Progetto e animatore

Inserito in NPG annata 1991.

 

Animatore che progetta /2

Domenico Sigalini

(NPG 1991-06-26)

 

Dopo quella famosa lettera, gli scontri con i probiviri della parrocchia, le commosse attestazioni: nonostante tutto sono dei bravi ragazzi, che non ci chiedono che di accorgerci di loro... qualcosa si è mosso.
I maligni dicono che gli adulti si sono dati da fare perché un altro passaggio incriminato della lettera diceva testualmente: «Più andavamo all'oratorio ad incontrarci (e non ai giardini pubblici dove disturbavano e insospettivano la gente; n.d.r.), lì secondo loro tutti avrebbero capito i nostri «biso gni», «problemi» e la «voglia di stare assieme».
Una sera due poliziotti ci dissero: «Ragazzi! non fateci caso a queste nostre uscite che siamo obbligati ad effettuare per accontentare molti adulti che non si ricordano di essere stati giovani, e che non capiscono i vostri problemi».
Non si poteva essere messi in coda ai poliziotti! Come se questi non fossero pure padri di famiglia e a loro volta con dei figli a spasso per i giardini pubblici.

LA NATIONAL GALLERY DELL'ANIMATORE

Gli adulti hanno concesso una sede per gli incontri. Per ora non ci interessa commentare ulteriormente il fatto. È utile invece vedere subito la galleria di quadri immediatamente esposta nella sede accanto ai vari poster dei cantanti e dopo una piccola lotta tra juventini e milanisti per schiaffare sul muro anche Totò purché fosse in maglia azzurra.
Era una galleria di animatori d'epoca.

Gli apprendisti stregoni

Il primo quadro evoca una stanza arredata a qualche maniera, vecchi banchi di scuola riciclati da qualche scuola del regime, un prete in cattedra col tricorno che parla con un testo sottomano, e lui, l'animatore, nella posa di un portaborse, un po' dislocato dagli altri, tutti schierati e talvolta assopiti.
L'animatore era una figura di apprendista stregone tra il capoclasse e il «disponibilone», quella buonapasta, paziente e pronto a subentrare in caso di assenza del prete o a gestire incontri un po' meno formativi e più organizzativi.
Passava di grado dopo reiterate e pazienti prove; più segretario del verbale che animatore di un cammino. Gli mancava soprattutto il gruppo, perché si trattava sempre di una adunanza.
Non si poneva problemi di progetto: c'era scritto tutto sul testo e nelle iniziative di spiritualità a scadenza fissa.

I jeans e eskimo

La scena è un po' diversa: i banchi non ci sono più, il tavolo è in mezzo, una greve atmosfera di fumo, seduti a qualche maniera in tutte le pose possibili. Sembra di sentire quel che tutti, rispettando poco il turno, dicono.
Non ci si accorge più chi è il prete se non per una autorevolezza riconosciuta.
Lui, l'animatore, è nel centro della mischia: dà la parola, la toglie, non prima di aver sovrapposto la sua, urla, spiega il volantino, trascina e decide. È soprattutto un leader che non vuol riconoscere il ruolo di animatore, tanto meno una qualsiasi responsabilità educativa, anche se nessuno si muove senza il suo consenso.
Sono tutti vestiti alla stessa maniera: jeans e eskimo. Un testo assolutamente non esiste, il progetto non c'è, o, meglio, è concentrato nella tensione tra domande, ricerca, risposte di ogni riunione fiume.
Si riparte sempre daccapo e si deve arrivare a una conclusione entro la fine della riunione. Domani ci sarà un altro problema, la vita avrà ribaltato la posizione di equilibrio trovata e si dovrà ripartire da qualcosa di nuovo, per arrivare a un altro volantino, un altro concentrato di domanda, risposta, provocazione per il vivere e per il credere.

I signori del riflusso

Il terzo quadro è la fotografia di due assembramenti: da una parte loro, i nuovi adolescenti, con voglia di far festa, di giocare, di divertirsi, anche con un pallone di carta, disponibili a eseguire i bans più demenziali che si pensavano relegati ai bambini, che se ne raccontano a non finire, possibilmente mano nella mano; dall'altra un gruppo di duri, più su di età, con la faccia e la posa alla «Ecce bombo», animatori inascoltati, lontani due galassie dai nuovi adolescenti.
L'unica cosa che ancora li accomuna è il fascino della chitarra. Parlano di riflusso, pensando che i più giovani abbiano degli sconforti e dei rimorsi: loro invece stanno benissimo così.
Hanno cominciato a soli 19 anni a dire: ai nostri tempi sì che... E la frase non è ancora in disuso anche oggi. Ce ne vorrà di tempo prima di passare il testimone e di capire un ruolo più profondamente educativo.
È il tempo del progetto espropriato. Prendono il sopravvento i movimenti, quelli che hanno poche cose da opporre, chiare e martellate fino alla noia. Il progetto non nasce più dal gruppo, ma viene da lontano, da alcune idee forza elaborate in visioni talora esageratamente ideologiche.

