e degli uomini. Ogni giorno, per così dire, trovava nuovi vezzeggiativi e gesti amichevoli, per l'aria, la pioggia, il sole, per le “cose”. Eppure non era un uomo avvezzo a lagnarsi con i fiorellini e gli uccellini, ha sempre lavorato e duramente. Perché mai non si dovrebbero trovare ogni giorno nuove parole e vezzeggiativi per le cose quotidiane che ci circondano e per l'aria che respiriamo?

Di questi tempi, bisognerebbe essere grati ogni giorno che splende il sole e non si è imprigionati.

È bellissimo avere alcune ore per se stessi sotto al sole: moltissime preoccupazioni ti abbandonano

Eccomi sdraiata sul divano, lo strano rottame di una giovane donna isterica, che si sente tanto pesante e tesa nel ventre e così leggera nella testa. Dietro di me, il sole. E il mio piccolo castagno leva al cielo, come in una supplica, tante piccole mani decorative dal vaso di terracotta.

Mi sento tanto sicura di me stessa e per nulla spaventata, in qualche modo trionfante e indistruttibile, piena di tanto amore e fiducia. E se anche il più piccolo vacillamento, la più sottile paura dovessero insinuarsi in te, sarò immediatamente con te e ti sosterrò. Un vecchio vestito, un paio di sandwich, un po' di sole di tanto in tanto, e uno sguardo affettuoso; una mano che c'è ancora e può accarezzare: è tutto quello che serve.

E poi sono rimasta al sole ancora un'ora da sola, e questo mi è bastato come fosse una vacanza molto lunga. Riesco a riposare tra due profondi respiri, lo imparo sempre meglio: un'ora di sole può significare un'intera vacanza estiva.

Già, e dopo il freddo giorno grigio di ieri, questo sole tenero, davvero tenero, è un dono inatteso. Ci si può tuffare in questi giorni come in un tiepido e salutare bagno, e si deve cercare di salvarne qualcosa per i giorni freddi che verranno.

Oh, quegli uccelli e quel sole sul ghiaino del tetto. Ho nell'anima tanta calma e dolcezza, e un senso di appagamento che riposa in Dio. Che forza primordiale vien fuori dall'Antico Testamento e che radice “popolare”, anche. Magnifiche figure, forti e poetiche, vivono in quelle pagine. Un libro davvero avvincente, aspro e tenero, ingenuo e saggio, interessante non solo per ciò che dice, ma anche perché permette di conoscere chi lo dice.

Alla fine di una giornata come questa, Tide avrebbe detto, in un tono quasi oggettivo: Dio grande, Ti ringrazio per quelle buone ciliegie, per il sole e per avermi permesso di passare l'intera giornata con lui.

Ieri il mio cuore era come un uccello preso in trappola, ora è di nuovo libero e vola indisturbato dappertutto. Oggi c'è il sole. Preparo i miei panini e mi metto in cammino.

Quante cose possiedo ancora, Dio mio: e una persona come me vuol essere un giglio del campo? Dunque, con quell'unica camicia nello zaino me ne vado incontro a un “avvenire sconosciuto”. Così si dice. Ma sotto i miei piedi girovaghi non c'è forse dappertutto la stessa terra? E lo stesso cielo - ora con la luna, ora col sole, per non parlare di tutte le stelle - non si stende forse sopra i miei occhi rapiti? Perché si dovrebbe parlare di un “avvenire sconosciuto”?

Prendere in mano le cose terrestri giustamente, pieni di cordiale amore. Di meraviglia, come cose nostre, passeggere, uniche: questo è anche, per dirla usualmente, il grande avvertimento sul modo di usare Dio, questo intendeva descrivere san Francesco d'Assisi nel suo Cantico al Sole, che all'ora della morte per lui fu più magnifico della croce, la quale s'ergeva là solo per indicare la direzione del sole”.

 

LUNA

Vorrei essere molto semplice come la luna di stasera, per esempio, o una distesa verde. Di sicuro mi prendo ancora troppo sul serio.

Ho di nuovo gironzolato attorno all'IJsclub neanche fossi sbronza e rivolto sciocche osservazioni all'eterna luna. Mica è nata ieri, quella luna.

Quella baracca talvolta al chiaro di luna, fatta d'argento e d'eternità: come un giocattolino sfuggito alla mano distratta di Dio.

