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CG 23. Il cammino di educazione alla fede (Seconda parte: Il cammino di fede /2)

 

2. IL CAMMINO Dl EDUCAZIONE ALLA FEDE

 

Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,52).

 

ALL'INCONTRO Dl DIO NEL GIOVANE

 

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Educare i giovani alla fede è per il salesiano «lavoro e preghiera». Egli è consapevole che impegnandosi per la salvezza della gioventù fa esperienza della paternità di Dio[1] «che previene

ogni creatura, l'accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita».[2]

Don Bosco ci ha insegnato a riconoscere la presenza operante di Dio nel nostro impegno educativo, a sperimentarla come vita e amore.

 

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Noi crediamo che Dio ama i giovani. Questa è la fede che sta all'origine della nostra vocazione, e che motiva la nostra vita e tutte le nostre attività pastorali.

Noi crediamo che Gesù vuole condividere la «sua vita» con i giovani: essi sono la speranza di un futuro nuovo e portano in sé, nascosti nelle loro attese, i semi del Regno.

Noi crediamo che lo Spirito si fa presente nei giovani e che per mezzo loro vuole edificare una più autentica comunità umana e cristiana. Egli è già all'opera, nei singoli e nei gruppi. Ha affidato loro un compito profetico da svolgere nel mondo che è anche il mondo di tutti noi.

Noi crediamo che Dio ci sta attendendo nei giovani per offrirci la grazia dell’incontro con Lui e per disporci a servirlo in loro, riconoscendone la dignità ed educandoli alla pienezza della vita.

Il momento educativo diviene, così, il luogo privilegiato del nostro incontro con Lui.

 

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In forza di questa grazia nessun giovane può essere escluso dalla nostra speranza e dalla nostra azione, soprattutto se soffre l'esperienza della povertà, della sconfitta e del peccato. Noi siamo certi che in ciascuno di essi Dio ha posto il germe della sua «vita nuova».

Questo ci spinge a renderli coscienti di tale dono e a faticare con loro, perché sviluppino la vita in pienezza. Quando la dedizione sembra non raggiungere il suo scopo, noi continuiamo a credere che Dio precede la nostra sofferenza come il Dio della speranza e della salvezza.

 

PUNTO Dl PARTENZA

 

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Il nostro impegno di educazione dei giovani alla fede si imbatte sovente in un ostacolo: molti giovani non sono raggiunti né dal nostro messaggio né dalla nostra testimonianza. Rimane tra noi e la maggior parte di loro una distanza che spesso è fisica, ma che è soprattutto psicologica e culturale.

Eliminare la distanze tra noi e loro, farsi prossimi, accostarsi a loro è dunque per noi il primo passo. E anche in questo Don Bosco ci fu maestro. «Sento, o miei cari - egli scriveva da Roma

nel 1884 il peso della mia lontananza da voi e il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena quale voi non potete immaginare».[3]

Egli si metteva alla ricerca dei giovani: usciva per le strade, sulle piazze; entrava nei cantieri e nei posti di lavoro. Li incontrava a uno a uno e li invitava nel suo Oratorio.

Questo amore e i gesti che lo accompagnavano non appartenevano soltanto a un metodo pedagogico, ma erano l'originale espressione della sua fede nel Signore e della sua volontà di annunciare Cristo ai giovani.

 

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Andare ed incontrare i giovani dove si trovano, accoglierli disinteressatamente e con premura nei nostri ambienti, metterci in attento ascolto delle loro domande e aspirazioni sono per noi scelte fondamentali che precedono qualsiasi altro passo di educazione alla fede.

 

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Il cammino di educazione alla fede inizia col valorizzare il patrimonio che ogni giovane ha in sé, e che un vero educatore con intelligenza e pazienza saprà scoprire. Egli utilizzerà opportunamente la ragione e la sua sensibilità pastorale per scoprire il desiderio di Dio a volte sepolto, ma non del tutto scomparso dal cuore del giovane. Metterà in gioco la sua carica di comprensione e di affetto, studiando di «farsi amare».

L'accoglienza genera, poi, una circolazione di reciproca amicizia, stima e responsabilità, al punto da suscitare nel giovane la consapevolezza che la sua persona ha un valore ed un significato che oltrepassa quanto egli stesso aveva immaginato. E questo mette in azione ogni sua migliore energia.

 

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L'accoglienza tocca più profondamente quando a coinvolgere il giovane non sarà solo una persona, ma tutto un ambiente carico di vita e ricco di proposte. Paradigma di ogni nostro ambiente è l'Oratorio: «casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria».[4]

L'ambiente «oratoriano» non è primariamente una specifica struttura educativa, ma un clima che caratterizza ogni opera salesiana. I rapporti improntati alla confidenza e allo spirito di famiglia, la gioia e la festa che s'accompagnano alla laboriosità e al compimento del proprio dovere, le espressioni libere e molteplici del protagonismo giovanile, la presenza amicale di educatori che sanno fare proposte per rispondere agli interessi dei giovani e suggeriscono nel contempo scelte di valori e di fede, ne costituiscono le caratteristiche principali.

A questo clima ritorna con nostalgia Don Bosco nella lettera dell’84 da Roma, quando chiede che si rinnovino «i giorni dell’affetto e della confidenza cristiana» fra giovani e salesiani, «i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità..., della carità e della vera allegrezza...».[5]

Don Bosco fu inventivo nel creare ambienti in cui fondeva educazione e fede e dove i suoi giovani diventavano missionari dei giovani.

Per questo fu sempre esigente circa la qualità educativa dei suoi ambienti, tanto da non esitare a prendere decisioni anche dolorose nei confronti di quei giovani e di quei collaboratori che in qualche modo rifiutassero apertamente o compromettessero il clima educativo.

Così, nello stretto rapporto fra l'incontro personale con ogni giovane da parte dell’educatore e la ricca sollecitazione dell’ambiente, maturarono nella storia salesiana esperienze esemplari di santità giovanile.

 

LA PROPOSTA Dl VITA CRISTIANA

 

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Un incontro significativo o l'accoglienza cordiale in un ambiente divengono momenti di inizio di un cammino «verso» la fede o di un ulteriore itinerario «di» fede. Si mette allora alla prova il cuore oratoriano del salesiano, la sua personale esperienza di fede in Gesù Cristo e la sua capacità pedagogica.

Nell’orientare verso la fede, lo stile salesiano si muove secondo alcuni criteri.

