Educare alla pace nella scuola

Inserito in NPG annata 1991.


Riflessioni e materiali

a cura di Inma Correa

(NPG 1991-09-46)

 

La guerra è in primo momento la speranza che a uno possa andar meglio, poi l'attesa che all'altro vada peggio, quindi la soddisfazione perché l'altro non sta per niente meglio e infine la sorpresa perché a tutti e due va peggio» (Kraus, Aforismi).
Viviamo in un mondo in cui la guerra e la violenza sono eventi quotidiani. Solo in questo secolo sono morte già più di 100 milioni di persone per l'uso delle armi; e si sono succedute due guerre cosiddette ufficialmente mondiali, ma anche altre che hanno coinvolto decine di nazioni e di contendenti: questo non dovrebbe portarci a considerare la pace come un bene necessario?
«Imparare» la pace, abilitarsi a vivere la pace è certamente un compito prioritario. Ma è necessario basare il processo educativo su solide fondamenta: trasmissione di conoscenze, creazione di abitudini, modelli, valori e una corretta metodologia, una serie di tecniche che mirino a formare un atteggiamento solidale.
Paradossalmente, educare alla pace significa educare a non essere in pace, a non restare indifferenti, a incitare all'azione.
E proprio la scuola, mentre riscopre la sua funzione educativa istituzionale, al di là dei compiti puramente di socializzazione e di trasmissione culturale, si fa portatrice delle nuove istanze e vie di educazione che provengono dalle riflessioni comuni sul tema della pace.

Un po' di storia

L'inizio di un più preciso movimento circa l'educazione alla pace nella scuola data dal finire degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta, per mano dei movimenti di rinnovamento pedagogico e della Nuova Scuola.
Nel 1927 l'Ufficio Internazionale dell'Educazione di Ginevra tenne a Praga una conferenza sulla pace nella scuola, che proponeva una «Nuova Scuola» con uno sguardo più attento al soggetto e una accurata revisione metodologica.
Orientamento esigito anche dalle difficoltà derivanti dalle conseguenze morali, culturali ed economiche dovute alla guerra mondiale da poco terminata.
Si poneva dunque la necessità di includere nella scuola l'educazione alla pace.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale vanificò tale intento.
Tuttavia, i movimenti di rinnovamento pedagogico hanno continuato a preoccuparsi per l'educazione alla pace.
Il movimento «Scuola Moderna» fondato da Celestin Freinet testimonia il suo impegno in tal senso.
Nell'assemblea della Federazione Internazionale dei Movimenti della Scuola Moderna, tenutasi a Torino (1982), si costituì una commissione sull'educazione alla pace.
Sono anche di rilievo i contributi di Arthur Neill, fondatore della scuola di Summerhill, e di Paulo Freire.
Un secondo inizio ha luogo dopo la seconda guerra mondiale e si consolida all'inizio degli anni Sessanta.
Si cerca di introdurre la coscienza nella scienza, di scoprire le cause della guerra e della violenza per minarne la legittimità come strumento politico e promuovere così condizioni di pace.