Non è passato neppure un mese, era il 27 agosto a mezzanotte, da quando Joop mi aveva scritto: “Eccomi di nuovo seduto con le gambe che penzolano fuori dalla finestra, ad ascoltare l'immenso silenzio. Il campo di lupini, ora senza i suoi colori esultanti, è immerso nella luce violenta e confortante della luna. Tutto è di una solennità e di una pace che mi rendono muto e serio. Salto giù dalla finestra, faccio pochi passi sulla sabbia soffice e guardo la luna”. E poi finisce quella lettera notturna, scritta con la sua calligrafia compatta e fitta su una brutta carta: “Capisco che si possa dire: qui si può solo fare un gesto: inginocchiarsi. No, non l'ho fatto, non lo trovo necessario, mi sono inginocchiato stando seduto sulla finestra e poi sono andato a dormire”.

 

STELLE

Ieri sera alle undici c'erano tre stelle nella cornice nera della mia finestra. Adesso c'è un sottile quarto di luna. Questa è l'ennesima mattina grigia in cui mi sono ritrovata alla mia pacifica scrivania, accanto al faretto di alluminio acceso. Dovrebbe essere vietato cominciare la giornata con il giornale e la radio. Questa mezz'ora è mia, tutta mia. Ci sono momenti in cui avverto molto intensamente questa sensazione: il momento è mio, tutto mio e il giorno può portare qualsiasi cosa, ma quest'attimo è ormai mia inalienabile proprietà. E poi penso solo a piccolezze; per esempio, alla burrascosa serata musicale da Leonie Wolff. A un tratto ho visto in un angolo, contro lo sfondo rosso scuro della tenda, quei fiori bianchi sul pavimento che se ne stavano lì a vivere quieti la propria vita. O all'unico inerme gesto infantile di Mien Kuyper quando si è fermata ad aspettare nel corridoio, quella sera a casa di Ungár, perché non sapeva se andarsene o rimanere. Quella donna è una martire del talento di Mischa. Certo, si potrebbe pure dire che è solo una vedova isterica dai capelli biondo paglierino con un'idea fissa. Ma quel gesto commovente fa anch'esso parte dell'immagine della persona.

Ieri sera a letto mi sentivo di nuovo come un piccolo vaso stracolmo di pensieri e sentimenti. Uno di questi giorni le cose cominceranno a fermentare in quel vaso. Che cosa non ho detto a quelle tre stelle! E da quale posto del mondo e attraverso quale finestra parlerò di nuovo a quelle stelle, pensando alla sera di ieri?

Stamattina un paio di stelle erano appese al cielo come lucidi frutti ai rami, scuri e spogli, dell'albero fuori dalla mia finestra.

Solo la notte prima le stelle pendevano ancora come luminosi frutti dai suoi rami scuri, e la notte seguente si arrampicavano, incerte, lungo lo spoglio tronco devastato. Già, quelle stelle: per alcune notti, forse un paio, sole e perdute, graffiavano ancora la superficie deserta, ampia del cielo.

Sì, quel Lunedì, quel Lunedì di Pasqua. Liesl e Werner, alle due di notte, come due monelli di strada parigini seduti sul bordo dei loro improvvisati letti da zingari nella sala. E io sul letto di Renate: ho tolto il cartone di oscuramento dalla finestra e improvvisamente sono apparse alcune stelle all'altro capo del letto. Non erano le stesse stelle che vedo davanti alla mia finestra, ma ho avuto comunque un contatto con loro e d'un tratto mi ha invasa la sensazione rassicurante che, in qualunque posto del mondo io mi trovi, mi sarà possibile osservare le stelle e lasciarmi cadere su un letto, o sul pavimento o chissà dove, e sentirmi a casa, dovunque.

Ero ferma sul piccolo ponte e ho guardato oltre il canale: mi sono sciolta nel paesaggio e ho offerto tutta la mia tenerezza a quella notte, al cielo con le sue stelle e all'acqua e al ponticello. È stato il momento migliore della mia giornata. Sentivo che quella era l'unica maniera per dare voce e corpo alle tante sensazioni di tenerezza che, nel profondo, si provano per un altro: affidarle alla natura, lasciarle scorrere sotto un cielo, notturno e libero, di primavera e sapere che non c'è altra via d'uscita. E così sarebbe dovuta terminare la mia giornata, sarei dovuta andare a dormire nel mio lettino da studentessa dietro la luccicante finestra senza tende, e gli alberi sarebbero stati ancora al loro posto.

