Modelli di programmazione

Inserito in NPG annata 1991.

 


Animatore che progetta /3

Domenico Sigalini

(NPG 1991-10-60)

 

Quegli incontri piuttosto insoliti della domenica sera hanno cominciato a far chiacchierare; la galleria di animatori d'epoca esposta nella sala è stata vista non solo dal parroco, dalla sua perpetua, dalla pia unione dei quarantenni soci fondatori degli spogliatoi, ma anche da altri coetanei o poco più, da quel gruppo di animatori ormai un po' sulla via del declino per difetto di speranza e di capacità di rinnovamento, da alcuni allenatori dei campi di calcio, istruiti nell'ISEF e non ancora affamati dei soldi delle palestre. Ne è nata la voglia di vedersi e di sognare per un'ennesima volta alla grande. La parola che ricorre è sempre «progetto», anche se si camuffa di «bisogna rinnovare», «io comincio se mi dite per bene che cosa bisogna fare», «abbiamo proprio toccato il fondo e occorre dare un'immagine diversa»...
Tutti comunque sono disposti a mettersi al lavoro.
Il prete non chiedeva di meglio; non gli par vero di potersi trovare con un nucleo di possibili educatori, stavolta sbilanciati sul pensare.
I nostri due, lui e lei, hanno l'argento vivo addosso, si fanno in quattro. Erano partiti convinti di fare da soli il loro gruppo con gli adolescenti, si trovano a condividere con altri una passione educativa più larga.
Continueranno a fare i «creativi» con gli adolescenti, si sentiranno gli esperimentatori in corpore vili delle pensate di tutti, verranno interpellati come custodi del principio di realtà nelle riunioni di progettazione, perché loro tentano di calare nella pratica quanto si pensa tutti assieme attorno al tavolino.
Ora però si tratta di sfruttare l'occasione e mettersi al lavoro per costruire qualcosa di nuovo.
Sono giovani, un po' ingenui, ma decisi.
L'ingenuità di chi vuol sognare sempre trascina anche chi ha esperimentato le delusioni dei propri sogni.

LA RICERCA DI UNA META GENERALE

La prima cosa che si fa è una riunione di questi nuovi soci fondatori. Non sembra vero, ma ci stanno tutti. I nostri due hanno fatto un elenco di gente cui sembrava interessare il mondo giovanile, li hanno avvicinati uno per uno e li hanno convocati.
Ancora nella prima riunione si incrina il fronte della novità. Alcuni, i più hard, stanchi di tanti giri fatti attorno alle cose serie, senza mai arrivarci, vorrebbero che si facesse ai giovani, agli adolescenti qualche proposta seria del tipo: «Coi giovani oggi bisogna essere chiari: ti interessa Gesù Cristo? bene, ne parliamo. Non ti interessa? amici come prima.
La fede non ha bisogno di camuffarsi o nascondersi per essere significativa».
Hanno fatto tante buone esperienze di fede, hanno fatto tutti i possibili giri per non lasciarsi prendere, ma ora sono convinti e vorrebbero che tutti lo fossero.
Gli altri invece sono più soft. Credono ancora che la semplicità del vivere sia prima di ogni astrazione, che coi giovani bisogna essere un poco abili, offrire loro quello che chiedono e poi poter più facilmente tirare la rete. L'alternativa è tra l'astrattezza, anche ben intenzionata, e il praticume, pur caricato di idealità; oppure tra un metodo deduttivo e uno induttivo, tra una tentazione idraulica di imbottigliare e una da network di creare consenso, tra l'affermazione di princìpi e la risposta ai bisogni concreti.
Sembrano cose astratte, da terziario della pastorale, ma un po' alla volta vengono coinvolti un po' tutti, e si schierano chi da una parte chi dall'altra.
Il parroco non ha dubbi sulla proposta forte, come ai bei tempi; la sua perpetua, che ogni tanto di notte deve cancellare qualche grafico di troppo sul muretto della canonica e che, proprio senza volerlo, le tocca sentire certi discorsi innominabili, si schiera naturalmente col parroco e in più sogna i pochi, ma buoni.
Il gruppo degli spogliatoi (quelli che hanno speso tutti i sabati e le domeniche dell'anno per attrezzare un campo sportivo) non riesce a capire la posta in gioco, non gli interessa né deduttivo né induttivo, vuole solo che si faccia qualcosa per 'sti giovani.
Si spingono più oltre, hanno un amico ingegnere, che non si dà troppe arie, che sarebbe disposto anche a far progetti per costruire qualcosa accanto agli spogliatoi.
Gli animatori dell'ultima generazione tentano una mediazione e temono di essere ingabbiati da una parte o dall'altra, solo che concludono con una proposta maldestra di fare una festa; il che manda in bestia i primi e scontenta i secondi.
Sono comunque tutti convinti che bisogna sciogliere un nodo: avere idee chiare in testa, distinguersi da una qualsiasi proposta aggregativa, perché si sentono responsabili di un annuncio cristiano, essere vicini veramente alle domande anche inespresse dei giovani che si allontanano sempre più per difetto di significatività delle proposte.