I giacca e gel

Il tempo passa, il nuovo quadro rappresenta dei bei ragazzi e delle belle ragazze, ben puliti, giacca e gel, gonna e trucco. Anche lui, l'animatore, si sente quasi bene davanti al tavolo, in posizione inconfondibile e autorevole.
Ha capito il ruolo educativo da svolgere, si fa in quattro per far loro prendere la parola, perché altrimenti starebbero sempre a tre a tre come i ragazzi che fan la naia o le ragazze che si assentano dal gruppo per andare ai servizi.
Ha imparato le tecniche ai campi- scuola, sa fare la lectio divina, ha a disposizione finalmente un catechismo, ma lo filtra con ogni specie di sussidio. Il progetto è affidato al sussidio, non sa dove si vuol arrivare, basta che passo passo si possa «portar fuori», «sopravvivere» alla riunione.
Si accorge solo alla fine di non aver raggiunto alcun obiettivo, quando ormai verso aprile-maggio cala la frequenza alla vita di gruppo e si sta più volentieri in piazzetta a parlare.

I nuovi animatori thermos

Al posto dell'ultimo quadro c'è uno specchio: stessa cornice, stesso formato, in sequenza perfetta; sono loro che aggiornano continuamente l'autoritratto. Qualche volta è appannato e non vi si vedono, qualche volta è sporco: meglio non guardarsi.
Le cose che li distinguono dal quadro precedente fanno fatica a emergere, perché sono tutte interne: voglia di animare, tensione educativa, condivisione, ma giusta consapevolezza di una asimmetria; duri di fuori, ma fragili dentro come un thermos, lucidi nell'osservare gli adolescenti, ma drammatici internamente quando si tratta di risolvere gli strascichi lasciati dai problemi che ancora li accomunano.
Convintissimi che devono farsi un progetto. Hanno alle spalle una piccola biblioteca dell'animatore con tutti i sacri testi: Pollo, Tonelli, Comoglio, Milanesi, Jelfs, Grom, Vopel...
A furia di ripassare la galleria si convincono di dover passare alla progettazione, ma persistono ancora alcune riserve.
Esistono dei rischi che si debbono evitare.
È giusto tenerli sotto controllo perché, assolutizzati, danno buoni motivi a taluni operatori di pastorale per dichiarare superfluo o, troppo sbrigativamente, «parolaio» il lavoro di progettazione.

PROGETTO NON È

* Progetto non è ingabbiare le persone, non dispensa dall'essere creativi.
Nel mondo giovanile la creatività e l'originalità sono necessari come l'aria che si respira. La fame di novità è coniugata alla fame di vita. La routine del quotidiano è frustrante come il suono della sveglia al mattino, come le raccomandazioni della mamma prima di andare al camposcuola. Se fare un progetto significa fissare i paletti che delimitano la spontaneità, tessere una ragnatela in cui si tenta di invischiare anche la sorpresa di un incontro gratuito, di una scoperta fulminante e motivante, si spegne la vivacità e la partecipazione. Regolare la spontaneità non significa però spegnere la creatività, ma darle canali perché sia posta al servizio di tutti e capace di tirarsi dietro a forza una vita che cresce.
* Progetto non è mettersi al servizio dell'inquadramento, o stabilire dei livelli minimali in cui ci si adagia e accontenta, o diventare un regolamento che scavalca le persone, che non garantisce il pluralismo e il rispetto della libertà, ma proporre una varietà di cammini e di attuazione di essi.
In un mondo giovanile che, contrariamente a qualche anno fa, teorizza la differenza, siamo troppo malati di appiattimento. In questo gruppo bisogna essere tutti uguali, tutti conformati al- lo standard, ricominciare sempre daccapo tutte le volte che ci si incontra, domandarsi sempre perché siamo in pochi, perché siamo rimasti solo noi, come si fa a agganciare i lontani, ma senza mai fare un passo che qualifica di più. Un progetto può rischiare o di livellare al basso, facendo sentire le persone a posto, quando hanno raggiunto il minimo, o di non tener conto delle differenze. È invece tipico di un progetto ipotizzare itinerari diversificati a seconda delle vocazioni e stadi di maturazione raggiunti, e aiutare a trasformare i punti di arrivo in nuovi punti di partenza.
* Progetto non è privilegiare l'aspetto dell'attività a scapito dell'interiorità e della disponibilità allo Spirito.
A qualcuno il progetto e, a maggior ragione, una programmazione, fa l'impressione di un binario in cui tutto quello che si poteva esprimere è stato detto. Ormai abbiamo pensato, riflettuto, pregato, adesso occorre agire. La stessa terminologia: tappe, obiettivi di primo livello, aree, movimenti, atteggiamenti... dà l'idea di una autostrada da cui non puoi più uscire. Si confonde l'aver le idee chiare, sapere dove si vuol arrivare, con la somma delle attività che le realizzano. Il progetto porta ad agire, ma è sempre sbilanciato verso il pensare; mette a disposizione strumenti, ma non ha in sé la spinta. Questa la invoca e ce l'ha garantita dallo Spirito, con cui ogni animatore deve vivere in intimità.
* Progetto non deve nemmeno essere uno strumento per creare divisioni e stabilire piccole gerarchie di merito e di conformismo
Qualcuno senza fantasia non trova di meglio che un progetto per poter verificare sul campo chi ci sta e chi no, per poter alla fine avere un «partecipometro», un misuratore automatico del- l'appassionarsi a una causa, della riuscita del dialogo educativo, un registro del professore per dispensare graduatorie.
* Parte da una lettura non ideologica ma appassionata delle domande degli adolescenti: coinvolge, senza sconvolgere, nella ricerca comune e nell'impegno di una formazione rigorosa; è chiaramente sbilanciato verso una proposta globale di fede senza cedimenti all'indice di gradimento o alle preoccupazioni dell'indottrinamento.

