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L'emergenza educativa

L'impegno della Chiesa e il recente Magistero

Fabio Attard

 

Il tema «emergenza educativa» è un discorso più che mai attuale e presente. La produzione letteraria non è poca e le riflessioni a riguardo si moltiplicano. Condivido con voi una riflessione storica su quelle che possiamo chiamare cause o correnti, che a loro volta hanno fatto scattare processi verso l’attuale situazione. Mi rifaccio a una lettura che si ispira alle ultime riflessioni dello stesso Papa Benedetto XVI, che più volte trattò questo tema in ambienti universitari e raduni per gli intellettuali.

Da questa lettura verranno fuori delle linee fondamentali che appartengono a uno specifico modello antropologico. Una antropologia che s’ispira non tanto ad una corrente di pensiero, quanto a un evento, l’evento della rivelazione, e che, per necessità, risulta una antropologia molto coinvolta con ed interessata nella storia dell’uomo in quanto creatura di Dio.

L’esperienza educativa è stata sempre vista nella tradizione cristiana, come un’esperienza che merita il meglio. Il vissuto educativo è stato sempre visto e vissuto nella logica di un cammino di crescita, di una esperienza di generazione, perché è un’esperienza di ricerca nella quale la persona è chiamata ed è aiutata a diventare sempre di più se stessa. Non è per caso che già la prima esperienza biblica di relazionalità, quella tra Dio e il suo popolo, una esperienza di liberazione dalla terra della schiavitù alla terra promessa, viene interpretata con il paradigma educativo – Dio educa il suo popolo, Dio che cammina con il suo popolo.

Per la sua intrinseca bellezza e la sua capacità di far crescere le persone, il sapere, in questo quadro antropologico, non si è mai ridotto semplicemente a una massa di informazione da consegnare. Non è il contenuto informativo che sta al centro, ma il soggetto educante e il suo educatore. È la persona che occupa il primo posto nell’insieme dell’impegno educativo. Il sapere ha una forte dimensione ‘personale’ in merito a questo processo di relazionalità.

Guardando la nostra storia attuale, ci imbattiamo in una società marcata generalmente da un senso profondo di fallimento nell’esperienza educativa. In quanto educatori e pastori, non ci deve lasciare tranquilli il fatto che i primi a pagare un prezzo alto e duraturo sono i «poveri». Con il termine «poveri» mi riferisco a tutta quella fascia di persone che sono sprovviste di quel potere decisionale attraverso il quale possono progettare il proprio presente e costruire il loro futuro. Quella fascia di persone che sono sprovviste non soltanto di mezzi economici, ma anche di capacità per far sentire la loro voce, far presente i loro bisogni.

I «poveri» sono coloro che le loro attese per un futuro dignitoso non solo non sono ascoltate, ma neanche prese in considerazione. E tra questi si trovano tanti ragazzi e giovani che nella loro fanciullezza e nella loro giovinezza si trovano a lottare con il vuoto del non-senso, come anche con un futuro che prospetta loro solo incertezze e dubbi.

Il cammino di riflessione che propongo è un percorso nei solchi della storia: una lettura che si ispira maggiormente ad un processo particolare indicato da Papa Benedetto XVI.

In un secondo momento faccio una breve analisi di due riflessioni che commentano le attuali sfide educative, per finire, poi, con una proposta che si sta maturando nei nostri ambienti salesiani. 

QUALE ISPIRAZIONE? 

La domanda «quale ispirazione?» rischia di essere interpretata come un interrogativo evasivo di ciò che realmente sta passando davanti ai nostri occhi. Quasi rischiamo di entrare in un rifugio di idealismo filosofico per evitare il pericolo di dover affrontare in una maniera reale una situazione critica.

Mi pare, però, che la domanda eviterà tale pericolo perché l’interesse principale è quello di chiamare per nome le cause che alimentano lo stato attuale. E una ricerca del genere ha bisogno di ispirazione.