 

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Il processo educativo, in cui ci si impegna per la promozione totale della persona, è lo spazio privilegiato dove la fede viene proposta ai giovani. Questo orientamento è decisivo per definire le caratteristiche e i contenuti del cammino. In esso si valorizzano non solo i momenti «religiosi», ma anche quanto si riferisce alla crescita della persona fino alla sua maturità.

 

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Il cammino deve essere tracciato dunque tenendo ben presenti due riferimenti: il travaglio che i giovani devono affrontare nel formare la loro personalità, da una parte; e dall'altra il preciso richiamo di Cristo, che li sollecita a costruirla secondo la rivelazione che si è manifestata in Lui.

 

La vita dei giovani è insieme punto obbligato da cui partire per un cammino di fede, continuo riferimento nel suo svilupparsi e punto di arrivo del cammino stesso, una volta che essa sia stata trasformata e avviata alla pienezza in Gesù Cristo.

L'annuncio di Gesù Cristo, sempre rinnovato, è l'aspetto fondamentale di tutto il cammino; non rimane qualcosa di estraneo, di giustapposto all'esperienza del giovane. Diviene in essa via, verità e pienezza di vita.

Si ha allora un vero cammino «verso» la fede e un preciso cammino «di» fede che parte da questo riconoscimento: Gesù Cristo si è manifestato come il vero uomo e solo in Lui l'uomo entra totalmente nella vita. Il cammino tende definitivamente ad assicurare e a consolidare l'incontro con Lui, vissuto nella comunità ecclesiale e in una intensa vita cristiana.

 

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Occorre tener presente che si tratta di un cammino «educativo», che prende i giovani nella situazione in cui si trovano e si impegna a sostenerli e orientarli a compiere i passi verso la pienezza di umanità a loro possibile.

E’ dunque percorribile anche in quelle situazioni in cui l'annuncio esplicito di Cristo risulta difficile, impraticabile, o dove sono ancora da creare le condizioni minime perché sia ascoltato. In simile stato di precarietà il riferimento al Vangelo fa da ispiratore, indicando valori umani autentici, e dando fiducia alla sofferta e silenziosa testimonianza degli educatori.

Proprio in forza di questa logica il cammino pone al centro dell’attenzione alcuni aspetti.

 

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1. Il cammino si adegua a coloro che devono incominciare la scelta salesiana di privilegiare i più poveri è la condizione previa per dialogare con tutti, anche con quelli che sono meno informati sull'«evento» cristiano.

Il linguaggio facile e immediato, un ambiente accogliente e lo stile di rapporto familiare rendono accessibile il mistero salvifico e si trasformano in buona notizia e invito per quanti sono lontani.

Il collocarsi dalla parte degli ultimi e dei più poveri determinerà non solo l'inizio del cammino, ma ogni ulteriore tappa, fino a quelle conclusive.

A colui che ha già percorso un tratto di strada non si può certamente chiedere di partire da capo, ma lo si può invitare a ritornare sempre alle realtà, alle parole e ai segni più semplici e fondamentali, per sostenere con la propria testimonianza ed azione il passo di quanti stanno iniziando.

 

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2. Il cammino procede sempre verso ulteriori traguardi. Si apre fino a quegli orizzonti di donazione e di santità che lo Spirito sa svelare ai giovani. L'esemplare avventura di Domenico Savio e

di Laura Vicuña è paradigma della nostra esperienza educativa, e ci fa riconoscere i frutti straordinari che la vita di fede produce nei giovani.

La nostra missione educativo-pastorale risulterà quindi carente tutte le volte che non saremo capaci di scorgere nei nostri ambienti questo dono posto da Dio, o non ci troveremo preparati a sostenere una risposta generosa.

 

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3. Oltre a privilegiare i poveri-ultimi-lontani e ad essere propositivo per i più progrediti, il cammino richiede una terza sensibilità: prendere atto che ogni giovane ha un suo passo, diverso dal passo degli altri, che gli esiti delle tappe non sono uguali per tutti e che, quindi, il percorso va adeguato ad ogni singolo caso. Se la fede è dialogo d’amore di Dio e con Dio; se è un’alleanza da Dio proposta nella concretezza della vita, allora non esistono "clichés" che si possano ripetere.

Costituiti dalla iniziativa dello Spirito amici di Dio e dei giovani, ci impegniamo a prevenire, favorire, seguire le loro parole e i loro gesti.

 

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Anche i fallimenti educativi possono essere esperienza di ogni cammino. Non li consideriamo fatti accidentali o dimensioni estranee al processo educativo. Ne sono parte integrante e vanno assunti con atteggiamento di comprensione. Sono, in alcuni casi, conseguenza delle gravi condizioni in cui si trovano a vivere certi giovani.

 

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Da tutto questo risulta evidente che il cammino deve essere pensato come unico, perché unica è la meta cui è orientato, uniche le indicazioni legate alla natura della fede, e sono costanti alcune caratteristiche dell'esperienza giovanile.

Ma non è difficile comprendere che il cammino deve progressivamente determinarsi in itinerari particolari, commisurati sui giovani che lo percorrono.

Gli itinerari si presentano appunto come determinazioni più dettagliate di esperienze, contenuti e traguardi, a seconda dei giovani e delle situazioni particolari.

 

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4. Vi è un aspetto da non trascurare. E’ la comunità educativa, composta di giovani e adulti insieme. Essa è il soggetto che percorre il cammino «verso» la fede e «di» fede. Non si possono fare distinzioni del tipo: i giovani sono i «destinatari» della proposta, mentre gli adulti sono da ritenere solo elaboratori tecnici e autorevoli della medesima. Una simile prospettiva riporterebbe tutto il discorso nell’ambito dei servizi professionali, staccati dalla vita. San Paolo ci ricorda come alla fede noi veniamo generati.[6]

 

Il cammino è unico e coinvolgente, sempre. Anche se esso interpella ogni singola persona in ordine alle sue specifiche responsabilità di fronte a Dio, la proposta però è sostenuta da tutti coloro che riconoscono in Gesù il fondamento e il senso della vita.

 

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Nella comunità educativo-pastorale tutte le persone, siano esse impegnate in compiti di educazione e sviluppo umano o più esplicitamente sul versante del discorso di fede, sono «educatori dei giovani alla fede».

La loro gioia più grande è comunicare ad essi le incommensurabili ricchezze di Cristo.[7] Tutte le risorse e le attività devono concorrere per servire la stessa persona, aiutandola a crescere verso la vita e verso l'incontro con il Signore risorto.