Cosa si intende per educare alla pace

Partendo dalla considerazione che l'educazione non è neutra, poiché presuppone sempre di socializzare gli individui ai valori predominanti o meno nella società, occorre certamente a un primo livello lavorare nella direzione di un allontanamento del pericolo della guerra (questo però rimanda all'individuazione delle cause che la determinano, e dunque ad un allargamento del concetto di pace) e a considerare inoltre il conflitto come qualcosa che si può risolvere senza ricorrere alla violenza.
In secondo luogo è necessario elaborare una ulteriore distinzione tra i diversi concetti di pace, per giungere al cuore del problema, che è quello dei valori che rendono possibile una vita piena di tutti.
La concezione predominante in occidente, che affonda le sue radici nella nozione di eirene greca e di pax romana, consiste nella non-guerra.
Pertanto, presuppone un apparato militare che garantisca l'ordine, dissuada il nemico e assicuri lo status quo.
La pace positiva, tuttavia, presuppone un «livello ridotto di violenza diretta e un elevato livello di giustizia» (Adam Curie).
Ciò rimanda ai valori dell'armonia sociale, della giustizia, dell'uguaglianza, e quindi al cambiamento radicale della società.
Nel campo di un'autentica educazione alla pace, non si può restare al primo livello; è necessario invece andare nella direzione della difesa e ricerca dei valori prioritari che sono la giustizia e l'uguaglianza.
Ovviamente con la partecipazione dei gruppi impegnati, favorendo le loro iniziative, ma cercando anche l'autorealizzazione o autoeducazione delle persone.
La pace non è una meta o un fine di livello utopistico, bensì un processo verso ciò a cui si tende.
La pace, in sintesi, non è soltanto il contrario della guerra, ma l'assenza di violenza strutturale, l'armonia dell'uomo con se stesso, con gli altri e con la natura.
La definizione di pace in definitiva ha una natura politica; tiene in considerazione tanto il potere quanto i bisogni umani.
Quali i tratti caratteristici dell'educazione alla pace? Li elenchiamo quasi come obiettivi intermedi, che portano nell'insieme alla grande pace di cui si accennava.
Essi sono particolarmente sperimentabili all'interno dell'istituzione scuola, ma anche nella vita ordinaria dei gruppi.
- Essa, nel processo di socializzazione, prende posizione per quei valori che incoraggiano il cambiamento sociale e personale;
- mette in discussione l'atto educativo dell'insegnamento come trasmissione nel quale l'alunno è mero ricevente; intende cioè l'educazione come un processo attivo-creativo;
- mette l'accento tanto sulla violenza diretta quanto su quella strutturale, facilitando il sorgere di strutture poco autoritarie, non élitarie, che sviluppino la capacità critica, l'autosviluppo e l'armonia personale;
- lotta contro la violenza simbolica, strutturale, presente nell'ambito scolastico;
- cerca di far coincidere fini e mezzi; fa cioè dell'apprendistato del modello nonviolento il punto decisivo di risoluzione di ogni conflitto;
- combina le conoscenze con la creazione di una nuova sensibilità, in modo da favorire la comprensione e l'accettazione dell'«altro»;
- presta attenzione al modo di organizzare la vita nella scuola, scegliendo tolleranza, partecipazione, solidarietà e simili come modello di vita.
Si tratta, insomma, di imparare a pensare e ad agire in modo diverso, come un processo per il quale si passerà dall'ingiustizia alla giustizia, dall'indifferenza all'impegno.

Implicanze dell'educazione alla pace: il trattamento dei conflitti

Si sa che l'atteggiamento che fomenta la guerra non è l'aggressività ma l'istinto gregario, il conformismo, la passività con la quale si accettano i conflitti armati. Allora l'educazione che mira al superamento della cultura di guerra deve combinare la ribellione, la dissidenza e lo spirito critico insieme con la capacità di risolvere o regolare i conflitti con metodi incruenti. Deve perciò lasciar emergere i conflitti durante il processo educativo e perfino generalizzarli.
Il conflitto è positivo e necessario per la crescita dell'uomo. Partendo dalla diversità, il conflitto è il processo logico che si verifica quando si cerca di portare avanti un impegno comune, e nella risoluzione del conflitto sta il cammino per arrivare alla pace. Si nega così l'idea di pace passiva senza assenza di conflitti.
Un possibile schema di lavoro in classe o nel gruppo può essere il seguente:
- creare un clima favorevole: prendere le distanze, calmarsi...;
- definire il conflitto;
- riconoscerne le cause;
- descriverlo: origini, sviluppo, situazione attuale;
- individuare e analizzare soluzioni e proposte già sperimentate;
- cercare nuove soluzioni;
- scegliere tra le possibili nuove soluzioni;
- individuare aspetti pratici, responsabilità concrete per poter raggiungere l'obiettivo;
- valutare.

