Giovani a rischio: un'esperienza di educazione

Inserito in NPG annata 1991.


Giovanni Battista Bosco

(NPG 1991-09-03)

 

Oggi più che mai si fa evidente, anche se in forma sopita e insidiosa, l'«emergenza giovani»: prende il nome di droga, delinquenza, aids, violenza, prostituzione, abbandono...
Questi fenomeni devianti interessano in verità una minoranza, pur. non trascurabile. E tuttavia essi denotano con chiarezza i rischi cui sono sottoposti molti giovani. Anzi appunto per questo si parla oggi addirittura di «disagio giovanile» generalizzato, come fenomeno preoccupante.
I problemi della realtà giovanile tendono a divenire assai simili ovunque, a conformarsi in modo crescente in tutti i luoghi e in ogni cultura. Il disagio giovanile assume con sempre maggiore evidenza il valore simbolico della crisi dei valori e ideali della società in cui viviamo.
Le esplicite manifestazioni di devianza giovanile hanno nel loro insieme un carattere fortemente sintomatico e sono espressione chiara di un disagio assai diffuso. In tutta la popolazione giovanile risulta reale, anche se latente, il rischio di devianza, tanto da rendere problematica una netta distinzione tra i giovani in difficoltà.
La marginalità giovanile si manifesta oggi in forme antiche e nuove, anzi meglio tendono a sovrapporsi tra loro in una mescolanza tra forme di marginalità da società del benessere e marginalità consueta da povertà e da emarginazione in genere.
Appare del resto chiaro che il disagio e il rischio giovanili non sono frutto di una semplice situazione congiunturale. Essi si configurano, invece, di solito come provenienti da una «matrice strutturale» della società: sono cioè conseguenza di certe concezioni e logiche di sviluppo della società moderna.
Le marginalità giovanili odierne occupano un campo assai vasto che va dalla devianza all'handicap, dalla disoccupazione alle dipendenze varie, dall'emarginazione alla scarsa integrazione dei terzomondiali.
Questo è un fenomeno che coinvolge tutta la realtà giovanile come bacino potenzialmente marginale. Anche istituzioni come la famiglia, la scuola, l'oratorio, le varie aggregazioni sportive o culturali, se non sono disgreganti, spesso faticano a essere risposte adeguate alle cause del disagio, e non riescono a superare i rischi dell'emarginazione.
Di fronte a questo stato di cose, un rinnovato sforzo di rilancio istituzionale e di creatività educativa diviene doveroso oltre che urgente. Si tratta in definitiva di perseguire sempre meglio la «qualità» educativa degli interventi e la «adeguatezza» istituzionale delle iniziative.
In risposta a tale complessa situazione, vengono realizzate varie esperienze educative che suscitano attenzione e interesse. Esse si pongono nella prospettiva di evidenze emergenti, che vengono sempre più condivise.
La comunità, concepita come struttura agile, si rivela formula adeguata per interventi riguardanti la tossicodipendenza, il reinserimento di excarcerati, il recupero di antisociali, la rieducazione dei delinquenti, l'accoglienza dei giovani di colore... A seconda delle esigenze, essa assume la formula della casa-famiglia, della comunità di accoglienza, di riabilitazione terapeutica, di inserimento o integrazione di giovani emigrati o di terzomondiali.
In questo studio presentiamo esperienze che riguardano un solo tipo di risposta: «le comunità tra i giovani a rischio», non essendo possibile esporre la varietà e la molteplicità delle formule istituzionali usate nel campo della marginalità giovanile.
Sono, in concreto, tre esperienze assai simili nel campo del recupero di giovani, in prevalenza tossico, raccolte servendosi dei materiali prodotti dalle comunità interessate. Tali esperienze sono considerate punti di riferimento da cui trarre conseguentemente valutazioni e prospettive in questa area d'azione. E, tuttavia, il contributo più dinamico viene offerto dalle interviste ai responsabili delle tre comunità. Questo contatto dal vivo ha permesso di cogliere la ricchezza dei vissuti concreti e quotidiani, e i loro significati vitali nell'educazione ed evangelizzazione dei giovani emarginati.


1. Tre esperienze

LA COMUNITÀ DEI GIOVANI DI VERONA

La «Comunità dei giovani» nasce all'interno di un movimento missionario impegnato per i poveri del Terzo Mondo, come momento di presa di coscienza dei problemi concreti del proprio territorio; si stacca poi gradatamente acquistando autonomia propria.
Un gruppo di quattro persone, con un salesiano, tenta una prima risposta alle esigenze immediate dei giovani, ossia offrire un posto per mangiare e dormire. Nasce così, nel luglio 1972, il «pronto intervento», che accoglie giovani vagabondi e di passaggio.
Gradualmente, questo diviene punto di riferimento per tutti quei giovani che non hanno fissa dimora e sono sottoposti a gravi rischi.

L'evoluzione dell'iniziativa

Il gruppo si trasforma presto in qualcosa di strutturato, in una comunità nella quale si abita, si condivide il lavoro, si fa vita comune: la comunità alloggio. Essa è concepita in stile familiare: ogni nucleo è formato da 6/8 persone, collocate in appartamenti, inseriti nel territorio. L'obiettivo è di perseguire il raggiungimento dell'autonomia personale del giovane, che gli permetta di affrontare la vita. In essa vengono fissate regole fondamentali di convivenza, come il mantenersi con il proprio lavoro, la proibizione di ogni atto criminoso, la collaborazione tra tutti i membri su un piano di parità, pur con ruoli diversi.
Nel 1974 la comunità alloggio si definisce per desiderio degli stessi ragazzi «Comunità dei giovani di Verona», iniziando, in tal modo, anche una collaborazione più organica tra gli interessati. La scelta di vivere del proprio, lavoro costringe a ricercare nuovi sbocchi occupazionali.
Nel frattempo si inseriscono altri adulti tra gli operatori e si costituisce un altro «pronto intervento» che, in seguito, diventerà la seconda comunità alloggio. Finora ci si era interessati solo di maschi.
Nel 1975 sorge l'esigenza di costruire una comunità per ragazze.
Due fatti offrono l'occasione: il cappellano del carcere sollecita l'apertura anche per le ragazze; e una suora, già interessata a tali problemi, si inserisce nel gruppo dei collaboratori. Nasce la comunità alloggio femminile, che inizia le attività adottando gli stessi sistemi e le stesse regole delle comunità maschili: vita comunitaria, lavoro durante il giorno, il confronto di gruppo...
Il 1978 segna una tappa-chiave nell'evoluzione della comunità dei giovani. In agosto viene organizzato un camposcuola per verificare e scegliere una linea di condotta comune. Si sente l'esigenza di affrontare i problemi in modo più sistematico e organico: nasce l'idea della creazione di un centro per lo studio, il collegamento e l'incontro delle varie componenti della comunità; e si fa avanti la necessità di curare i rapporti con enti pubblici e privati nell'intento di istituire un servizio di orientamento.
A far parte della comunità entrano nuove figure: uno psicologo, un avvocato, un assistente sociale.
Sin dai primi passi il lavoro assume un'importanza caratterizzante per il recupero. Ma purtroppo le occasioni di lavoro non sono molte, e in più si aggiunge la cronica instabilità dei ragazzi, non abituati ai ritmi lavorativi. Si dà vita così a una cooperativa di lavoro «la comunità s.r.l.» che, ideata all'inizio come luogo di passaggio, diviene presto un posto dove abituarsi alla fatica del lavoro.
La costatazione poi che, per i tossicodipendenti più gravi, la città è un luogo difficile dove attuare un intervento valido, porta a cercare una zona agricola lontana dall'agglomerato urbano: si avvia così la comunità terapeutica agricola «Pian di festa».
Analizzando il vissuto delle nuove esigenze, si vanno gradualmente precisando obiettivi e metodologie, si scelgono appositi strumenti, si organizzano le risorse umane. Il tutto culmina nelle settimane di studio come opportunità di incontro e formazione di tutti i soci della comunità, per verificare e progettare il cammino comune.