Due cose necessarie

Per far questo almeno due cose diventano necessarie.
La prima è la chiarezza di un punto di vista da cui partire, che deve stagliarsi davanti a tutti gli appassionati di educazione della gioventù.
Una specie di convinzione che brucia dentro, una scritta a caratteri cubitali che deve essere sempre presente, non ossessiva, ma trascinante; un motivo che collega e sostiene nelle crisi, che appassiona nella ricerca e che delinea una prospettiva, che fa superare i fallimenti e non spegne l'ultima speranza o la domanda più debole di vita.
È il fine di ogni tessuto di relazioni, di ogni servizio disinteressato ai giovani, di ogni accoglienza e dialogo, presa di posizione e dichiarazione di intenti, di ogni corso formativo e di ogni attività ricreativa, di ogni organizzazione e programmazione, attenzione culturale e ludica.
La meta generale può essere del tipo: far cantare la vita di ogni giovane in un incontro determinante con Gesù vivo.
Qualcuno dice che è la scoperta dell'acqua calda, qualcun altro dice che è ideologica, altri credono che sia generica, molti ancora la credono una forzatura e un tirar l'acqua al nostro mulino, per molti è un nominalismo o un pretesto per operazioni di altro tipo...
Un giovane qualunque che avrà avuto la ventura di imbattersi con questi animatori, quando in un giorno di noia riprenderà in mano il suo vecchio caro diario, troverà scritto che la «morte di cui doveva morire» era questa.
Sarà lontano le mille miglia da quel tempo, da quelle proposte, ma si ricorderà che lì lo volevano far incontrare con se stesso in maniera autentica e per questo proprio con Lui, anche se non ci sono sempre riusciti.
L'altra necessità che hanno percepito è che un'impresa del genere la si può solo affrontare assieme; non solo da parte di tutti gli animatori, ma anche da parte della comunità cristiana.

UN VECCHIO SCHEMA, SEMPRE UTILE

Per progettare in termini corretti è necessario fare alcuni passaggi, sempre, a costo di essere monotoni. C'è in gioco la Parola di Dio, propostaci dalla comunità cristiana, ma anche la Parola scritta nei fatti, nei bisogni dei giovani e degli uomini del nostro tempo. La prima non è mai compresa abbastanza nella sua ricchezza, la seconda è sempre espressa in termini nuovi, col cambiare dei tempi. Tutte e due si rimandano e si rendono necessarie a vicenda. Fedeltà a Dio e fedeltà all'uomo sono in ultima analisi un'unica fedeltà che non si può separare.
Il tragitto da seguire ha queste tappe.

1. Analisi dei bisogni e delle domande del mondo giovanile

Non posso progettare interventi educativi se non conosco il soggetto di questa relazione. Non si tratta di morire di istogrammi, di commissionare alla insolita università una poderosa ricerca sul mondo giovanile, ma di acquisire, anche attraverso analisi scientifiche della realtà dei giovani, una capacità di lettura dei comportamenti, delle esperienze-simbolo, capaci di rappresentare il vissuto giovanile, di fotografare i modi di pensare e i comportamenti.
C'è da vincere più di una tentazione: quella di leggere con la prospettiva del «come», cioè pensando immediatamente agli strumenti che si dovrebbero utilizzare per tirare i giovani dalla nostra parte. In questo caso la lettura dei loro bisogni sarebbe del tutto strumentale e incapace di cogliere le provocazioni della loro vita. L'altra è quella «manichea» di leggere la situazione giovanile con in testa già un pregiudizio: i giovani sono indifferenti, sono lontani, sono senza valori, manca lo spirito di sacrificio oppure sono il futuro del mondo, sono generosi, hanno grandi energie. In quest'altro caso l'a nalisi è solo un pretesto e un perdere tempo per decisioni e progetti già scritti.

