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Cento anni di oratorio salesiano in Italia


Da Don Bosco a don Ricaldone

Francesco Motto

(NPG 02-02-17)


 

Intendo collocarmi nella ormai centocinquantenaria tradizione salesiana. Tutti i Rettori Maggiori hanno personalmente riflettuto e anche invitato i salesiani a ripensare l’Oratorio perché fosse sempre all’altezza della situazione. L’Oratorio in quanto tale è stato studiato da numerosi Capitoli Generali, in Congressi e Convegni nazionali e locali che sovente hanno dato origine ad autorevoli documenti.

Costantemente al centro di tutto si è collocata la tensione dialettica fra esigenza di fedeltà rigorosa all’impostazione del fondatore ed innovazione per corrispondere alle esigenze educative indotte dai cambiamenti socio-culturali.

Al sottoscritto è stato affidato il compito di rievocare storicamente il cosiddetto «criterio oratoriano» o, più semplicemente, di presentare non solo le intuizioni degli inizi dell’Opera degli Oratori, ma anche il percorso fatto dalla Congregazione in Italia circa la scelta dell’Oratorio.

Tenterò di farlo abbracciando un secolo di vita dell’Oratorio in Italia, vale a dire dalla prima attività oratoriana di Don Bosco al Convitto di Torino (1841) fino alla celebrazione del suo centenario da parte di don Ricaldone.

Il periodo successivo, più che storia, è cronaca, è vita vissuta da molti di noi, e per l’ultimo trentennio, verrà presentato da Antonio Domenech.

Dedicherò la prima parte del mio intervento all’Oratorio di Don Bosco, modello dichiarato di ogni Oratorio.

Dovendo parlare da un punto di vista storico, preferisco attenermi alle intuizioni di Don Bosco, ai suoi principi di fondo, dai quali il CG20 nel 1971 ha poi dedotto il «Don Bosco dell’Oratorio come criterio permanente di rinnovamento dell’azione salesiana».

Una volta individuato il significato storico dei fatti e dei detti donboschiani, ricchi di indefinite virtualità, gli operatori nei laboratori previsti potranno individuare i valori e le idee che prefigurino le condizioni di vitalità di un Oratorio nel presente e nel futuro.

Nella seconda parte cercherò di presentare, ovviamente in una sintesi estrema, gli «aggiornamenti» successivi. Per essa mi servirò soprattutto delle fonti ufficiali, anche se rimane sempre vero, soprattutto in ambito salesiano, che le direttive di vertice andrebbero incrociate con le attuazioni concrete della base.

Per questo, mentre mi complimento con gli organizzatori del Convegno per aver sentito il bisogno di partire dal dato storico – senza il riferimento alle radici, l’adattamento e il rinnovamento rischiano di diventare fallaci invenzioni – li inviterei anche a far ulteriormente approfondire il tema con serie monografie che documentino il servizio che centinaia di oratori salesiani hanno fatto alla chiesa e alla società italiana attraverso l’educazione di centinaia di migliaia di giovani in questi 160 anni di vita.

 

 

L’ORATORIO DI DON BOSCO

 

La fase aurorale

 

Non mi dilungo circa gli accadimenti relativi all’esordio dell’Oratorio di Torino-Valdocco, il momento eroico e più creativo della storia dell’Oratorio salesiano, perché sufficientemente conosciuti. Ci basti ricordare che Don Bosco, alla scuola di don Cafasso, ha avuto modo di incontrare e fare catechismo a giovani lavoratori scorazzanti liberamente in città di domenica. In tali iniziative catechistiche del triennio 1841-1844, Don Bosco si inserì con particolare impegno fino quasi a diventare in seguito il protagonista in una situazione urbana della capitale del regno, che in dieci anni (1838-1848) ha visto aumentare la sua popolazione di circa il 17 % (da 117.072 a 136.849), senza contare un insieme di popolazione fluttuante che comunque gravitava attorno alla città. Non più del 10% di essa parlava e comprendeva correttamente la lingua italiana; i giovani fra i 10 e 20 anni erano quasi il 20% (22.456), numero sempre in crescita nel corso degli anni, soprattutto per il loro utilizzo come mano d’opera a basso costo.

Col dicembre 1844 Don Bosco inaugurò una cappella e uno piccolo spazio per il gioco (il Rifugio), dove prima occasionalmente e poi sistematicamente offrì a giovani «poveri e abbandonati» la possibilità dei sacramenti, di un’istruzione religiosa elementare, di qualche passeggiata, di piccoli regali o anche di un pezzo di pane. Presto seguì lo sfratto (1845), la ricerca disperata di un altro posto, trovato nell’aprile 1846 (casa Pinardi), dove iniziò l’avventura che si chiuderà con la sua morte, 42 anni dopo.

Nel frattempo, il primo Oratorio, l’Oratorio-culla per giovani dai 10 ai 20 anni, talora usciti di prigione, spesso operai, garzoni stagionali, ragazzi delle zone vicine all’oratorio, alcuni studenti delle scuole elementari e un ristretto numero di aiutanti laici che aiutavano nei catechismi e animazione della ricreazione era diventata Oratorio-Casa annessa, cioè non solo «casa di preghiera», ma anche «ricreatorio» festivo, scuola festiva, serale, diurna, ospizio, pensionato per artigiani e collegio per studenti (e non solo a Torino): tutte realtà animate da educatori consacrati a tempo pieno.

