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Nuovi oratori per una nuova pastorale giovanile

 

Domenico Sigalini

(NPG 2002-02-40)

 

UNA PASTORALE GIOVANILE PER GLI ANNI 2000

La pastorale giovanile italiana non è nata con il documento Evangelizzazione e testimonianza della carità e nemmeno con l’inizio di un coordinamento nazionale tenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana tramite il Servizio nazionale per la Pastorale giovanile, ma è una esperienza viva di tutte le comunità cristiane da sempre. Da dieci anni a questa parte però si è proceduto con un atteggiamento progettuale a livello nazionale e con interventi magisteriali episcopali più consequenziali. Se vogliamo riassumere a slogan: il primo documento è in Evangelizzazione e testimonianza della carità ai paragrafi 44,45,46 con l’invito a costruire una pastorale giovanile intelligente organica e coraggiosa; il secondo è in Con il dono della carità dentro la storia con la necessità di fare di ogni comunità cristiana una casa accogliente per i giovani; il terzo documento è Educare i giovani alla fede con l’apertura della pastorale giovanile agli spazi non consueti della pastorale; il quarto grande contributo non è un documento solo, ma un insieme di documenti ed esperienze: è la GMG di Roma con la sorpresa di una domanda di Dio esigente da accogliere nella vita quotidiana e una decisione serena di rispondere con generosità, e ultimamente con il documento Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia come spinta a forare le solitudini giovanili con il dono di una fede «trasmessa» e incarnata nel mondo che cambia.
Un capitolo a sé merita il ruolo del Santo Padre riguardo al mondo giovanile, sia per la sua catechesi sia per la mobilitazione di tutti nei confronti dei giovani con le GMG.
Dall’insieme di questi interventi che sono spesso codificazione di comportamenti e slancio nuovo per approfondirli e farli crescere traggo le indicazioni che seguono.
La pastorale giovanile si può orientare su tre grandi direttrici, non prima di una necessaria dichiarazione di intenti.

Una precomprensione obbligata: appassionati dei giovani

Ci viene in aiuto, anche come interrogativo per la nostra coscienza, il discorso del Papa ai giovani Kazaki, domenica 23 settembre 2001.
Mentre tutti tentano di mostrare i muscoli e venti di guerra soffiano sul nostro pianeta, lui, il Papa, imperterrito, fragile, senza divisioni, approda nell’Eurasia, non solo terra tra l’Europa e l’Asia, ma nome dell’università di Astana, in Kazakhstan e qui incontra i giovani. È ancora Lui, il papa di Tor Vergata, che non si abbasserà mai a dire ai giovani: «ai miei tempi», a buttare in faccia le debolezze della vita, a spegnere le piccole speranze, ingenue e fragili. Per i giovani ha sempre e solo parole di grande dignità. «Chi sono io secondo te papa Giovanni»? chi sono io secondo te papà, mamma, insegnante, politico, allenatore, educatore, prete? Il papa risponde: «tu sei un pensiero di Dio, tu sei un palpito del cuore di Dio, tu hai un valore in certo senso infinito, tu conti per Dio nella tua irripetibile individualità». Non penso che tutti noi che ci interessiamo ai giovani abbiamo chiara questa prima immediata precomprensione. Se ci rivolgessero la stessa domanda che hanno fatto a lui noi diremmo: siete una preoccupazione, non siete capaci di coerenza, siete svogliati nello studiare, dopo tante vacanze che avete fatto non siete ancora stanchi di far niente, vi pesa la partecipazione alla vita della comunità cristiana, abboccate a tutto e dimenticate il meglio… Per il papa invece i giovani non sono massa di manovra, non sono statistiche, non sono contemporanei da cui difendersi, non sono bastardi perditempo, ma «i chiamati ad essere artefici di un mondo migliore». Non sono solo parole per blandire, per accontentare, per lasciare nella solitudine, ma per fare salti di qualità. Nessuna realtà terrestre vi potrà soddisfare pienamente, la vostra vita ha come fine di essere «donata all’Altissimo», come canta il poeta kazako Jussavi. In kazako, «ti amo» significa «io ti guardo bene, ho su di te uno sguardo buono», proprio quello di Dio su ogni giovane. «C’è un Dio che vi ha pensato e vi ha dato la vita». E questa fede darà a tutti basi sicure per costruire l’edificio della vita e del mondo.
È il costante atteggiamento del Papa nei confronti dei giovani e un insegnamento che deve diventare parte del nostro progetto pastorale. Lo possiamo accostare a tutte le altre affermazioni che costellano il felice rapporto del Papa coi giovani.
Non possiamo dimenticare il discorso del 7 dicembre 1965 di Paolo VI quando, a chiusura del Concilio e parlando appunto di esso, ebbe a dire: «Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal concilio sul mondo umano moderno. Il suo atteggiamento è stato molto e volutamente ottimista. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi, invece di funesti presagi, messaggi di fiducia. I valori dell’uomo non solo rispettati, ma onorati…». [1] Papa Giovanni Paolo II, che era presente, ha iniziato subito a mettere in pratica il Concilio sostituendo alla parola «mondo» la parola «giovani».

«Voi, cari amici... sarete all’altezza delle sfide del nuovo millennio». Se ai miei tempi era così, voi ai vostri tempi saprete trovare la strada per fare meglio di noi.
I giovani non si sentono addosso le osservazioni icastiche di rivendicazione di superiorità dell’adulto, di umiliazione di fronte agli errori inevitabili della vita, di subdola soddisfazione perché le previsioni di discontinuità nell’impegno si avverano. Si sentono dire che hanno capacità di cambiare il mondo.
Per noi adulti frasi rivolte ai giovani come: «mia gioia e mia corona», sono solo citazioni di una Parola, forse un po’ ingessata in altri tempi; per i ragazzi è stato un atto di stima, di amore, di compiacenza, di connivenza.
Ripenso ai giovani in quella spianata in un ascolto attento, anche se decisamente non convenzionale, di quanto dice il Papa e pronti a un battimani scrosciante, rumoroso, convinto mentre dice: «… il Signore vi vuole bene anche quando noi lo deludiamo». Il papa stesso a queste risposte immediate dirà: «questo non è stato un monologo, ma un vero dialogo». Che voleva dire quell’applauso? Sicuramente che i giovani si rendono conto di non essere mai all’altezza di un merito, ma che per questo sanno che Dio va oltre le debolezze, le cancella, non le vede, non le tiene in conto, si colloca su un piano superiore al classico do ut des, hai fatto male e quindi paghi, te l’avevo detto di stare attento, ma hai fatto di testa tua e sono contento che ti sia andata male.
Gesù è diverso, la fede cristiana non è la somma dei successi, ma delle continue proposte che Dio ci fa di ricominciare.
Il motivo per cui il Papa ha dato vita alle GMG è proprio questo, porre al centro della considerazione della Chiesa i giovani. Se non riusciamo a dialogare coi giovani a proporre loro la fede, il vangelo, non è soprattutto peggio per loro, ma peggio per noi che veniamo privati di un grande dono di Dio.

La fede, il caso serio della vita

La prima proposta, la prima scelta di progetto è la contemplazione di Cristo. Il papa ha detto ai giovani kazaki: «Permettetemi di professare davanti a voi con umiltà e fierezza la fede dei cristiani: Gesù di Nazaret, Figlio di Dio fatto uomo duemila anni orsono, è venuto a rivelarci questa verità con la sua persona e il suo insegnamento. Solo nell’incontro con Lui, Verbo incarnato, l’uomo trova pienezza di autorealizzazione e di felicità».

La fede deve dare gusto al vivere

Gesù è prima di tutto vita in abbondanza: egli ha preso sul serio i bisogni dell’umano, il desiderio di star bene con la propria corporeità, con la propria mente, nel vasto mondo delle relazioni, nelle esperienze affettive. Sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo, il suo desiderio di sentirsi riconciliato con il proprio essere profondo, spesso frantumato, senza che tutto questo sia frutto di un merito, ma solo per bontà e tenerezza. Gesù conosce il bisogno di festa dei giovani. Allora la missione prima della comunità ecclesiale è esistenziale prima che kerigmatica, deve andare al cuore della vita prima che pronunciare assiomi.
Se i giovani di oggi chiedono una spiritualità più incarnata, più «palpabile», più legata alla vita, non sono individualisti, egocentrici, materialisti, ma uno stimolo che ci fa giungere l’invito di Dio a rimetterci continuamente in stato di iniziazione.
Evangelizzare non è ricondurre a delle credenze, fare entrare in un sistema, ma dare pace alla vita complessiva nella sua globalità, così da poter dire: «va’ in pace». Queste parole le abbiamo costrette a fare da conclusione ai funerali, ma sono invece il mandato di ogni giorno per ogni uomo.

La domanda che gli uomini di oggi hanno di Cristo esige che ci siano testimoni veri che non recitano, ma che raccontano che portare lo zaino della vita, non da eroi, ma in compagnia di un Salvatore
– non è una assicurazione contro gli infortuni, ma toglie sicuramente dalla disperazione;
– non sazia, ma al contrario scava ancora più in profondità dentro la fame e la sete;
– non fa del cristiano uno che ha qualche merito in più nell’amore, nell’essere cittadino, nel comportamento, ma un povero diavolo che si rimette in sella solo perché si sente un povero diavolo, guarito dal sogno della autorealizzazione.
In una società del merito, Cristo è la chiave di volta del sentirsi figli di Dio e del vivere da fratelli. È insomma il richiamo a dare alla fede la caratteristica della contemplazione. Siamo chiamati ad offrire il gusto della vita con la stessa forza e impegno con cui proponiamo l’amore tra i fratelli. Questo esige di vivere al cospetto di Gesù, prima di inventare regole.

