Le parole della fede /7

Giuseppe De Virgilio

(NPG 09-07-49)


«Va’» è il verbo che esprime l’invio e che evoca un dovere da assolvere per il futuro, una strada da seguire verso una meta. Il verbo si utilizza nelle situazioni più diverse e per questa ragione può avere differenti significati, a partire dal contesto in cui l’invito viene pronunciato. Nel suo significato più negativo, il «va’» dice allontanamento, rottura della relazione, fino al disprezzo della persona a cui è rivolto.

EVOCAZIONE

Più positivamente l’invito evoca la metafora della strada: andare sulla strada per raggiungere una meta, per tagliare un traguardo, per compiere una missione. In questo senso il «va’» riassume la dimensione dinamica dell’esistenza umana, soprattutto per i giovani che si trovano di fronte alle scelte della vita. Andare sulla strada, superare gli ostacoli, sperimentare il coraggio di osare, scoprire nuovi itinerari, affrontare le prove, fare esperienze e incontrare persone lungo il cammino, sono tutti motivi riassunti nell’invito a mettersi in cammino.
Allo stesso tempo l’espressione indica non solo un cammino esterno all’uomo, ma anche un itinerario interiore. Infatti l’invito ad andare si rivolge anche ad un «percorso del cuore». Si tratta del primo fondamentale «viaggio della vita», che è segnato dal dovere di entrare in se stessi, abitare le proprie certezze, osare le conquiste e sperimentare le paure e le solitudini. L’itinerario interiore di ciascun giovane implica un «mettersi in cammino», un andare alla conquista del proprio Io.
La strada e il cammino. Ciascuno ha da scoprire la sua «via»! Questa piccola espressione porta in sé il messaggio della speranza. Spesso i giovani hanno timore di fronte al loro futuro. C’è sempre qualcuno che deve assumersi la responsabilità di aiutarli nel «viaggio della vita». C’è bisogno di qualcuno che assuma un’autorità per sostenere quanti decidono di «mettersi in viaggio, partendo dal loro cuore. C’è un momento importante nella vita in cui si ha bisogno di qualcuno che possa dirci: «ora… va’… non temere».
In questa prospettiva il verbo «andare» evoca un impegno per la vita, in vista di un progetto grande e ambizioso. L’invito ad andare è una conseguenza di un incontro significativo e di una missione che si sente propria. Il «va’» diventa una parola vocazionale, appellante, aperta al futuro. Non si può scoprire il mondo rimanendo dentro il proprio guscio, ma decidendo in se stessi di fare il grande viaggio (cf Sal 83,6).
Tuttavia il «va’» implica anche delle paure, oltre a molte incertezze. La paura di lasciare le proprie sicurezze, le persone care, i conoscenti, i luoghi e le storie che ci appartengono. Il «va’» dice sempre un distacco, un taglio con qualcuno o qualcosa che non è più. Una seconda paura è quella di sbagliare la strada, di trovarsi ad affrontare un cammino che non era quello desiderato o sperato.
Inoltre la paura più grande è quella di rimanere soli nella strada, di avventurarsi verso l’ignoto senza punti di riferimento, aiuti sinceri, compagni di strada affidabili.
Allora il «va’» può tradursi in un’avventura triste, in un itinerario fatto di incertezze e di imprevisti, con grandi difficoltà. In definitiva questa espressione verbale racchiude in sé un straordinario dinamismo aperto al futuro.

NARRAZIONE

L’importanza dell'espressione è testimoniata dalla notevole attestazione nella Bibbia, dove il verbo (in ebraico: hālak; in greco peripateō) è reso in diversi modi e assume molteplici significati. Individuiamo i contesti più rilevanti nei quali viene proposto il contenuto centrale dell’espressione in tutta la sua ricchezza progettuale, sia nei personaggi e nelle storie dell’Antico Testamento che del Nuovo Testamento.