 

Un documento programmatico

 

Una prima sistemazione ai principi attorno a cui l’Oratorio era organizzato risale già sul finire del 1846 – inizio 1847. Il primo regolamento entra in vigore nel 1852, ma sarà edito solo nel 1877.[1] Ma è un altro breve testo dei primissimi anni Cinquanta – Piano di regolamento per l’Oratorio maschile di S. Francesco di Sales in Torino nella regione di Valdocco. Introduzione [ad un Cenno storico, mai pubblicato da Don Bosco] – che più facilmente ci indica le intenzioni reali di Don Bosco, prive cioè di quelle sovrastrutture e interpretazioni di cui si sono necessariamente caricati i testi successivi preparati per la pubblicazione.

 

Ut filios Dei, qui erant dispersi, congregaret in unum. Joan. c. 11 v. 52.

Le parole del santo Vangelo che ci fanno conoscere essere il divin Salvatore venuto dal cielo in terra per radunare insieme tutti i figliuoli di Dio, dispersi nelle varie parti della terra, parmi che si possano letteralmente applicare alla gioventù de’ nostri giorni. Questa porzione la più dilicata e la più preziosa dell’umana Società, su cui si fondano le speranze di un felice avvenire, non è per se stessa di indole perversa. Tolta la trascuratezza dei genitori, l’ozio, lo scontro de’ tristi compagni, cui vanno specialmente soggetti ne’ giorni festivi, riesce facilissima cosa l’insinuare ne’ teneri loro cuori i principii di ordine, di buon costume, di rispetto, di religione; perché se accade talvolta che già siano guasti in quella età, il sono piuttosto per inconsideratezza, che non per malizia consumata. Questi giovani hanno veramente bisogno di una mano benefica, che prenda cura di loro, li coltivi, li guidi alla virtù, li allontani dal vizio. La difficoltà consiste nel trovar modo di radunarli, loro poter parlare, moralizzarli.

Questa fu la missione del figliuolo di Dio; questo può solamente fare la santa sua religione. Ma questa religione che è eterna ed immutabile in sé, che fu e sarà mai sempre in ogni tempo la maestra degli uomini contiene una legge così perfetta, che sa piegarsi alle vicende dei tempi, e adattarsi all’indole diversa di tutti gli uomini. Fra i mezzi atti a diffondere lo spirito di religione ne’ cuori inculti ed abbandonati, si reputano gli Oratori.

Sono questi oratori certe radunanze in cui si trattiene la gioventù in piacevole ed onesta ricreazione, dopo di aver assistito alle sacre funzioni di chiesa. I conforti che mi vennero dalle autorità civili ed ecclesiastiche, lo zelo con cui molte benemerite persone vennero in mio aiuto e con mezzi temporali e colle loro fatiche, sono segno non dubbio delle benedizioni del Signore, e del pubblico gradimento degli uomini.

Trattasi ora di formare un piano di Regolamento che possa servire di norma ad amministrare questa parte di sacro ministero, e di guida alle persone ecclesiastiche e secolari che con caritatevole sollecitudine in buon numero ivi consacrano le loro fatiche. Più volte ho cominciato, ed ho sempre desistito per le innumerabili difficoltà che eransi a superare. Ora e perché si conservi unità di spirito e conformità di disciplina, e per appagare parecchie autorevoli persone, che a ciò mi consigliano, mi sono deciso di compiere questo lavoro comunque siasi per riuscire.

Premetto anzi tutto che io non intendo di dare né leggi né precetti; mio scopo si è di esporre le cose che si fanno nell’Oratorio maschile di S. Francesco di Sales, in Valdocco; e il modo con cui queste cose sono fatte. Forse taluno troverà espressioni le quali pajano dimostrare che io vada cercando gloria od onore, nol creda: ciò attribuisca all’impegno che ho di scrivere le cose come sono realmente avvenute e come tuttora si trovano.[2]

 

Intuizioni primigenie fondamentali

 

La dimensione teologica-ecclesiale come punto di partenza

 

L’esordio del documento e altri passi indicano che alla base della decisione di fare Oratorio c’è anzitutto la volontà salvifica di Dio in Cristo. La Chiesa è chiamata a rispondere, nel tempo, a tale divina missione del salvezza, che è resa possibile da due ordini di ragioni: una di indole teologica, offerta dalla solidità e flessibilità della religione (due principi fra loro complementari) e una di carattere pedagogico, consistente nella fondamentale educabilità dei soggetto giovanile.

Ecco dunque individuata una prima dimensione fondamentale dell’Oratorio salesiano: si tratta di un’opera inserita nell’economia della salvezza, di una risposta umana ad una vocazione divina e non tanto un’opera fondata sulla buona volontà da parte di un soggetto. (Personalmente Don Bosco sui 40 anni ha già da tempo preso coscienza quale sia l’alto ideale cui è chiamato a consacrare tutto se stesso).