Il fascino di Gesù e la sua centralità

Gesù non è un talismano o qualcuno che dobbiamo mettere sulla bilancia per vedere che vantaggi mi possono venire dalla fede in lui, dalle preghiere, dalla vita cristiana.
Qualche sparata giornalistica supportata da ricerche ancor più serie ci avverte che la preghiera fa bene al cuore, che se vai a messa tutte le domeniche abbassi la percentuale di morte per infarto, che chi segue un codice morale ha più salute. Abbiamo proprio ridotto la fede in Gesù alla pubblicità di un prodotto: ti allunga la vita.
Ma Gesù è bello perché è lui, è affascinante perché è lui. Non è un talismano portafortuna, non è una vetrina da rompere in caso di incendio o di pericolo, non è strumentale a nessuna nostra piccola o grande pretesa. Si può star bene anche senza andare a messa alla domenica, si può essere buoni anche senza essere cristiani, si può campare fino a cent’anni senza pregare, si può vivere di ingiustizia tutta la vita e farla franca.
Ma la bellezza di Gesù è un’altra cosa, il suo amore è al di sopra di ogni immaginazione, la gioia che dà non è paragonabile a nessuna cosa al mondo, la sua Parola è una spada che penetra in profondità, la sua vita è pienezza, i suoi sogni sono l’eternità, il suo sguardo è forza, i suoi sentimenti una compagnia, il suo volto è uno squarcio di cielo, le sue mani sono sostegno.
È necessario vincere la tentazione di fare sconti, di ridurre al minimo, di adattare, sia nel proporre il vangelo, sia nel presentare la vita sacramentale, sia nell’indicare le grandi mete, sia nell’offrire passi calibrati per raggiungerle, sia nel proporre la bellezza della vocazione al matrimonio, sia nell’offrire spazi di ricerca e di decisione per la verginità per il Regno, sia nel chiamare al servizio esigente della carità, sia nel proporre impegni e responsabilità sociali. Pellegrini sulle strade del tempo, ma con nel cuore una sete di eternità. Occorre sporgersi verso visioni utopiche della vita, la chiesa deve imparare a sognare di più con gli uomini d’oggi come ha fatto Cristo. Il Papa ce lo ha riconfermato. Il sogno è il primo approccio alla radicalità delle scelte.
La radicalità è imparentata con la trasgressività, cioè con quell’atteggiamento che soprattutto il giovane prova nel sentirsi quasi braccato dalla vita, dall’adulto, dalle strutture, da volerle infrangere per desiderio di libertà, di vita più autentica. È un atteggiamento che spesso non è capito, sotto cui si nascondono anche debolezze e ingenuità, ma va colto nella sua tensione positiva, capace di ridare al vangelo la sua forza dirompente, che spesso nella vita concreta è stata mortificata. In questo senso Gesù è un «trasgressivo», un giovane che non si adatta all’idea di Dio che i benpensanti del tempo imponevano, al tempio come borsa valori, all’uomo come strumento della legge e non soggetto di un dialogo con Dio. Tante decisioni controcorrente di Gesù sono apprezzate dai giovani, come boccate di ossigeno in una società del politicamente corretto.

- La proposta deve tener conto di alcune attenzioni.
* La generazione dei giovani di oggi sta compiendo il passaggio dalla categoria dei timorati di Dio a quella degli innamorati di Dio, con una forte esigenza di personalizzazione dell’esperienza della fede. È loro esigenza fondamentale avere a disposizione percorsi non episodici, sviluppati con decisione e chiarezza culturale, che mettano al centro la figura di Gesù, l’unico che «può riempire fino in fondo lo spazio del cuore umano», come dice spesso il Papa quando si rivolge ai giovani, e capaci di far superare le riduzioni di Gesù a superuomo o a divinità esoterica, che si consuma in emozioni o ricerca del meraviglioso.
* Questi cammini hanno bisogno di una comunità cristiana viva, concretamente sperimentabile nelle relazioni umane quotidiane, come la parrocchia, spinta necessariamente ad aprirsi alla comunione e alla collaborazione con le altre, presenti soprattutto in una unità territoriale. La parrocchia, spazio naturale del confronto e della compresenza di tutte le generazioni, è ancora la comunità più semplice che permette concretamente che il percorso educativo sia ritmato sulla prassi dei sacramenti, e che in esso sia rafforzata l’azione educativa di entrambi i genitori nei confronti dei figli, indispensabili a una continuità di rapporti con la fede anche dopo l’iniziazione cristiana. La comunità parrocchiale però non può rimanere isolata o indistinta e generica, ma deve essere arricchita da esperienze molteplici di movimenti, gruppi e associazioni, ciascuno dei quali crea tessuti di relazioni personali, gradualità di crescita, progettualità e missionarietà, dialogo con adulti significativi.
* L’esperienza credente deve poter disporre di concreti tirocini di servizio di carità e di solidarietà, di rapporto con il mondo delle povertà e impegno volontario. Una esperienza prolungata e progettuale di servizio alla comunità sia civile che religiosa, sia in patria che in paesi di missione consente ai giovani di vivere un cammino cristiano equilibrato e organico, in cui la crescita interiore può coniugarsi con la maturazione personale e la consapevolezza sociale e politica del proprio impegno di cristiani.
* Le GMG ormai entrate nella programmazione pastorale ordinaria della vita dei giovani dicono la necessità di formulare itinerari appositi per i giovani, aprono loro gli orizzonti del mondo, fanno percepire la cattolicità della Chiesa, offrono una esperienza positiva di rapporto con gli elementi istituzionali della chiesa, permettono di riscoprire la figura del vescovo, aiutano a vivere la fede al cospetto del mondo. Il respiro di universalità che hanno portato è diventato spazio normale della vita dei giovani e hanno permesso una esperienza di globalizzazione positiva.
* Le esperienze di ricerca spirituale vissute nei pellegrinaggi, nelle varie case di spiritualità, nei movimenti ispirati a figure di santi, coltivate entro le congregazioni e gli istituti religiosi spingono a osare di più nel proporre cammini di spiritualità impegnativi, radicali e nello stesso tempo confermano della necessità di offrire ai giovani comunità di vita in cui sperimentare come tirocinio di crescita una concreta vita di comunione, che li aiuti anche a prendere le decisioni fondamentali della vita.

- L’ossatura della proposta va sviluppata in itinerari di fede che hanno questi elementi costitutivi:
* Incontro con Cristo.
Le GMG hanno da sempre riportato il giovane a mettere al centro della vita e di ogni esperienza religiosa la persona di Gesù, il Cristo morto e risorto, l’uomo Dio, il Figlio del Padre, il salvatore del mondo. Un annuncio chiaro, esplicito, non solo verbale, ma diretto della persona di Gesù è oggi essenziale alle nuove generazioni. Le molteplici mediazioni educative necessarie non devono mai mettere tra parentesi la verità su Gesù e la sua vita.
* Attraverso la Parola, narrata da una comunità accogliente.
È esperienza positiva di tutte le nostre chiese diocesane la scuola della Parola per i giovani e la lectio divina che permettono di accostare personalmente, direttamente, con la guida della comunità e del magistero la Parola di Dio, capace di offrire la persona stessa di Gesù e il criterio di giudizio di ogni esistenza, di ogni progetto di vita.
* Centralità dell’Eucaristia e della preghiera.
La celebrazione eucaristica domenicale è ancora per molti giovani un momento decisivo di appartenenza a una comunità e del perdurare di una vita di fede. L’incontro con Gesù nella vita sacramentale, il poter stare con Lui cuore a cuore nell’Eucarestia, la consolazione del suo perdono, la forza del suo spirito sono momenti indispensabili di un cammino di crescita nella fede. La preghiera è praticata ancora da molti, in forme spesso troppo soggettive, ma molto personali. Una autentica educazione alla preghiera in tutte le sue forme anche popolari è molto attesa e seguita.
* Educazione alla carità.
Fa parte di un corretto itinerario di educazione alla fede la decisione di mettersi al servizio delle molteplici povertà del mondo. È un servizio, talvolta iniziato con esperienze di volontariato o servizio civile, che deve essere continuamente rimotivato alla luce della fede, sostenuto dalla visione cristiana della vita, come imitazione dell’amore di Gesù verso il Padre e verso gli uomini, capace di dare risposte anche alle domande di spiritualità del giovane, nella grande unità di amore a Dio e ai fratelli che non può mai essere diviso.
* Educazione alla missione.
Aprire coraggiosamente i giovani alla missione ad gentes come tappa normale del cammino di crescita e di maturazione cristiana, con esperienze anche temporanee, ma inserite in progettualità di scambio e cooperazione tra le chiese.
* Educare a rispondere alla vita come vocazione.
«Il tema della vocazione è del tutto centrale per la vita di un giovane. Dobbiamo far sì che ciascuno giunga a discernere la «forma di vita» in cui è chiamato a spendere tutta la propria libertà e creatività: allora sarà possibile valorizzare energie e tesori preziosi. Per ciascuno, infatti, la fede si traduce in vocazione e sequela del Signore Gesù». [2]

L’offerta di luoghi di aggregazione

Ai giovani oggi la comunità cristiana non può offrire solo l’aula della celebrazione eucaristica, ma deve offrire un tessuto di relazioni, aprire spazi di incontro, mettere a disposizione comunità educanti e ambienti in cui i giovani si sentono accolti perché sono giovani, in cui possono incontrarsi ed esprimere la loro originalità con cammini innovativi di fede nella creatività delle espressioni artistiche, nel coinvolgente linguaggio musicale, nell’impegno sportivo e atletico, nei percorsi dei pellegrinaggi e del turismo, nel vasto campo delle nuove tecniche di comunicazione, in tirocini severi di disponibilità e di servizio, nell’accoglienza di tutti i nuovi giovani di altre nazioni che popolano le nostre comunità. La cura dei giovani esige che ogni comunità crei spazi di aggregazione. Le grandi tradizioni educative degli oratori e centri giovanili ci dicono che offrirli loro come «ponti tra la chiesa e la strada» è una via decisiva per aiutare tanti giovani ad approfondire domande, a orientarle alla risposta della fede, a fare esperienze e tirocini di vita comune e solidarietà.
Questa scelta esige uno sforzo condiviso nel preparare nuove figure educative, che a un volontariato motivato e convinto si affianchino professionalità che lo sostengano, entro progetti e sostegni non casuali. Gli educatori siano aiutati a continuare il cammino di fede che li ha motivati ad iniziare l’avventura dell’educazione, e siano fatti crescere in questo esercizio spirituale su di sé ancor prima di essere un compito verso gli altri.
Gli oratori, le associazioni, i movimenti hanno bisogno di fare un salto di qualità per essere laboratori della fede in due direzioni:
– nel tornare ad essere veri spazi aggregativi.
Se in oratorio, associazione, la vita del giovane, la sua voglia di incontrarsi, le sue domande di vita non sono interpretate, non si può neanche iniziare a parlare di laboratorio. È solo un dispensario, un mortorio, una sacrestia o una strada;
– nel qualificare in senso giovanile proposte vere di fede, spazi espliciti di ascolto e di incontro tra le persone e con l’esperienza dei credenti. Se un giovane cerca la fede, l’oratorio gliela può offrire o è attrezzato per tutt’altro? I giovani che li frequentano sono esigenti nei confronti dei loro animatori perché li facciano incontrare Gesù. Se un ventenne dopo la fuga vuol tornare trova quello che cerca o non ce ne è più nemmeno l’ombra e il ricordo? [3]