«Va’» nell’Antico Testamento

L’invio espresso con l’imperativo «va’» è usato da Dio e dagli uomini. È soprattutto l’invio che proviene dalla chiamata divina a coinvolgere i protagonisti in un’avventura di fede. Abramo è il primo a sentire la chiamata solenne di Dio, che all’inizio gli chiede di lasciare la terra delle sue sicurezze per andare verso una nuova patria (cf Gen 12,1; At 7,3). Il cammino del «padre della fede» è stato un itinerario di obbedienza piena, in risposta a questo comando. Tale obbedienza è stata confermata soprattutto nell’ultimo e drammatico invito ad andare verso la prova finale. Il patriarca deve prendere l’unico figlio Isacco e mettersi ancora una volta in cammino verso il territorio di Moria per immolarlo (Gen 22,2). Anche in questa prova grande, Abramo obbedisce al comando divino e vive la sua strada nella certezza che Dio provvederà (Gen 22,8.14). Ugualmente nella vita di Giacobbe si ripete l’ordine del Signore di andare a Betel, di abitare in quella terra e di costruirvi un altare» (Gen 35,1): in questo modo Giacobbe potrà fare pace con il suo passato e la relazione conflittuale con il fratello Esaù.
Tra i patriarchi di Israele spicca Mosè come eroe dell’esodo e uomo del cammino. Diverse volte Mosè sente ripetere quest’ordine di Jhwh, che lo invita a mettersi in cammino superando le resistenze e i dubbi. L’invito ad andare accede per la prima volta nel contesto vocazionale della rivelazione del roveto ardente, quando Mosè si sente dire da Jhwh: «Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!» (Es 3,10). Questa solenne decisione produce nel cuore di Mosè timore e resistenza. Egli era ormai un fuggitivo ricercato dal faraone per aver commesso un omicidio e ora deve «ritornare» in Egitto per liberare i figli di Israele. Cogliamo la resistenza dell’uomo di fronte al mandato divino: «Va’, riunisci gli anziani di Israele» (Es 3,16) e ancora: «Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire» (Es 4,12.19). Dal momento dell’accoglienza della missione, Mosè è continuamente sollecitato a mettersi in cammino e agire: in Egitto (Es 6,11; 7,15.26; 9,1; 10,1), nel cammino del deserto presso il monte Sinai (Es 19,10; 24; 32,7) e verso la terra promessa dove scorre latte e miele (Es 32,34; 33,3).
È interessante osservare come Dio sceglie i piccoli e poveri per contrastare i potenti e gli arroganti. Così l’invito a confidare nel Signore e della sua potenza giunge a Gedeone (Gdc 6,14) perché possa combattere i madianiti e a Davide (1Sam 17,37) per sfuggire dalla persecuzione di Saul. Al profeta Elia, perseguitato dalla regina Gezabele, Jhwh chiede di mettersi in cammino e di abitare presso una vedova in Zarepta di Sidone (1Re 17,9). Sperimentando la povertà e l’umiltà, la missione di Elia riuscirà: egli piegherà l’arroganza degli idolatri e degli usurpatori di Israele e Gezabele cadrà in disgrazia e verrà eliminata.