Ma subito si scorge un’altra dimensione: la scelta religiosa ha una sua immediata ricaduta nel sociale, quale è quella d’«insinuare ne’ teneri loro cuori i principii di ordine, di buon costume, di rispetto». Qualche anno prima, in una lettera-circolare del 1851, Don Bosco aveva scritto: «Così mentre vi ha chi lodevolmente si adopera per diffondere gli scientifici lumi, per far progredire le arti, per prosperare le industrie e per educare i giovani agiati nei collegi e ne’ licei, nel modesto Oratorio di San Francesco di Sales si compartisce largamente l’istruzione religiosa e civile a coloro, che quantunque siano stati meno favoriti dalla fortuna, hanno pure la forza ed il desiderio d’essere utili a se medesimi, alle loro famiglie ed al paese».[3]

 

Una strategia innovativa

 

«La difficoltà consiste nel trovar modo di radunarli, loro poter parlare, moralizzarli», scrive Don Bosco. Si coglie qui immediatamente la «critica» alla situazione torinese di quegli anni: il modello parrocchiale in vigore non è più in grado di «radunare» le masse giovanili urbane, residenti per lo più nella periferie cittadina, in stato di abbandono in qualche caso materiale, più spesso morale e religioso.

Si impone di conseguenza una nuova strategia pastorale, che anziché limitarsi alla pura condanna dell’immigrazione vista come fuga dal proprio paese alla ricerca di pericolose novità, anziché rifiutare la città intesa come luogo di male, che distrugge i valori della cultura cattolica e mette a rischio la pratica religiosa della fede, reagisca a tale visione, accogliendo lo sviluppo economico e l’istruzione popolare – quest’ultima attesa con ansia dai liberali ma suscitante le apprensioni degli ambienti conservatori – come risorse da valorizzare per la formazione umana e cristiana dei giovani.

Preso dunque atto che le strutture ecclesiastiche organizzate non reggono al confronto con gli squilibri sociali e ai mutamenti culturali, Don Bosco tenta nuove vie, apre nuovi fronti in favore di giovani sradicati dal loro habitat naturale, d’accordo con le autorità ecclesiastiche, cui per altro prospetta più coraggiosi orizzonti educativi.

Beninteso, con l’Oratorio di Don Bosco non si è di fronte ad una creazione ex novo, essendo un’opera già nota al tempo della Restaurazione, e spesso con lontane radici nell’epoca della riforma; ma esso riceve da lui una fisionomia nuova, che ne precisa la nuova identità. I vistosi elementi tradizionali (lombardi, veneti, romani e anche esteri, francesi soprattutto), vengono comunque amalgamati in una nuova sintesi, che risulta in qualche modo originale grazie alla particolare sensibilità spirituale ed educativa, unita all’inconfondibile stile magisteriale, del fondatore.

 

Un oratorio festivo che nasce lungo la settimana,

aperto a tutti, per tutto il tempo libero

 

Il destinatario dell’iniziativa è tutta la gioventù senza ulteriore specificazione: «La gioventù de’ nostri giorni». Scrive ancora Don Bosco nelle sue Memorie dell’Oratorio: «La festa è tutta consacrata ad assistere i miei giovani; lungo la settimana andava a visitarli in mezzo ai loro lavori nelle officine, nelle fabbriche. Tal cosa produceva grande consolazioni ai giovanetti, che vedevano un amico prendersi cura di loro; faceva piacere ai padroni, che tenevano volentieri sotto la loro disciplina giovinetti assistiti lungo la settimana, e più nei giorni festivi, che sono giorni di maggior pericolo. Ogni sabato mi recava nelle carceri colle saccocce piene ora di tabacco, ora di frutti, ora di pagnottelle, sempre nell’oggetto di coltivare i giovanetti che avessero la disgrazia di essere colà condotti, assisterli, rendermeli amici, e così eccitati di venire all’Oratorio, quando avessero la buona ventura di uscire al luogo di punizione».[4]

 

* Dunque un Oratorio festivo, che nasce lungo la settimana con l’andare alla ricerca dei giovani dovunque si trovino, con l’agganciarli amichevolmente in tanti modi e convocarli per la domenica seguente. Trattandosi di giovani abbandonati, emarginati, difficili o addirittura organizzati in pericolose «cocche», comunque estranei e «lontani» dai normali circuiti normali di evangelizzazione e di attenzione educativa, tocca a Don Bosco andarseli a conquistarseli. Il «territorio» è dunque il punto di riferimento obbligato, «il campo di rilevamento», «lo spazio di lavoro» di un Oratorio festivo.

 

* Un Oratorio aperto a chiunque abbia del tempo libero da occupare in modo utile. A costituire il primo mondo oratoriano sembrano sia concorsi sia gli ex corrigendi (probabilmente un numero ben limitato) che, in maggior numero, giovani immigrati, estranei culturalmente e linguisticamente al mondo religioso torinese, e in genere giovani senza forti legami con le rispettive parrocchie. (Eccetto la prima eventualità, è la situazione normale di tutti gli oratori successivi). Se c’è una preferenza, questa sarà riservata: «Quelli però che sono poveri, più abbandonati, e i più ignoranti sono di preferenza accolti e coltivati, perché hanno maggior bisogno di assistenza per tenersi nella vita dell’eterna salute».[5] Il motivo di tale preferenza per giovani «inculti ed abbandonati» è in perfetta linea con la preoccupazione pastorale. Difatti aveva già precisato nella citata circolare del 1851: anzitutto gli abbandonati in genere: «quella parte di gioventù che per incuria dei genitori, per consuetudine di amici perversi o per mancanza di mezzi di fortuna trovasi esposta a continuo pericolo di corruzione»; poi i disoccupati: «giovani oziosi, e mal consigliati che vivendo di accatto o di frode sul trivio e sulla piazza sono di peso alla società»; poi ancora i lavoratori che, abbandonati, nei giorni festivi consumano «nel gioco e nelle intemperanze la sottile mercede guadagnata nel corso della settimana». Mancavano solo gli studenti, che però appariranno immediatamente nel «Regolamento»: «non sono però esclusi gli studenti, che nei giorni festivi o nei mesi di vacanza vi volessero intervenire».[6]