* Questa duplice direzione viene molto ben illustrata dalla proposta del papa di far crescere laboratori della fede, che nei discorsi del Papa [4] hanno almeno queste caratteristiche:
– La ricerca, il farsi domande, il non dare per scontato, il dubbio, la dialettica, il lavoro della ragione e dei sentimenti, delle emozioni e dei comportamenti. Questo significa lavorare molto (laboratorio) sull’aiutare i giovani a dare fondo a tutte le riserve umane che crescono nella vita interiore, nei rapporti sociali, nei propri progetti riguardo al problema religioso, alla propria appartenenza alla chiesa, ai doppi pensieri che popolano ogni esistenze e che nessuno vorrebbe che altri anche solo sospettassero che abbiamo. Ciascuno ha sperimentato la tentazione dell’incredulità e può aiutare gli altri a superarla. Qui c’è lo spazio per chi crede appena qualche pezzo della vita di fede se si mette in cammino di dialogo e di crescita. Alcuni giovani che provengono da ambiente cristiano spesso non si sono domandati fino in fondo che cosa significa credere, non sanno distinguere religione da fede, sentimenti da adesione…
– L’ascolto, il confronto, lo studio, l’incontro con Lui o direttamente o attraverso gli altri, nel silenzio del raccoglimento o nella ricerca comune. Esiste una esperienza di comunità credente con cui confrontarsi, tante persone che hanno risposto positivamente alla fede. Occorre essere posti con serietà davanti al nucleo fondamentale della fede, al suo centro, sfrondandolo delle cose secondarie; chiarendo quali sono gli elementi fondamentali e quali sono i comportamenti che li traducono nella concretezza. Qui la Parola di Dio, le riflessioni della teologia, le vite dei santi e dei testimoni sono molto importanti. Qui forse si può sperare di ricomprendere il vangelo nella sua radicalità, di toglierlo dalle secche comode in cui i nostri equilibrismi lo hanno chiuso.
– L’adesione, anche sofferta, ma decisa e felice: è la confessione adorante, è l’incontro entusiasta, è il ritorno dopo la fuga, il pentimento e l’invocazione accorata. È il momento del «mio Signore e mio Dio», dell’affidamento, della preghiera anche se ancora di invocazione e non di ringraziamento per il dono ricevuto, della celebrazione, della vita sacramentale, dell’accostamento ai tesori della Chiesa, ma in termini rinnovati, incarnati, capaci cioè di portarsi dentro la vita, illuminata dalla fede. Per chi ritorna è un momento da celebrare anche esternamente, con gli amici, in qualche luogo particolare che segni una sorta di crinale di ritorno.

* Non ci potrà essere comunità che non si presenti come «laboratorio della fede». Le nostre esperienze pastorali, tutte le nostre attività dovranno d’ora in avanti misurarsi con questa affermazione di capitale importanza. Ogni comunità cristiana, ogni gruppo, ogni esperienza giovanile, ogni oratorio, ogni spazio formativo della comunità cristiana deve diventare laboratorio della fede. Penso al ritorno alla fede di tanti giovani oltre i vent’anni attraverso la celebrazione, qualcuno del sacramento del Battesimo, molti del sacramento della Cresima o del Matrimonio. Sono tempi assolutamente da non sprecare sia per i giovani soggetti che per gli amici che li accolgono. È un grande laboratorio della fede il progetto di pastorale giovanile se fa percepire a chi lo vive una continuità e la convergenza alla meta che è l’incontro con Cristo. La Giornata mondiale della gioventù è stata un laboratorio della fede. Il tema della fede sarà centrale per queste generazioni e lo dovrà essere di ogni pastorale giovanile. La fede è il caso serio della vita di questi giovani, e per essa si deve impiantare dovunque un laboratorio, uno spazio di incontro tra Dio e l’uomo, una palestra che aiuta a capire le domande e a lanciarle oltre le piccole risposte comode di un vangelo ridotto a galateo o di una ingessatura ritualistica. Non per niente i nostri vescovi hanno fatto una assemblea e offerto orientamenti proprio sull’educazione alla fede dei giovani!
Il pericolo assolutamente da avere ben presente e da affrontare è che si dia il nome di laboratorio della fede a tutte le iniziative che già si fanno, senza cogliere la sfida a ricentrarle più in profondità sull’effettivo essere laboratorio, ricerca, sfida, lotta, nuova attrezzatura, nuovo coinvolgimento della vita dei giovani...

* Per fare questo non sono necessari i muri soprattutto, ma:

- Una comunione effettiva e felice con tutte le aggregazioni ecclesiali.
A detta di tutti si è sperimentato soprattutto in questa GMG una vera comunione fra i vari gruppi, associazioni e movimenti. Sono lontani i tempi della rissa, del litigarci le quattro pecorelle rimaste mentre fuori c’è tanta sete di Dio. È finito l’atteggiamento della palingenesi, cioè della rivendicazione al proprio gruppo del vero inizio della fede cristiana. Tutti offrono cammini seri e motivati ai giovani e assieme si fanno esperienze di apostolato, di formazione di missionarietà. Queste aggregazioni laicali spesso possono contare su religiosi e religiose desiderosi di servire il mondo giovanile a partire dal carisma che Dio ha loro dato. L’atteggiamento eccessivamente preoccupato della proposta vocazionale è inserito in una seria pastorale giovanile, aperta su tutte le vocazioni ecclesiali e laicali. I religiosi nella vita ecclesiale non possono essere visti in maniera funzionale alle deficienze della pastorale ordinaria, ma sono la pastorale ordinaria. Così lo sono le associazioni, i movimenti, i gruppi di particolari spiritualità. Il passo successivo è coinvolgere le associazioni e i movimenti in progetti specifici e proposte allargate al territorio o alla zona pastorale. Mettendo assieme le forze lavorando in filiera, in rete possono inventare gruppi di catecumenato, gruppi di primo annuncio, cattedra dei non credenti… Esistono due tipi di associazioni che possono essere coinvolte: quelle «professionali», cioè quelle più rivolte ad alcune attività specifiche ludiche, musicali o latamente culturali, e quelle di evangelizzazione, più orientate all’annuncio o alla formazione cristiana in termini espliciti.

- Un coordinamento nel territorio di tutte le parrocchie e di tutti gli oratori o centri giovanili specializzandoli diversamente a seconda del contesto e delle strutture. Questo significa che non tutti gli oratori o le parrocchie della stessa zona possono offrire tutto quello che serve ai giovani del territorio, ma che ci si coordina con progetti e animatori che lavorano in collaborazione. Ci potrebbe essere un oratorio ben attrezzato che fa da centro propulsore e altri in cui si svilupperanno attività coordinate; per esempio un ambiente si specializza per la notte, un altro per lo sport di un certo livello, un terzo per la musica, il teatro, l’arte..., un altro per i percorsi per i fidanzati o l’educazione all’amore con la presenza anche di un consultorio familiare. Nello stesso tempo ci si dovrà coordinare con le altre realtà del territorio.
Ogni spazio deve avere un po’ di tutto per la vita concreta dei ragazzi, soprattutto per quelli più giovani (ragazzi e preadolescenti) che non hanno molta autonomia negli spostamenti. Ogni parrocchia offre sicuramente tutto quello che costituisce la vita credente. Ma quando si tratta di luoghi di aggregazione, di interventi qualificati si deve entrare in una nuova collaborazione. Ogni oratorio ha il suo campetto, ha il suo luogo di accoglienza, la sua stanza per la musica. Uno solo però si può attrezzare o con una bella stanza per le incisioni, o con un buon torneo che aiuta a mettere in circolo atteggiamenti meno commerciali per lo sport, o con un informagiovani (servizio educativo) sulle problematiche affettive, o con una scuola per animatori o per un tipo di animatori ben attrezzata culturalmente e didatticamente…