In una delle sue recenti riflessioni, il Cardinale Camillo Ruini[1] ha presentato una analisi molto interessante sul tema dell’emergenza educativa. La sua analisi parte dagli inviti di Benedetto XVI che in varie occasioni ha incoraggiato le varie istituzioni, tra cui anche noi Salesiani di Don Bosco,[2] a uno speciale impegno nell’ambito dell’educazione. Per il Papa questa è una «grande emergenza», e non è più procrastinabile.

Il Cardinale Ruini fa notare come una prima forte impressione che rimane con chi legge e studia bene i vari discorsi e interventi del Papa è quella che il Papa non si limita semplicemente a denunciare una situazione di crisi, ma gli interessa far vedere la situazione attuale da due punti di vista:

1.  il primo è quella di renderci consapevoli del quadro antropologico che sta alle radici e da qui vedere quali sono state le cause che hanno prodotto tale stato di affari;

2.  per, poi, passare al secondo momento, il sostegno a una visione che, a sua volta, punta verso un impegno profetico ad ampio respiro.

Ruini giustamente commenta che il Papa “sente forte la convinzione che all’origine delle difficoltà dell’educazione stiano anzitutto alcune idee-forza, o dinamiche profonde della nostra civiltà.”[3]

E su queste bisogna riflettere oggi. Verso queste idee-forza bisogna, più che mai oggi, impegnarci. Siamo chiamati a essere educatori con una forte e indiscutibile identità di fede, mentre cerchiamo di essere culturalmente e scientificamente attrezzati per un unico interesse – il bene dei nostri ragazzi e dei nostri giovani.

Vorrei indicare alcune «idee-forza», come le chiama Ruini, che possono illuminare la nostra riflessione sull’emergenza educativa in relazione alla sua genesi. Sono consapevole che tale pista di riflessione possa essere una scelta che comporta dei rischi di uno storicismo sterile. Ma, credo, che le riflessioni che Papa Benedetto XVI offre in due dei suoi discorsi, quello di Ratisbona, in Germania nel 2006, e quello alla Università La Sapienza, di Roma, nel 2007, sono valide fonti di luce per una lettura ampia dell’emergenza educativa che ci radica in pieno nel solco della storia, quella nostra e quella dei nostri giovani. 

1. Ratisbona

La prima idea-forza si fonda sul tracciato lasciato dalla separazione e frattura tra fides et ratio.

Nel suo discorso di Ratisbona, Benedetto XVI,[4] parte, inizialmente, dalla necessità che la fede e la ragione camminino insieme. Tra le due non può esistere violenza, in quanto “la violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima… Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia” – con il riferimento all’Islam mal compreso da molti.

Il Papa, chiarendo la dialettica tra fides et ratio, nella seconda parte del discorso, offre un’analisi molto sottile del motivo della spaccatura che si è formata tra fede e ragione lungo cinque secoli. Questa separazione il Papa la analizza sotto tre aspetti, che lui li chiama  le “tre onde nel programma della deellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.” 

1.1. La fede e il sapere

La prima è un distacco della fede dalla sua dimensione filosofica, con la pretesa di liberare la fede dalla metafisica: “la metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa.”

Il Papa nota che come conseguenza di questa separazione, alla riflessione filosofica è subentrata la ragione pratica, un processo portato avanti da Kant: “con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.”

La connessione tra questa riflessione e le conseguenze sul vissuto quotidiano è evidente. Se la ricerca della persona si limita allo spazio della propria individualità, senza quell’orizzonte di senso dove nel suo cuore la persona si sente chiamata a spaziare l’universo amoroso di Dio, il rischio di una fede che diventa un fatto isolato, individuale e chiuso è scontato. Il sapere che non connette con quella sapienza che lo apre al divino e dalla quale riceve una dimensione trascendentale, rischia di essere unicamente un sapere tecnologico e funzionale. Ciò che, in una successiva fase, sarà chiamato ‘positivismo’, è qui che trova la sua prima affermazione.

Nel nostro ambiente educativo, dove l’individualismo spesso si nasconde sotto la ricerca del successo e dell’efficientismo, ci viene da chiederci se nella nostra condivisione del sapere partiamo da una visione trascendentale chiara del sapere, o se ci limitiamo, senza saperlo, al puro orizzonte del funzionale? In questo dinamismo auto-referenziale, la fede necessariamente si limita a un gesto privato e solitario. 