Venerdì sera, mentre tornavo da casa sua in bicicletta, attraverso la notte primaverile, ho sparso il grande amore e l'immensa tenerezza che provo per lui nella notte, ne ho riversata un po' nelle stelle e ne ho lasciata un po' nei cespugli lungo il canale. E poi: bisogna saper reggere i propri sentimenti forti e sopportarli e farli avanzare. Non si deve sempre desiderare di liberarsene, bisogna saperne portare il peso e non lasciarsene distruggere, anzi, trarne energie e non solo per quell'unico uomo ma anche per molte altre creature di Dio, che pure hanno diritto alla nostra attenzione e al nostro amore.

Mi mancano tutti gli strumenti per completare il mio lavoro di cesello sulle parole, quel lavoro che molto spesso mi impegna la mente, ma nel quale rimango bloccata proprio perché mi mancano le parole. Non posso nominare nulla della terra con il suo nome: nessuna città, nessun fiore, nessun santo, nessun principe, nessuna stella, niente. Ho bisogno del cosmo intero come similitudine per dare un contesto a ciò che sta nascendo dal profondo della mia anima, con tanta potenza e colore. Devo imparare ancora molto: i nomi che le persone attraverso le epoche hanno dato alle loro città, ai loro fiori, alle loro stelle, per poi poterli aggiungere, come altrettanti colori, alla mia povera tavolozza di parole.

Noi in fondo abbiamo solo da esistere, ma con semplicità, con insistenza, come esiste la terra, docile alle stagioni, chiara, scura, nello spazio, non chiedendo di posare se non nella rete degli influssi e di forze in cui le stelle si sentono sicure”.

Quante volte ho pregato, neppure un anno fa: Signore, ti prego, rendimi un po' più semplice. E se quest'anno mi ha portato qualcosa, è stata proprio questa maggiore semplicità interiore. E credo che in futuro riuscirò anche a esprimere le cose difficili di questa vita con parole molto semplici. In futuro.

Dunque, con quell'unica camicia nello zaino me ne vado incontro a un “avvenire sconosciuto”. Così si dice. Ma sotto i miei piedi girovaghi non c'è forse dappertutto la stessa terra? E lo stesso cielo - ora con la luna, ora col sole, per non parlare di tutte le stelle - non si stende forse sopra i miei occhi rapiti? Perché si dovrebbe parlare di un “avvenire sconosciuto”?

 

VENTO

A volte vorrei essere nella cella di un convento, con la saggezza di secoli sublimata sugli scaffali lungo i muri, e con la vista che spazia su campi di grano - devono proprio essere campi di grano, e devono anche ondeggiare al vento. Lì vorrei sprofondarmi nei secoli, e in me stessa. E alla lunga troverei pace e chiarezza. Ma questo non è poi tanto difficile. È qui, ora, in questo luogo e in questo mondo, che devo trovare chiarezza e pace e equilibrio. Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro sul mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa, ma è tutto terribilmente difficile e proprio per questo mi sento così oppressa.

Mi sento d'un tratto colma di uno straordinario entusiasmo, forse anche perché il vento talvolta mi soffia proprio dritto in viso e io mi reggo forte alla mia bicicletta, che sento sotto di me come un cavallo da domare.

Ieri pomeriggio mi sono di nuovo inginocchiata sulla stuoia color oro (che è una copertura simile a un campo di grano), con la testa nascosta nel blu luminoso del plaid sul divano, e ho cercato di rinchiudere nuovamente i miei pensieri e sentimenti, che si agitavano davanti e attorno a me come orde/greggi selvagge, nella gabbia della mia interiorità. A volte le porte si spalancano per il vento - e lei procede ricolma di poesia nella sua meditazione mattutina - e ogni cosa infuria all'esterno, e di volta in volta ci si deve raccogliere di nuovo attorno al proprio centro. Pascolare, come un buon pastore, il gregge indisciplinato dei pensieri, delle sensazioni, delle emozioni, delle impressioni, delle esperienze, delle reazioni: datemi una sola parola che esprima tutto questo. Mi sento proprio come un buon pastore. Sto diventando sempre più tranquilla, e mi ritrovo seduta, sì ancora seduta accanto a questa fidata lampada, sentendomi indicibilmente pacificata e serena. Percorrerò il sentiero di questa giornata con calma, prendendomi una piccola vacanza: gli occhi e la testa sono leggermente tesi e affaticati. Devi anche avere la pazienza di agire un po' di meno. Ferma e costante.