La missione nei luoghi di tutti

– «I giovani chiedono di superare i confini abituali dell’azione pastorale, per esplorare i luoghi, anche i più impensati, dove i giovani vivono, si ritrovano, danno espressione alla propria originalità, dicono le loro attese e formulano i loro sogni»(cf Educare i giovani alla fede). Il papa stesso dice: «Abbiate premura anche dei tanti giovani che non frequentano la comunità ecclesiale e che si riuniscono sulle strade e nelle piazze, esposti a rischi e pericoli. La Chiesa non può ignorare o sottovalutare questo crescente fenomeno giovanile! Occorre che operatori pastorali particolarmente preparati si accostino ad essi, aprano loro orizzonti che stimolino il loro interesse e la loro naturale generosità e gradatamente li accompagnino ad accogliere la persona di Gesù Cristo» (discorso 27 agosto 2000).
– La GMG ci ha presentato giovani decisi a esprimere la testimonianza di fede con lo stile dell’Incarnazione. Sono giovani contenti di essere credenti, ma anche di essere giovani di questo nostro tempo; hanno voglia di vivere, ma non hanno paura della croce; sanno stare con tutti, ma sanno anche offrire la serietà della ricerca di una risposta di fede; si divertono e si impegnano. Ogni comunità cristiana deve essere aiutata a esprimere un gruppo di giovani e adulti che, aiutati dai presbiteri, diventa riferimento per allargare il dialogo a tutti i giovani, per abitare con coraggio tutti i loro luoghi, per riempire di presenze educative ogni loro spazio, per soccorrere i feriti della vita, della notte, dello sballo che tante volte colorano di tristezza i luoghi del divertimento, per essere il segno concreto che ogni giovane sta a cuore alla chiesa.
– Uscire è un imperativo assolutamente necessario. I luoghi dei giovani, che sono luoghi di domande di senso, sono sfidati a diventare luoghi di offerta di ragioni di vita. Saranno sempre necessari momenti di iniziazione rinnovati, entro le appartenenze della comunità cristiana, ma il grosso dell’intervento oggi è di spendersi nei luoghi di tutti, pena il restare isolati, il non poter offrire la bellezza del vangelo.
– Il primo coinvolgimento della comunità cristiana è sicuramente sui problemi più importanti e più carichi di futuro del loro vivere: la scuola e il lavoro. La scuola oggi esige presenze pacate di educatori, di genitori e di insegnanti che sanno misurarsi con le innovazioni, ma anche un colpo di reni di tutte le forze educative per inscrivere nei percorsi formativi la bellezza della prospettiva di un uomo non appiattito sulle prospettive di un materialismo strisciante.
– Le esperienze di scuola cattolica, che tra tante difficoltà esprimono il desiderio della comunità cristiana di coniugare cultura e vita cristiana, devono poter contare su una più decisa progettualità di tutta la comunità cristiana e su una qualificazione esigente di insegnanti e personale formativo.
– Il mondo del lavoro deve poter vedere la convergenza di tutte le realtà professionali, imprenditoriali, associative di categoria e di evangelizzazione per creare nuovi posti di lavoro per tutti in tutta l’Europa e una nuova solidarietà di livello globale che sa offrire ragioni di vita e prospettive di mondo «pulito» per tutti.
– È necessario dialogare, consapevoli della propria identità e dello scopo della missione della Chiesa, con le amministrazioni pubbliche perché attraverso leggi e protocolli d’intesa, non solo siano valorizzate le attività formative della comunità cristiana, ma si investano maggiori risorse sul futuro dei giovani e si stabiliscano collaborazioni e convergenze educative.
– Il messaggio da annunciare a tutti i giovani è il dono di Cristo risorto, è la risposta alla sete di Dio e di comunione tra i fratelli, è la dimensione sovrannaturale della vita e non una semplice socializzazione o visione politicamente corretta dell’umano convivere.

A questo scopo gli oratori diventano crocevia di collaborazioni con il territorio, di evangelizzazione negli ambienti, di iniziative di missionarietà quotidiana, di applicazione al vasto mondo dei mass-media. Non solo ponti tra la strada e la chiesa, ma anche tra istituzionale e informale.

L’annuncio senza paura e senza pretesa

È impegno di tutta la comunità cristiana abitare gli spazi di tutti con uno stile di servizio e di proposta dell’esperienza di fede secondo la modalità insuperabile che ci suggerisce la Evangelii nuntiandi:
– starci dentro per condividere e portare gli uni i pesi degli altri;
– far saltare i valori antievangelici che vi si possono incontrare;
– dire in nome di chi siamo presenti ad appassionarci alla vita di tutti.
A noi è chiesto di annunciare il vangelo, non di portare dentro il nostro modo di pensare. L’annuncio è precedente e non dipendente da ogni eventuale seguito che ne risulterà. La Parola ha una sua efficacia indipendente da noi e dai nostri percorsi. È necessario che la Parola risuoni nella vita delle persone nel massimo della libertà. Chi ha ascoltato le beatitudini di Gesù non è detto che poi sia finito nella chiesa che gli apostoli hanno costruito. Sicuramente non erano sul Calvario a condividere passione e croce, ma quelle parole saranno risuonate come salvezza nelle loro vite e nel loro futuro, e avranno dato speranza a quelle vite nei momenti delle loro decisioni fondamentali;
– il cambiamento di un punto di vista: estroversione anziché chiusura o arroccamento o attesa.
Quando si parla di giovani occorre immediatamente aprirsi a un concetto di accoglienza incondizionata. La comunità cristiana che sta in attesa è destinata a diventare insignificante per i giovani, a tenere per sé il Vangelo e nello stesso tempo a vivere senza le risorse che essi sono. In molte chiese si ha ancora la convinzione che il centro siamo noi: noi abbiamo cose necessarie da offrire, ci attrezziamo al meglio, mettiamo tutte le carte in regola, facciamo bene il nostro lavoro liturgico, celebriamo le nostre feste e vedrai che alla lunga i giovani si faranno vivi, verranno a chiederci di Dio. Invece i giovani hanno altre strade e nemmeno sospettano che le risposte a tanti loro interrogativi sono proprio nel vangelo come è vissuto da una comunità.
Le nostre comunità si dividono il territorio e credono di spartirsi anche i giovani. In questo modo può capitare che in una città universitaria i giovani, che possono essere anche svariate migliaia, non siano di nessuno; che gli spostamenti strutturali (andare a scuola tutti i giorni, spostarsi per il tempo libero, ricercare interessi e relazioni…) siano lasciati senza un minimo di attenzione della comunità. Prima di dividersi il territorio dovremmo salire su un elicottero, fotografare gli assembramenti giovanili e da qui ridefinire le responsabilità territoriali della comunità cristiana. Non sono le sacrestie che devono decidere la pastorale giovanile.

Questo significa che:

– i giovani vanno incontrati dove sono e non attesi nei nostri spazi.
Uscire è un imperativo assolutamente necessario. I luoghi della vita parallela, che sono luoghi delle domande di senso, sono sfidati a diventare luoghi di offerta di ragioni di vita. Sarà sempre sicuramente necessario il momento formativo istituzionale entro alcuni spazi definiti, saranno necessari momenti di iniziazione rinnovati, entro le appartenenze della comunità cristiana, ma il grosso dell’intervento oggi è di spendersi nei luoghi di tutti, pena il restare isolati, il non poter offrire la bellezza del vangelo;

– il soggetto dell’incontro non sono gli addetti ai lavori, ma un popolo (cf nuovi animatori) di credenti e una rete di comunità interagenti.
Tale scelta esige che i soggetti della proposta sia veramente la comunità cristiana, il popolo dei credenti e non i soliti quattro a cui si affitta il mondo giovanile per avere la coscienza in pace. I destinatari dei corsi per animatori di pastorale giovanile devono essere molto più eterogenei di quanto lo siano i giovani volonterosi che danno un po’ del loro tempo per tenere a bada un gruppetto o una classe di catechismo.
Se i giovani che si vogliono incontrare non sono solo nei gruppi e nelle associazioni, ma sono anche quelli delle piazze e dei pub, della strada e del muretto, della festa e dell’incontro straordinario, dello spazio di aggregazione (leggi: oratorio o centro giovanile) e dello sport, del giorno e della notte, se si è allargata l’esperienza di contatto, deve moltiplicarsi anche la figura dell’animatore. Si deve andare in cerca di una nuova generazione di animatori che non sognano immediatamente di «finire» in un gruppo, ma che devono star vivi su tutto il territorio, se vogliono intercettare i giovani e offrire loro ragioni di vita: si tratta allora di genitori, di professori, di professionisti (baristi, musicisti, cantautori, gestori di discoteca, giornalai), di religiosi e religiose, di presbiteri che vogliono riprendere a dialogare coi giovani, di assessori alle politiche giovanili, di datori di lavoro, di responsabili di associazioni professionali, di allenatori sportivi, di proprietari di palestre, di personale scolastico non docente, di operatori nel settore non profit, conduttori di consultori… Solo che il corso per animatori è ancora fermo a preparare giovani per l’animazione di gruppo;

– le strutture ecclesiali vanno aperte gratuitamente in tutti i sensi, ma non nell’indifferenza educativa.
La chiesa deve fare gesti concreti di disponibilità nell’offrirsi gratuitamente alle esigenze vitali dei giovani. Questo esige anche scelte molto impegnative dal punto di vista economico. Non so se è molto evangelico oggi guadagnarsi un buon affitto in centro con qualche proprietà e non invece rinunciarvi per aprire qualche buon locale di accoglienza dei giovani per il loro tempo libero o per il loro studio o per la loro espressività. La gratuità non è dabbenaggine, non è sciatteria, ma offerta di spazi che siano veramente dei giovani, carichi di proposte, di risposte al bisogno di incontro e di ricerca, di scambio e di ascolto;

– mobilitare tutte le energie ecclesiali popolari.
Le GMG hanno messo in evidenza quante forze popolari sono disponibili a spendersi per i giovani: genitori che ospitano, competenze professionali disposte a investire, amministrazioni comunali, fondazioni culturali. Il futuro dei giovani è compito di tutti. Compito di una pastorale giovanile è anche di cercare il massimo di collaborazioni possibili per informagiovani, studio della lingua italiana per stranieri, assistenza legale… I giovani devono accorgersi che c’è qualcuno che si spende per loro e lo fa gratis.


UN NUOVO ORATORIO COME SPAZIO DI AGGREGAZIONE INDISPENSABILE PER EDUCARE I GIOVANI ALLA FEDE

Qualche premessa

– Dire che l’oratorio è indispensabile significa dire che la necessità si porta sul livello di quello che lo strumento serve e non sulla forma che assume. Detto in parole più semplici, credo che oggi una qualsiasi forma di aggregazione giovanile sia necessaria per educare i giovani alla fede e che l’oratorio sia una di queste, quella che ha più tradizione alle spalle, quella che ancora oggi io voglio sostenere come possibile e doverosa, pur nelle tante forme che le situazioni diversificate delle diocesi italiane permettono. Nel mio lavoro di incaricato di pastorale giovanile sono stato testimone di come molte diocesi, sia del centro che del Nord o del Sud dell’Italia pensano seriamente a una qualche forma di oratorio per i giovani, a un vero tessuto di relazione che si sviluppa in ambienti ben caratterizzati e progettati.