Il nucleo dell'educazione alla pace: i valori

La necessità di educare alla «disobbedienza» porta ad un altro problema centrale dell'educazione: come far fronte a certe situazioni o abitudini culturali che contribuiscono al perpetuarsi del'ingiustizia. Può trattarsi del conformismo e del perpetuarsi dei meccanismi che legittimano la guerra e il militarismo.
La soluzione potrebbe essere, come suggerisce Margaret Mead, nel coltivare i valori alternativi, onnicomprensivi, che potrebbero dar luogo ad una cultura mondiale. Si tratta di dar valore alle differenze, come mostra delle ricchezza culturale di un popolo.
Tra le tecniche usate al riguardo, applicabili particolarmente bene nella scuola, si può annoverare la chiarificazione dei valori. Si tratta di un processo attraverso il quale si aiuta una persona a scoprire i valori interiorizzati e a sceglierne qualcuno in particolare. La strategia globale verte sui seguenti punti:
- scegliere liberamente i propri valori;
- scegliere i propri valori tra diverse alternative;
- apprezzare e stimare i propri valori;
- condividerli e affermarli pubblicamente;
- agire in accordo con essi;
- agire in accordo con essi in modo ripetuto e costante.
Alcune esperienze personali e di gruppo, magari sostenute da tecniche opportune (cf a questo riguardo i volumi di K. Vopel, «Giochi di interazione per adolescenti e giovani», LDC 1991), possono aiutare alla scelta e sperimentazione dei valori che ruotano attorno al nucleo valoriale della pace (cf gioco di interazione «Dialogo-problema», Vopel , cit, vol. 4, p. 137 ss).

C'è un'idea che un giorno scatenerà la vera guerra mondiale: che Dio non ha creato l'uomo come consumatore e produttore. Che i viveri non sono il fine della vita. Che lo stomaco non ha da crescere sulla testa della testa. Che la vita non si fonda esclusivamente sul profitto. Che l'uomo è posto nel tempo per avere tempo e non per arrivare con le gambe da una qualche parte prima che col cuore (Kraus).

L'aspetto socio-affettivo

L'aspetto socio-affettivo è importante in ogni apprendimento, e soprattutto nella sperimentazione dei valori.
Esso cerca di combinare la trasmissione di informazioni con il vissuto personale per conseguire il sorgere di un atteggiamento affettivo.
Uno schema di lavoro all'interno dell'educazione scolastica che parta da questo metodo e che opti per l'integrazione inter- e transdisciplinare, può essere il seguente:
- promozione dell'affermazione e dell'autosistema, partendo dall'idea che la disistima impedisce l'apprendimento;
- sviluppo di un sentimento di fiducia in se stesso e negli altri, accompagnato dalla messa in pratica dell'autocritica;
- promozione del sentimento di gruppo e di comunità: incoraggiare assicurando che esiste una comunità a cui appoggiarsi;
- risoluzione di problemi e conflitti concreti;
- organizzazione del lavoro scolastico mediante forme alternative di socializzazione e produzione della conoscenza;
- apprendistato della «disobbedienza» intesa come anticonformismo.
In questo schema ha una particolare importanza il gioco, come esperienza attraverso la quale si conosce la realtà e si trasmette il modello di società.
Per questo è importante presentare alternative ai giochi abituali, e utilizzarle come elemento pedagogico ludico, partecipativo, orizzontale e creativo.
Per prima cosa è necessario creare un ambiente all'interno della scuola e della casa; se esiste uno spirito di cooperazione si ottiene l'atmosfera giusta per l'apprendimento, cosi come per dei buoni rapporti interpersonali.
Se si riesce a dedicare più tempo a questa attività, i rapporti tra bambini e adulti miglioreranno notevolmente.
È necessario anche che all'interno del gruppo sia attivo il maggior numero possibile di canali di comunicazione per trasmettere sentimenti, nel modo più rapido possibile e senza interferenze.
È auspicabile che il bambino acquisisca la capacità di prendere decisioni in gruppo ricercando il consenso degli altri, tenendo in considerazione gli interessi delle differenti parti implicate e facendo uso della porzione di potere che gli spetta.
Tale «porzione» deve essere uguale per tutti; questo concetto è appunto basato sulla uguaglianza.