2. Analisi delle risposte della società

Al mondo giovanile si dedicano tante agenzie; chi con occhio commerciale, chi con mire politiche, chi con voglia di controllo, chi con appassionata volontà educativa, chi con impotenza, chi con mire di morte. Un qualsiasi progetto educativo deve saper fare i conti con la complessità della realtà, delle risposte della società ai bisogni dei giovani, delle occasioni che propone, delle prospettive che apre, delle speranze che tradisce, dei diritti che non vengono rispettati, dei faticosi ricuperi e avvii a una vita più dignitosa.
Non siamo soli sulla faccia della terra ad appassionarci dei giovani, non siamo «sempre» i più bravi. È importante che non ci sentiamo gli unici sia per collaborare, sia per non illuderci di essere un'isola felice. Anche qui è da evitare una visione sempre e comunque negativa della società in cui viviamo.

3. Approfondimento delle domande di vita

La lettura dei bisogni resterebbe superficiale, se non si avesse il coraggio di scavare sotto i desideri. Educare non significa spegnere i desideri, ma scavare e aprire voragini di sete, laddove si presenta una debolissima domanda. I bisogni, i fatti, i comportamenti nascono da alcune domande profonde, anche se ne manca la consapevolezza. Nell'uomo ci sono qualità irrinunciabili dell'essere che sono veicolate dai comportamenti esterni, dalle domande e dai bisogni: queste occorre intuire se vogliamo scommettere e non essere semplicemente responsoriali. Di che cosa sono segno queste domande profonde? Sono fame e sete di quale cibo e di quale acqua?

4. La proposta di Cristo, Parola di Dio

In questa ricerca si pone di fronte a noi perentorio il volto di Cristo. Non siamo senza compagnia nell'educare, anzi abbiamo una meta che ci porta continuamente, che ci indica il senso del cammino L'esperienza di fede del popolo di Israele (l'Antico Testamento), dei discepoli e delle prime comunità apostoliche (Nuovo Testamento), ci illuminano, ci fanno ritrovare il senso della vita proprio dentro quel quotidiano del giovane che abbiamo analizzato e interrogato.
La Parola di Dio non è mai sufficientemente conosciuta e soprattutto meditata e interiorizzata. Spesso si attacca sulla nostra attività educativa come un bollo, anziché essere una ristrutturazione di atteggiamenti, di obiettivi e di itinerari. Già la visione della vita e le letture fatte prima risentivano della precomprensione della Parola, che abita dentro di noi. Occorre però qui mettersi esplicitamente all'ascolto per trarre anche cambiamenti radicali di rotta, per spingere la vita del giovane su traguardi impensati, voluti e resi possibili solo da Dio.

5. Ascolto dell'esperienza della Chiesa

Siamo educatori in una comunità. Abbiamo postulato la sua presenza, compagnia, ma soprattutto paternità di ogni attività di pastorale giovanile. La saggezza della Chiesa, la sua tradizione, i suoi santi, le riflessioni colte (teologia) e popolari (religiosità popolare), gli stessi catechismi... ci segnano la strada, si affiancano nel sorreggere il cammino, ci fanno sentire in una grande famiglia che cerca e dona senso alla vita, diventano stimolo alla missionarietà. Spesso l'educatore giovanile crede di dover inventare di nuovo tutto, di essere all'anno zero non solo della passione educativa, ma anche della proposta di vita cristiana. La tentazione della «palingenesi», del cominciare tutto daccapo, del darsi la patente di vero cristianesimo, ha colpito più di un gruppo o movimento giovanile. La Chiesa è un segno levato nel mondo, apposta per far da freccia sicura per tutti verso il Regno.
Solo a questo punto si può, tenendo conto di tutti i contributi, definire una meta generale, un obiettivo capace di far crescere la realtà giovanile.

SUGGERIMENTI PER L'AZIONE

Modelli di educazione alla fede

Analizza i seguenti modi di educare alla fede e da' un nome a tali modelli. Cerca di delineare dove sta il problema e a che cosa bisogna rispondere per risolverlo.