– Quando si cerca di progettare un oratorio non si intende progettare tout court la pastorale giovanile, ma di vedere come lo strumento oratorio può essere usato al meglio perché sia luogo educativo per i giovani alla fede, cioè di vedere come può servire, per lo strumento che esso è, ai grandi obiettivi della pastorale giovanile che hanno bisogno anche di altri strumenti per essere raggiunti. Questo è importante dirlo per non creare attese che un oratorio non può soddisfare e per non creare alibi a chi per statuto antropologico o collocazione sociale deve interessarsi dei giovani e della loro educazione alla fede. Per questo non si può pensare che sia l’unico luogo in cui si fa pastorale giovanile (cf scuola, liturgia, nuovi areopaghi, famiglia, associazione…). Insomma, non è scritto nel vangelo che occorre l’oratorio per educare alla fede i giovani, però voglio dire che se si decide di utilizzare questo strumento, occorre usarlo con serietà per quello che esso è. Tutta la prima parte di questo articolo va valutato come proposta di pastorale giovanile, ora cerchiamo di vedere come l’oratorio sia indispensabile in quella proposta e come debba strutturarsi se vuol realizzare quella pastorale giovanile.

– L’oratorio è un progetto che ha i suoi spazi, i suoi obiettivi, e le sue esigenze. È un luogo di aggregazione giovanile, in cui i giovani stessi costituitisi e collegati come una comunità educativa si aiutano a crescere da cittadini e da cristiani, è lo spazio della vita e della fede in mutua interrogazione, è un ponte tra la strada e la chiesa, dove non si resta nella povertà della strada, né ci si rifugia nel prolungamento della sacrestia, ma dove si accoglie la vita, la si apprezza, la si pone sotto la luce della Parola, la si trasforma in una lode a Dio e si impara a metterla a disposizione degli altri. E come tale ha bisogno di figure educative di un certo tipo, ha bisogno di ambienti e di strutture.

– La necessità e non solo la possibilità. Una prima scelta da fare è di passare dall’opinabilità alla necessità. Oggi, nella società frammentata e complessa in cui viviamo, è assolutamente necessario che i giovani possano disporre di un tessuto di relazioni che non si riduce ai soli momenti di culto o di catechesi. Se una chiesa non offre questo tessuto di relazioni, una delle cui concretizzazioni è l’oratorio, sarebbe come una famiglia in cui il rapporto con i figli si riducesse alle raccomandazioni di comportarsi bene, ai momenti di comunicazione dei doveri, di controllo della pagella scolastica, ai doveri essenziali. In un momento in cui stiamo aiutando i genitori a passare più tempo con i figli, a giocare con loro, a non lesinare relazione, coccole, dialoghi… la chiesa non può «chiamarsi» fuori, riducendosi ai suoi doveri sacramentali o liturgici.

Vedo in questo tempo delinearsi due volti che l’oratorio deve oggi assolutamente darsi: spazio di aggregazione e crocevia di interazioni con il territorio. Ce ne potrebbe essere un terzo: luogo di educazione alla fede o scuola di vita cristiana, ma preferisco non isolare questo volto indispensabile, perché senza di esso l’oratorio non sarebbe tale, ma vederlo concretamente inscritto negli altri due.

L’oratorio come luogo di aggregazione, come ponte tra la strada e la Chiesa

È quanto suggerisce la tradizione educativa della Chiesa, la sua pedagogia e l’esperienza tipica dei salesiani e quanto sottolinea efficacemente il Santo Padre, all’indomani della GMG di Roma 2000.
«La Giornata Mondiale della Gioventù, che abbiamo celebrato pochi giorni or sono, è stata una splendida conferma di quanto sia giusto confidare nelle nuove generazioni ed offrire loro opportunità positive, perché incontrino Cristo e lo seguano generosamente. Investite, dunque, valide energie pastorali a favore della gioventù, promuovendo luoghi di aggregazione dove i giovani, dopo aver ricevuto la prima iniziazione cristiana, possano sviluppare in un gioioso clima comunitario i valori autentici della vita umana e cristiana…» (alla diocesi di Albano, fine agosto 2000).
Ai giovani di Roma, riuniti per la celebrazione della XVI GMG del 2001 in Piazza S. Pietro ha detto espressamente: Rilanciate gli oratori, adeguandoli alle esigenze dei tempi, come ponti tra la Chiesa e la strada, con particolare attenzione per chi è emarginato e attraversa momenti di disagio, o è caduto nelle maglie della devianza e della delinquenza.

Fiducia e stima verso i giovani

Il primo atteggiamento da porre a base di un luogo di aggregazione giovanile è la fiducia e la stima per i giovani, che non sono dei «bastardi perditempo».
S. Giovanni Bosco soleva dire ai giovani: «mi basta che voi siate giovani perché vi ami assai». Non ci deve essere nessun’altra precomprensione: e quindi l’abolizione di ogni pregiudizio. Se una comunità cristiana decide di fare un oratorio deve essere assolutamente di parte, deve stare dalla parte dei giovani. Questo significa almeno alcune cose:
– smettere di cacciare in gola ai giovani le loro deficienze o difficoltà o indecisioni. I giovani si amano come sono, si accolgono come sono, si intercettano dove sono;
– non dire più due espressioni caratteristiche di sfiducia: «ai miei tempi» e «ormai». Sono due massi che ricacciano i giovani nel loro mondo senza speranza di stabilire dialogo e di arricchirci della loro creatività.
Una comunità di cristiani deve allora sbilanciarsi dalla parte dei giovani, sentirsi orgogliosa di essi, investire un massimo di energie per il loro futuro, guardare loro con occhio benevolo, stimolarli sempre alla ripresa. Questo è vero per le parrocchie, per le diocesi, per la scuola, per il dialogo in famiglia, per le associazioni, per la società in genere, ma soprattutto se vogliamo fare oratorio.

Un insieme di spazi di vita quotidiana orientati all’intercettazione delle domande vere della vita

Tra la strada e la chiesa, luogo di culto, si colloca l’oratorio che non è un condensato della povertà della strada, ma nemmeno un prolungamento della sacrestia. È capace di interessare la vita e per questo ha la capacità di essere crocevia come la strada, ma nello stesso tempo è attirato verso le risposte fondamentali della vita, come fa la Chiesa. È il luogo in cui si può guardare la vita al rallentatore, si aiuta il giovane a tenersi in mano l’anima tutto il giorno. (In genere i giovani lasciano l’anima sul comodino la mattina quando si alzano e la riprendono la sera quando vanno a dormire, con qualche mezzo segno di croce). È uno spazio in cui ci si fanno domande, non in cui si imparano solo risposte. E alle domande occorre saper rispondere e non solo tergiversare.

Un vero spazio di approfondimento della vita cristiana

La vita cristiana non è un dato scontato: ha bisogno di essere snodata in tutte le sue possibilità e profondità. Dove possono trovare i giovani spazi di ricerca, esperienze alla loro portata, approfondimenti al momento giusto? Come si possono far incontrare la domanda alta e l’offerta spesso troppo timida e complessata o talvolta «sorpassata» della comunità cristiana? Se qualcuno vuol sapere seriamente che significa essere cristiano, qui deve poter trovare spazi di approfondimento, entro iniziative che si progettano qui e che non necessariamente si sviluppano solo qui. Ciò significa anche dare alle iniziative formative almeno la stessa dignità delle proposte di intrattenimento o sportive. Capita purtroppo che spesso si curi bene la programmazione del centro e si lascino sottintesi gli appuntamenti formativi, si impegnino grandi risorse di mezzi e di persone per lo sport, le iniziative di spettacolo, e non ci si metta seriamente anche a progettare incontri formativi, con un impegno di risorse e una programmazione altrettanto definita.

Un luogo in cui si può celebrare la fede nella vita, nel rapporto con gli altri, nelle decisioni di servizio

Qui si può «sperimentare una graduale maturazione nella consapevolezza e nella convinzione della propria adesione di fede», attraverso un tessuto di relazioni aperto a tutte le espressioni della vita giovanile, un servizio alla comunità cristiana e civile, una vita giovanile aperta a tutti i valori dell’uomo e capace di dedizione senza limiti.
Tor Vergata era un laboratorio della fede anche perché i giovani ci hanno dato l’immagine di che cosa è l’Incarnazione. Essere credenti in Cristo è comporre in tanti modi diversi e originali la vita di tutti i giorni con i suoi momenti di gioia e di dolore, di canto e di silenzio, di partecipazione ai momenti culminanti della liturgia e di esplosione di vita, di preghiera e di riflessione, di ritualità e di gesti concreti, di fede e di ragione. Oggi non si tratta più di stare ad ascoltare una qualche proposta teorica e poi vedere se nella società siamo capaci di attuarla, ma di apprendere nel tirocinio della vita quotidiana ad essere credenti nei sentimenti, nei rapporti di amicizia, laddove si costruiscono e mentre si definiscono. Alla GMG di Roma i giovani erano vestiti come tutti, con tatuaggi e piercing, in ginocchio davanti al confessore e appoggiati l’un l’altra sul prato, in contemplazione davanti alla croce e inarrestabili nella danza, in massa che sembra anonima, ma in colloquio a due a due, in ascolto e in domanda, in fila per mangiare e pazienti nel cedere il posto ad altri, in silenzio nell’adorazione e esplosivi nel canto. Hanno dato espressione alla loro fede nel raccoglimento delle chiese e nel tumulto delle piazze, nelle liturgie e negli spettacoli, con il gregoriano e con il rock. Perché l’oratorio non deve essere tutto questo? perché non si può pensare che sia importante per il giovane fare esperienza «guidata», in attesa che lo sia tutta la vita, in cui non si metta contraddizione tra la notte vissuta nella ricerca di amicizia e di libertà e il giorno nel duro confronto con l’impegno e con i riferimenti adulti, tra l’appartenere alla comunità cristiana e alla società civile?