L’invio vocazionale ritorna molte volte nella vita dei profeti di Israele. È nota la chiamata di Isaia nel contesto della visione del tempio di Gerusalemme: «Udii la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’. E io risposi: ‘Eccomi, manda me!’». La risposta affermativa del profeta è accompagnata dal comando di Jhwh di andare ad annunciare la salvezza ad un popolo dalla «dura cervice» (Is 6,9-10). Il profeta obbedisce anche quando di tratta di eseguire il segno della nudità, per comunicare al popolo la vittoria del re di Assiria (Is 20,2). L’imperativo divino «va’» accompagna il ministero profetico di Geremia fin dall’inizio (Ger 1,7) e nelle tappe più importanti della sua missione (Ger 2,2; 3,12; 13,1; 17,19; 19,1; 26,2; 28,13). Prima di andare a profetizzare Ezechiele deve mangiare il rotolo della Parola che gli è posta innanzi (Ez 3,1.4.11.22.24). Con lo stesso comando Osea obbedisce a Dio e prende in moglie una prostituta (Os 1,2; 3,1), Amos lascia il suo lavoro di pastore per recarsi nel regno del Nord a predicare (Am 7,15) e Giona è per due volte inviato a Ninive a portare l’annuncio della conversione (Gn 1,2; 3,2). Anche a Daniele, al termine della sua missione, Dio dice: «Va’, Daniele, queste parole sono nascoste e sigillate fino al tempo della fine…. Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni. Tu, va’ pure alla tua fine e riposa: ti alzerai per la tua sorte alla fine dei giorni» (Dn 12,9; 12-13).
Nelle storie didattiche della Bibbia troviamo l’invito ad andare da parte di alcuni personaggi, che meritano una particolare menzione. È struggente la vicenda di Rut, a cui muore il marito. Ella sceglie di restare con la suocera Noemi e si seguirla nel suo ritorno a Betlemme. La giovane vedova ascolta le indicazioni dell’anziana Noemi (Rut 2,2; 3,4) e alla fine la sua storia di dolore si trasforma in felicità attraverso il matrimonio con Booz. Ugualmente l’andare del giovane Tobia è un camminare incontro ad una donna che egli non conosce, Sara, e che diventerà la sua futura moglie. Il libro descrive la volontà di Dio che si espleta attraverso un viaggio a cui Tobia resta fedele. Tutte le vicende che accadono al giovane e alla sua famiglia sono interpretate alla luce dell’obbedienza a Dio e alla sua Parola. In tal modo il cammino del protagonista diventa un esempio della provvidenza celeste, che porta a compimento i desideri di felicità di coloro che temono il Signore (Tb 2,2; 5,3; 9,3; 10,12.13; 12,5).
Nelle preghiere dei Salmi più volte si indica la vita dell’uomo come una «strada» che bisogna percorrere, una via da affrontare con tutte le difficoltà e gli imprevisti. È «beato» colui che non segue la via dei peccatori (Sal 1,1), ma la via diritta del Signore (Sal 17,31). Il credente è colui che si mette in cammino sulla via del Signore e spera in Lui (Sal 36,34) perché lo conduca sulla retta vita (Sal 31,8) con cuore puro (Sal 111, 8,9). La via di Dio è santa (Sal 76,20), e permette a chi la segue di camminare nella verità (Sal 85,11) e nell’innocenza (Sal 110,2.6). Il credente deve sceglie sempre la via della giustizia (Sal 118,30), vivere sulla Sua via (Sal 118,37) e odiare ogni via di menzogna (Sal 118,128). Si comprende bene come il comando che Dio rivolge ai suoi interlocutori diventa concretamente il cammino della vita da interpretare, affrontare e realizzare con la consapevolezza che il Signore accompagna il comando del «va’» e lo indirizza verso un progetto di felicità e di salvezza.