1. I giovani devono essere posti di fronte a proposte consistenti, impegnative. Dio abita su di un'alta montagna e lo si raggiunge solo a fatica e con meno zavorra possibile. Lo zaino delle cose è un impedimento per la conquista della vetta.
2. Con i giovani di oggi occorre essere un poco abili: hanno mille interessi, sognano alla grande, si ritagliano spazi autonomi... Perché non partiamo offrendo loro quel che chiedono. Poi si può più facilmente tirare la rete.
3. Esiste una semplicità del vivere che è prima di ogni astrazione o invito all'eroismo a tutti i costi. Spesso basta saper interpretare e vedere con occhio diverso ciò che i giovani fanno per vederne già un cristianesimo all'opera. Purtroppo noi siamo diventati inventori di problemi dove non ci sono e di traguardi che non interessano a nessuno.
4. Sono convinto che oggi con i giovani bisogna essere chiari: ti interessa Gesù Cristo? bene, ne parliamo. Non ti interessa? amici come prima! Che vuoi star lì a mescolare ragionamenti, dialoghi da salti mortali, ricerca di ponti impossibili, sport cattolici, tempi liberi e attività battezzate... la fede non ha bisogno di camuffarsi o nascondersi per essere significativa.
5. È tutt'altra cosa però se tu hai qualcuno che ti aiuta a ragionare, che a uno a uno rintuzza tutti i tuoi dubbi o i luoghi comuni che si dicono contro la fede, che passo dopo passo ti rende necessaria e consequenziale la fede. Purtroppo mancano questi conduttori, questi maghi della dimostrazione convincente.

Il modello ermeneutico

Dopo una seria discussione, si rifletta sulla classica pagina di Tonelli, che qui viene riprodotta.

1. Superare il modello induttivo e quello deduttivo

Il modello teologico tradizionale affidava alla situazione una funzione passiva, di «recezione», di «destinazione», di «banco di prova». La comprensione della salvezza e la descrizione delle azioni da porre per assicurarla, erano definite in assoluto, in fedeltà ad un progetto che ci viene da lontano. La situazione concreta non aveva peso sul progetto, non lo modificava in nulla. Le eventuali difficoltà operative erano superate attraverso adattamenti provvisori e parziali.
Come reazione, in questi ultimi anni qualcuno ha tentato di capovolgere le posizioni. Alla situazione è stata affidata spesso una funzione decisiva, normativa anche rispetto al progetto.
Il primo modello riprende le procedure deduttive, tipiche di molte realizzazioni educative del passato. L'obiettivo è descritto in modo sicuro, soprattutto dalle scienze che pretendono una funzione a carattere normativo. Resta aperto solo lo spazio del «come» fare per raggiungerlo. Se risulta che i destinatari sono temporaneamente incapaci di raggiungere questo obiettivo, si può giungere al compromesso temporaneo dell'adattamento.
Nel secondo modello, a carattere induttivo, prevale l'esperienza personale a scapito dei contenuti oggettivi. La prassi educativa è generalmente preoccupata soprattutto di rispettare le domande spontanee dei giovani.

2. Verso un modello ermeneutico

Oggi sta crescendo una sensibilità diversa, molto più matura.
Essa è legata a quella intensa riscoperta dell'Incarnazione su cui si è costruito il rinnovamento pastorale postconciliare.
Per l'Incarnazione riconosciamo in ogni evento e in ogni gesto di salvezza l'intreccio meraviglioso e misterioso tra potenza di Dio e povertà dell'uomo, tra fede e cultura, tra trascendenza e esperienza umana.
La nostra povera umanità è il luogo in cui Dio ha deciso di farsi vicino, sperimentabile, incontrabile, per essere il Dio che salva. Nell'umanità dell'Uomo Gesù e di tutti gli uomini, la parola ineffabile di Dio si è fatta parola d'uomo, per essere parola per l'uomo.
Non è facile distinguere tra contenuto trascendente e rivestimento culturale umano, perché la compenetrazione è profonda, come nell'Incarnazione, appunto. Sarebbe cosa grave però far passare come Parola definitiva di Dio le parole umane che la esprimono.
L'ermeneutica è la scienza che studia questi processi. Nata in ambito profano, è stata utilizzata presto anche nella teologia.
E così si è approdati a riconoscere che il confronto tra fede e cultura si sviluppa sempre secondo un modello circolare, intessuto di «dare» e «ricevere».
La coscienza ermeneutica sollecita a considerare la «situazione» come un vero «luogo teologico», che dà «carne» storica all'unico progetto di salvezza.
Lungo la storia, esso si è progressivamente incarnato in scelte, orientamenti, preoccupazioni, espressioni. Anche oggi dobbiamo riscriverlo, decifrando quello che è relativo, frutto del- la «situazione», da quello che invece è decisivo e normativo, perché legato alla intenzione salvifica di Dio in Gesù Cristo.
In questa prospettiva, le situazioni continuano la grande esperienza dell'Incarnazione: fanno esistere la salvezza per l'oggi della nostra storia.
Il modello ermeneutico propone un progetto capace di mettere a confronto i grandi obiettivi dell'esistenza cristiana e le situazioni giovanili e culturali attuali.