«Laboratori della fede»

Proprio perché i giovani ci hanno come spiazzati riguardo alla ricerca di una risposta chiara alla loro domanda religiosa, non ci potrà essere comunità che non si presenti come «laboratorio della fede». Le componenti di tale laboratorio le abbiamo già delineate, qui occorre ricordare che l’oratorio si presta soprattutto a curare la prima fase del laboratorio, cioè quella di scandagliare a fondo le tentazioni di incredulità, le riserve di cui spesso ci si vergogna, nei confronti della fede. Essendo uno spazio di vita quotidiana, aiuta maggiormente a leggere la vita nella sua semplicità e quotidianità.
«Voglio avere vita piena, voglio una vita alla grande, non mi interessano le mezze misure, non mi adatto al galateo con cui mi state ingessando la vita. Vivo una vita sola e la voglio vivere al massimo. Non mi dire che bisogna tenere i piedi per terra, che devo cominciare a mettere la testa a posto, che è finito il tempo delle pazzie. Non voglio limiti, non m’interessa se è una vita spericolata o piena di guai, io voglio vivere una vita piena».
Queste parole o simili, ma sicuramente questa decisione e questa radicalità ha espresso quel giovane a Gesù che passava, in uno dei tanti viaggi in giro per la Palestina. La frase del vangelo: «Maestro che devo fare per avere la vita eterna?» non traduce per noi oggi questo bisogno di vita piena, anzi la parola «vita eterna» siamo abituati a sentircela dire solo ai funerali, proprio quando la vita non c’è più e la fede nel futuro vacilla. Gesù dopo aver scandagliato nel cuore di questo giovane, dopo aver chiarito che si tratta di una domanda grossa che si può misurare solo con risposte altrettanto decise, lo guarda. Uno sguardo che ti denuda, che ti mette di fronte a te stesso. Uno sguardo che fa nascere in Gesù amore tenerissimo. Come si fa a non voler bene a un giovane così deciso, che vede così chiaro nella sua vita, che va al nocciolo della questione? Come si fa a rispondere in maniera accomodante o addirittura a ingannare? Come si può trattare da pollo un’aquila, mettere occhiali neri a chi vuole e può guardare il sole?
Ebbene, Gesù lo guardò, ma lui ha abbassato subito lo sguardo, gli stava leggendo dentro un cuore distribuito a brandelli sulle ricchezze che possedeva.
E Gesù allora gli spara una raffica di verbi: Va’, vendi, regala, vieni e seguimi E lui? non va, ma se ne torna indietro, gira i tacchi; non vende, ma si attacca ancora di più; non regala, ma si seppellisce nella tristezza; non ritorna, ma s’allontana; non lo segue; si gira, ma resta tremendamente triste. Perché aveva il cuore fasciato da se stesso prima di tutto, prima di tutti e dai soldi. La ricchezza ti inchioda sempre, ti toglie gli ideali, è comoda, ma toglie sapore alla vita. Impossibile avere vita piena da ricchi. Solo Dio la può fare compiendo un miracolo.
L’oratorio è il luogo faticoso in cui il giovane è tentato di incredulità, ma in cui può trovare persone che si fanno carico di trovare la strada della fede con lui.

All’inizio però l’oratorio è un vero spazio aggregativo

Sviluppando in particolare questa prospettiva, poniamo attenzione all’oratorio per vederne un aggiornamento o una nuova definizione. Per fare questa operazione è necessario un dialogo con ciò che emerge dagli spazi informali, o meglio, da quei luoghi in cui i giovani trovano (o cercano solo) risposte alle loro domande.
Se è un luogo aggregativo occorre vedere che cosa significa per i giovani oggi aggregarsi. Sappiamo che il termine «i giovani» è sempre molto generico e assolutamente non rappresentativo di tutte le realtà giovanili, però alcune esperienze sono più di una linea di tendenza dei comportamenti della maggioranza.

* Per molti giovani i luoghi aggregativi sono:
– spazi di grande libertà di movimento, di appartenenza, di circolazione. Un qualsiasi luogo se è circoscritto, reso rigido da tessere di appartenenza, limitato nell’entrare e uscire (le discoteche sono in crisi sui biglietti di ingresso e si portano sulla consumazione obbligatoria…) non interpreta lo loro provvisorietà;
– spazi di rapporti personalizzati, a faccia a faccia. Cercano l’angolo o un orizzonte più delimitato dove potersi parlare e guardare. È un angolo visibile, ma con un minimo di intimità. Una grande sala spersonalizzata, come se fosse una piazza non è di loro gradimento;
– spazi di grande comunicazione. La cosa più importante è potersi dire, parlando, facendosi vedere, mostrando se stessi, la propria figura, le cose che appartengono, come si è vestiti o truccati, come si è accompagnati, e comunicare anche in profondità;
– spazi intercambiabili, non assolutizzati e fissi. Lo spazio che si sceglie è uno tra i tanti, è un polo soltanto della esperienza aggregativa. Non si affidano a un solo spazio. Esistono più mete nel girovagare quotidiano;
– spazi accreditati presso l’ambiente di riferimento, stimati come interessanti dagli amici. Uno spazio non attira perché c’è un obbligo da assolvere, ma perché c’è una qualche domanda a cui risponde. Le domande e l’attrazione non sono da iniziati, ma di tutti o per lo meno di tanti, così che diventi riconoscibile e riconosciuto immediatamente;
– spazi di consumo: il mangiare è componente abituale dei luoghi di incontro giovanile. Nessun giovane torna a casa a cena il sabato sera. Consumare non è immediatamente antievangelico. Non è vero che ci sono gli hamburger atei. Mangiare in compagnia per i giovani è far crescere amicizia, collaborazione, connivenza, progettualità…;
– spazi di proposte attive e da vivere con un minimo di protagonismo. Avere qualcosa da fare o essere qualcuno che si misura per quello che fa è una prospettiva che carica i luoghi di aggregazione di interesse. Non fruitori soltanto, ma propositivi;
– spazi non definitivi. Possono durare una stagione dell’anno, una stagione della vita e poi cambiare; possono essere ripresi dopo anni in modi diversi dai precedenti… Gli spazi giovanili sono in un massimo di libertà di farne parte o di sottrarvisi.

* I nostri luoghi o oratori spesso invece sono:
– spazi élitari di impegno. Ci vai solo se hai una responsabilità da assumere. O perché sei catechista o perché devi andare a catechismo, o perché fai parte di una associazione. O perché sei un ragazzo che non ha tempo da perdere;
– spazi spersonalizzati (aule grandi, accoglienza da routine, se non da «pagare» con qualche difficile indice di gradimento di qualcuno, ambienti non solo poveri, ma spesso squallidi..). Il qualunquismo abitativo, architettonico ha un metalinguaggio caratteristico che allontana, che dice che non si stimano i giovani per quello che sono. Assomiglia a tanti luoghi statali, certi edifici scolastici che sembrano di nessuno. Nessuno si accorge se ci sei, nessuno che non ti sia gradito può entrare, nessuno viene ripreso perché sgarra…;
– spazi asfittici per le poche persone che si incontrano. A un certo punto si riducono ad essere i luoghi di ritrovo di chi manca di fantasia e non sa cosa fare. È talmente improbabile che ci sia qualcosa di interessante all’oratorio che non ci passo neanche più;
– spazi che tendono a coprire tutto il tempo del giovane. Per molti giovani (cf animatori) sono spazi totalizzanti e incapaci di offrire svago adatto allo stesso animatore. Se diventa solo luogo di impegno e non di sano stare a raccontarsi, a misurarsi anche nei sentimenti, lentamente si cambia in luogo da cui sfuggire;
– spazi dell’obbligo (catechesi sacramentale…). Se i giovani che frequentano l’oratorio lo fanno solo perché c’è l’obbligo della catechesi, quando questa non è più obbligatoria, l’oratorio non ha motivo di esserci. Spesso i giovani che lo frequentano si sentono obbligati ad abitarlo, anziché sentire che a loro piace starci o che vi trovano qualcosa di interessante per tutti;
– spazi senza progetti specifici, ritenuti accreditati automaticamente. Oggi tendenzialmente i giovani frequentano certi luoghi perché sanno che cosa di preciso vi si svolge. Oltre che essere una somma di ambienti, l’oratorio è un insieme di progetti ben definiti. I progetti purtroppo spesso sono troppo interni al mondo ecclesiastico, non sanno parlare a tutti i giovani;
– spazi di condanna del consumo o di consumo di bassa lega. Il consumo spesso non è di qualità, non fa proposte anche solo minimamente alternative; è visto come modo di arrotondare o di rendere il consumo più facile, non si investe sul modo di offrire cose di qualità con rapporti di qualità;
– spazi passivi. Già i giovani sono di natura loro poco attivi, se manca anche una parvenza di proposta assomigliano a un cimitero. Certi oratori sono proprio luoghi in cui si vanno a posare le ossa quando non si sa che fare. Che possano essere un rifugio per tutti quelli che non hanno fantasia, non ci scandalizza, ma che lo sia per inedia e come progetto oratoriano è una offesa.

Concretamente ecco una tabella di marcia

* Costruire l’oratorio o ristrutturarlo perché sia altamente aggregativo.
Per fare qualche riunione di gruppo, qualche lezione di catechismo, qualche riunione di associazione... basta prolungare la sacrestia o affittare a ore le aule scolastiche del comune, non occorre fare oratorio. I nostri oratori sono sempre stati costruiti come dei grandi conventi o seminari, non come spazi di giovani. Oggi hanno bisogno di spazi per stare a parlare (un muretto), di ambienti per la musica, di spazi per vivere in comunità, di sale internet per ricerca e comunicazione, di piccole redazioni, di luoghi di raccoglimento più personalizzati delle chiese spesso impersonali…

* Alla base ci deve essere una comunità educativa che sa scrivere proposte di fede esplicite per ogni interesse giovanile, occorre santità e dedizione massima di animatori, adulti e giovani fortemente motivati e entusiasti della vita di fede e sbilanciati nella stima verso i giovani. Alle spalle sempre una comunità cristiana che stravede per i suoi giovani, che esprime la sua attenzione con persone dedicate all’accoglienza e alla interazione propositiva.