L'impostazione educativa degli interventi

La comunità terapeutica è lo strumento che viene offerto ai giovani con gravi problemi di disagio, in particolare di tossicodipendenza, perché possano iniziare un cammino di riconversione esistenziale, che li aiuti a prendere in mano in maniera cosciente la propria vita in tutte le sue potenzialità, e non solamente a uscire dalla spirale della droga.
Gli obiettivi che ci si propone sono pertanto:
- riappropriarsi in modo positivo del proprio passato;
- vivere coscientemente le proprie risorse e limiti, verso un equilibrio;
- porsi in relazione con sé e con la società, in modo sereno e realistico;
- assumersi responsabilità, autodeterminazione e libertà.
Per tali motivi l'ingresso in comunità deve essere una libera scelta della persona, maturata con volontà di cambiamento.
La comunità, peraltro, non ha in nessun caso la pretesa di voler risolvere tutti i problemi, ma vuole offrire un'esperienza possibile per vivere un'esistenza diversa da quella precedente. Essa propone così nuovi equilibri all'identità, raggiungibili da tutti. Per questo non si può dire a priori qual è il punto di arrivo, né prevedere quando sia da ritenere concluso il percorso di maturazione.
Tale proposta educativa viene attuata principalmente nel quotidiano, con una partecipazione attiva alla vita di gruppo, dove ciascuno, pur con ruoli e compiti diversi, vive da protagonista.
Il principio fondamentale in cui si crede è l'uomo come valore, al di là di ogni possibile etichetta. Si crede nella sua capacità di realizzarsi attraverso il rapporto con gli altri, di maturare in sé ogni potenzialità di vita e di promuoverle manifestandole nella realtà.
I valori proposti in modo esplicito e implicito sono il rispetto profondo della persona e delle sue scelte, l'onestà e la sincerità, l'impegno e la condivisione.
Tutto ciò avviene dentro una vita di gruppo dove i rapporti umani si sviluppano nella quotidianità e ricreano il gusto della vita.
Nell'intraprendere tale cammino ciascuno viene impegnato a:
- porsi in maniera aperta e disponibile nell'ambiente;
- misurarsi con le norme di vita della comunità;
- intraprendere un cammino di conoscenza di sé;
- instaurare rapporti positivi e significativi;
- confrontarsi sui propri valori e su quelli del gruppo;
- acquisire una consapevolezza sempre maggiore delle proprie risorse;
- aumentare il livello di competenza nelle proprie mansioni;
- assumersi sempre maggiori responsabilità;
- riprendere, gradualmente, il contatto con la realtà, misurandosi con essa.
Poiché il fine è quello di raggiungere un equilibrio personale realistico, viene rifiutata ogni forma di violenza o di coercizione, meccanismi questi che producono facilmente emarginazione e isolamento.
Il programma terapeutico prevede tre momenti distinti, che pur realizzandosi in strutture diverse fanno parte integrante di un unico programma organico.
- L'accoglienza: è il periodo di approccio tra il giovane e la comunità. È un momento necessario per il valore della posta in gioco, ossia il cambiamento. Se la richiesta e l'offerta sono chiare a sufficienza, allora viene stipulato un contratto, cioè l'ingresso in comunità.
- La comunità terapeutica: è la prima fase, il momento centrale del cammino; l'attenzione è rivolta a decifrare i meccanismi che hanno prodotto il disagio e a delinearne i percorsi per uscirne.
- Il reinserimento: è la seconda fase durante la quale il giovane, usufruendo dell'appoggio comunitario, avrà modo di intensificare il collegamento con la propria realtà e iniziare gradualmente un'esistenza autonoma.

Gli strumenti educativi della comunità

La comunità utilizza i seguenti strumenti educativi per raggiungere le finalità che si propone.
- Il gruppo: è l'ambiente concreto all'interno del quale ogni persona sceglie di vivere da protagonista la sua esperienza, partecipando agli altri il proprio vissuto e i cambiamenti.
All'interno del gruppo è possibile instaurare relazioni interpersonali che permettono di acquisire una migliore e più reale conoscenza di sé attraverso le reazioni e interpretazioni che ciascuno provoca negli altri. Si richiede che ognuno sia se stesso, senza inutili mascheramenti. La vita quotidiana, condivisa con tutti, gli indicherà quali aspetti di sé sono vantaggiosi e quali sono da modificare perché causa di disagio.
Viene esigito perciò il massimo rispetto tra i vari componenti, cercando di risolvere i problemi di relazione condividendoli con il gruppo, piuttosto che difendendosene.
- Il ritmo del tempo: il periodo durante il quale chi viene accolto accetta di rimanere in comunità, deve poter essere sufficiente (12 mesi) per permettere la conoscenza di se stesso, operare dei cambiamenti a livello esistenziale, sperimentarli all'interno e all'esterno del gruppo, acquisire dei valori, che permetteranno di affrontare la vita in modo autonomo.
In questo tempo si propone di operare, nel confronto, la percezione della diversità della propria personalità, la conoscenza e la gestione di una nuova identità, senza ricorrere a sostanze alteranti. Questo tempo vissuto attivamente è una delle vie che operano la trasformazione.
- Il lavoro: è considerato uno strumento quotidiano, che fa sentire uguali alla maggior parte degli uomini: esso educa alla costanza, all'impegno, alla fatica, al rispetto dei ritmi delle persone e delle cose, e attenua la dipendenza economica da altri.
Individualmente il lavoro costituisce un momento di crescita nella responsabilità, è sperimentazione delle proprie capacità, aumenta la fiducia nelle proprie forze e la stessa competenza lavorativa.
Vissuto nel gruppo sviluppa il valore della solidarietà e dell'aiuto reciproco, la condivisione e la collaborazione, la capacità di organizzazione e la possibilità di insegnare agli altri quanto appreso.
- Il tempo libero: è il tempo delle attività espressive, dello sport e dello svago. Esso favorisce i rapporti con le persone, la riflessione e la lettura, le attività fisiche e le amicizie, l'espressività e la gratuità. Per questo, un ambiente teso alla crescita globale annette estrema importanza a questo «tempo disponibile», sia quando è organizzato, sia quando è utilizzato individualmente.
- Le riunioni: servono a far diventare significativi i vari momenti della giornata, poiché danno la possibilità di attivare i processi di interiorizzazione e di verifica.
In esse emergono dinamiche personali e di gruppo: qui deve confluire il vissuto quotidiano. Esse consentono una reale presa di coscienza dei problemi e delle possibili soluzioni, favoriscono la riflessione su quanto succede e sviluppano l'abilità a verbalizzare sentimenti ed emozioni.
La riunione racchiude in se stessa un elemento passivo, ossia il ricevere dagli altri, e un elemento attivo, cioè il dare agli altri.
Questo dare costa molta fatica perché esige una forte attenzione al vissu to di ciascuno e profonda riflessione sui messaggi che si ricevono.
- L'esercizio della responsabilità: pone in relazione agli altri in vista di un valore. Il senso di responsabilità è un elemento di. estrema importanza nella maturazione personale. Esso stimola a operare la mediazione tra gli stati d'animo, il controllo della emotività, favorisce un rapporto di dialogo, fa percepire le esigenze altrui, impegna a programmare la vita in vista del bene comune.
In questo contesto gli «anziani» di gruppo possono essere di riferimento per acquisire un nuovo stile di vita e per imparare a gestire i propri problemi. A loro si deve in gran parte il clima di gruppo e la fiducia nella possibilità di cambiare. Il senso di responsabilità avvia peraltro al servizio nei confronti degli altri.