«Va’» nel Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento si apre con l’ordine dell’angelo a Giuseppe di alzarsi e di andare in Egitto e, una volta superata la persecuzione, di tornare nel paese di Israele (Mt 2,13.20). L’ultima menzione del’imperativo «va’» si trova in Ap 10,8: la voce celeste ordina al veggente di prendere il libro dalla mano dell’angelo per mangiarlo per diventare annunciatore della Parola. Si può cogliere in questi due testi l’importanza di realizzare la volontà di Dio: in Giuseppe il comando implica una responsabilità verso la famiglia di Nazareth perseguitata da Erode; nel veggente dell’Apocalisse l’ordine implica una responsabilità verso al storia dei credenti che subiscono la persecuzione imperiale e più in generale della Chiesa. Pertanto l’ordine di andare allude ad un «esodo», che Dio realizza nella missione del Figlio, in vista di un compimento di felicità.
Il comando di andare è presente soprattutto nei vangeli e nel libro degli Atti degli Apostoli. Tale ordine rivolto da Gesù alle persone che lo incontrano rivela anzitutto l’autorità della sua Parola che guarisce e cambia il cuore. Le relazioni tra Gesù e i diversi personaggi incontrati nei vangeli vengono presentate come esempio di un cammino generato dalla fede e dalla certezza che Dio interviene nella storia. Possiamo distinguere l’ordine che il Signore consegna ai suoi interlocutori secondo alcuni contesti.
Il primo contesto è dato dai racconti di guarigione, che illuminano il senso dell’invio che la persona guarita riceve da Gesù. È il caso della guarigione del lebbroso, sanato dalla mano del Signore, a cui viene consegnato il dovere del silenzio con la seguente raccomandazione: «Guardati dal dirlo a qualcuno, ma va’ a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro» (Mt 8,4).
Splendida risulta la scena seguente del centurione di Cafarnao, uomo dalla grande fede, che chiede e ottiene la guarigione del suo servo. Egli si mette in cammino senza la pretesa di segni, ma con la sola certezza dell’autorità della Parola sanante del Cristo (Mt 8,13). Similmente l’ordine del Signore di andare a casa con la propria barella, è dato al paralitico guarito, che diventa un segno del potere divino di guarire non solo la paralisi del corpo, ma anche il peccato del cuore: «Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua» (Mt 9,6-7). All’indemoniato di Gerasa, che una volta liberato gli chiede di seguirlo, il Signore non glielo permette, ma lo invia in missione dicendo: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato» (Mc 5,19).
La dinamica della fede si esprime attraverso il simbolismo dell’andare. È questa l’esperienza di Giairo e dell’emorroissa, che vanno verso Gesù per ricevere guarigione e, dopo aver ricevuto il dono, riprendono il cammino con la forza di una fede sperimentata (Mc 5,34.42). Con la stessa dinamica spirituale viene proposto l’esempio della donna siro-fenicia che chiede e ottiene la liberazione della sua figlioletta (Mc 7,29), mentre la figura di Bartimeo rappresenta un modello di come il medicante cieco di Gerico, una volta guarito, accolta il «va’» nella logica del discepolato (Mc 10,52). È singolare come la guarigione dei dieci lebbrosi da parte di Gesù abbia come epilogo l’invito ad andare rivolto al solo samaritano salvato (Lc 17,19).
Troviamo anche in diversi personaggi giovannei l’invito a mettersi in cammino: in occasione della guarigione del figlio del funzionario regio di Cana (Gv 4,50), dopo aver perdonato l’adultera (Gv 8,11) e nella vicenda del cieco nato (Gv 9,7.11). Nel libro degli Atti l’invito ad andare proviene dall’angelo di Dio, come nel caso della missione di Filippo in Samaria (At 8,26-29), o dallo Spirito che invita Simon Pietro a recarsi presso Cornelio (At 10,20), o dal Signore stesso che appare a Paolo (At 9,6; 22,21) e ad Anania (At 9,11.15).
Il secondo contesto evangelico è costituito dai dialoghi didattici e dalle sentenze sapienziali. L’invito a fare il primo passo della riconciliazione si trova già nel contesto del discorso della montagna (Mt 5-7), e costituisce un nuovo insegnamento, ispirato alla logica del vangelo: «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Nella stessa prospettiva dell’andare verso l’altro, deve comportarsi il credente quando un fratello pecca: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’, ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 19,15). L’invito ad andare è presente con enfasi nella parabola del buon samaritano, come monito per coloro che, come il dottore della legge, ritengono l’idea dell’amore in modo astratto e disincarnato. Gesù conclude il dialogo con un deciso invito: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37). Non si può tralasciare il prezioso insegnamento sull’ultimo posto, che delinea lo stile del credente, chiamato ad essere umile servo del vangelo (Lc 14,10).
Il terzo contesto è collegato ai racconti di vocazione, dove l’invito ad andare è consequenziale all’esperienza profonda e significativa vissuta con il Signore. È quanto intende sottolineare l’evangelista Marco presentando schematicamente l’atto costitutivo degli apostoli: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni.» (Mc 3,13-15). L’invio nella predicazione segue la chiamata e l’esperienza della comunione con il Cristo. Tuttavia l’andare implica una risposta libera e personale ad un appello impegnativo (Mt 21,28; Lc 9,60). In conseguenza di questo processo di libertà e di responsabilità, il comando di andare ritorna nella scena del giovane ricco, come segno di una risposta coraggiosa e totalizzante. Dopo aver dialogato con il Signore sul suo passato fedele alla legge, il giovane anonimo è chiamato a prendere una decisione sul suo presente e a seguire l’anelito di felicità e di perfezione del suo cuore: «Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi»» (Mc 10,21).