Con la supervisione di Liesl ne farò fare un vestito, aperto da tutti i lati per prendere il sole, il vento e le sue carezze. E poi d'estate, una brughiera e io, in quel vestito zingaresco, con le gambe nude abbronzate e i capelli da zingara al vento, e poi una piccola fattoria con una veranda dal soffitto basso, e il profumo delle mele e una veduta notturna di quella brughiera. Tutto questo verrà.

Non so ancora come farò a dominare tutta questa materia. So soltanto che dovrò fare tutto da sola, e che ho abbastanza forza e pazienza per riuscirci. Devo anche essere fedele, non posso più disperdermi come sabbia al vento. Io mi divido tra gli affetti, le impressioni, le persone e le emozioni che mi toccano: devo rimaner fedele a tutti ma devo anche essere fedele al mio talento. «Vivere” tutto quanto non è più sufficiente, ci vuole qualcosa in più.

 

ACQUA

Signore, dammi meno pensieri e più acqua fredda e ginnastica alla mattina presto.

E d'altra parte, ciò si connette anche, è naturale, con il mio forte desiderio di ascesi, di una vita da clausura con pane nero, acqua pura e frutta.

Una persona può avere fame di vita. Ma con l'ingordigia di vita si perde di vista il proprio vero obiettivo. Bene, qualche profonda verità puoi ancora dirla!

Ora invece mi sono eroicamente buttata sotto un getto d'acqua gelata, cercando di capire: che cosa c'è che non va? Da che dipende? E all'improvviso, mentre mi lavavo, mi ha colta un'immagine, o comunque la si voglia chiamare, e mi sono detta: bene, sei di nuovo “nata dentro” al giorno. Questa volta è stato senza dubbio un parto difficile, passare dal buio grembo sicuro della notte al grigio giorno ostile. Prima l'ho chiamato “il caldo ventre della notte”, ma quest'espressione mi irritava per la troppa fisicità. E ciò mi ha d'un tratto liberata dal mio vago malessere, come alcuni giorni fa l'immagine della domenica che attraversava come una nave il mio anno mi aveva liberata dalla sensazione di essere fatta a pezzi e gettata ai quattro venti.

Alcune cose terra terra. M'accorgo che alzarmi presto mi fa un gran bene. E trovo sempre che l'acqua fredda è una cosa quasi eroica. Sono fondamentalmente una persona molto sana, la cosa principale è l'equilibrio spirituale, il resto funziona allora da sé.

Dobbiamo essere come un fiume e non dividerci in canali per portare acqua ai pascoli.

Ero ferma sul piccolo ponte e ho guardato oltre il canale: mi sono sciolta nel paesaggio e ho offerto tutta la mia tenerezza a quella notte, al cielo con le sue stelle e all'acqua e al ponticello. È stato il momento migliore della mia giornata. Sentivo che quella era l'unica maniera per dare voce e corpo alle tante sensazioni di tenerezza che, nel profondo, si provano per un altro: affidarle alla natura, lasciarle scorrere sotto un cielo, notturno e libero, di primavera e sapere che non c'è altra via d'uscita.

Lui osserva, per dire così, la sua intera vita come da un'alta torre, e quella vita mi viene incontro in semplici parole, come un corso d'acqua.

Si dovrebbe parlare delle questioni più gravi e importanti di questa vita solo quando le parole ci vengono semplici e naturali come l'acqua che sgorga da una sorgente.

E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio.

Dobbiamo di nuovo dimenticare tutte le nostre grandi parole, cominciando con Dio e finendo con Morte, e dobbiamo tornare a essere tanto semplici quanto pura acqua di sorgente. Soprattutto, un po' meno eloquenti.