 

* Un Oratorio aperto, estremamente comprensivo, anche quanto al tempo. Non ha orario rigido di entrata ed uscita; non è ridotto a qualche ora, ma dovrebbe riempire tutta la giornata festiva e, tendenzialmente, coprire i vuoti di occupazione e di studio della vita quotidiana di un giovane, saturandolo di tutte quelle possibilità che l’inesauribile genialità pedagogica dell’educatore metterà a disposizione. È ovvia la preoccupazione di non permettere soluzioni di continuità nell’opera educativa della famiglia, della scuola e dell’ambiente di lavoro.

 

* Un Oratorio libero, che esclude per principio rigide procedure di accettazione, di classificazione, di controllo, di ammissione e dimissione (eccetto rarissimi casi): «Tutti vi possono essere accolti senza eccezione di grado e di condizione […] non importa che siano difettosi nella persona […] anche i giovani discoli possono essere accolti.[7] Un Oratorio aperto che però non significa senza porte e programmi, dove cioè ciascuno entra e fa quello che vuole. A chi, liberamente, entra si chiede un minimo di disponibilità a stare ai patti, ad osservare semplici norme di convivenza nel comune ambiente: «Tutti sono liberi di frequentare questo Oratorio», «ma tutti devono essere sottomessi agli ordini di ciascun incaricato; tener il debito contegno nella ricreazione, in Chiesa, e fuori dell’Oratorio».[8]

 

Creazione di un ambiente e di uno stile educativo

 

Incontrati i giovani nei posti più diversi lungo la settimana, si trattava di accoglierli poi di domenica in un ambiente collettivo chiamato Oratorio. Ambiente-Oratorio che però assume per lo meno una duplice connotazione:

– quella di essere un ambiente umano non anonimo: dove ciascuno è accolto, così come lo è stato incontrato lungo la strada da parte di chi gli ha saputo parlare al cuore tanto da farselo amico, dove si intessono rapporti umani, profondi, dove ci si impegna a intrecciare delle relazioni non episodiche, ma durevoli, dove si esce dalla propria solitudine per comunicarsi;

– quella di ambiente fisico ben definito, ossia indispensabile spazio adeguato (cappella-cortile), costruito sulla misura del ragazzo «povero ed abbandonato», che permette di definire chi sta dentro e chi fuori, ed è gestito secondo un preciso progetto educativo e un articolato programma.

L’organizzazione di un’istituzione libera come l’Oratorio, che vive dall’attrazione e del clima di famiglia dato dalla amichevole presenza degli educatori e dalla vitalità e vivacità dei giovani, che trova gli elementi motori della formazione religiosa nel binomio salvezza-gioia, anziché salvezza-timore, che rimette in vigore termini dimenticati quali gioia, allegria, affetto, che si colloca fra «pedagogia di massa» e «pedagogia di gruppo», ha però regole precise, sia pure con numerosi margini di adattamento ai differenti tipi di giovani.

Così ad esempio la giornata è organizzata nei dettagli, ma tenendo in conto la difficoltà di far rispettare le norme e gli orari a ragazzi con una maturità umana e spirituale diversa fra loro, abitanti talora in quartieri lontani dalla sede. Così ad esempio per la preghiera, mai trascurata, ma fatta in modo da interessare i ragazzi, fuori dagli schemi classici della vita parrocchiale. Così per il tempo libero, dove ciascuno è libero di dedicarsi ai giochi, di frequentare la scuola, di fare ripetizioni di lettura, di seguire corsi di musica o scuola di canto o di teatro. Si sa, il cortile e il gioco attirano i giovani più della Chiesa ed essi, assieme alle feste e alle escursioni, fanno da contrappeso necessario di libertà alle ore di lavoro e di difficile convivenza nelle botteghe e in famiglia. Il momento ricreativo è altamente educativo, soprattutto se la presenza dell’adulto non è austera, rigida, scostante, bensì allegra, piacevole, attraente. Così ancora per la libera iscrizione alle attività associative e mutualistiche (Società di mutuo soccorso, Conferenze di S.Vincenzo) o ai gruppi intra-oratoriani più spiritualmente impegnati, come le Compagnie, destinate a soggetti di varie età ed esperienza, ma tutte orientate a promuovere negli aderenti una vita di fede più intensa.