PROVOCAZIONE

Abbiamo cercato di individuare le dinamiche che sono implicate dall’espressione «va’», evidenziando la ricchezza tematica e narrativa che emerge dall’analisi biblica. Fermiamoci a considerare due profili nei quali si sperimenta questo verbo imperativo. Il primo è costituito dalla vicenda vocazionale di Mosè in Es 3,1-4,18. Il secondo è ripreso dal dialogo tra Gesù con un dottore della legge, nel quale è incastonata la parabola del buona samaritano (Lc 10,25-37)

«Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!» (Es 3,10)

4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5 Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». 6 E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.
7 Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. 9 Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. 10 Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». 12 Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».
La narrazione della chiamata di Mosè si presenta come una teofania, simboleggiata dal roveto che arde nel fuoco senza consumarsi. Mosè, ormai dimentico della sua gente, si è stabilito in Madian e sta pascolando il gregge del suo suocero Ietro. Egli è un ricercato, un fuggitivo, un uomo che ha perso e non intende più tornare indietro: si è fermato e sta nascondendosi con una nuova identità. Ma non ci si può nascondere davanti a Dio: il Signore conosce il nostro cuore e ha un progetto per ciascuno di noi.
La pagina biblica descrive la scena della chiamata. Due volte risuona il nome di Mosè, che risponde «eccomi» (v. 4). Il Signore si rivela come «il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe», padrone della terra e della storia. Colto dalla paura Mosè si vela davanti a Dio, mentre il Signore comunica a Mosè il suo disegno di liberazione degli figli di Israele (vv. 7-9).
I verbi utilizzati da Dio in prima persona sono molto significativi: «ho osservato», «ho udito», «conosco», «sono sceso», «ho visto». Dio si sta prendendo cura del suo popolo che vive nella sofferenza. La rivelazione si traduce in un intervento liberatore, che implica il coinvolgimento di Mosè. Il testo culmina con il comando rivolto a Mosè: «Ora va’. Io ti mando» (v. 10). Al primo diniego del protagonista, Dio controbatte: «io sarò con te» (v. 12). L’andare di Mosè deve tradursi in un’esperienza di fede in Dio, che protegge e guida la missione di Mosè.

* Il «va’» è un ordine che mette in gioco l’intera storia dell’uomo. Mosè pone delle resistenze notevoli al comando di Dio: quali sono le resistenze che derivano dalla cultura che i giovani respirano oggi?

 

* Per Mosè il «va’» implica un rimettersi in discussione, un ricominciare a rischiare. Egli è chiamato a vivere un «esodo» prima nel suo cuore e poi con la sua gente. Il messaggio simbolico si può tradurre nel nostro contesto esistenziale: quale stile di vita caratterizza la nostra quotidianità? Siamo uomini e donne dell’esodo in un processo di liberazione o viviamo nel nascondimento delle nostre schiavitù?

«Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37)

25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». 29 Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
La straordinaria parabola del «buon samaritano» va compresa nel contesto del dialogo sulla disputa circa il «primato dell’amore» tra Gesù e il dottore della Legge. Nel contesto lucano la questione non verte sulla conoscenza del doppio comandamento (Dio e il prossimo), bensì sulla «incarnazione» del comando divino. Non basta sapere con la mente un comandamento, bisogna praticarlo nella concretezza della vita.
L’insegnamento di Gesù si traduce in una spinta a vivere la carità nel nostro oggi, evitando l’errore del sacerdote e dello scriba, che non riescono a «ri-conoscere» nell’uomo ferito sulla strada, la persona «prossima» per la quale compiere il comandamento. Il loro «andare oltre» (vv. 31.32) rappresenta una forma di fuga di fronte alla realtà della sofferenza dell’altro, che è persona da amare e da accogliere.
La figura del samaritano è sconvolgente: egli passa, si ferma, vive il comandamento dell’amore nell’andare «con» colui che soffre. Qui il verbo «andare» si traduce in «amare» senza limiti né differenze etniche! Di fronte a questo racconto parabolico non ci sono ulteriori spiegazioni da offrire: ci viene solo chiesto di vivere nella storia e di incarnare il primato dell’amore.