A volte l'acqua è così limpida che si distingue ogni cosa sul fondo. Potresti dirlo in modo ancor più stomachevole, se la domanda è lecita? Volevo dir questo: era proprio come se la vita mi apparisse altrettanto chiara e trasparente nei suoi mille dettagli, nelle sue svolte e nei suoi movimenti. Come se avessi davanti un oceano e ne potessi distinguere il fondo, guardando attraverso l'acqua trasparente come cristallo. Chissà se riuscirò a scrivere per davvero, una volta o l'altra?

Mi laverò dalla testa ai piedi con acqua fredda e poi me ne starò coricata nel mio letto, starò immobile e non scriverò niente in questo quaderno, cercherò di stare semplicemente distesa e di essere tutta una preghiera. Già altre volte sono stata così male da credere che ci avrei messo delle settimane per venirne fuori - e invece, dopo pochi giorni, era tutto passato.

E ora eccomi coricata in un angolino con febbre e capogiro, e non posso far nulla. Poco fa mi sono svegliata con la gola secca, ho afferrato il mio bicchiere ed ero così riconoscente per quel sorso d'acqua fresca, ho pensato: se solo potessi andare in giro fra quelle migliaia di uomini ammassati laggiù e potessi offrire un sorso d'acqua ad alcuni di loro.

 

FUOCO

(accanto al fuoco)

All'improvviso ieri ho pensato questo: la sofferenza ci sarà sempre e non è davvero importante se si soffre vuoi per l'una vuoi per l'altra ragione. E come con l'amore. Deve riguardare sempre meno l'oggetto, se vuole essere vero amore. A volte si può soffrire forse di più per un gatto investito che per una città rasa al suolo dai bombardamenti con una quantità indicibile di vittime. Non si tratta dell'oggetto, ma della sofferenza in sé, dell'amore, delle grandi emozioni e della qualità di queste emozioni. E i grandi sentimenti, quei toni elementari e segreti, diventano sempre più brucianti (“toni brucianti” non è male!) e ogni secolo alimenta il fuoco con sostanze diverse, ma ciò che conta è il calore del fuoco e non le sostanze usate. E che si tratti di stelle gialle e campi di concentramento e terrore e guerra, è una questione di secondaria importanza. E non mi sento certo meno combattiva per via di pensieri del genere, perché certezza morale e indignazione morale appartengono anch'esse ai «grandi sentimenti». Ma l'indignazione morale genuina deve essere racchiusa entro un'ampia cornice umana che si allarghi agli accadimenti mondiali, e non sia un odio personale, che spesso usa gli eventi attorno a noi come scuse per fomentare piccole irritazioni private, anche forse rancori di anni addietro, sostanze velenose mai rielaborate.

Che si possa essere un fuoco così sfavillante! Tutte le parole ed espressioni adoperate sinora mi sembrano grigie, pallide e scolorite, se paragonate all'intensa gioia di vivere, all'amore e alla forza che si sprigionano ora da me.

A volte torno ad accendermi completamente quando, come ora, l'amicizia e le persone che ci sono state in quest'ultimo anno risorgono in tutta la loro grandezza e mi colmano di riconoscenza.

Ora sono quel che si dice malata e anemica e più o meno obbligata a stare a letto, eppure ogni minuto è pieno di ricchezza - cosa succederà quando starò di nuovo bene? Devo ogni volta esultare e acclamarTi, mio Dio: Ti sono così riconoscente perché mi hai concesso una vita simile

Un'anima è fatta di fuoco e di cristalli di rocca. È una cosa molto severa e dura in senso vetero-testamentario, ma è anche dolce come il gesto delicato con cui la punta delle sue dita sfiorava le mie ciglia.

 

ALBERI - FIORI

Solo la notte prima le stelle pendevano ancora come luminosi frutti dai suoi rami scuri, e la notte seguente si arrampicavano, incerte, lungo lo spoglio tronco devastato. Già, quelle stelle: per alcune notti, forse un paio, sole e perdute, graffiavano ancora la superficie deserta, ampia del cielo. Un'immagine memorabile: “stelle graffianti”! Ma non c'è niente da fare; stavolta doveva essere detto.

Per un momento ho corso il rischio di diventare sentimentale, quando i rami venivano recisi; mi sono rattristata profondamente. Poi, però, mi è parso subito chiaro: amerò il nuovo paesaggio che ne nascerà, quale che sia. E adesso due alberi si innalzano là, dietro la mia finestra, come due asceti emaciati e imponenti. Ieri sera svettavano nel cielo limpido fendendolo come pugnali.