SUGGERIMENTI PER L'AZIONE

In vista di iniziare una seria progettazione degli interventi educativi, analizzare e descrivere la galleria delle figure educative presenti nella comunità cristiana, che operano con gli adolescenti.

1. Fare un censimento degli educatori che ci sono compilando questa tabella:

1991-06-29

2. Sognare quali altri educatori ci dovrebbero essere. Si dia pure spazio alla fantasia compilando quest'altra tabella:

1991-06-30

3. Inventare strumenti, elencandone almeno cinque, per coinvolgerli nello studio o nella riformulazione di un progetto educativo.

4. Applicare alla progettazione l'esercizio di cui qui sotto viene riportata la tecnica (cf riquadro: Tecniche di creatività).

TECNICHE DI CREATIVITÀ

L'organizzazione concreta di riunioni di creatività prevede l'utilizzazione di particolari tecniche di animazione.
Potrebbe essere utile, a questo punto, presentarle. In realtà questo lavoro non è necessario perché su Note di pastorale giovanile ne sono già state presentate, lo scorso anno, un discreto numero. Rimandiamo a quelle pagine della rivista, oppure al volume di B. Grom, Metodi per l'insegnamento della religione, la pastorale giovanile e la formazione degli adulti (LDC 1982).
Qui ci limitiamo ad analizzarne una, il Braistorming, al fine di «fondere» i presupposti teorici, sopra descritti, con le modalità meramente esecutive.
Si è scelto il Brainstorming in quanto si tratta di una tecnica diffusa e molto conosciuta, utilizzabile di ogni età e di ogni estrazione sociale.
Il Brainstorming è un procedimento che incoraggia il pensiero divergente e la produzione di molte idee differenti. È una tecnica per promuovere idee stimolando la piena partecipazione di tutti i membri del gruppo.
All'interno della sua conduzione si distinguono tre fasi:
- l'esposizione iniziale;
- la «tempesta di idee» o fase produttiva;
- la fase di spoglio delle idee emerse.

Esposizione iniziale

L'animatore dà anzitutto le consegne rispetto all'incontro. Espone il problema, in modo da risultare chiaro in breve tempo (massimo 15 minuti). Il tono della voce deve enfatizzare e drammatizzare il problema, in modo da motivare le persone sulla necessità della sua risoluzione.
Ecco le principali consegne dell'animatore al gruppo:
- l'immaginazione libera è ben venuta, anche se le idee possono sembrare assurde;
- la quantità di idee è richiesta più della loro qualità. Il compito è raccogliere il massimo di idee nel minor tempo possibile;
- la critica o autocritica è rigorosamente vietata;
- bisogna ascoltare le idee e proposte dell'altro e poi associare liberamente a partire da tali idee e proposte.
L'animatore può consigliare ai membri di segnare per iscritto le proprie idee, per evitare di scordarle, o per concentrarsi su di loro fino a non fare attenzione a quel che dicono gli altri.
In questa fase vengono scelti alcuni osservatori la cui funzione è raccogliere, registrando per iscritto, tutte le idee emerse nell'incontro. Questi si distinguono di fronte al gruppo, in modo da essere certi di non perdere nessun contributo.
Le persone possono intervenire alzando la mano per segnalare che c'è una idea da esporre.
Queste consegne hanno come obiettivo di fare una pressione diretta sulla produttività.
Dal punto di vista della dinamica del gruppo, l'insieme delle consegne crea una competizione per la creatività; ivi compreso il fatto che gli osservatori scrivano le idee manifestate da ciascun membro.
Tuttavia sarà lo stile di conduzione dell'animatore che avrà maggiore peso nella produttività.