 

Educazione integrale come finalità da difendere tenacemente

 

Nella lunga citazione integralmente trascritta all’inizio e nella più volte accennata circolare del 1851, Don Bosco ha indicato con diverse parole quello che tutti conosciamo essere la finalità dell’Oratorio e di ogni altra istituzione salesiana: il buon cristiano e l’onesto cittadino. Non mi soffermo, ma vi vorrei indicare quella che è la più antica (13 maggio 1846), la più sconosciuta ma non la meno significativa formulazione del noto binomio: «Lo scopo di questo Catechismo è di raccogliere nei giorni festiv [i…] per l’Istruzione […]. L’insegnamento si riduce precisamente a questo: 1. Amore al lavoro 2. Frequenza dei Santi Sacramenti. 3. Rispetto ad ogni autorità. 4. Fuga dai cattivi compagni».[9]

Simili obiettivi civili e religiosi rendono l’Oratorio di Don Bosco un ambiente educativo onnicomprensivo, luogo di formazione integrale, in quanto si rivolge al giovane in un’azione che lo considera allo stesso tempo uomo e cristiano. «La salvezza dell’anima», come si esprime Don Bosco – oggi si direbbe «l’incontro sistematico con Cristo» – è lo scopo ultimo del primo Oratorio, ma ad esso compete non solo il catechismo, ma anche l’educazione formale e l’iniziativa per il tempo libero, il tutto in un’unica miscela.

Quella dell’Oratorio viene così ad essere un’inedita via di educazione, che si colloca tra quella «politica» direttamente partecipe della riforma immediata della società, e quella esclusivamente «catechistica» (con aggiunta di attività ludiche come semplice attrattiva, ma senza rilevanza educativa). Come tale si capisce come abbia suscitato sospetti in autorità religiose e civili, ma anche nei suoi stessi collaboratori, impreparati fra l’altro ad accettare un regolamento che unificasse stili e modalità diverse di interventi educativi: «Più volte ho cominciato [a scrivere il Regolamento], ed ho sempre desistito per le innumerevoli difficoltà che eransi a superare».

Ma in questo contesto va sottolineata l’azione di Don Bosco, duttile fin che si vuole, ma tenace di fronte alle difficoltà e sempre positiva. Si spiega così, come egli, membro di una società cristiana e di uno Stato fondamentalmente confessionale, si sia impegnato a formare «onesti cittadini e buoni cristiani»; ma allo stesso tempo si spiega come sia riuscito ad essere in buoni rapporti con la classe dirigente piemontese, che pure lanciava il processo di secolarizzazione, espelleva i religiosi, ne chiudeva le scuole, apriva il conflitto col papa e mandava in esilio l’arcivescovo. Storia per nulla edificante, ma che non impedisce a Don Bosco di proseguire nella sua azione, confortato dall’appoggio del vescovo che lo nomina direttore del suo Oratorio e superiore di due altri in città nel 1852, dopo un tentativo di federazione abortito per mancanza di coordinamento.

 

I collaboratori ad intra e ad extra secondo un progetto condiviso

 

Nel suo formidabile dinamismo apostolico Don Bosco riuscì a coinvolgere numerose forze: preti, chierici, laici, uomini e donne, nobili e semplici artigiani, ricchi e poveri, giovani più grandi dell’Oratorio stesso. Il Regolamento prevedeva ben dodici categorie di collaboratori all’interno dell’Oratorio festivo in aiuto al direttore: dal prefetto al direttore spirituale, dall’assistente al sacrestano, dal monitore agli invigilatori, dai catechisti agli archivisti, dai pacificatori ai cantori, dai regolatori delle ricreazioni ai protettori. La tredicesima categoria era quella dei «Patroni e Protettori», che invece operavano all’esterno dell’Oratorio, lungo la settimana, col vegliare sugli interessi materiali e spirituali degli apprendisti e degli artigiani.

Proprio lo stuolo dei collaboratori postulò la necessità di prepararli allo scopo e di renderli operativi ed efficienti attraverso la costante e non saltuaria collaborazione. Puntò così progressivamente verso una sorta di «comunità degli educatori», ai quali non chiedere solo appoggio materiale, sostegno economico, collaborazione tecnica, ma coinvolgimento nella progettazione e gestione educativa, che non potevano essere sempre all’insegna dell’improvvisato e dell’individuale. Ecco allora la cura di Don Bosco di suscitare collaboratori fissi attraverso la promozione delle vocazioni sacerdotali, per le quali l’esperienza oratoriana assumesse una forte valenza pedagogica. Cambiò lo stile di prete: non più quello separato dalla vita, il prete del «sacramento», ma quello «del movimento», «diverso», «alternativo», implicato nelle attività cui si vota, l’uomo della partecipazione e della condivisione, padre, maestro ed amico.