IL CENTRO DI SOLIDARIETÀ DI LIVORNO

Nell'ottobre 1977, il centro nacque dalla spontanea partecipazione di un gruppo di amici e cittadini all'attività di alcuni volontari a tempo pieno. A quel tempo si rilevò che, su una popolazione di 180.000 abitanti, circa 500 erano i giovani coinvolti nel fenomeno della tossicodipendenza, appartenenti a ogni classe sociale. Essi risentivano dei violenti squilibri socio-economici della città e delle sue strutture industriali (porto, industria, turismo). Nessuna organizzazione veniva incontro alle nuove emarginazioni. L'unico rifugio era l'asilo notturno.

Un po' di storia

L'avvio della prima comunità di accoglienza del Centro voleva essere una risposta immediata a situazioni di emergenza e di crisi, offrendo a numerosi giovani in difficoltà una momentanea soluzione abitativa, occasioni di lavoro, un minimo di autonomia economica, oltre a momenti di confronto e di autentici rapporti personali. All'esterno, i membri del centro rafforzavano il loro impegno e la presenza nel tessuto sociale, inserendosi nelle circoscrizioni della città (sanità, cultura, scuola...) e in altri organismi di base. Si avviarono rapporti di collaborazione col Provveditorato agli studi e con numerose scuole cittadine, con i nascenti consorzi socio-sanitari e con altre realtà.
Nel 1980 la comunità si trasforma in centro diurno per un servizio quasi esclusivo ai giovani tossicodipendenti della città. Viene ampliata l'attività artigianale con un laboratorio della pelle; i momenti di vita comunitaria vengono maggiormente strutturati con divisione di compiti, e la compartecipazione economica collegata alla produttività dei singoli.
Il centro si presenta come la comunità del momento della crisi, quando, per i motivi più diversi, il giovane si pone domande di fondo sul proprio vissuto drammatico, sulle prospettive di futuro, sulla richiesta di aiuto per riuscire a capire e cambiare la propria vita.
Nell'ottobre 1981 il centro dà il via alla prima comunità residenziale, con l'intento di offrire uno strumento di maggior impegno ed efficacia per vincere la dipendenza a quei giovani che liberamente l'avessero scelto. Nel febbraio 1982 ne sorge una seconda a poca distanza. Nell'ottobre dello stesso anno viene aperta la comunità che si occupa del reinserimento di quei giovani, che hanno terminato il programma residenziale.

Il programma di recupero

L'accettazione avviene a seguito della richiesta diretta da parte dell'interessato o della sua famiglia, oppure anche dal Cmas di appartenenza. In qualsiasi caso, il centro richiede il formale impegno degli organismi territoriali per l'esame diagnostico e motivazionale del soggetto e la garanzia di assistenza psicopedagogica, economica e sanitaria, al fine di portare a termine una completa disintossicazione, prima ancora di entrare in comunità.
Dopo i colloqui preliminari con gli operatori del centro, viene stabilito un programma di intervento e il giovane richiedente è inserito in una delle comunità residenziali. Al contempo si stabilisce con la famiglia un programma di sostegno psicopedagogico, mediante una serie di incontri quindicinali sia in forma riservata che insieme ad altre famiglie.
Le comunità residenziali prevedono lo svolgimento del programma riabilitativo nell'arco di 12 mesi circa.
In un primo momento, il soggetto viene aiutato a riappropriarsi delle normali facoltà fisiologiche (recupero del metabolismo e della forza di reazione, riconoscimento di percezioni ed emozioni...) e a realizzare un distacco completo dall'ambiente e da fonti ansiogene. In un secondo tempo, vengono stimolati nel giovane l'analisi delle singole situazioni personali; i confronti interpersonali circa le proprie emozioni e motivazioni; la conoscenza del carattere e le capacità di scelta e di assunzione di responsabilità.
Un terzo periodo prevede l'esercizio pratico di responsabilità a livello direzionale e di organizzazione del lavoro e della stessa comunità, in forma graduale e con l'assistenza degli «anziani» e del direttore di comunità, che formano il gruppo portante.
Gli strumenti utilizzati sono il colloquio progettuale e di verifica, il confronto col gruppo, lo scambio reciproco di esperienze soprattutto con gli anziani, il lavoro ergoterapeutico per otto ore al giorno, le verifiche in famiglia, il tempo libero organizzato, le dinamiche di gruppo.
Fa da supporto uno stile di massima chiarezza e collaborazione, un clima di intensa amicizia, validi modelli di riferimento, valori di vita proposti e vissuti.
L'ultima fase del programma si conclude nell'arco di sei mesi circa, e viene svolta per la gran parte presso la propria famiglia o, per pochi, nella sede della comunità di accoglienza o in una abitazione di città. In questo periodo gli obiettivi immediati su cui il giovane misura l'impegno e la crescita personali riguardano l'attività lavorativa, l'autonomia economica e abitativa nell'uso corretto del denaro e del tempo libero, i rapporti affettivi e amicali, l'atteggiamento nei confronti dei vecchi amici.

I principi ispiratori del Centro

Il Centro parte del presupposto che il tossicodipendente non è un malato da curare con medicine speciali o in cliniche specializzate; semmai la sua è una «malattia sociale», ossia un forte disadattamento nei confronti del vivere odierno con le sue stridenti contraddizioni, una fuga dalla realtà verso un mondo di alienazione da stupefacenti. Egli è una persona in forte disagio con problemi esistenziali che sono spesso comuni alle giovani generazioni: conflitti familiari e generazionali, problemi di identità personale, paura di assumersi responsabilità da adulto, forme di insicurezza dovute a insuccesso o a educazione inadeguata, iperprotettività familiare, mancanza di modelli e di ideali, esperienze di vita negative. A tale disagio si aggiunge solitamente una serie di difficoltà che aggravano il quadro esistenziale: debilitazione fisica generale, gravi disturbi metabolici, forti limitazioni a reagire con adeguatezza alle situazioni.
Il problema e la stessa scommessa che numerosi giovani in difficoltà tentano di fare propri, prevedono alcuni contenuti irrinunciabili: anzitutto il recupero del benessere psicofisico (dormire con regolarità, mangiare con soddisfazione, reagire con adeguatezza all'ambiente) e dell'equilibrio armonico che scaturisce dal mettere in atto con continuità le proprie risorse; l'iniziazione faticosa alla responsabilità verso di sé, gli altri, le cose che provocano autoaccettazione e autostima; la fiducia nel gruppo come luogo di rivisitazione del proprio io, l'esercizio della chiarezza che diventa elemento catartico e di crescita; il senso profondo di amicizia e di solidarietà, che si viene man mano riscoprendo durante l'esperienza; la gratificazione del lavoro quotidiano a dimensione umana come conferma tangibile di autorealizzazione.
Altrettanto importanti si dimostrano gli strumenti della proposta riabilitativa, che vuol essere una scuola di vita. Essi sono le regole di convivenza che aiutano nell'esercizio di responsabilità e creano uno stile di presenza: la vita di gruppo, i ritmi di lavoro, le verifiche sul territorio di origine Simili strumenti sono sottoposti continuamente a verifiche e quindi a modifiche e miglioramenti, evitando in tal modo le tentazioni di facili ricette e ricercando le giuste mediazioni tra i fini proclamati e la realtà delle persone e della vita.
Strumenti e contenuti si prefiggono pertanto di favorire la transazione del giovane alla vita attiva e sociale con responsabilità. I periodi di verifica in famiglia e la fase del reinserimento sono test fondamentali che rivelano spesso le maggiori difficoltà di ripresa incontrate: in particolare le nuove relazioni umane e la questione del lavoro.