 

AREE DI ATTENZIONE

 

LA META GLOBALE

 

«Perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20,31).

 

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Ogni tracciato di cammino è sempre definito da si vuol giungere, dalla meta. Dobbiamo aver chiaro quale sia il tipo di uomo e di credente che deve essere promosso nelle concrete circostanze della nostra vita e della nostra società, consapevoli anche che lo Spirito di Gesù Cristo lo va plasmando a partire da una «nuova creazione».

 

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In questa direzione ci orientano le nostre Costituzioni: «Educhiamo ed evangelizziamo secondo un progetto di promozione integrale dell’uomo, orientato a Cristo, l'uomo perfetto. Fedeli alle intenzioni del nostro Fondatore, miriamo a formare onesti cittadini e buoni cristiani».[8]

Il primo riferimento di questo testo costituzionale mette a fuoco la sostanziale configurazione a Cristo, Figlio e Fratello, che dona la sua vita per tutti ed è dal Padre risuscitato. Il secondo riferimento invece («onesti cittadini e buoni cristiani») si ri

volge alla realizzazione storica di questo «tipo di cristiano», chiamato a vivere nella Chiesa e nella società in un preciso tempo e in uno spazio determinato.

 

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Per dire tutto questo, in molti contesti si preferisce utilizzare una formula densa ed espressiva: si parla di «integrazione tra fede e vita». Questa integrazione è la risposta alla sfida più drammatica e provocatrice che abbiamo più sopra evidenziato: l'irrilevanza e la separazione tra la fede, la vita e la cultura che si manifestano contemporaneamente a livello sociale e personale.

La meta che il cammino propone al giovane è, allora, quella di costruire la propria personalità avendo Cristo come riferimento sul piano della mentalità e della vita. E’ un riferimento che, facendosi progressivamente esplicito e interiorizzato, lo aiuterà a vedere la storia come Cristo, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo.

Per la fecondità misteriosa di questo riferimento la persona si costruisce in unità esistenziale: assume le proprie responsabilità e ricerca il significato ultimo della propria vita. Posta all'interno di un popolo di credenti, riesce con libertà a vivere intensamente la sua fede, ad annunciarla, e nella vita quotidiana a celebrarla con gioia.

 

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Per conseguenza maturano e diventano connaturali quegli atteggiamenti umani che portano ad aprirsi sinceramente alla verità, a rispettare ed amare le persone, ad esprimere la propria libertà nella donazione e nel servizio. E’ l'esercizio della fede, della speranza e della carità come stile di vita.

Mentalità, vita quotidiana, presenza nella comunità: sono indicati in questo modo i tre campi in cui si misura la veridicità del «buon cristiano» e dell’«onesto cittadino».

Il binomio salesiano sottolinea il valore della dimensione comunitaria, sociale e politica della fede e della carità, che porta ad assumere precise responsabilità nella costruzione di una società rinnovata.

 

LE AREE

 

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Il cammino è pensato come progressiva crescita verso questa meta. Ci impegniamo perciò su quattro grandi aspetti della maturazione cristiana che chiameremo "aree".

Le possiamo schematicamente indicare come:

- la crescita umana verso una vita da assumere come «esperienza religiosa»;

- l'incontro con Gesù Cristo, uomo perfetto, che porterà a scoprire in Lui il senso dell’esistenza umana individuale e sociale: il «Salvatore dell’uomo»;

- l'inserimento progressivo nella comunità dei credenti, colta come «segno e strumento» della salvezza dell’umanità;

- l'impegno e la vocazione nella linea della trasformazione del mondo.

All'interno di queste aree dovremo:

- coltivare alcuni atteggiamenti da sottoporre a frequente verifica;

- individuare alcuni nuclei di conoscenze indispensabili per comprendere adeguatamente la vita cristiana;

- scegliere esperienze capaci di mediare e proporre atteggiamenti e conoscenze.

 

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Questi quattro aspetti partono dalle sfide poste alla fede dei giovani e alla nostra missione di educatori da parte dell’attuale situazione culturale e giovanile. Dalle sfide emerge infatti la domanda di vita e la significatività della fede nella maturazione della propria identità e nella storia umana. Il rischio che la fede corre è di restare irrilevante sia per l'esistenza che per il processo storico.

Le aree vogliono assumere quello che l'uomo stima come vero valore e deporvi il seme della fede come compimento e senso ultimo. Vogliono, nell’insieme, presentare il Regno inserito nel cuore della storia (la grande storia del mondo o la piccola storia personale) e i veri credenti quali chiamati dall'amore di Dio ad impegnarsi nella lievitazione della storia umana.

Così la fede non è disgiunta o giustapposta a ciò che è umano, storico, temporale, secolare, ma, germinando all'interno di tutto questo, lo risignifica, lo illumina, e anche lo trascende allargando i nostri orizzonti al di là della storia.

 

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Le aree non sono e non debbono essere pensate, nella persona o nell’azione educativa, come settori separati.

Sono compresenti e si richiamano continuamente a vicenda.

Non è accettabile che si consideri prima solo il versante della crescita umana e poi quello della fede. Bisogna riconoscere alla fede una sua peculiare energia in tutta la crescita umana della persona. Il riferimento a Gesù Cristo e alla Chiesa è costante e attraversa tutte le aree, pur sapendo che si esplicita e si concentra in determinati momenti.

Quando la Parola di Dio ha riempito la vita, la crescita umana non si arresta, anzi continua e si manifesta con nuove espressioni.

Noi abbiamo bisogno di presentare questi contenuti in successione logica, ma ciò non significa che vogliamo indurre a considerarli successivi nel tempo.

 

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Qualunque progresso è però impensabile, se la proposta non viene assunta dal soggetto. I contenuti che in ogni singola area vogliamo accentuare non sono «lezioni» offerte dall'esterno, o materiali da lavorare. Sono invece maturazioni che avvengono nella persona in forza delle sue scelte. Va allora prestata molta attenzione perché ogni proposta sia debitamente interiorizzata.

L'educazione alla fede viene dunque pensata come umanizzazione, senso della vita, scelta di valori e impegno ecclesiale e sociale.

 

Verso la maturità umana

 

Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri (Fil 4,8).

 

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I giovani ai quali pensiamo per primi sono «poveri».