Strategie possibili

A titolo di suggerimenti, quelli che seguono possono essere alcuni dei tratti che definiscono l'educazione alla pace nell'attuale contesto scolastico.
- Centrare sulla pace positiva e sull'educazione allo sviluppo.
- Permettere la riflessione del collegio degli insegnanti circa il significato della parola educare.
- Abilitare a un lavoro congiunto di famiglie e insegnanti.
- Allargare obiettivi e impegno oltre l'ambito scolastico.
- Trattare il tema in forma interdisciplinare e, se possibile, con una programmazione globale che metta in relazione i lavori nelle diverse aree.
- Curare la partecipazione diretta degli alunni.
- Lavorare con una metodologia di base di tipo induttivo.
- Creare un clima positivo, migliorare la comunicazione, la fiducia e il senso di gruppo.
- Curare le esperienze dirette, l'aspetto socio-affettivo, le tecniche di visualizzazione.
- Prendere posizione circa il conflitto scolastico che si vive all'interno della scuola e della classe.
- Formulare obiettivi di carattere operativo.

Attività e esempi concreti

1. Celebrazione della giornata scolastica della pace (30 gennaio), mettendo in evidenza la necessità della pace per la convivenza. Sarebbe auspicabile sostenere tale celebrazione con manifestazioni come un festival per la pace con drammatizzazioni, musica, poesie, proiezioni, ecc.
2. Celebrazione di altre possibili date: - giornata delle Nazioni Unite (24 ottobre);
- giornata dei diritti umani (10 dicembre);
- giornata internazionale della donna (8 marzo);
- giornata internazionale per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (21 marzo);
- giornata mondiale della società. Le possibili attività sono: pittura all'aria aperta, marcia per la pace, festa per la pace, programmi radio, riviste, ecc.
3. Trasformazione del gioco bellico. Eliminare i giocattoli che suppongono violenza o culto della violenza, proporre giochi alternativi ed eliminare i giocattoli sessisti.

Se qualcuno avesse raccontato al diavolo, per il quale la guerra è stata da sempre una pura passione, che un giorno ci sarebbero state delle persone che avrebbero avuto un interesse commerciale nella continuazione della guerra, che non si sarebbero nemmeno sforzate di nasconderlo e anzi si sarebbero servite dei loro guadagni per farsi valere in società - il diavolo l'avrebbe invitato ad andare a raccontarlo a sua nonna. Ma dopo, una volta convintosi del fatto, l'inferno si sarebbe infiammato di vergogna e lui avrebbe dovuto riconoscere di essere stato sempre in vita sua un povero diavolo! (Kraus).

DIALOGO-PROBLEMA

Obiettivi
Questo esercizio permette di sperimentare una classica tecnica di risoluzione dei problemi.
Il suo compito è prima di tutto quello di mostrare il problema, di sviluppare poi una maggiore comprensione verso due differenti punti di vista, e di ottenere infine un avvicinamento tra queste due posizioni.
Attraverso questa tecnica dovremmo portare avanti il dialogo fino al punto in cui ci accorgiamo di iniziare a «muoverci» interiormente, e scopriamo così che le due voci, i due punti di vista, che all'inizio sembravano inconciliabili, trovano un terreno d'incontro.
Normalmente, in ogni conflitto entrambe le parti possiedono qualcosa di positivo, una qualche ragione, ed è importante così agire in modo che nessuna delle due posizioni venga completamene
schiacciata, perché ciò porterebbe solo ad una futura vendetta.
Questa tecnica di dialogo può essere usata tra persone fra loro diversissime o anche per mettere a confronto posizioni diverse.
Essa si presta particolarmente all'analisi dei nostri conflitti interiori; per esempio: quando la mia curiosità si trova in disaccordo con la mia prudenza, nel caso di dover intraprendere un safari in una terra esotica; oppure quando nasce un conflitto tra il mio desiderio di studiare e il mio bisogno di amore; per stabilire quante ore al giorno devo sedere alla scrivania; oppure quando non so decidere se dare ascolto al mio bisogno di solitudine e quindi rimanere a casa a leggere un libro, o dar retta al mio desiderio di contatto con gli altri e uscire con un amico.
Le componenti di disaccordo possono essere anche di altro genere; per esempio: diverse concezioni di valori presenti in me, diverse mete che perseguo, diversi consiglieri di cui mi fido, ecc.

Partecipanti
Dai 15 anni.

Tempo
Circa 40 minuti.