Il lavoro come capitolo fondamentale nel recupero

La funzione che il lavoro svolge e il significato che esso assume nell'esperienza riabilitativa dei giovani in difficoltà si colgono in un semplice confronto: prima è vissuto sostanzialmente come occasione di emarginazione, asocialità, disadattamento; dopo diventa, invece, strumento per uscire da una situazione di grande disagio.
Consapevole della percezione negativa del lavoro da parte dei giovani, la comunità ne prende atto, ma non rinuncia a fare di esso un mezzo valido per il recupero: con il lavoro il giovane impara ad affrontare la vita con senso di concretezza e di responsabilità e con iniziativa; a verificare la fiducia in se stesso, dovendo affrontare la tentazione della frustrazione, dello scoraggiamento e della ribellione. La formula del lavoro agricolo libero o della ditta artigiana evidenzia la sollecitudine educativa nell'impostazione della questione, anche se l'attività lavorativa non esaurisce la varietà e molteplicità degli interventi di recupero. Il lavoro si configura come precipua azione di apprendimento: spesso è a orario ridotto, con ritmo graduale, tanto da far pensare a un lavoro «protetto», anche se si esige ordine, puntualità, continuità e impegno.
Il centro peraltro si preoccupa di farlo superare la distanza esistente tra le finalità educative da perseguire attraverso il lavoro e la dura fattualità del lavoro odierno, e di far fronte alle difficoltà oggettive del mercato del lavoro con le sue contraddizioni.

LA COMUNITÀ «SULLA STRADA DI EMMAUS» DI FOGGIA

La comunità giuridicamente costituita nel luglio 1983 (cf atto costitutivo dell'associazione), di fatto inizia le sue attività sin dal 1978, quando si costituisce come cooperativa «Emmaus - Soc. Coop. a.r.l.».
La prima sede, Emmaus 1, avvia la sua azione nel dicembre 1978 con la disponibilità di una casa; la seconda sede, Emmaus 2, viene inaugurata ufficialmente nel maggio 1985 alla presenza di autorità civili e religiose, e di un numero notevole di giovani e amici.
Emmaus 2 è un villaggio, diventato tale grazie al lavoro di soci stabili e membri temporanei della comunità.
Cosi ha preso il via (1990) una terza residenza comunitaria a Otranto (Lecce).
Sono cosí in vita due comunità di accoglienza residenziali con caratteristiche leggermente diverse: Emmaus 1 è piú centrata sulla comunità e sulla nonviolenza, ed Emmaus 2 piú sull'accoglienza.
Emmaus 3 di Otranto invece prevede un progetto di comunità di accoglienza nel settore dell'agroturismo.
In complesso l'iniziativa intende venire incontro alle diverse forme di disagio e di gravi difficoltà dei giovani: principalmente, la tossicodipendenza, ma anche la delinquenza, l'alcolismo, la prostituzione, i problemi psichiatrici.
Alla base di tale scelta sta la convinzione che una comunità con giovani dai sintomi diversi è nella condizione migliore per non ipertrofizzare le situazioni dei singoli, pur tenendo conto della specificità dei problemi.
Peraltro l'attenzione educativa si rivolge alla vita globale del giovane, non soltanto al suo problema, e al contesto sociale.

L'impostazione educativa della comunità

Nella comunità si condivide, anzitutto, una medesima concezione di emarginazione giovanile.
Ossia non si pensa di dover ricondurre tra i sani i pochi malati; non si riduce la storia del giovane in difficoltà a un fatto di mancato adattamento o di devianza dai canoni comuni di normalità.
I giovani della comunità risultano essere il prodotto di una prassi di convivenza.
Per questo la marginalità e l'emarginazione dei giovani vengono lette nel contesto del tessuto sociale di provenienza per coglierne influssi, condizionamenti, cause.
I fenomeni del disagio giovanile che si riscontra sono il simbolo di ciò che la società soffre, sono la manifestazione chiara di qualcosa che è presente sul territorio.
Ponendosi nella prospettiva dell'educazione globale, gli obiettivi che si intendono perseguire si identificano con gli obiettivi di una maturazione integrale della persona in una cultura della non-dipendenza e della non-violenza, della non-fuga-dalla-libertà, della pienezza di vita e dei suoi valori. Si tratta di aiutare allora i giovani in difficoltà a riformulare e ristrutturare la propria identità, non persistendo nella loro realtà di ex, bensì perseguendo un proprio personale progetto: devono sentirsi cellula viva di una società in cambiamento, una persona sensibile ai processi di trasformazione e ai valori autentici che accetta e fa propri.
L'asse portante dell'esperienza riabilitativa della comunità è rappresentata essenzialmente dell'apporto dei membri volontari. Essi, attraverso i valori della vita comunitaria, della non violenza, del lavoro manuale e dello studio, della partecipazione e della corresponsabilità, attraverso momenti di animazione pedagogica (colloquio di sostegno, terapia di gruppo, sport e gioco, cultura e teatro...), offrono al giovane un contesto reale e protetto con nuovi valori, e quindi con concrete possibilità di riabilitazione e di ristrutturazione della personalità, in vista della creazione di una nuova visione di sé, degli altri, del mondo.
L'itinerario seguito nella riabilitazione è in sintesi il seguente.
Il giovane è tenuto anzitutto a svolgere una serie di colloqui che gli permettono di conoscere la comunità e il suo stile di vita, e la comunità può conoscere il giovane, la sua storia, i suoi problemi.
È accolto in comunità dopo aver superato la crisi di astinenza e i preliminari orientativi.
Si inizia quindi con la prima fase che si propone il distacco completo dall'ambiente di provenienza, condizione indispensabile per un efficace cammino di recupero e di riabilitazione.
Il giovane si trova così in pratica a fare affidamento sulla comunità che lo accoglie.
Nella seconda fase si passa al lavoro centrale di costruzione: aiutare il giovane ad assumersi responsabilmente ruoli e compiti nell'ambito della comunità e nelle squadre di lavoro.
In questo si procede secondo un programma elaborato insieme al responsabile dell'accoglienza e alla persona di riferimento in comunità.
Tale fase dura dai sei mesi a un anno circa.
Nella terza fase il giovane viene immesso dopo una valutazione comunitaria. Essa precede immediatamente il reinserimento sociale e ha il compito di prepararne l'attuazione concreta.