La loro povertà si presenta sotto molte forme: povertà di condizioni di vita, di senso, di prospettive, di possibilità, di consapevolezza, di risorse. E’ la vita stessa che si trova depauperata delle sue risorse principali. Non affiora alcuna esperienza religiosa finché non si scopre la vita nel suo vero senso. E, viceversa, ogni esperienza di vera vita libera una tensione religiosa.

A partire dall'ammirevole armonia di grazia e di natura così significativamente manifestata nella persona di Don Bosco educatore, è facile per il salesiano comprendere che la fede richiama la vita, e la vita, riconosciuta nel suo valore, sente- in certa maniera il bisogno della fede. In forza della grazia non c'è frattura ma continuità tra creazione e redenzione.

 

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Il cammino di fede incomincia con il «renditi umile, forte e robusto»[9] sotto la guida materna di Maria e con il sostegno degli educatori.

Una prima indicazione per sostenere lo sviluppo di quest'area è l'attenzione alle esigenze caratteristiche di ciascuna fase della crescita:

- la fase dell’infanzia che scopre il mondo circostante con meraviglia;

- la fanciullezza che si apre a quanto esiste attorno e al rapporto positivo con le altre persone;

- l'adolescenza con il desiderio di conoscere se stessi, di accettarsi, di esplorare e sperimentare la propria identità;

- la ricerca di orientamento, lo sforzo di raggiungere una sintesi soddisfacente e il desiderio di partecipare e offrire contributi alla vita sociale che è proprio del giovane.

 

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Per questo non possiamo trascurare, ma dobbiamo prendere in considerazione la particolare situazione di bisogno in cui molti giovani si trovano.

La prassi salesiana vuole aiutare a superare quelle carenze radicali, economiche o affettive, che di fatto condizionano la successiva apertura ai valori.

In questo impegno la fede viene già proclamata nella testimonianza della carità. Contemporaneamente la persona si scioglie da pesanti condizionamenti e si rende libera. Su questa linea si muove ogni iniziativa che intenda offrire ai giovani condizioni degne di vita, luoghi di distensione, o li prepari ad inserirsi nel mondo del lavoro e ad acquistare una cultura sufficiente. Sono così create le condizioni favorevoli perché i giovani si aprano a ricercare e ad accogliere la verità e il gusto di quegli autentici valori che li conducono alla piena maturità umana e li rendono protagonisti della loro vita.[10]

 

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Per meglio decifrare problemi ed elaborare proposte giuste in questa prima area, l’ educatore alla fede si serve anche delle scienze dell’educazione, utilizzandole con quella sapienza che lo sguardo della fede stessa gli suggerisce.

Il panorama dei modelli educativi si presenta intricato. L'educatore alla fede sceglie e organizza i suoi interventi con lo sguardo fisso all'immagine di uomo di cui percepisce il riflesso contemplando il mistero di Dio presente in Gesù di Nazareth.

L'uomo maturo è quello che ascolta con attenzione gli interrogativi che la propria vita e il mondo propongono; quello che coglie il mistero che li avvolge e ne ricerca il significato mediante la riflessione e l'impegno. E’ questo il modello che la solida tradizione salesiana ci riconsegna, quando fa della religione il punto di riferimento per l'educazione. Ben lo sottolinea «Iuvenum Patris» là dove dice: religione «indica che la pedagogia di Don Bosco è costitutivamente trascendente».[11]

 

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In questa prospettiva presentiamo alcune mete da raggiungere e qualche esperienza da proporre.

1. In primo luogo il giovane deve accogliere la vita.

Ciò significa anzitutto che deve accettare se stesso.

Per alcuni giovani questo avviene in maniera spontanea. Il trovarsi in un mondo di persone che li amano, che dialogano con loro e lavorano nel costruire la storia, piccola o grande, è per essi di grande aiuto.

Per altri, invece, è questa la prima e grande scommessa. Pensano - e lo soffrono internamente - che la loro vita non meriti di essere vissuta. Esperienze negative o carenze fondamentali li portano a lasciarla correre o a cederla a basso prezzo. L'educatore della fede deve allora accompagnarli con intelligenza e con cuore, affinché riconoscano il valore inestimabile della vita.

Essi ne scoprono così il duplice carattere di dono e di compito. E’ un passo indispensabile perché divengano «soggetto» della propria storia, e responsabili della propria crescita. Se vengono offerte loro esperienze positive, se si aiutano a decifrare i condizionamenti culturali e strutturali, personali e collettivi dentro i quali si è svolta finora la loro storia, percepiscono che il cambiamento è possibile, che c'è futuro, che vale la pena sperare.

Quando queste prime «chiusure» alla vita vengono superate, è possibile far emergere altri interrogativi, suscitare altri atteggiamenti, mettere in attività altre energie.

 

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L'idea positiva di sé porta verso una progressiva apertura alle relazioni interpersonali e dà la capacità di comunicarsi agli altri, riconoscendo il loro valore, accogliendo la loro diversità e accettando i loro limiti.

Predispone anche a mettersi in rapporto positivo con l'ambiente, con la realtà e il mondo.

La pedagogia salesiana affida lo sviluppo di questa dimensione alle attività che i giovani svolgono insieme in un clima di allegria e collaborazione. Lì essi incontrano adulti, capaci di amare le cause più nobili e di trasmetterne l'entusiasmo.

 

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2. Accoglienza della vita, esplorazione, brama di gustarla fino in fondo svelano e fanno toccare con mano la profondità delle aspirazioni umane e i loro limiti. Sta qui un altro passo da compiere e un grappolo di esperienze da proporre, in linea con l'incontro tra vita e fede. L'adulto è ormai capace di esprimere con proprietà questa percezione, mentre l'adolescente e il giovane la vivono ancora confusamente e la soffrono nella propria carne.

E’ compito dell’educatore mettersi al loro fianco e aiutarli a rendersene conto, vivendo esperienze arricchenti.

Tali sono quelle esperienze che chiamiamo di «pienezza», cioè quelle realizzazioni di ideali sognati intensamente come donazione, protagonismo, rinuncia al proprio comodo per servire i più bisognosi, contemplazione della natura o della verità, momenti di realizzazione.

Anche le esperienze «del limite e della miseria» sono capaci di far crescere e maturare interiormente: così le personali insoddisfazioni, la coscienza della propria povertà, le situazioni umane di dolore e di miseria.

Ma come può un giovane comprendere questo?