* Occorre che l’oratorio si prenda il compito di fare proposte qualificate.
Un oratorio che non vuole gestire solo i tempi morti, lasciandoli morti, ma uno spazio in cui i giovani sono stimolati da una forte capacità propositiva deve essere in grado di fare:

– Proposte fatte esplicitamente conoscere e che intercettano i gusti e le domande dei giovani.
Dunque non solo calcio e non solo gruppi o catechesi, ma proposte accreditate nel giro del mondo giovanile cui si rivolge, e fatte conoscere capillarmente nei loro percorsi di vita. Partecipare alla vita di un oratorio o alle sue iniziative non è un dovere come andare a messa, non è il luogo della catechesi obbligatoria per i sacramenti, non c’è un obbligo morale per i giovani di andare all’oratorio. Se questo è vero, non è automatico che il mondo giovanile conosca quello che si propone all’oratorio. Ci sono infatti moltissimi giovani, che chiamiamo spesso «cani sciolti», che partecipano bene alla messa, vivono seriamente il cristianesimo e non passano mai dall’oratorio o dalla vita organizzata della parrocchia.
Oggi non è spontaneo per i giovani sentirlo come luogo di intrattenimento, come punto di riferimento prima di scorrazzare per il territorio o almeno come una delle «sette chiese» del pellegrinaggio del tempo libero. Siamo di fronte quindi alla necessità di uscire dallo scontato e di entrare in una programmazione per progetti e in un piano comunicativo esplicito, oserei dire entro i mondi della pubblicità che intercettano i giovani.
Per quanto riguarda i gusti dei giovani vale forse la pena di riportarci alla storia dei nostri oratori. Quando abbiamo offerto campi da calcio non volevamo inventare il calcio cattolico, ma scrivere dentro questo gioco tutta la capacità educativa formativa di una comunità cristiana; così è stato quando abbiamo aperto le sale cinematografiche o abbiamo inventato le settimane estive o grest. Lo sforzo è sempre stato quello di intercettare la vita dei giovani, amarla e stanare da essa le potenzialità che si teneva dentro in vista di una crescita nella vita civile e cristiana. Se oggi facciamo altre proposte aggregative, non stiamo cedendo alla moda, ma siamo nella stessa linea. Se per esempio offriamo loro una sala in cui fare musica, o incidere le loro canzoni, tenere i loro concerti, ecc. rispondiamo a una forte esigenza dei giovani e li aiutiamo ad approfondire la comunicazione tra di loro e con gli altri attraverso il loro linguaggio preferito. Immaginiamo di stabilire una buona collaborazione tra tutti gli oratori della nostra zona pastorale o della diocesi o della regione, specializzandoli ciascuno in qualcuna delle domande dei giovani di oggi. Potremmo non solo accogliere i giovani, ma anche introdurre tendenze e comportamenti diversi da quelli commerciali. Perché non può essere possibile creare tendenza anche nel mondo del divertimento e del tempo libero? Certo, se stiamo con le mani in mano vince il più furbo che in genere non è sempre figlio della luce.
Provo banalmente a esemplificare le proposte che si possono fare:
• La musica e le varie espressioni artistiche. I giovani sono aiutati a coltivare la passione per la musica, ad affinarla come linguaggio espressivo della propria vita, a qualificarsi nel suo uso, a comporre e ad esprimere con essa i propri valori, fino a farla diventare spazio di evangelizzazione. Per questo occorre attrezzare il centro di strumenti e spazi adatti.
• Stare a parlare, comunicazione tra amici. Ai giovani piace sostare, stare a discutere, a guardarsi, a dialogare, a mettersi alla prova nei sentimenti, nelle relazioni. Devono poter avere spazi di dialogo gratuito, di libertà...
• Vita di comunità in convivenza stabile per qualche tempo. È esperienza ricercata quella di poter vivere assieme per qualche stagione dedicando il proprio tempo libero a qualcosa di impegnativo o anche solo nella ricerca di risposte alle proprie domande assieme ad altri giovani, sotto la guida di qualche adulto.
• Consumare pasti in compagnia. La convivialità aumenta l’amicizia, crea rapporti di collaborazione, aiuta la concretezza dello stare insieme.
• Nei tempi dei giovani (notte). La notte, soprattutto del sabato è molto usata dai giovani come spazio di vita creativo, gratuito, di compagnia, di divertimento, non necessariamente da sballo. Il centro si può attrezzare con qualche progetto e offrire al mondo giovanile iniziative da vivere durante la notte, sia di svago che di impegno.
• Sala Internet e quindi il cablaggio della struttura che sempre più si aprirà a tutto il mondo, con annessa una biblioteca di CD (enciclopedie, autori classici, libri scientifici…) dove i giovani possono consultare e studiare. La comunicazione virtuale è molto seguita dai giovani e può diventare una esperienza fortemente educativa oltre che informativa.
• Accanto a queste attività ci sono le classiche proposte di programmi televisivi e visione di film istruttivi, attività sportive di vario genere...

– Proposte qualificate dal punto di vista esplicitamente formativo religioso.
Non si può più fare formazione solo con la vita di gruppo e la classe di catechismo, anche se rimane la proposta di base da rendere sempre più aperta a tutti negli stili e nei metodi educativi.
Non si può nemmeno pensare di lasciare sempre implicita la proposta cristiana. I giovani della GMG ci hanno dimostrato che a proposte ben fatte sanno rispondere con generosità, che cercano il centro della vita cristiana, non i fronzoli. La proposta deve essere fatta nel massimo del rispetto della libertà di chi passa in oratorio, ma nel massimo dell’impegno educativo, nella miglior cura possibile del modo stesso di portarla a conoscenza di tutti, nel massimo di preparazione, con un investimento di energie anche economiche e di persone, che per lo meno sta alla pari dell’investimento che si fa per il resto delle attività.
Ne esemplifico alcune:
• Corsi di istruzione religiosa con persone qualificate sui temi fondamentali della vita cristiana.
Occorre che l’oratorio si qualifichi con proposte significative di formazione alla fede anche per giovani che, una volta lasciata la comunità cristiana, hanno desiderio di tornare, vogliono approfondire il loro cammino di fede. Perché non mettere a disposizione una sezione biblica o liturgica, da affidare a competenti? Chi viene in oratorio deve trovare tutto quello che la Chiesa può offrire di informazione e di cultura ecclesiale. Una biblioteca (cineteca, compact disc…, riproduzioni artistiche) sulla figura di Gesù Cristo, in cui c’è tutto quello che può innamorare i giovani di Gesù.
• Concerti e gruppi culturali di ispirazione cristiana. La proposta di fede passa anche attraverso l’arte, la musica, il teatro. Esistono molteplici possibilità di fare percorsi educativi anche attraverso recital, concerti, mostre.
• Interventi sui problemi più importanti della vita sociale. Un oratorio deve leggere le situazioni concrete in cui i giovani sono immersi, e aiutare a trovare risposte e contributi alla chiarezza e alla formazione di una retta coscienza. (Esempio: la pillola del giorno dopo, il proibizionismo nella droga, l’eutanasia... per citare temi delle informazioni dei media di una settimana qualsiasi...).
• Qualificati incontri con testimoni cristiani. Offrire ai giovani testimoni che aiutano a dare gambe ai sogni e alle intuizioni che ciascuno ha, mettendoli in contatto con i doni più belli che Dio ha dato alla Chiesa, scomodandoli perché possano offrire le loro esperienze di vita cristiana.
• Esperienze forti di volontariato.
I giovani desiderano spendere la vita per qualcosa che vale. Offrire la possibilità di un servizio ben definito, impegnativo, sostenuto da una vita comune, è una esigenza educativa.
• Farsi crocevia di esperienze di collaborazione con il territorio (scuola, centri di aggregazione giovanile...).
• Stabilire rapporti con le amministrazioni pubbliche nella realizzazione di servizio di ricupero, di prima accoglienza, di reinserimento, di prevenzione, di accompagnamento.
• Direzione spirituale. La possibilità quotidiana di avere delle guide per la propria scelta di vita, la propria vita cristiana, la propria vocazione.
• Orientamento alla vita di famiglia attraverso una preparazione a tutto campo, dal consultorio, alla catechesi, alla celebrazione, alla casa da arredare, all’adozione, alla rieducazione delle suocere e dei suoceri. Una sorta di «nuova famiglia inventasi».
• Gruppi di interesse missionario. Aprire gli interessi e l’orizzonte al mondo intero, alle tradizioni dei popoli, alla solidarietà con i più poveri, alla tensione per l’annuncio.
• Spazi di preghiera. Il centro deve offrire anche precisi cammini per imparare a pregare e per dare alla vita il respiro della meditazione e la contemplazione.
• Momenti intelligenti di qualificazione per gli adulti nel campo dell’educazione.
Non è detto che gli adulti siano da tenere lontani. Anche per loro il centro può offrire corsi qualificati che li aiutino nei loro ruoli educativi.
• A questo si aggiunge tutta l’attività di catechesi sacramentale, la vita di gruppo per le associazioni ecc...

L’oratorio come crocevia per il nomadismo giovanile, ponte tra istituzionale e informale

Un crescente fenomeno giovanile

I ragazzi e i giovani sono disposti a concedere all’adulto e alle sue istituzioni, inventate per farli crescere e inserire nella vita pubblica come scuola, parrocchia, catechismo, famiglia, parte della loro vita, spesso in forma un po’ passiva, tutto il tempo richiesto, ma non certo tutto il loro sentire e la loro carica di energie necessarie per decidersi. Queste energie e questo feeling vengono spostati quasi con una operazione di bonifico bancario sulla vita parallela che si ritagliano nei loro spazi: gruppi, muretti, pub, corsi, spiagge, discoteche, centri commerciali, pizzerie, ville comunali, corridoi delle scuole, cancelli degli oratori, gite scolastiche… A dare modernità e personalizzazione estrema al parallelismo entra di forza tutto il vasto mondo virtuale fatto di musica, di concerti, di playstation, di internet, di mailing list, di chat. Qui vengono collocate tutte le energie necessarie per decidersi, tutti i tentativi di trovare felicità, tutte le stesse domande di ulteriorità e di religiosità
La casa del senso è la vita quotidiana con il suo insieme di relazioni, esperienze affettive, attività del tempo libero. Il senso lo va scoprendo entro i luoghi dell’invenzione della speranza e della constatazione delle delusioni, nel ricamo di percorsi che inventa con la sua motoretta o la sua macchina, nella progettazione delle risposte alle sue aspirazioni che avviene spesso nel gruppo del muretto, nella passeggiata sul corso, ai bordi dei campi da gioco o nei parchi, sui tediosissimi spostamenti in bus per andare a scuola o al lavoro, nelle amicizie di una stagione... Qui nascono e si formulano le ricerche e i primi tentativi di risposta al vivere. Qui affondano in strati impensati della coscienza individuale i perché della vita che non risparmiano nemmeno i più superficiali e distratti. Qui, tra la sopportazione del caos del traffico e la fuga nel proprio mondo veicolato dalle cuffie si affacciano le inevitabili domande di ulteriorità.
La sfida è di farli diventare spazi educativi e di rapportarsi ad essi in tutte le progettualità educative degli spazi istituzionali come scuola, famiglia, parrocchia, associazione… L’oratorio, anche se è spazio tipico giovanile, cortile, piazza, crocevia, oggi è ritenuto più uno spazio istituzionale che informale, anche se al suo interno i giovani si scavano spazi propri.
L’impegno allora si porta su due versanti: abitare questi spazi e progettare l’oratorio per abilitarsi a entrare in dialogo con questi. Questo significa preparare nuove figure educative, capacità di uscire, nuove collaborazioni, la consapevolezza di non essere autosufficienti, ma anche un ripensare gli spazi classici e strutturati dell’educazione dei giovani, oltre l’oratorio, come la scuola cattolica, le associazioni, i movimenti.
In questa prospettiva di uscire verso i luoghi dei giovani si determinano alcune conseguenze esplicite.