* Con il comando «va’» che Gesù dà al dottore della legge si intende provocare l’interlocutore ad vivere il servizio con un’apertura universale: si può dire che il nostro andare verso gli altri è ispirato dall’amore e dalla solidarietà? Stiamo costruendo questa cultura nei nostri contesti giovanili?

 

* L’educazione alla concretezza e alla capacità di saper incarnare il messaggio del vangelo. Il problema maggiore che spesso troviamo è costituito dalla separazione tra fede pensata e vita incarnata. L’ordine di Gesù mira proprio a ricongiungere questa divisione: andare e fare quanto il samaritano ha fatto nel suo andare è la logica conseguenza di uno stile di amore e di attenzione all’altro. Come vivere questo processo educativo insieme ai nostri giovani?

INVOCAZIONE

Tra le diverse preghiere di Israele troviamo nel Sal 83 l’immagine del «grande viaggio», che evoca l’esodo del popolo verso la terra promessa. Abbiamo potuto constatare come l’espressione «va’» implica la metafora del viaggio e diventa motivo di invocazione. Dio chiede all’uomo di non rimanere fermo e chiuso di fronte alle scelte della vita, ma di mettersi in cammino con la forza della fede e nella luce della Sua Parola. Colui che si mette in cammino con Dio e per Dio è «beato», perché nel suo cuore ha deciso il santo viaggio. Riflettendo sul Sal 83, Proponiamo la lettura dei vv. 5-9:
5 Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!
6 Beato chi trova in te la sua forza
e decide nel suo cuore il santo viaggio.
7 Passando per la valle del pianto
la cambia in una sorgente,
anche la prima pioggia
l’ammanta di benedizioni.
8 Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion.
9 Signore, Dio degli eserciti,
ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio, Dio di Giacobbe.

Il desiderio della dimora di Dio ci spinge a metterci in cammino, per «abitare la sua casa e cantare le sue lodi».
Pregare con queste parole significa evocare la straordinaria esperienza del cammino con Dio e insieme alla nostra comunità. Prima ancora di avventurarsi in una cammino esterno, il salmo ci ricorda che è «beato colui che ha deciso nel suo cuore il santo viaggio» (v. 6). La beatitudine comincia dal cuore, dalla decisione personale di rispondere all’appello del Signore e di mettersi in discussione. Il primo «va’» di Dio è rivolto alla nostra interiorità, soprattutto a quella dei giovani che sono di fronte alle scelte più delicate della loro esistenza.
Essi hanno bisogno di confidare, di affidare e di confermare il loro cammino ispirato al progetto di Dio, che è sempre progetto di verità e di libertà.
Essi desiderano trasformare la «valle del pianto» in una sorgente di benedizioni» e arrivare alla meta. Nell'imperativo del cammino si cela il grande desiderio dell'arrivo e della pienezza della felicità.

* Quale «itinerario» ideale potrebbe avere il tuo viaggio? Quali tappe? Quali compagnie? Quali sfide?
Guardando alla condizione odierna dei nostri giovani: come poter riscrivere il cammino della vita insieme a loro? In questo itinerario siamo capaci di discernere la volontà di Dio espressa attraverso l’ordine di andare nella fede? Quali sono stati i momenti in cui anche per noi si è ripetuto l'invito liberante del Cristo: «va'»? Come per Mosè, anche per noi ritorna l'assicurazione di Dio, con le sue stesse parole: Io sarò con te.