Ponendosi in ascolto della sua propria voce interiore, e imparando a leggere i fenomeni della convivenza umana. Seguito dall'educatore, egli si apre alla dimensione etica e matura in due direzioni: coglie l'incidenza dei suoi atteggiamenti e delle sue azioni sulla propria vita, e comprende la sua responsabilità verso gli altri con i quali condivide di fatto i beni principali. Separare questi due aspetti o subordinarli l'uno all'altro è far nascere e dar forza alla radice dell’individualismo. Sono due versanti su cui corre la maturazione della persona.

 

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3. Prende così corpo la domanda sul senso della vita e la ricerca del suo significato ultimo. Non si tratta di un problema «intellettuale». Al di là del come riescono ad esprimerlo, molti giovani fanno ricerca di senso, specialmente quando sperimentano nella propria vita una profonda insoddisfazione, a volte radicale, e pensano al futuro. L'insoddisfazione può avere origini e motivazioni diverse: la frustrazione di fronte all'impossibilità di raggiungere un modello di felicità che hanno desiderato, o l'esperienza del vuoto, dopo aver vissuto proposte che promettevano l'appagamento dei propri bisogni.

In questo processo di maturazione, gli educatori hanno un ruolo insostituibile. Sono chiamati ad offrire il loro aiuto nella riflessione, rendendo accessibile ai giovani la ricchezza della propria esperienza di adulti.

Ci sono alcuni ambienti che offrono per loro natura una riflessione sistematica sui problemi dell’uomo. La prassi salesiana sa mettere a disposizione anche modalità meno formali come valutazioni rapide, ma non superficiali, su eventi e situazioni, o conversazioni spontanee in contesto di distensione e di gioco, o confronti personali opportunamente predisposti.

 

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4. Nel giovane la domanda e la ricerca di senso diviene «invocazione», desiderio cioè di una risposta, di un orizzonte o di una prospettiva che faciliti la soluzione dell’interrogativo, posto dalla vita, sulla sua origine e il suo termine, sul compito proprio della persona perché essa giunga a pienezza.

Ogni processo di educazione dovrebbe avere in questo il suo traguardo. Si compie un’esperienza umana matura, che è anche un’esperienza «religiosa» perché la persona arriva ad immergersi nel progetto di Dio.

 

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Questo percorso cerca di venire incontro alle sfide lanciate dalla cultura attuale. Alla logica dell’autosufficienza e del secolarismo propone, infatti, un modo alternativo di essere pienamente uomo.

In molti contesti si afferma che il primo passo che i giovani devono fare è quello di percepire il vuoto degli idoli che incombono sulla loro vita e cogliere il manifestarsi di Dio nel creato e

nella persona umana. Nasce allora la proposta di ricostruire una identità personale, in un tempo in cui questa sembra spesso in crisi o frantumata.

La prassi salesiana sostiene non solo idealmente il valore fondamentale «dell’esperienza religiosa» nella formazione della personalità, ma privilegia nel concreto alcune modalità per farla maturare. Esse sono: la valorizzazione della vitalità e dell’espressione giovanile; la partecipazione ad attività in cui si può sperimentare il proprio valore e la gioia della condivisione; il coinvolgimento in situazioni di bisogno; i tempi di riflessione.

Quando il giovane ha raggiunto livelli più profondi e ha scelto la fede come chiave per interpretare la propria esistenza, viene accompagnato e stimolato ad elaborare una visione cristiana organica della vita e della storia.

 

Verso l'incontro autentico con Gesù Cristo

 

Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita (Gv 8,12).

 

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Il nostro servizio di educatori alla fede non può certo arrestarsi al livello della crescita umana, anche se cristianamente ispirata.

L'educazione alla fede chiede di proseguire verso il confronto e l'accettazione di un evento rivelato: la vita dell’uomo raggiunge la sua pienezza solo in Gesù Cristo.

«Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza»:[12] sta qui la definitiva risposta al grido che sale dall'esistenza in forma di «invocazione».

 

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Ma l'incontro con Gesù non è un incontro «qualunque». L'educazione alla fede cerca questo: di prepararlo, di offrirlo, di approfondirlo perché sia un incontro personale nella fede.

E’ infatti assai frequente riscontrare tra i giovani una vaga simpatia verso la persona di Gesù. Molti sono i messaggi e le immagini di Lui immesse sul mercato dai mass-media, e molti i giovani che conservano tracce di un’esperienza religiosa infantile ed hanno impressioni esterne e generiche sulla vita della comunità cristiana. L'incontro con Cristo resta spesso superficiale e fugace. D’altra parte, un’esposizione sistematica della fede può risultare per questi giovani soltanto una bella teoria, o l'ideologia articolata di un gruppo religioso, non «annuncio e promessa» di salvezza.

Attraverso quale cammino mettere il giovane in contatto profondo con Cristo? quali aspetti del suo mistero è meglio sottolineare?

 

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Quest'area è fortemente centrata sulla testimonianza dei cristiani. A sollecitare e a sostenere l'incontro di fede con Gesù Cristo si esige la vita vissuta di una comunità credente e la sua interpretazione mediante la parola della fede.

Nelle strutture in cui lavoriamo si verificano a volte degli insuccessi, perché ci affatichiamo a trasmettere in maniera impersonale formule di fede che, sganciate dalla loro efficacia per la vita, risultano del tutto incomprensibili.

La fede è ricercata e desiderata, quando i giovani si incontrano con un’autentica esperienza evangelica.

 

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Ecco alcuni traguardi a cui tendere progressivamente, perché l'incontro con Gesù Cristo superi la sola curiosità e si trasformi in un incontro nella fede.

 

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1. Un traguardo, che richiede il suo corrispondente nucleo di contenuti e di esperienze, è percepire i segni di Cristo Salvatore, la sua presenza nella comunità credente e la sua incidenza nella storia umana.

Questi segni si trovano:

- nelle persone che appartengono alla comunità;

- negli atteggiamenti che la memoria di Cristo suscita in loro;

- nel culto cristiano celebrato degnamente.

E’ un traguardo, questo, alla portata di tutti, anche di quelli che sono meno vicini all'evento cristiano.

I segni hanno un linguaggio e trasmettono messaggi. La pedagogia li sceglie, li prepara e li presenta perché parlino con forza alla sensibilità dei giovani.

Ma ci sono segni e messaggi che sfuggono alle nostre intenzioni. Vengono prodotti dallo stile dell’istituzione educativa o pastorale, dai rapporti delle persone fra loro, dal buon gusto e dal senso religioso che appare nei segni stessi della fede: oggetti, luoghi, gesti.