Un rapporto definito e coraggioso con il territorio

E quindi con tutte le leggi (cf 285 e 328) che ne favoriscono la progettualità comune. La presenza nei nostri oratori di alcuni Centri di Aggregazione Giovanile, come spazi aggregativi di giovani entro un progetto dell’amministrazione pubblica nei confronti della realtà giovanile con progetti educativi propri, è un fatto importante che da una parte dice l’incapacità della nostra proposta oratoriana di aggregare, dall’altra la possibilità di interagire con tutte le forze educative del territorio. La scuola diventerà presto un’altra di queste prospettive e di questi spazi assolutamente necessari da collegare. Il dialogo con il territorio, che parte anche dalla convinzione di non essere autosufficienti nell’educare, pone problemi di identità; chi si è già attivato in questo campo vede quanto spazio esiste di dialogo ancor prima di una netta distinzione nella specificità di una chiara proposta di fede.
La riflessione sulla collaborazione tra le diverse realtà sociali e istituzionali nel campo dell’educazione delle nuove generazioni è da approfondire. «Io credo, diceva il Vescovo di Bergamo Mons. Amadei a un convegno su tale tematica, che questa collaborazione sia una strada obbligata per tanti motivi. Ovviamente una strada da precisare, da arricchire continuamente nel confronto sereno, nel confronto aperto, nel confronto disinteressato, perché unicamente interessati al bene dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani. Un confronto da sviluppare particolarmente tra coloro che conoscono i giovani non per sentito dire, o non nelle definizioni molto generiche o generali delle ricerche, ma che conoscono le nuove generazioni nella consuetudine della vita quotidiana e per questo sanno cogliere come invocazioni anche le grida e le scelte più disorientanti, alle volte più disperate; che sanno camminare insieme a queste nuove generazioni per dare loro la parola, per allargare ciò che riescono a dire e anche ciò che non riescono a dire, per approfondire in loro, con loro, la ricerca della vita e della felicità, per approfondire con pazienza, con fiducia, con speranza questa ricerca».
Certamente questa strada obbligata, se si vuole dare veramente qualcosa alle nuove generazioni, se vogliamo affidare loro, non soltanto un futuro ricco di cose, ma anche ricco di valori, è una strada non facile per tutti, e di questo dobbiamo essere consapevoli. Non facile perché richiede da parte di tutti, attenzione vera alla realtà giovanile, una realtà sempre più complessa e segnata da rapidissimi mutamenti, attenzione libera dai luoghi comuni con i quali la si vuole etichettare, dovuti un po’ alla pigrizia, ma un po’ anche all’interesse di parte o ideologico. Non facile perché richiede attenzione da parte di tutti i luoghi istituzionali, deputati all’educazione, come la scuola, la famiglia, la comunità ecclesiale e anche altri gruppi, ma uguale attenzione ai luoghi informali, frequentati soprattutto dagli adolescenti e dai giovani, che sono poi i luoghi dove di fatto i giovani si plasmano nelle loro decisioni, nelle loro scelte, nella loro libertà; dove spesso, appunto perché sono spazi informali, sono soli. Ed è una strada difficile perché richiede consapevolezza da parte di tutti, della propria identità e dei propri compiti, ma anche dei propri limiti.

Superare la tentazione dell’autosufficienza

È difficile superare da parte di tutti la tentazione della onnipotenza e dell’autosufficienza. È una tentazione deleteria soprattutto nel campo educativo, perché evidentemente non riesce a nulla, perché non riesce ad arrivare a tutti i luoghi frequentati da questa realtà. Una strada difficile perché richiede rispetto e stima del lavoro svolto dalle altre agenzie educative, perché esige ascolto attento non appesantito od ostacolato da pregiudizi, un ascolto che, fatto con attenzione, arricchirà tutti di conoscenza della realtà, delle persone che vogliamo affiancare, arricchirà tutti di professionalità e di fiducia perché permetterà di vedere all’interno di una storia certamente complessa, e a volte difficile, molti più semi di speranza di quanti noi pensiamo. Questa strada richiede di rivedere il proprio modo d’essere presenti nel proprio campo educativo. Lo richiede allo Stato, lo richiede alle realtà civili locali, lo richiede alla comunità ecclesiale. Molte volte si ha l’impressione in fondo che noi continuiamo in questo tema della non collaborazione, su schemi ormai invecchiati, superati dal progredire della storia. Occorre passare dall’ignorarsi al conoscersi. Conoscersi però con molta attenzione, con molto rispetto e con molta fiducia, in modo da passare dalla chiusura all’apertura e dalla concorrenza alla collaborazione, per affidare con fiducia e speranza il futuro alle nuove generazioni.

Un ambiente di progettazione, di preghiera, di invio e di accoglienza

Che deve essere assolutamente attento e ben impostato. Se l’oratorio si impegna per gli spazi informali, non può essere un oratorio chiuso. Deve organizzarsi in maniera che la missione sia pratica quotidiana, sia scritta nel progetto delle sue attività. La missione cambia lo stesso stile interno dell’oratorio. I giovani che vanno oltre i confini devono poter contare su un oratorio ben definito e vivo, che li aiuta, li sostiene, crea interazioni con l’esterno, raccordi con il pubblico; devono avere alle spalle una comunità che prepara e accompagna.
L’oratorio può tentare anche qualcosa di più: essere ponte tra l’istituzionale e l’informale. Cioè deve essere in grado di farsi spazio di aggregazione spontanea che vive rapporti con altri spazi aggregativi non oratoriani.
In pratica l’oratorio diventa strumento duttile per la missione nel territorio, per realizzare quella tensione missionaria che la pastorale giovanile ha da tempo imboccato.
La missione non è portare i giovani dentro, ma portarli a Cristo. Se mi è lecito fare un paragone, userei la posizione dell’Università Cattolica nell’insieme degli istituti di cultura superiore italiani.
L’università cattolica non è il luogo in cui tutti i cristiani si devono rifugiare per farsi i loro studi, ma è uno spazio che la Chiesa si dà per approfondire dal suo punto di vista l’esperienza culturale, per inscrivere il vangelo nella cultura di oggi, per attrezzare giovani e studiosi ad accettare la sfida. Diventa però immediatamente interlocutrice con tutta la cultura italiana sia per la professionalità dei suoi aderenti, sia per il punto di vista unico, quello della fede, di cui ha bisogno l’umanità per trovare senso.
L’oratorio non solo prepara, ma elabora spazi di vita quotidiana, di vita giovanile illuminati dal vangelo. Si specializza nella interrogazione di fede e vita che deve essere vissuta in tutte le strade del mondo e in tutti gli ambienti giovanili. Entra in contatto con tutte le altre agenzie educative e elabora piani formativi per tutti, immettendo nel mondo il sale e la luce che gli è donata.

 

NOTE

[1] Cf Discorsi al Concilio Ed. Paoline, pp. 155-156.

[2] Cf n. 51 Comunicare il vangelo in un mondo che cambia (Orientam. 2001-2010).

[3] «… vanno insegnati e trasmessi il gusto per la preghiera e per la liturgia, l’attenzione alla vita interiore e la capacità di leggere il mondo attraverso la riflessione e il dialogo con ogni persona che incontrano...» (ib. n. 51).

[4] Cf Discorso del Papa a Tor Vergata.

Cesarea di Filippo

«Questo evento nei pressi di Cesarea di Filippo ci introduce in un certo senso nel «laboratorio della fede». Vi si svela il mistero dell’inizio e della maturazione della fede. Prima c’è la grazia della rivelazione: un intimo, un inesprimibile concedersi di Dio all’uomo. Segue poi la chiamata a dare una risposta. Infine, c’è la risposta dell’uomo, una risposta che d’ora in poi dovrà dare senso e forma a tutta la sua vita. Ecco che cosa è la fede! È la risposta dell’uomo ragionevole e libero alla parola del Dio vivente».

Il Cenacolo

«Anche il Cenacolo di Gerusalemme fu per gli Apostoli una sorta di «laboratorio della fede». Tuttavia quanto lì avvenne con Tommaso va, in un certo senso, oltre quello che successe nei pressi di Cesarea di Filippo. Nel Cenacolo ci troviamo di fronte ad una dialettica della fede e dell’incredulità più radicale e, allo stesso tempo, di fronte ad una ancor più profonda confessione della verità su Cristo. Non era davvero facile credere che fosse nuovamente vivo Colui che avevano deposto nel sepolcro tre giorni prima».

Tor Vergata

«L’odierno incontro romano, carissimi giovani, è anch’esso una sorta di «laboratorio della fede» per voi, discepoli di oggi, per i confessori di Cristo alla soglia del terzo millennio. Ognuno di voi può ritrovare in se stesso la dialettica di domande e risposte che abbiamo sopra rilevato. Ognuno può vagliare le proprie difficoltà a credere e sperimentare anche la tentazione dell’incredulità. Al tempo stesso, però, può anche sperimentare una graduale maturazione nella consapevolezza e nella convinzione della propria adesione di fede. Sempre, infatti, in questo mirabile laboratorio dello spirito umano, il laboratorio appunto della fede, s’incontrano tra loro Dio e l’uomo. Sempre il Cristo risorto entra nel cenacolo della nostra vita e permette a ciascuno di sperimentare la sua presenza e di confessare: Tu, o Cristo, sei il mio Signore e il mio Dio».

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