Già, quegli alberi: a volte, di notte, i loro rami si abbassavano sotto il peso dei frutti delle stelle, mentre ora sono minacciosi pugnali eretti contro il cielo chiaro di primavera. E nella loro nuova forma, nel nuovo paesaggio, sono di nuovo indicibilmente belli.

Quando stamattina, alle sei e mezzo, ho guardato fuori dalla mia finestra, il Rijksmuseum era ancora immerso nel dormiveglia, l'IJsclub dormicchiava ancora, ma i miei due alberi stavano lì, feroci e svegli punti esclamativi. Due punti esclamativi nerissimi, evidenti come scritti su una pagina semivuota.

Quando ieri sera sono andata a dormire, alle dieci, fuori era quasi totalmente buio. Solo i miei due alberi erano ancora visibili, mentre si arrampicavano in cielo come due sentieri dritti e verticali, due segnaposti in un paesaggio scuro.

Ho appena preso commiato, per una notte, dai miei due alberi, quei due pugnali rivolti verso il cielo stellato, con commozione.

Senza caffè e senza sigarette si può vivere, protestava Liesl, ma senza la natura no, la natura non la si deve poter togliere a nessuno. Io ho detto: Fa' conto che siamo condannati al carcere, magari per qualche anno, e vivi con i due alberi dirimpetto a casa tua come se fossero un bosco. E per essere in carcere, abbiamo ancora una relativa libertà di movimento.

Alle sette, quando la mia sveglia ha squillato e ho aperto gli occhi, la mattina era distesa, ampia come la vita, dentro la mia cameretta e dietro la finestra. La città era là sotto, potevo accorgermene dal rumore del tram; in lontananza si udiva il canto dei soldati. Ma tutto ciò che io vedevo erano nuvole e le cime fluttuanti degli alberi, raccolti in un largo cerchio attorno alla mia finestra, e poi c'è quell'unico albero che è soltanto mio. Stanotte una stella solitaria danzava attorno al suo tronco. Solo cielo e verde dietro la mia finestra e sotto, di tanto in tanto, piccoli rumori della città. Farò in modo di non diventare imprudente. Ieri pomeriggio lo sono quasi diventata, dopo il gelsomino. E non è certo finita lì, non mi sono limitata al gelsomino. Sulla strada verso casa sua, mi sono imbattuta in rose rosso scuro che si arrampicavano sul muro di un'abitazione, una delle tante di una lunga fila, e volevo immediatamente cedere il mio cuore instabile a quelle rose, e poi, all'improvviso, ho visto molte violette lungo il muretto basso di un giardino. E più tardi ho chiesto a S.: Non è quasi empio continuare a credere così tanto in Dio di questi tempi? E non è frivolo, gli ho chiesto ancora, continuare a trovare la vita così bella?

Stanotte quegli alberi stavano dietro la mia finestra come cipressi in una notte tropicale. Forse non sarà botanicamente del tutto corretto, ma è stata una notte da favola.

Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell'inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi.

Ieri sera, dopo quella lunga camminata nella pioggia, e con quella vescica sotto il piede, sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose. Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno. Nella mia vita c'è posto per tante cose. E ho così tanto posto, mio Dio.

Oggi, mentre passavo per quei corridoi così affollati, ho sentito improvvisamente un gran desiderio d'inginocchiarmi sul pavimento di pietra, in mezzo a tutta quella gente. L'unico atto degno di un uomo che ci sia rimasto di questi tempi è quello d'inginocchiarci davanti a Dio.

Ogni giorno imparo qualcosa sugli uomini e mi rendo sempre più conto che non si può trovare aiuto negli altri, che dobbiamo sempre più contare sulle nostre forze interiori.

Una volta, se mi piaceva un fiore, avrei voluto premermelo sul cuore, o addirittura mangiarmelo. La cosa era più difficile quando si trattava di un paesaggio intero, ma il sentimento era identico. Ero troppo sensuale: vorrei quasi dire troppo «possessiva»; provavo un desiderio troppo fisico per le cose che mi piacevano, le volevo avere.

 

Alcuni FIORI citati da Etty nel suo Diario

lupini

gelsomini

giacinti

narcisi

margherite

magnolie

gerani

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