 

Evoluzione del primo Oratorio

 

Presto però il primo Oratorio evolvette: «È difficile a dire con quale favore sia stato accolto l’invito che si fece a’ giovanetti senza veruna pubblicità, e in quella guisa soltanto che si suole tra i familiari, di convenire ogni dì festivo nell’Oratorio; il che die’ animo ad ingrandire il recinto, e ad introdurvi in progresso di tempo quei miglioramenti, che una carità ingegnosa e prudente poté suggerire; quindi si incominciò ad insegnare prima nelle domeniche, e poi ogni sera nell’invernale stagione la lettura, la scrittura, gli elementi dell’aritmetica e della lingua italiana, ed uno studio particolare si pose per rendere a quei giovanetti volenterosi famigliare l’uso delle misure legali, di cui, essendo la più parte addetti a’ mestieri, sentivano il maggior bisogno».[10]

A partire dal 1847, l’Oratorio da semplice scuola di catechesi, giardino di ricreazione, centro di alfabetizzazione soprattutto per immigrati o comunque abbandonati specialmente nei giorni non lavorativi, si integrò per ragazzi più bisognosi tra gli abbandonati con l’ospizio, centro di raccolta di ragazzi da collocare al lavoro o desiderosi di frequentare scuole della città, aperto ulteriormente ad altre possibilità di assistenza, di educazione, di formazione professionale e culturale. La stessa logica portò Don Bosco successivamente a impiantare colà laboratori e altre scuole, fino a diventare la complessa ed articolata «casa annessa all’Oratorio di S. Francesco di Sales» degli anni Cinquanta e Sessanta. Inevitabilmente lo sviluppo delle opere di internato sul finire degli anni Sessanta finì per soffocare in qualche modo l’Oratorio. Il fenomeno – destinato a ripetersi per oltre un secolo – fu rilevato dallo stesso Don Bosco che vi pose rimedio destinando spazi propri ed esclusivi alle attività dell’Oratorio e affidandolo ad un salesiano di valore, quale era don Giulio Barberis.

Nella mente di Don Bosco, a fronte dello sviluppo in congregazione delle opere scolastiche si doveva attivare un Oratorio festivo accanto alla casa salesiana. Di tale desiderio si fecero interpreti con una precisa deliberazione i due ultimi Capitoli Generali presieduti da Don Bosco stesso (1883, 1886). Alla sua morte erano oltre una decina gli Oratori salesiani aperti in Italia (dal Piemonte alla Sicilia), mentre tre soli (Cremona, Trinità di Mondovì, Brindisi) quelli che si erano dovuti chiudere.

 

Conclusione

 

Il primo Oratorio, sia pure organizzato in modo provvisorio ed affidato per tanti aspetti ad una episodicità pedagogica, restò sempre punto di riferimento del lavoro di Don Bosco e dei salesiani che nel CGS (1971) vi troveranno in nuce alcune importanti intuizioni per il rinnovamento delle proprie opere. Ricordiamo, fra le principali:

 

1. Una struttura flessibile di aggancio e di aggregazione (non necessariamente parrocchiale, né interparrocchiale): opera di mediazione tra Chiesa, società urbana e fasce popolari giovanili, che assicura ricerca e contatto con i giovani ai margini delle istituzioni civili e religiose, privi di comunicazione educativa. Esattamente «il ponte» auspicato da papa Giovanni Paolo II.

2. La religione quale fondamento dell’educazione e l’intreccio dinamico tra formazione religiosa e sviluppo umano, tra catechismo ed educazione (convergenza tra educazione ed educazione alla fede: integrazione fede-vita). Anzi, tutto ciò che è autenticamente umano viene assunto in modo che diventa mediazione in un processo di crescita verso l’apertura al trascendente, che costituisce il punto più alto di tutti i fini educativi: «far passare Iddio nel cuore dei giovani non solo per la porta della Chiesa, ma della scuola e dell’officina».[11]

3. Il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente popolare: l’Oratorio tende a voler raggiungere tutti i giovani del territorio, a cominciare «dagli ultimi» («giovani del disagio», «a rischio», «soggetti deboli») a partire appunto dai quali elabora il proprio progetto, secondo una modalità di approccio adeguato allo loro psicologia e alla loro capacità assimilativa.

4. L’educazione come offerta di spazio e di risposta a tutte le legittime domande del giovane, come sviluppo di tutte le espressioni e le attività compatibili con i tempi, i luoghi e le risorse.

5. La piena occupazione e valorizzazione del tempo libero, dove la sete di protagonismo del giovane trova adeguate condizioni e occasioni, ma anche dove insegnare ed aiutare a vivere la vita di ogni giorno.

6. L’amorevolezza, il sistema preventivo come stile educativo e, più in generale, come stile di vita cristiana.

 

 

DOPO DON BOSCO

 

All’epoca del 1° successore di don Bosco, don (beato) Michele Rua, l’Oratorio salesiano ebbe una prima ampia evoluzione allorché portò a maggior maturazione e profondità la dimensione sociale dell’educazione in esso impartita e la sua presenza nel campo del pre-politico. Cercò così di rispondere al fenomeno dell’industrializzazione, dell’urbanesimo, dell’accresciuta circolazione della stampa, dello sviluppo del mondo operaio che aveva acuito il problema sociale e innescato la cosiddetta «questione sociale». Alle soluzioni radicali o utopistiche proposte dalle sempre diffuse dottrine socialiste dell’epoca inaccettabili dalla Chiesa, questa aveva risposto nel 1891 con l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII che, proponendo, fra l’altro, il passaggio dall’azione caritativa al più incisivo impegno sociale, ebbe vasta eco nel mondo cattolico. Si comprende pertanto la fioritura di opere salesiane soprattutto a carattere sociale, fra cui una novantina di Oratori, i quali, pur nella fedeltà alla tradizione, seppero articolarsi in forme flessibili in corrispondenza dei cambiamenti in corso nella società, muovendosi fra nuove istanze religiose, nuovi bisogni sociali e nuove attese educative, rispondendo in maniera più accorta alle esigenze delle sempre più ampie fasce adolescenziali e giovanili, cui Don Bosco aveva prestato minor attenzione.