I collegamenti col territorio

La comunità è aperta a tutti i giovani, purché non si dimostrino positivamente contrari al progetto di vita comunitario.
Si privilegiano tuttavia i giovani del territorio, pur senza chiusure a eventuali altre richieste.
Vengono accolti ragazzi e ragazze; si escludono, però, per vari motivi, coppie o gruppi.
Tale apertura sul territorio impegna a tenere collegamenti con varie realtà e iniziative territoriali... Un certo collegamento è stabilito con la parrocchia salesiana, ma sempre più anche con altre parrocchie della città, con Pax Christi, con le Acli e gioventù aclista, con la gioventù francescana, con Acat (azione dei cristiani per l'abolizione della tortura). Le modalità di contatto sono varie: si va dal semplice collegamento, alla partecipazione nell'animazione, al coinvolgimento occasionale o stabile nel servizio alla comunità.
L'incremento dei collegamenti o delle collaborazioni è indice della positività del cammino intrapreso.
Con le strutture civili esistono rapporti istituzionali: si è stipulata una convenzione con l'Usrl, che ci ha concesso in uso gratuito un podere della fondazione Siniscalco-Ceci; si è collegati per contratto al centro di medicina sociale, così pure ai Cmas della zona.
Si collabora con l'Isef e con i centri di servizi culturali. La comunità aderisce ad Amnesty International, è in collegamento con il movimento nonviolento, aderisce alla federazione delle cooperative, è sede convenzionata per l'obiezione di coscienza al servizio militare...
I legami territoriali si collocano quindi nel contesto istituzionale e sono di spessore sociale.


2. Valutazioni e prospettive

Una lettura attenta di queste tre esperienze tra i giovani a rischio fa emergere linee di pro
vocazione e di prospettiva per la pastorale giovanile. Esse riguardano la realtà giovanile e il contesto culturale, l'impegno educativo e riabilitativo, la cooperazione e il volontariato, la prospettiva della ricerca di senso e dell'educazione alla fede.

L'emarginazione giovanile: una sfida che interpella tutti

Dalle esperienze raccontate possiamo trarre anzitutto una evidenza: l'emarginazione dei giovani provoca la pastorale giovanile.
Chi opera nel campo dell'emarginazione coglie sempre meglio che questa non può essere considerata un fatto isolato, ma è manifestazione sintomatica di un disagio sociale, specie del mondo giovanile. I giovani vivono concretamente nella situazione di rischio e soffrono per la loro condizione di diventare dei marginali, se non addirittura dei veri emarginati.
Marginalità dice dipendenza forzata e prolungata dalle agenzie di socializzazione, è esclusione dai processi produttivi con comprensibili conseguenze, parla di estraneamento alle scelte riguardanti l'autorealizzazione e l'inserimento sociale, è scarsa possibilità di reale partecipazione.
Una parte consistente di giovani, quella più fragile psicologicamente, più povera di risorse, la meno culturalizzata, è di fatto marginale, anche se in un certo modo inserita in un contesto sociale. Si identifica con i sottoccupati e i deprivati, con gli sfruttati o i non utilizzati, i devianti, gli handicappati...
Tra questi una percentuale, anche se limitata, struttura addirittura la pro pria condizione di vita in emarginazione manifesta, mediante una sua progressiva interiorizzazione. Così per effetto di autoemarginazione o di stigmatizzazione sociale, l'emarginato assume una precisa configurazione, il cui esito è assai spesso la rassegnazione fatalistica a un destino irreversibile.
Ricostruire la storia del giovane emarginato significa scoprire probabilmente che lui è il responsabile di quanto gli è accaduto, che le decisioni sono sue, ma vuol dire, con pari forza, rilevare che egli è parte di un invisibile tessuto sociale, di cui assai spesso è più vittima che attore.
La sua richiesta di aiuto è formulata in modo assai semplice, anche se ne rivela tutto il disagio sociale. Lui debole merita la massima attenzione, poiché ognuno potrebbe trovarsi al suo posto, correre il suo rischio. Occorre però risalire alle cause: al di là del disagio si trova un quartiere, un gruppo di amici, una famiglia, una associazione sportiva, una realtà sociale. Come fenomeno sociale, l'emarginazione non può essere considerata un problema di pochi, bensì di tutti insieme. È la società nella sua globalità che deve prendere coscienza della realtà di fatto e rendere tutti corresponsabili nella ricerca di soluzioni.
Il nodo della questione si pone quindi nei termini di corresponsabilità sociale. Con ragione si ricercano le motivazioni del disagio giovanile, spesso sommerso. Frustrazioni nascono dalla precarietà della situazione occupazionale o degli sbocchi di inserimento sociale; sofferenze provengono da bisogni disattesi o negati. Più globalmente le radici del disagio sono da ricercare nella inadeguatezza degli atteggiamenti del mondo adulto nei confronti di quello giovanile.
È evidente la difficoltà degli adulti a riconoscere le esigenze di realizzazione giovanile nell'attuale momento di transizione. Tale inadeguatezza prende forma nell'abbandono familiare, nell'incomunicabilità, nello scarso inserimento nel tessuto sociale e produttivo, nella deresponsabilizzazione, nella mediocrità delle proposte, nel non riconoscimento e nella strumentalizzazione, nella pratica dispersione delle risorse giovanili.
Una banalizzazione dei comportamenti devianti come fossero un problema di singoli individui è fuorviante. Essi rimangono una provocazione per tutta la società. L'emarginazione conserva un'alta probabilità di incidere seriamente sui processi di elaborazione dei sistemi di significato.
Al disagio giovanile è urgente, pertanto, dare una risposta di tipo globale, culturale e politico. E, al contempo, da esso emerge l'urgenza dell'impegno educativo come mediazione essenziale e come vigorosa abilitazione a leggere criticamente la propria esistenza e a progettarla nella prospettiva dei valori.