 

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La percezione dei segni può predisporre a capire la testimonianza dei discepoli di Cristo. I gesti umani e di fede delle persone che stanno vicine ai giovani costituiscono il primo richiamo alla fede. Non ci si riferisce solo ai gesti religiosi, ma anche alla disponibilità per un dialogo con i giovani e alla capacità di impegnarsi nella salvezza dei poveri.

La testimonianza rivela ai giovani il valore universale della fede, quando essi vengono a conoscenza di modelli eminenti di carità o di impegno che traggono la loro motivazione e la loro forza dall'amore di Cristo.

 

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2. La testimonianza viene esplicitata dall'annuncio di Gesù, della sua vicenda umano-divina e degli insegnamenti da Lui proclamati. E’ un annuncio che da parte degli educatori è una chiara confessione di fede.

Le circostanze consiglieranno la via da preferire: la conversazione personale, la catechesi, un sereno dialogo interreligioso. Si deve garantire, comunque, il carattere di "buona notizia". Gesù va presentato come verità che illumina la ricerca del giovane; come vita che stimola le energie di bene; come via che conduce al proprio compimento.

In questa stessa prospettiva la Parola di Dio deve apparire ad ognuno come apertura ai propri problemi, risposta alla proprie domande, allargamento ai propri valori, e insieme soddisfazione alle proprie aspirazioni.

 

137

3. L'annuncio porta a scoprire la presenza di Cristo nella propria vita come chiave di felicità e di senso. Si avvia allora il processo di conversione che, trasformando l'esistenza, conduce all'età adulta quella forma di Cristo che il Battesimo ha impresso in noi.

L'annuncio e la scoperta implicano, poi, l'adesione alla Persona di Cristo. Dal Cristo annunciato il cammino di fede procede verso il Cristo amato, contemplato e, finalmente, seguito con l'atteggiamento del discepolo.

Non tutto è graduale. Il Maestro propone percorsi nuovi, chiede precise rotture, indica esodi e rilancia nella direzione delle forti esigenze evangeliche.

A questo punto del cammino è possibile che avvenga il primo grande cedimento da parte di quanti lo hanno iniziato, non solo per le difficoltà che la fede pone, ma anche per le sviste degli educatori, più preoccupati delle cose che di accompagnare fraternamente il dialogo tra il giovane e Dio.

 

138

4. La perseveranza nella conversione e nel seguire Cristo porta, di conseguenza, a rielaborare la propria visione della vita, a viverla in modo nuovo, a rompere con l'alienante atteggiamento di peccato e con i modelli di vita che ne derivano. Si esige una ricomprensione della realtà e una condivisione di quella che fu la passione di Gesù: il Regno di Dio.

Per coloro che continuano, alla catechesi deve seguire il confronto della fede con i grandi problemi culturali. Sono i problemi intensamente sentiti, fondamentali per una vera maturazione della mentalità di fede. Questa richiede una precisa coerenza di pensiero e di vita. Tralasciare tale aspetto significa preparare

la tante volte deprecata rottura tra fede e cultura personale, tra pratica religiosa individuale ed etica sociale. Ci si impegni dunque nell’accompagnare coloro che prendono in seria considerazione il confronto della propria vita con la fede.

 

139

5. La pratica della fede, infine, implica il radicamento di atteggiamenti e comportamenti sostenuti dalle corrispondenti convinzioni. L'educazione alla fede abilita il credente a rendere ragione della propria speranza.[13]

La fede che riconosce la presenza e l'amore del Padre fiorisce nell’atteggiamento filiale verso di Lui (la «pietà»). La preghiera è il linguaggio datoci dallo Spirito per rivolgerci al Padre e va sviluppata secondo le diverse forme che la tradizione cristiana ha maturato.

La cura della «pietà» ebbe nei tempi passati forme pedagogiche adeguate alla condizione dei giovani di allora. Per noi è oggi urgente ripensare momenti e forme convenienti di iniziazione a partire dalla famiglia stessa.

 

Verso una intensa appartenenza ecclesiale

 

Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (At 2,42).

 

140

L'incontro con Gesù Cristo nella fede ha nella Chiesa il suo luogo privilegiato. Mosso dalla testimonianza viva della comunità cristiana o di qualche credente, il giovane matura attraverso una condivisione piena nel «popolo di Dio».

Senza la fede della Chiesa la nostra fede e quella dei giovani sarebbe molto povera. Mancherebbe il riferimento indispensabile per vivere da credenti. Se non si partecipa alla vita della Chiesa, si è lontani dal luogo in cui si sperimenta, in modo privilegiato, il dono della salvezza.

L'obiettivo finale di questo percorso si propone di aiutare i giovani a vivere l'esperienza della Chiesa, maturando così il senso di appartenenza alla comunità cristiana.

 

141

L'appartenenza dei giovani alla Chiesa non giunge immediatamente a maturità. Se non viene intesa bene dagli educatori-pastori e non viene curata saggiamente, rimane allo stato di simpatia generica, di adesione esterna, di prudente distanza e autonomia.

I giovani si muovono oggi con realismo tra appartenenze molteplici e limitate. L'appartenenza ecclesiale può maturare come adesione del cuore e della mente, soltanto se la Chiesa viene percepita come comunione con Dio e con gli uomini nella fede e nella carità, come segno e strumento del Regno.

Le istituzioni infatti, civili o religiose che siano raccolgono solamente un consenso parziale ed esterno. Si è capito che la persona è superiore ad esse come valore e come finalità. Soltanto se si percepisce la Chiesa centrata sulle persone la persona di Gesù Cristo, quelle dei credenti e quelle degli uomini da salvare più che sull'organizzazione o sulla legislazione, essa potrà provocare una decisione di fede.

 

142

Anche sotto questo aspetto vi sono atteggiamenti, contenuti ed esperienze che definiscono un cammino. Essi possono essere descritti partendo sempre dai più poveri rispetto alla fede.

 

143

1. Il primo aspetto è prendere atto del bisogno che i giovani hanno di amicizia e di rapporti interpersonali profondi, di partecipazione e solidarietà; far emergere il loro senso della festa, il gusto dello stare assieme.

Gli educatori accolgono questi valori, li approfondiscono, li condividono, partecipando ai momenti in cul'i giovani li esprimono e curando di portarli ad un’ulteriore profondità.

In pieno accordo con la tradizione salesiana, tutto questo si carica già di significato ecclesiale, se si realizza in un ambiente di ampia accoglienza in cui sia possibile entrare in contatto con i credenti, con i segni ecclesiali e con le comunità cristiane.