Si profilò così un modello di Oratorio sempre più aperto e attento al territorio, integrato nella vita quotidiana del giovane, grazie soprattutto al settore ricreativo e alle iniziative socio-culturali, volte appunto a favorire l’inserimento responsabile degli oratoriani nella società, dalla cui cultura positivista dominante si voleva difendere le giovani generazioni. L’influsso oratoriano raggiunse molti ambienti di vita del giovane, dalla famiglia alla scuola, dal quartiere all’officina e assunse una funzione moralizzatrice e civilizzatrice della società.

I ricorrenti «Congressi nazionali degli Oratori», di cui i salesiani furono promotori o comunque partecipanti attivi, mobilitavano molti operatori del settore e diedero spazio agli interventi di vescovi, sacerdoti, laici, religiosi, religiose, esponenti dei movimenti ecclesiali. Nel corso dei lavori venivano affrontati i maggiori problemi organizzativi, pedagogici, religiosi e sociali degli oratori.

Non mancarono, anche se furono piuttosto esigui, i collegamenti con nuovi organismi cattolico-sociali legati alle strutture parrocchiali, ma che a loro volta facevano capo ad organizzazioni più ampie.

La mentalità piuttosto pragmatica sollecitò i salesiani a rispondere a problemi immediati, sorretti in ciò dalla loro pedagogia «popolare», affidata spesso al buon senso e alle consuetudini consolidate, efficace certamente sul piano dell’immediatezza quotidiana, ma spesso in ritardo rispetto alle teorie moderne dell’educazione, ormai nutrite di scienze psicologiche e di nuove sensibilità.

La prima guerra mondiale, con tutto quello che essa significò per centinaia di salesiani chiamati alle armi e decine di loro case requisite, rallentò il ritmo di crescita numerica, ma offrì l’occasione, sul piano operativo, per rispondere a situazione di emergenza, e sul piano teorico, per una crescita spirituale più che sociale, in sintonia con l’orientamento dell’azione di governo del Rettor Maggiore del tempo, don Paolo Albera. Nell’intreccio fra tradizione e modernizzazione, il modello salesiano dell’epoca bellica e immediatamente postbellica sembrò privilegiare il patrimonio ereditato, quasi in un «libero» processo di autoreferenzalità.

Negli anni successivi anni, grazie anche al clima di soddisfazione degli ambienti cattolici determinata dalla riforma scolastica del 1923, ebbe luogo un generale rilancio degli Oratori salesiani, in sintonia con buona parte della Chiesa italiana. Poté così continuare la stagione dei Congressi nazionali, che dovettero affrontare il problema del rapporto degli Oratori con le associazioni giovanili cattoliche, ed in particolare la Gioventù Cattolica Italiana, cui la Santa Sede chiedeva l’adesione di tutte le Associazioni e Circoli giovanili cattolici.

Il fascismo, vinte le elezioni del 6 aprile 1924, incominciò a colpire le associazioni cattoliche in modo particolare, per intimidire o sopprimere ogni organizzazione non fascista, inquadrando i fanciulli e i giovani in proprie organizzazioni. Reagì Pio XI, ribadendo a più riprese la piena autonomia e il diritto imprescindibile della Chiesa in tutto il settore dell’educazione e dell’apostolato.

Per gli Oratori salesiani dal 1927 in poi si pose il serio problema della milizia Balilla, i cui comandi li volevano trasformare in luogo di ritrovo dei Balilla stessi, magari solo per loro, diretti dai membri della Milizia Nazionale e secondo un proprio regolamento. I Salesiani vi si opposero strenuamente e accettarono unicamente di partecipare a qualche manifestazione, di incrementare la ginnastica e di non respingere ragazzi che entrassero in divisa.

Nel contempo cercarono di passare piuttosto inosservati, con l’abolire le bandiere e le manifestazioni esterne all’Oratorio, adottando sempre nomi religiosi per compagnie, circoli e gruppi giovanili ed evitando qualunque collusione con la politica. Riuscirono così a salvare praticamente tutti i loro Oratori.

Il primo decennio fascista, grazie alle buone doti di praticità del nuovo Rettor Maggiore, don (beato) Filippo Rinaldi stesso, sorretto da quelle ancor più risolute del suo vicario e continuatore, don Pietro Ricandone, l’Oratorio salesiano raggiunse una sua stabilizzazione e, in concomitanza con la forte ripresa dell’espansione delle case salesiane (oratori compresi) e del numero dei confratelli, ebbe modo di approfondire alcune dimensioni spirituali e pedagogiche. Ma evidenti motivi politici incentivarono quelle forme di involuzione e di ripiegamento dell’Oratorio al suo interno che già da tempo erano in corso rispetto al processo innovativo sul versante sociale innescato a cavallo del secolo, tanto più che non poteva contare su un adeguato supporto della pedagogia cattolica in Italia, i cui orizzonti restarono abbastanza limitati e chiusi in una autosufficienza che il clima culturale del dopoguerra non aveva fatto che accrescere.