La ricerca di identità: una esigenza forte

Nei riguardi dei giovani si assume globalmente, oggi, una sorta di disattenzione, di disinteresse politico e sociale. Non è fuori posto parlare della gioventù odierna come di una generazione «abbandonata», lasciata a se stessa.
Una premessa culturale si cela sotto questo atteggiamento. Essa dice, anzitutto, indifferenza pratica a riguardo delle attese e aspirazioni giovanili, ma ancor più può essere qualificata come mediocrità nel proporre chiare opzioni di valore di fronte alle numerose contraddizioni della vita quotidiana. Questa mentalità porta con sé una crisi di fiducia verso la vita, verso il futuro, verso quanto di creativo e nuovo nasce nel cuore del giovane. Forse nella caduta di attenzione sostanziale verso il mondo giovanile sta la reazione obbligata di una società che si ripiega su di sé senza speranza: un comportamento spia di un atteggiamento volto a garantire la qualità della vita, ma solo entro un recinto senza prospettive e orizzonti nuovi.
D'altra parte chi ha definito la gioventù odierna come «generazione dell'abbondanza», ha presumibilmente operato una riduzione interpretativa, ma anche centrato il problema.
I giovani di oggi, pur avendo ricevuto risposte essenziali ai bisogni primari più che altre generazioni, sono tentati di adagiarsi sui risultati ottenuti, mortificando il gusto dello scoprire e del ricercare e appiattendosi sul presente. Non è una novità far notare la tendenza odierna a leggere e gestire la vita come un tessuto di effimero e di immediato, che gioca soprattutto sulle apparenze senza valutare lo spessore vero dell'esistenza. Lo stesso linguaggio, potenziale veicolo di scambio e di crescita, manca spesso di mordente, sembra quasi oscillare tra un disinvolto nominalismo e un pragmatismo quotidiano. Del resto modelli di comportamento eticamente fondati non trovano di frequente legittimazione sociale. Lo spazio è per forme diverse di autolegittimazione che non sempre vanno alla ricerca di un'autentica morale rinnovatrice.
Le contraddizioni della società complessa si ripercuotono con evidenza sulla realtà giovanile. La frantumazione della vita personale e sociale odierna dice, anzitutto, difficoltà di aggregazione e di appartenenza a un gruppo di riferimento, come anche di adesione a ideali, valori, progetti pur presenti nella cultura contemporanea. Inoltre manifesta in pratica la noncuranza o la incapacità a dare strutturazione, continuità e identità al vissuto personale, esaltando assai più la duttilità dei comportamenti, la molteplicità delle opportunità e la varietà delle prospettive. Questa frammentazione infine è segno di fragilità, di dispersione, di disorientamento, realtà che travagliano oggi la vita di molte persone.
Le motivazioni personali, le credenze ideali e le conseguenti scelte etiche sono oggi assai spesso pecepite come esclusivamente dipendenti dall'individuo. Si avverte lo schiacciamento dei ritmi vitali sul presente, su ciò che è immediato con l'esclusione di prospettive di futuro e di disattenzione alle origini storiche e culturali. Il pragmatismo domina a scapito di una qualsiasi reale progettualità di vita. Immersi in simile situazione, i giovani reagiscono soffrendo la ricerca di identità che dà consistenza e senso al proprio vissuto esistenziale. Gli emarginati di solito non sono coscienti di questa ricerca: desiderano solo «smettere di farsi». Spesso manca la richiesta esplicita di cambiar vita. Si accorgono dei «vuoti» nella loro esistenza, dei «tempi» saltati, ma faticano a rendersi conto che c'è molto da ricostruire. Eppure ciò di cui hanno urgente bisogno è di ridelineare il proprio volto nelle esperienze più semplici e quotidiane dell'esistenza. Necessitano di valori come la sincerità, l'amicizia, la condivisione, la genuinità, la solidarietà, che siano di guida nelle diverse esperienze, aggreghino il vissuto attorno a realtà che durino nel tempo e facciano loro superare il senso del vuoto interiore.
La questione di fondo sta, insomma, nella ricerca di valori e ideali che diventino motivazioni di vita, riempiano di senso e diano continuità al fluire delle esperienze; sta nella configurazione della propria identità in modo tale da prospettare un progetto di vita pieno di speranza.
Questa esigenza vitale si fa strada non solo tra i giovani emarginati.
Un po' ovunque, specie tra la massa giovanile, c'è una richiesta reale, anche se di solito implicita, di una migliore e diversa qualità di vita, una aspirazione profonda a vivere esperienze che riempiano di felicità la propria esistenza.
Per aiutarli a decondizionarsi dalla propria «immagine negativa», occorre rafforzarli attorno a nuovi volti, a identità rinnovate, a modelli inediti e rassicuranti, mediante obiettivi concreti, proposte visibili, esperienze coinvolgenti, impegni continuativi, gruppi di sostegno, persone di riferimento, amici che accompagnano...
La ricerca di risposte deve andare allora nella direzione di una nuova razionalità, di una cultura significativa, di una valida piattaforma relazionale e intersoggettiva, di nuova professionalità nel mondo del lavoro. In questo modo tra un'etica del piacere e un'etica del dovere si fa avanti la necessità di recuperare un'etica nell'orizzonte del valore, inteso come una prospettiva aperta di più umanità
In tale contesto la ricerca di identità e di senso si configura come un'istanza specifica del vasto impegno storico di promozione dell'uomo e di tutti gli uomini e come modo concreto di assumersi le proprie responsabilità di fronte all'esistenza. Il che significa tentare di corrispondere in modo adeguato alle esigenze che vengono poste da una integrale formazione umana personale e sociale e cercare di mettersi nel cammino del rinnovamento continuo per rispondere alle sfide del futuro.

Il recupero attraverso la via dell'educazione

Nelle comunità dei giovani a rischio presentate, la via dell'educazione nel recupero è una convinzione tanto fondamentale, che non ammette alcun dubbio. Solo attraverso lo sviluppo delle risorse sane e in ordine alla costruzione dell'autonomia personale si può recuperare: questo è educare nella riabilitazione.
E tuttavia è opportuno porsi il problema della scelta educativa, dal momento che essa caratterizza ogni progetto di promozione dell'uomo, che tale intende essere.
La realtà giovanile comprende soggetti che possono richiedere interventi differenti. Rispondere a tutte le diverse situazioni, dalle più comuni alle più dissonanti, è proprio dell'impegno cristiano. Ma anche se tutto può essere intervento di «carità pastorale», non tutto è necessariamente educazione, o risponde a una scelta educativa nell'azione personale.
Chi fa una scelta educativa opta per uno specifico campo d'azione, per particolari forme di intervento, per un programma ben determinato. L'educazione conserva sempre una sua peculiarità: il giovane da oggetto di cura e di assistenza diviene soggetto libero e consapevole della propria formazione.
Per migliorare la condizione dell'uomo, si possono seguire numerose strade, ma la via dell'educazione è unica, ossia quella dell'autodeterminazione nel guidare la propria vita. Questo è in sostanza educare.
Tutti gli interventi, che tendono a ricomporre la personalità, eliminando le cause dei condizionamenti, devono sottostare a determinati criteri pedagogici. L'accrescimento, l'addestramento, il decondizionamento costituiscono certamente un intervento sullo sviluppo dell'uomo. Essi però non possono essere considerati pienamente «educativi», se non viene coinvolta la consapevolezza delle persone nel superare le situazioni di dipendenza. Nell'educare è costitutivo l'intervento intenzionale, anche se viene realizzato in un processo di maturazione e in una gradualità di scelte autonome.
Ora la dimensione educativa dell'azione sociale viene appunto salvaguardata, allorché si fa appello allo sviluppo delle risorse sane; al recupero di quanto non è definitivamente compromesso; alla ricomposizione significativa dei frammenti di vita. È il caso delle comunità considerate. In esse obiettivi quali lo stimolo ai processi di maturazione, di autonomia, di autodeterminazione; la sollecitazione alla riscoperta o ricerca di valori; la facilitazione a un attivo inserimento nella comunità, vanno tutti nella direzione dell'educazione. In esse sono previsti strumenti educativi come la relazione interpersonale, la sollecitazione delle risorse interiori, l'inserimento in un ambiente carico di positività, lo stile di amicizia e di impegno, la vita di gruppo come luogo di confronto e di crescita, la disponibilità al riconoscimento della persona, l'istanza della partecipazione e dell'autogestione.

Il gruppo

Il luogo privilegiato, per far vivere intensamente l'esperienza educativa, il gruppo.
Esso è pensato come un laboratorio vitale, entro cui ci si scambiano esperienze di vita e messaggi costruttivi; è i luogo in cui è dato a ognuno di essere i più possibile soggetto della realizzazione della propria identità.
Nel gruppo si sviluppa la soggettività sociale: essa è esperienza privilegiata in cui ognuno si colloca con responsabilità di fronte agli altri e alla vita.
Le esperienze di gruppo seguono tutte una stessa strada.
Si sollecita la persona a ricercare l'interiorità, a leggere dentro gli avvenimenti, a riprendersi in mano, a riprogettarsi.
Si guida ad assumersi le proprie responsabilità senza abbandonarsi alle paure consuete, a saper interpretare in una visione più ampia i propri bisogni di felicità nella condivisione e nella solidarietà.
Si esaminano gli eventi trascorsi per ragionare su di essi, per anticipare le difficoltà nel confronto, per sollecitare energie da investire con responsabilità
Una figura centrale è quella dell'educatore responsabile. Egli gioca un ruolo indispensabile. Nell'aiutare a superare lo «star male», fa sentire il suo amore; nell'assumersi il suo impegno in comunità, manifesta concretamente il suo interesse. Egli dialoga, previene anima; non sottrae alla responsabilità personale, anzi stimola all'iniziativa rende responsabili nel lavoro, nel tempo libero; sollecita a rendersi attenti alle persone.
E in tutto questo dimostra la sua sollecitudine educativa.
Egli non si colloca nella comunità come una «funzione» o un «ruolo» ma come una persona che vive in un certo modo le situazioni, che partecipa attivamente agli eventi.
Si presenta con l'autorevolezza delle vita, divenendo così punto di riferimento e, spesso, anche figura di padre.