 

144

2. Un altro insieme di atteggiamenti e di contenuti ecclesiali matura nell’esperienza del gruppo giovanile, dove il giovane si sente personalmente accolto e valorizzato. Egli stesso sperimenta la gioia del condividere, si apre alla comunicazione e alla responsabilità in un clima di reciproca fiducia. Impara cosi anche la comprensione e il perdono.

 

145

3. Quando questi gruppi sono inseriti in ampie comunità educative o cristiane, impegnate in un progetto comune, costituiscono già un’esperienza concreta di Chiesa. Matura allora una maggiore consapevolezza. Si arriva alla scoperta della Chiesa come comunione più profonda e come servizio universale.

Questo avviene, però, quando nella comunità sono vivi i segni della realtà ecclesiale: lo sforzo di comunione tra le persone, la presenza complementare di vocazioni diverse, il giudizio evangelico sugli eventi, la celebrazione della fede.

E’ utile anche l'incontro con altri credenti, il contatto con altri gruppi e comunità cristiane, con cui sia possibile comunicare esperienze, condividere progetti comuni di impegno sociale e apostolico.

Giova anche una conoscenza sufficiente della storia della Chiesa, che faccia scoprire la presenza e l'azione di Gesù che suscita sempre in essa nuove energie di rinnovamento e santità.

 

146

4. Si ha una fase importante nello sviluppo del senso ecclesiale quando esso diventa atto di fede nella Chiesa.

Accompagniamo persone e gruppi verso questo traguardo, aiutandoli a porre la Parola di Dio al centro della propria esistenza. Alla sua luce questa viene riletta, e si impara a condividerla e a celebrarla con altri credenti.

Si partecipa alla pastorale organica della Chiesa locale, si valorizzano gli insegnamenti del Papa e dei Vescovi, riconoscendo la loro missione di unità e di guida.

 

147

5. L'esperienza positiva di partecipazione giovanile alla vita della comunità cristiana fa crescere il senso di appartenenza alla Chiesa. Quando le comunità cristiane accolgono e valorizzano il loro contributo di vitalità, i giovani assumono le proprie responsabilità, assimilano i valori e le esigenze della comunità e si sentono stimolati alla creatività e all’impegno.

 

148

6. La partecipazione più intensa al mistero della Chiesa si realizza attraverso la preghiera, l'ascolto della Parola, la celebrazione della salvezza. Nella fede si comprende che la Chiesa è «mediazione» dell’incontro con Dio. Si vive questa mediazione con gratitudine per conformarsi a Cristo nel pensiero e nella vita.

Promuovendo la tradizione che viene da Don Bosco, proponiamo questo incontro soprattutto, ma non soltanto, nei sacramenti dell’Eucarestia e della Riconciliazione. In essi viviamo, insieme con i giovani, il rapporto personale con Cristo che riconcilia e perdona, che si dona e crea comunione, che chiama e invia, e spinge a diventare artefici di una nuova società.

La partecipazione frequente a questi sacramenti sembra attraversare un momento di stasi. Il segreto per superarla è educare agli atteggiamenti che stanno alla base della celebrazione cristiana: il silenzio, l'ascolto, la lode, l'adorazione; è formare al linguaggio simbolico, concretamente ai simboli fondamentali dei sacramenti; è offrire esperienze di celebrazioni graduali e ben curate; è accompagnare il tutto con una catechesi sacramentale progressiva che faccia vedere il rapporto tra la celebrazione e la vita giovanile illuminata dalla fede in Gesù.

In tutto ciò va colta la profondità del mistero e la sensibilità giovanile. Sono necessarie infatti sia l'educazione alla celebrazione che l'educazione nella celebrazione.

La catechesi della Confermazione acquista una funzione importante come mezzo privilegiato per suscitare nel ragazzo e nel giovane il senso della presenza dello Spirito e la volontà di impegnarsi per il Regno.

La catechesi del Matrimonio prepara a vivere l'amore da persone mature, ad aprirsi generosamente alla vita e ad esprimere la Chiesa nella propria famiglia.

 

Verso un impegno per il Regno

 

Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito... a ciascuno è data una manifestazione particolare detto Spirito per l’utilità comune... (1 Cor 12,4.7).

 

149

Nella pedagogia salesiana della fede la scelta vocazionale è l'esito maturo e indispensabile di ogni crescita umana e cristiana. «Educhiamo i giovani a sviluppare la loro vocazione umana e battesimale con una vita quotidiana progressivamente ispirata e unificata dal Vangelo».[14]

La fede non può essere ridotta a un puro assenso intellettuale. Il credente confessa la verità impegnando la propria vita per la causa di Dio, Salvatore dell 'uomo .

La vocazione cristiana si comprende soltanto facendo riferimento al Regno, che è insieme dono di Dio e fatica dell’uomo. Dio ne è il protagonista. Egli vuole la vita e la felicità dell’uomo e realizza questa sua volontà in molti modi differenti. L'uomo è invitato ad accogliere questo dono con disponibilità totale e a scommettere la propria vita per il progetto di Dio.

Il cristiano allora vive la sua vocazione riconoscendo la signoria e l'amore di Dio e impegnando le proprie forze fino alla radicalità. Accetta che tutto è dono di Dio e che noi siamo «soltanto servi». Ma constata anche la necessità del duro sforzo quotidiano per vincere la potenza della morte e per consolidare la vita. Si è allora veri discepoli e amici di Gesù, perché disponibili con Lui a fare la volontà del Padre servendo l'uomo fino alla croce.

L'impegno vocazionale diventerà in tutti responsabilità familiare, professionale, sociale e politica. Per alcuni fiorirà in una consacrazione di particolare significato: il ministero sacerdotale, la vita religiosa, l'impegno secolare.

 

150

L'obiettivo di quest'area è aiutare i giovani a scoprire il proprio posto nella costruzione del Regno e ad assumerlo con gioia e decisione. Per giungere a questo traguardo, si possono immaginare alcuni passi a mo’di tappe di un cammino.

 

151

1. Ogni giovane ha dentro di sé del positivo, facendo leva sul quale si possono ottenere grandi risultati.[15]

Occorre in primo luogo far emergere questo positivo, attraverso il paziente lavoro di attenzione a se stessi, di confronto con gli altri, di ascolto e di riflessione.