La situazione rimase pressoché immutata anche negli anni Trenta, allorché don Ricaldone lasciò ampio spazio di azione al Consigliere Capitolare appositamente incaricato, preferendo promuovere altre iniziative volte a migliorare la preparazione dei docenti e a predisporre adeguati strumenti per l’insegnamento religioso: basti ricordare la fondazione dell’ufficio Catechistico Centrale Salesiano (1939), del Pontificio Ateneo Salesiano (1940), della Libreria Dottrina Cristiana (1941) e ancor prima della rivista Catechesi (1932), attorno a cui si raccolsero energie intellettuali e ecclesiastiche di alto profilo culturale.

Solo all’inizio degli anni Quaranta, don Ricaldone, in concomitanza con il centenario del primo Oratorio di don Bosco (1941) intervenne con precise disposizioni sulla base di uno specifico studio: un vero manuale per quanti seriamente volessero fare dell’Oratorio una palestra di educazione fisica, intellettuale, artistica, morale, religiosa, sociale, il tutto in funzione di una intensa vita spirituale.

Interessanti e significative furono le sue proposte per l’edilizia oratoriana, il reclutamento e il ruolo del personale dirigente, la specifica preparazione dei catechisti, l’adozione di nuova didattica, i mezzi più adeguati per attirare i ragazzi all’Oratorio di fronte alla «concorrenza» di pullulanti agenzie educative, le minuziose modalità di accettazione, controllo e informazioni sui giovani degli Oratori. Con forza difese le tradizionali Compagnie per la gran parte dei ragazzi «poveri ed abbandonati» nei confronti della sempre più attiva Azione Cattolica da riservarsi ai più maturi e ai più preparati.

Con il rettorato di don Ricaldone (1932-1951) l’Oratorio salesiano giungeva, per così dire, alla perfetta e matura organizzazione, sia all’interno che sul territorio, potendo contare anche sulla positiva rilettura del sistema preventivo da parte di ambienti della Università Cattolica del S. Cuore di Milano e del recupero in Italia dello spiritualismo cattolico. E se l’emergenza bellica ne rallentò l’azione ideale, l’immediato dopoguerra offrì ad esso una splendida occasione per una vitale ripresa: fu il momento dell’elezioni politiche del 18 aprile 1948, allorquando i giovani più grandi uscirono per la prima volta dai loro recinti per «scendere in campo» apertamente in favore della democrazia cristiana.

Ma la brevissima stagione «politica» annunziava l’avanzante crisi. Già verso la metà degli anni Cinquanta gli Oratori, pur numerosissimi e frequentatissimi, davano segni di cedimento: le migliori condizioni di vita soprattutto nella parte economicamente più attiva del paese, la maggiore scolarizzazione, l’aumento del tempo libero e delle numerose proposte alternative all’Oratorio, nuovi orientamenti nel campo pedagogico, l’arrivo della televisione, la diffusione dei mezzi di trasporto accessibili a molte famiglie, i conflitti più o meno latenti con l’AC… innescavano quel graduale processo di dissoluzione dell’Oratorio tradizionale che sarebbe poi esploso negli anni Sessanta.

Per i vecchi schemi di Oratorio non ritraducibili nella modernità non c’era più spazio vitale. Si dovevano necessariamente ridefinire i propri obiettivi e qualificare le proprie proposte, in un ampio e rinnovato quadro di pastorale giovanile nazionale, ispirato ad una più ampia visione dell’educazione stessa. L’Oratorio avrebbe potuto salvarsi e salvare il suo prezioso patrimonio solo grazie a concetti teorici e progetti operativi concreti da tradurre in programmi ben definiti ed articolati, gestiti comunitariamente da un ampia gamma di operatori qualificati, ricchi di quell’entusiasmo e slancio che ha caratterizzato molti direttori e animatori di Oratori delle passate generazioni.

 



[1] G. Bosco Opere Edite, XXIX, Roma, Las 1977, pp. 31-94.

[2] P. Braido et al., Don Bosco educatore, Scritti e testimonianze. Roma, ISS, fonti, serie prima, 9. LAS 19973, pp. 108-111. Il testo è anche edito nel CD Conoscere Don Bosco. Roma, Las 2000.

[3] G. Bosco, Epistolario. I. Introduzione, testi critici e note a cura di F. Motto. ISS, Fonti serie prima, 6. Roma, Las 1991, lett. 94.

[4] G. Bosco, Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 a l1855… Ed. critica. Roma, ISS, serie prima, 4, Roma, Las 1991, p. 125.

[5] Regolamento dell’Oratorio di S. Francesco di Sales per gli esterni, in OE…. p. 59.

[6] Ib. p. 33.

[7] Ib. pp. 60-61.

[8] Ib. p. 61.

[9] G. Bosco, Epistolario… I, … lett. 21, a Michele Cavour (padre del più famoso Camillo).

[10] Ib., lett. 94.

[11] G. Bonetti, Cinque lustri di storia dell’Oratorio Salesiano fondato dal Sac. D. Giovanni Bosco. Torino, Tipografia Salesiana 1892, p. 634.

 

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