La comunità

La proposta però rimane sempre centrata sulla comunità. Lo stile comunitario è la carta vincente. I valori vissuti con intensità insieme sono l'antidoto alle esperienze di dipendenza. Parole come morte, vita, salvarsi, risuonano nei cuori con spessore esistenziale: il dramma è di tutti, è condiviso. Nel dialogo di comunità ci si può sintonizzare con il mondo interiore di ciascuno. Si crea un ambiente, in cui non si apprende qualcosa, ma si impara a vivere. La comunità è esperienza di vita, in cui non si indottrina, ma si ascolta attivamente, si legge la provocazione di chi è il mio compagno di viaggio. Si diffida delle grandi idee e dei proclami, dietro cui si nasconde spesso il vuoto. La comunità svolge anche un notevole influsso sul territorio, attenta alla trasformazione dell'ambiente, funziona come centro irradiatore di esperienze e di programmi di prevenzione nelle scuole e in strutture giovanili. La sensibilizzazione della gente al fenomeno dell'emarginazione e il suo coinvolgimento attivo nel dare risposte comuni ai problemi di tutti sono previsti nel progetto di comunità. Nella realtà dei fatti, l'azione della comunità influisce a vasto raggio sul territorio e i risultati sociali sono giudicati apprezzabili.
In particolare traspare dalla comunità, attraverso un insieme di elementi, un clima di apertura tangibile, forza di aggancio e capacità di convocazione, di accoglienza. L'ambiente educativo è aperto e decentrato sugli interessi dei giovani e al contempo capace di creare un mondo vitale in cui tutti si ritrovano attivi e coinvolti. L'abilità nel progettare esperienze cariche di senso sul territorio è segno evidente della portata sociale della sua presenza.

La cultura del lavoro come strumento di recupero

Le offerte formative da parte delle comunità sono proposte in un quadro istituzionale differente, e diverse sono le opportunità di occupazione all'interno di ognuna di esse.
Ma è la stessa multiformità delle esigenze e delle domande dei giovani in difficoltà ad esigere una pluralità di proposte formative.
Si rivelerebbe, peraltro, inadeguato un solo tipo di supporto o di iniziativa, dato che l'iter formativo segue precise tappe: momento di accoglienza e orientamento; comunità di trattamento leggero e di impegno intensivo; infine il reinserimento.
Ma al di là della flessibilità e pluralità dell'impostazione, emerge chiara la scelta del lavoro come esperienza educativa.
Anzi sta alla base una «cultura del lavoro», in cui è ampiamente sottolineata la centralità dell'esperienza lavorativa.
Il lavoro in sé non risulta, però, essere l'elemento che condiziona il recupero.
È piuttosto il suo carattere di strumento educativo che lo rende adatto al recupero (ergoterapia), ossia è la sua configurazione secondo le modalità più favorevoli al soggetto.
La logica produttiva della società industriale, che provoca alienazione da lavoro e inquina molti aspetti della vita sociale, subisce una serrata critica.
Si cerca di riappropriarsi di una concezione del lavoro che rivendica la necessità di collocare l'attività lavorativa nel contesto della qualità della vita secondo modelli a misura d'uomo e, al contempo, che radica i suoi fondamenti in un terreno di valori anche religiosi.
Un tale modello alternativo di esperienza lavorativa può facilitare la creazione di rapporti sociali rinnovati in stile di solidarietà, e perciò capaci di sconfiggere l'alienazione e l'emarginazione.
Questa nuova cultura del lavoro porta con sé una forte convinzione: l'esperienza lavorativa può essere efficace e creare una mentalità di impegno e di realizzazione del progetto di sé.
Tale traguardo, naturalmente, può essere raggiunto se si verifica una serie di condizioni.
Il lavoro deve essere di utilità comune e immediata; deve rendere possibile la creatività e la gratificazione come pure prevedere la continuità, la disciplina, la costanza, la precisione... Ulteriori istanze necessarie sono la possibilità di controllare l'esperienza e i suoi effetti, e l'esigenza di socializzare l'esperienza lavorativa, superandone la privatizzazione.
Il reinserimento rest a un problema centrale da non sottovalutare. Il ritorno del giovane nella convivenza sociale di tutti è esposto a rischi consistenti. A tal proposito le risposte sono le più diverse: si prolunga l'azione riabilitativa in un'esperienza mista; si offrono sbocchi in strutture collegate con centri; infine si favorisce il rientro, anche con il lavoro autonomo. E tuttavia, il fine rimane sempre lo stesso: rafforzare l'identità e sviluppare il progetto di sé.
Il tema del lavoro come luogo di costruzione della propria identità non può essere isolato da tutto un insieme di ulteriori opportunità e da una pluralità di esperienze formative. In particolare si pensi alla gestione del tempo libero, alle attività culturali e sportive, alle attività socio-assistenziali, all'esperienza religiosa esplicita. Indispensabili sono anche, al riguardo, esperienze capaci di fornire identità, quali la partecipazione nel sociale, alla vita ecclesiale, nella cultura e anche nella politica.
Inoltre l'impegno educativo sviluppato nelle comunità non intende sottovalutare la dimensione sociopolitica del problema lavorativo. Meritano riflessione la salvaguardia dell'occupazione, la ricerca di nuovi posti di lavoro, il coinvolgimento sociopolitico sindacale in una nuova elaborazione dell'esperienza lavorativa come fonte di identità collettiva, la corresponsabilizzazione delle forze del territorio nell'opera di prevenzione e di umanizzazione progressiva del lavoro.