Fase produttiva

Non appena esposte e chiarite le consegne, l'animatore dà il via al lavoro limitandosi a dare la parola e fa rispettare le consegne, dando priorità al moltiplicarsi delle associazioni di idee, piuttosto che alla produzione diretta. È il momento della cosiddetta «tempesta delle idee».
Il numero delle idee aumentano con il passare del tempo.
Non si deve avere paura se la produzione sarà più scarsa all'inizio di questa fase. Man mano che si svolgono le interazioni, i partecipanti sperimentano un aumento di fiducia nella forza dell'immaginazione. Vedendo il ritmo crescente delle idee emesse, ritrovano anche fiducia nella propria immaginazione, stimolata dall'interazione e protetta dalla critica degli altri. La spontaneità si manifesta nell'improvvisazione. I partecipanti sperimentano una situazione anti-convenzionale, insolita, superando le modalità stereotipate con cui ognuno si propone agli altri. Aumenta la fiducia negli altri, anche perché le loro idee possono diventare di stimolo per le proprie.
In questa fase l'animatore non partecipa, non introduce nessuna idea e non è direttivo. Riformula le proposizioni poco chiare, controllando che la persona si senta espressa dalla riformulazione, incoraggiata e stimata.
Ogni tanto, dopo che per un certo tempo il gruppo si è riscaldato e ha fornito un numero congruo di idee, il conduttore ferma il lavoro e mette in evidenza le tracce di lavoro emerse fino a quel momento. Questo implica che egli velocemente individui una categorizzazione di quanto raccolto. Queste piste possono essere riutilizzate dal gruppo in un momento di «stanca» del processo emotivo, costituendo una base per ripartire.
I partecipanti, verso la fine di questa fase di produzione, sperimentano un livello di esaltazione e insieme di stanchezza, legato allo stato di eccitamento intellettuale e fisico provocato dall'insieme e dalla soddisfazione derivante dalla produzione.
Grazie alle modificazioni della percezione e delle relazioni interpersonali, i partecipanti sviluppano nuove considerazioni gli uni degli altri. Ognuno è consapevole che l'altro ha delle idee ed è capace di inventiva. L'interazione rende i partecipanti solidali nella creatività, migliorando la morale e lo spirito di iniziativa del gruppo.

Spoglio delle idee emerse

Conclusa la «tempesta di idee», il conduttore ne tenterà una sistemazione. Quanto espresso dai partecipanti viene raccolto e classificato per categorie o aree. Vengono delineate delle piste di possibili soluzioni al problema presentato all'inizio della riunione. Ora il gruppo è chiamato a valutare criticamente le varie possibilità in relazione al loro uso ed applicazione.
Questo è il momento in cui si deve esprimere l'attività critica e valutativa del gruppo.
Va ricordato di non tralasciare le idee più assurde o «pazze».
I criteri per selezionare le idee possono essere:
- il loro grado di originalità;
- il loro grado di realismo;
- il loro grado di prossimità temporale nella realizzazione;
- il loro grado di efficacia.
Scelta la soluzione, l'animatore dovrà darle seguito su un piano operativo.
Il non rendere esecutiva la scelta emersa da una riunione di creatività risulta più nocivo di quanto lo sia per gli altri tipi di incontri. Infatti, in questo caso, il livello di frustrazione personale sarà maggiore, direttamente proporzionale al livello di impegno che ciascuno avrà messo nell'incontro.
È importante che nei gruppi che utilizzano il Brainstorming vi sia una certa varietà di opinione e background. Per i gruppi che non hanno familiarità con questa tecnica può essere utile una riunione di «riscaldamento», in cui viene spiegato e sperimentato il procedimento.

Conclusione

Le riunioni di creatività sono utili, perché molti dei motivi per cui nel gruppo non nascono idee non hanno niente a che vedere con le potenzialità dei componenti. Le cause vanno invece ricercate nella presenza di membri dominanti, stereotipi nelle reciproche esperienze, conflitti interpersonali, modelli abituali di non coinvolgimento e silenzio, paura del ridicolo o del giudizio. Sono queste le cause che soffocano la creatività di molti membri di gruppi. I principi teorici di cui abbiamo fatto cenno, debbono essere tenuti presenti ogni qualvolta si voglia esaltare la creatività del gruppo. Le tecniche a riguardo, per la stessa natura della creatività (informalità, fantasia...), sono illimitate. L'unico limite può essere rappresentato dalla mancanza di elasticità nel conduttore.