Da questa scoperta gioiosa delle proprie risorse, pur con limiti e ostacoli, nasce il desiderio di far fruttificare i doni ricevuti. Essi sono: al primo posto la vita, filo conduttore di tutto il cammino di fede, che bisogna imparare a gestire; la salute; l'intelligenza e il cuore; il patrimonio umano e religioso della famiglia; l'amicizia; i beni materiali; le difficoltà che aiutano a superare se stessi...

Il giovane apre gli occhi su di sé e su quanto lo circonda e scopre il legame di solidarietà che unisce le persone tra di loro.

 

152

2. Avere doni e possibilità non basta. Occorre con questi doni essere veramente felici. Si inseriscono qui le prime e diverse esperienze di condivisione. Il giovane si allena alla generosità e alla disponibilità. Sono questi i due atteggiamenti che generano la gioia: per avere più vita bisogna donarla.

Si collocano intanto le basi di un’esperienza cristiana solida, com'è stata descritta nelle due aree precedenti, fondata sull'incontro con Cristo capace di far risuonare un «invito e una chiamata» e sulla percezione della Chiesa come «missione» nel mondo, compiuta attraverso modi e mezzi molteplici.

Per qualunque discorso sulla vocazione tutto ciò è indispensabile.

 

153

3. Siamo al momento dell’annuncio vocazionale. C'è una catechesi che avvia i giovani, attraverso la parola e il contatto con modelli, alla riflessione vocazionale. Fa loro vedere qual è la vocazione di tutti e quali sono le diverse forme di servizio del Regno.

A questo annuncio il giovane risponde con l'attenzione e l'ascolto: «Signore, che cosa vuoi che io faccia?».[16] Egli si interroga attraverso quali vie realizzerà la chiamata ad offrire la propria vita. Si avvia così un dialogo interiore in cui ciascuno deve personalmente ascoltare e rispondere.

 

154

La proposta esplicita di chi accompagna il giovane lo aiuterà a intravvedere possibilità nuove per la propria esistenza. Infatti per alcuni l'appello viene dalla presenza di modelli ricchi di senso e di qualità evangeliche. Altri invece assicurano che non avrebbero mai interpretato la chiamata se non fosse stato loro rivolto l'invito esplicito a impegnarsi in un tipo di vita come cristiani laici, religiosi, presbiteri.

La proposta viene a volte da una comunità che, mentre coinvolge e testimonia, è capace di animare e «raccontare» la propria storia. La presentazione del Fondatore e l'aggancio affettuoso alle origini si rivelano determinanti per il nascere di alcune decisioni. Tale è pure la conoscenza degli impegni attuali della comunità, in particolare di quelli più difficili e significativi.

 

155

4. L'annuncio vocazionale accolto spinge al discernimento. Il giovane valuta se stesso e i doni ricevuti in rapporto agli inviti fattigli e ai servizi e ai ministeri che ormai fondamentalmente conosce. Egli non fa ciò soltanto mediante un’analisi razionale. Si apre alla generosità e vive la «chiamata» come una iniziativa del Signore, cercando di dare il suo «sì» dal profondo della propria coscienza. Sa che la vocazione coinvolgerà tutta la sua persona: le sue preferenze, i suoi rapporti, le sue energie, i suoi dinamismi.

E’ un processo delicato.

Si tratta di tutto l'universo personale in movimento, che va organizzandosi attorno ad una scelta. Questa non dipende soltanto da interessi e attitudini naturali, ma dalla disponibilità a riconoscere la presenza di Dio nella propria vita e dalla libertà capace di assumere l'invito della «grazia».

Tutti gli elementi della vita spirituale concorrono allora all'esito favorevole del discernimento. Alcuni però sono da privilegiare:

- la preghiera-meditazione che fa passare dalla superficie della vita all'interno di essa: la persona vi incontra se stessa e sente con più facilità l'appello che Dio le rivolge;

- l'orientamento personale o direzione spirituale capace di proporre contenuti motivanti, di abilitare il giovane a leggere i segni nella propria vita, di illuminare i momenti di snodo vocazionale, di verificare il cammino di crescita, di aiutare a superare la dipendenza dagli stimoli esterni e dallo stesso educatore;

- l'impegno apostolico che aiuta a maturare quell'amore che si fa dono nella comunità cristiana e nella società.

 

156

5. Il discernimento orienta verso una prima scelta vocazionale.

Molti fattori concorrono ad individuarla: dalle inclinazioni spontanee all'immagine che la comunità cristiana offre come luogo dove impegnarsi. Il punto determinante però è che il giovane riesca a vedere tutto questo come «appello personale» e sia disposto a rispondere, con Maria: «Eccomi, Signore!».

Piuttosto che su un lavoro da fare, religioso o profano, egli si concentrerà su un senso singolare da dare all'esistenza: fare di essa una confessione del valore assoluto di Dio e una risposta al suo amore.

 

157

La presenza materna di Maria ispira intensamente tutto il percorso nel suo insieme e in ciascuna area. Per ogni giovane si potrà ripetere: «Lei ha fatto tutto».[17]

Maria è la prima fra i credenti e la più perfetta discepola di Cristo.[18] La parola di Dio si è fatta carne e storia nella sua anima e nella sua persona, prima che nel suo seno.

Perciò Essa rappresenta al vivo il cammino faticoso e felice dell’uomo singolo e dell’umanità verso il proprio compimento. In Lei le strade dell’uomo si incrociano con quelle di Dio. E’ dunque una chiave interpretativa, un modello, un tipo e un cammino.

Maria si è sentita ed è stata proclamata «beata», felice nella sua povertà, per il dono di Dio, per la sua disponibilità.

Maria ha accompagnato la Chiesa nascente e partecipa oggi con la ricchezza della sua maternità alla maturazione storica della comunità cristiana e alla sua missione nel mondo.

 



[1]Cf. Cost. 12

[2]Cost. 20

[3]MB 17, 107

[4]Cost. 40

[5]MB 17, 114

[6]Cf. Gal 4,19

[7]Cf. Cost. 34

[8]Cost. 31

[9]MB 1, 125

[10]Cf. Cost. 32

[11]IP 11

[12]Gv 10,10

[13]Cf. 1 Pt 3,15

[14]Cost. 37

[15]Cf. MB 5, 367: «In ogni giovane... avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell'educatore è di cercar questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto»

[16]At 22,10

[17]Cf. Mons. G. Costamagna, Conferenze ai figli di Dorl Bosco, Santiago del Cile 1900, p. 165

[18]Cf. MC 35

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