Materiali
Carta e matita.

Istruzioni
Prenderete parte ad un gioco attraverso il quale apprenderete una tecnica che vi aiuterà ad avviare a soluzione i vostri problemi, o addirittura a trovarne una.
Un certo tipo di problemi fa nascere in noi un conflitto interiore; è come se in noi esistessero due forze opposte ognuna dei quali ci tira a sé. Tutto ciò si può a volte tradurre anche in dolore fisico.
Poniamo il caso che una delle due forze interiori dica: «Sono arrabbiatissimo con mio padre perché alle 10 di sera devo essere a casa».
L'altra, a sua volta, dice: «Voglio bene a mio padre e non pogo essere arrabbiato con lui».
A questo punto la situazione assomiglia molto ad un litigio tra due persone: queste smettono di parlare l'una con l'altra e di darsi ascolto, oppure una delle due persone inizia ad urlare mentre l'altra tace. In ogni caso, non esiste più comprensione, la vera comunicazione è finita; una situazione del genere non giunge ad alcuna intesa e il conflitto va avanti.
La stessa cosa vale per le nostre voci interiori: se queste non comunicano l'una con l'altra, se tra loro non avviene nessun scambio, non si arriverà a nessuna soluzione. La condizione necessaria per la risoluzione di conflitti del genere è di esprimere i propri desideri ed essere pronti ad ascoltare i desideri dell'altro.
Tutto chiaro?...
Provate a far «parlare» tra loro le voci che sono in voi.
Scegliete un problema che vi si è presentato recentemente, o che ricorre spesso, un problema all'interno del quale due voci, o nella vostra testa o nel vostro cuore, pretendono da voi due cose opposte.
Prendete poi un foglio, piegatelo al centro e scrivete in alto di che cosa tratta la situa
zione; per esempio, rifacendoci alla nostra situazione: «Voglio bene a mio padre e sono furioso per il modo in cui impartisce ordini». Trovate poi per ciascuna delle due voci un nome adatto, per esempio, «Michele affettuoso» - «Michele furioso». Scrivete poi un nome nella prima colonna, l'altro nella seconda.
Lasciate ora che le due voci comunichino tra loro e annotate tutto ciò che emerge dalla discussione.
Fate in modo che ciascuna delle due voci dia espressione ai propri pensieri e sentimenti, in modo da conoscersi l'una con l'altra. Fate sì che ogni voce non accusi soltanto, ma mostri anche la sua posizione; per esempio: «Michele affettuoso! Per me sei troppo debole. Io ho molto più fegato di te».
Stabilite se, alla fine della discussione, è possibile operare un avvicinamento; per far ciò è necessario che le due parti giungano ad un compromesso. Supponiamo, per esempio, che la parte pigra si esprima in questo modo: «Voglio poltrire almeno due ore al giorno e ascoltare musica». A questo punto, la parte più diligente potrebbe rispondere: «Va bene; se io ho le mie due ore per i compiti, tu puoi fare nelle altre due ore quello che vuoi».
Tutto chiaro?...
Avete a disposizione per questo «dialogo» circa 30 minuti...
(Se necessario, l'animatore può aiutare i partecipanti. Alla fine del gioco, uno dei ragazzi legga il suo dialogo. Per rappresentare meglio la situazione, è bene porre al centro della stanza due sedie, una di fronte all'altra, a simboleggiare le due voci.
È importante che il ragazzo riceva dagli altri partecipanti consigli per rendere possibile la riconciliazione tra le due parti. Introdurre poi l'approfondimento finale).

Approfondimento
- Mi è piaciuto il gioco?
- Riguardo quali problemi esistono in me voci opposte?
- Quali voci sono spesso in conflitto con me?
- Come procedo in questo caso?
- Noto qualche disturbo fisico?
- Quali sentimenti ci sono in me?
- C'è qualcosa che vorrei aggiungere?

Osservazioni
È importante che gli adolescenti capiscano che l'efficacia di questa tecnica sta proprio nel fatto che il dialogo venga effettuato, o per iscritto o oralmente.
Se si accorcia il procedimento, o se si giunge ad un compromesso solo tecnico, il conflitto può continuare ad esistere.