Il coinvolgimento dei laici nel volontariato

La scelta degli «ultimi» delle tre comunità prese in esame è inequivocabile: si pone chiaramente della parte dc poveri, degli esclusi, degli emarginati Ciò suscita, oggi, pur nelle contraddizioni sociali, attenzione viva da parte di molte persone, soprattutto giovani
Le iniziative concrete a servizio dei giovani emarginati suscitano interesse e funzionano da punti di richiamo e d impegno. E ciò in forza anche del fatto che cooperazione e collaborazione diventano maggiormente praticabili reali di fronte all'evidenza dei bisogni L'emarginazione provoca, suscita famiglie aperte all'ospitalità, giovani che si impegnano nel servizio, autorità territoriali che offrono disponibilità, aggregazioni che si mettono a disposizione dei più deboli.
Chi interpreta meglio in prospettive tale appello, è il volontariato nelle suo varie forme. Anche se esso non è sempre esente da ambiguità (si pensi ad esempio al dibattito sulla gratuità totale o rimborso spese; sull'esigenza d continuità o sulla semplice occasionalità al servizio; sull'essere in frontiera c semplicemente di supporto; sull'impegno nei servizi di volontariato o sui volontari da inserire nei servizi...), si sta delineando oggi come praticabile una figura matura di volontariato.
I volontari si identificano, infatti, nelle persone che vedono la realtà sociale con occhio attento, vi partecipano con cuore buono e cercano di tradurre nella pratica un aiuto intelligente, finalizzato alla qualità della vita per sé e per gli altri. Il volontariato concretizza un modo nuovo di essere cittadino di una società solidale. Suo compi« è mettere in risalto le contraddizioni sociali con dei fatti, soprattutto schierandosi dalla parte dei perdenti, con la coscienza di essere nel giusto.
Di fronte all'attuale grave disagio. che richiede risposte urgenti, ci si aggrega nel volontariato come cittadini responsabili per dare aiuto nel concreto, con la prospettiva che la mentalità solidale diventi patrimonio di tutti.
Sotto il profilo sociale il volontariato viene concepito come un'azione di mediazione. Nella sfera del privato i volontari danno voce a chi non ne ha, a chi è nella relativa situazione di impotenza, di abbandono, e non ha la facilità di esprimere i propri bisogni di vita.
Sono i bisogni non negoziabili, da far entrare nell'opinione pubblica, da presentare alle istituzioni ai vari livelli, facendosi carico in particolare delle domande e delle esigenze che provengono dalle masse giovanili.
Nella sfera del pubblico, il volontariato svolge una funzione critica, perché esso si assume le proprie responsabilità istituzionali. In questa opera il volontariato, di carattere educativo, assume anche un ruolo sociale e politico. Si rivela forma matura di partecipazione e di democrazia, un modo nuovo di far politica, in cui non si ipotizzano megaprogetti o trasformazione di interi sistemi, ma si predispongono progetti concreti, radicati nel contesto della gente e rispondenti ai bisogni reali.
Sul versante soggettivo il volontariato è molto importante per chi lo svolge. È un'esperienza di valori provocatori e alternativi, che offrono strade inedite verso una identità forte, in una società che esalta il pensiero debole. Fare il volontario significa oggi fare esperienza di valori che la gente in genere non è nella condizione di poter provare. Il volontario coglie, infatti, il senso di valori troppo spesso avvertiti da pochi: sono i valori della gratuità, del servizio, della sensibilità comunitaria, della solidarietà, della vita come vocazione.
La sua esperienza di vita in comunità si mostra come una forte provocazione e un esigente appello al cambiamento. Diventa trasparente l'urgenza di trasformarsi interiormente per promuovere vita nella disponibilità ad accettare, ad accogliere il bene comune condiviso, a scegliere un ben preciso stile di vita, libero da conformismo e contrassegnato dalla sincerità del rapporto. Qui il dogmatismo cede il passo al dialogo, al confronto; l'attivismo richiede contemplazione e la meditazione suscita azione concreta. L'esperienza di volontariato forgia personalità.
Il volontariato interpella in particolare i giovani. Per loro si tratta, evidentemente, di una esperienza propedeutica, formativa per chi la compie. Il volontariato giovanile assume una forte carica formativa, anche se a volte si realizza in forme di impegno ambivalenti o ambigue. Modelli di volontariato adulto giocheranno il ruolo di punti di riferimento. Per questo occorre presentare testimonianze concrete di volontariato, non vissuto come una semplice parentesi giovanile interessante e formativa, quanto piuttosto quale possibile scelta di vita, che accompagna l'esistenza. Il poter vivere per tutta l'esistenza i valori che il volontariato esprime, è una forte proposta vocazionale per i giovani. Ma ciò comporta che al volontario vengano creati spazi di partecipazione e di responsabilità, di protagonismo e creatività. Il suo servizio deve poter essere svolto nelle diverse forme di presenza: nella prassi di animazione di attività culturale e sportiva, come nella cooperazione e nei diversi impegni di servizio. L'impegno concreto nel recuperare, prevenire, educare, anticipando esiti negativi o suscitando risorse positive per accompagnare i ritmi di sviluppo e di realizzazione personale, è di stimolo e provocazione nella scoperta e realizzazione del proprio progetto di vita.

L'intenzionalità pastorale

L'azione educativa tra i giovani, in qualsiasi ambiente si svolga, comprende sempre la sollecitudine per la salvezza totale della persona. È una proposta di promozione integrale. Essa sa che in ogni iniziativa di educazione, di promozione o di recupero, si annuncia e si realizza la salvezza; così è consapevole che nell'educazione esplicita alla fede si trovano energie di eccezionale valore per la costruzione della personalità giovanile. In effetti, l'azione educativa delle presenze citate si muove su un doppio versante: sull'annuncio esplicito, che riempie di senso il tessuto quotidiano della storia di ciascuno, e nell'ambito secolare per ricercare come anche in esso si manifestino germi di vita e di elevazione umana, che invocano un andare oltre.
Le comunità per giovani a rischio privilegiano la via della ricostruzione umana dell'uomo, per aprire a orizzonti inediti e a prospettive evangeliche. Esse si inseriscono nel cammino di evangelizzazione dei «lontani», condividendo in ciò la sollecitudine di tanta parte degli educatori dei giovani. Così i compiti e le sfide, che vengono posti alla educazione alla fede, sono solo in parte differenti rispetto a quelli che si devono affrontare comunemente. Un compito prioritario dovrà essere quello di evangelizzare in modo che non ci siano più lontani. Ciò provoca a interrogarci su «se e quanto» la comunicazione della fede sia carica di messaggi significativi. La questione sta appunto in questi termini: di fronte alla crisi odierna di significati dalle sfaccettature molteplici, il soggetto si trova tra le mani il delicato compito di diventare ricercatore autonomo di senso e di valori per la sua vita. A questa situazione i giovani sembrano reagire esaltando la domanda educativa e ricercando nuove forme e stili diversi di vita. Negli emarginati c'è una richiesta di ragioni di vita nella loro cultura di morte; si fa strada una forte domanda di senso, che essi hanno risolto, spesso, con esiti distruttivi a causa delle strade intraprese. Ora, per educare alla fede in tale contesto occorre una grande capacità di testimoniare l'accoglienza senza condizioni, quale espressione di fede, speranza e carità; come passione per la vita al di là di ogni distruttività. È necessaria la manifestazione inequivoca dell'amore ai giovani e dell'impegno per la loro promozione integrale; ci vuole la trasparenza nella scelta di vita dei testimoni, ed educatori.
La costruzione di un ambiente e di uno stile di carità genuina e di spirito di servizio diviene segno della grande celebrazione del mistero della vita in Gesù. I momenti di significazione nella fede di quanto si vive e di annuncio dell'evangelo vengono progettati all'interno del cammino educativo, che si va compiendo senza misconoscere per questo la loro peculiare forza rigenerativa ed educativa. Di solito i devianti non pongono richieste esplicitamente religiose, mentre invece sono molteplici le loro domande educative e di umanità. Entrare in tale logica, peraltro assai ricca, è un appello a viverla in profondità, facendone lievitare il senso evangelico. La forte richiesta di offrire loro motivi di senso è domanda di fede incarnata nella vita. Per questo, i momenti rilevanti dell'esistenza di ognuno sono visti come tappe di un cammino di crescita umana e cristiana, segni efficaci di un cambiamento desiderato. L'accoglienza nei loro confronti non può essere che sincera e totale se si vuol compiere insieme un cammino di liberazione. In clima di condivisione i giovani aprono il libro della loro vita, segnata da episodi di morte, con il desiderio vivo di essere redenti. Il percorso è, come sempre, scandito da accelerazioni e ritardi, deviazioni e, soprattutto, da pazienza, segno della pazienza che Dio ha con ciascuno di noi. Negli ambienti dell'emarginazione si rileva con evidenza che niente è automatico e scontato, ma che tutto è conquista e fatica, anche la fede. Tante situazioni di giovani concreti ne sono continua conferma. E tuttavia, mai come tra i giovani in difficoltà si comprende quanto la pedagogia di Dio sia spesso diversa dalla nostra; quanto le vie di Dio siano spesso inedite e del tutto gratuite. Con loro si sperimenta che la solitudine è sterile, e solo insieme ci si salva; che i nostri progetti rischiano la sterilità se non si aprono decisamente a quell'amore gratuito e liberante che proviene da Dio.