1.2. La fede empirica

Una seconda fase che aumentava il distacco tra la fede e la ragione è stato lo sforzo che paradossalmente ha cercato di “riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio.”

Al di là delle implicanze teologiche, che qui non abbiamo tempo di esaminare, il Papa indica come “nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle ‘critiche’ di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali.” Affermando che il valore delle realtà studiate, e qui è incluso il cristianesimo, sta nel loro essere empiricamente sperimentabili, si finisce con una visione della realtà che sia unicamente favorita dal paradigma tecnico: “solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva.”

La sfida che tutta questa impostazione ha per noi oggi è molto chiara. In un ambiente dove il possibile, essendo sperimentabile, diventa permissibile, e dove i confini del possibile sono fluidi e mobili perché contrattabili, il discorso dei valori nel mondo educativo scappa al raggio di quella umana ragione aperta al trascendente. Il bene non si presenta più come «valore», ma come un «oggetto» frutto della convenienza contrattuale.

Nella dinamica di questa logica, non solo sparisce “il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico,” ma si finisce per ridurre lo stesso statuto epistemologico della persona: “se la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione.”

Il Papa è molto chiaro sulle conseguenze di tale approccio: innanzitutto c’è l’assenza totale dei grandi “interrogativi della religione e dell'ethos, (che) non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla ‘scienza’ intesa in questo modo e [per conseguenza] devono essere spostati nell'ambito del soggettivo.”

Il che lascia il soggetto solo, chiamato a portare avanti il suo stesso progetto. Nasce l’illusione di una ‘assolutizzazione’ del soggetto dove quest’ultimo non solo “decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile,” ma, peggio ancora, la sua “«coscienza» soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica.”

Una coscienza che non riconosce il suo creatore, prendendo su di se il ruolo di chi l’ha creata, illudendosi di essere ciò che non è, finisce per soffocare la capacità di creare comunità proprio perché favorisce un individualismo pragmatico e programmatico.

Nei nostri ambienti educativi, dove tanto si parla del bisogno delle sinergie, della condivisione del sapere, dell’attenzione alle persone, e delle comunità di apprendimento, specialmente dei ragazzi e dei giovani, questo sottile approccio rischia di predicare il messaggio di una ricerca fraterna che finisce per avere come solo scopo, non tanto la persona, ma il risultato e il successo.

L’homo sapiens, con questa visione distaccata dal suo creatore, rischia di produrre e di proporre le grandi visioni del suo pensare e progettare, soltanto per finire come vittima delle stesse. 

1.3. La irrinunciabilità della ragione

La terza onda di cui parla Benedetto XVI tocca il contatto con lo spirito greco. Alla critica di alcuni che “la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture” il Papa chiarisce tale rapporto.

Il contatto con lo spirito greco non appartiene solo al Nuovo Testamento che “è stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco… (il) contatto era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento.”

Ciò che il Papa chiarisce è che lo spirito greco porta con se alcune “decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana. Queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.”

In questo senso pare urgente salvaguardare ciò che sarebbe l’atteggiamento più sano in un ambiente dove si faccia la riflessione educativa. Se tutti ci sentiamo come pellegrini nella ricerca del bene, e lo spirito della ricerca del bene ha molto beneficato dall’eredità del pensiero greco, non possiamo dimenticare che tale spirito appartiene alla stessa sostanza della ricerca di Dio e di tutto ciò che è di Dio.

Lo spirito inquisitivo, nella sua ricerca non fa altro che rende esplicito l’anelito al trascendente, e perché gli appartiene, lo riconosce, e non lo si inventa. 

2. La Sapienza – La pericolosa supremazia esclusivista della ragione

Dal discorso del Papa a La Sapienza[5] mi limito a citare un solo pensiero che completa l’arco argomentativo prestato dal discorso di Ratisbona.

Il Papa dice che, andando avanti così, con un atteggiamento unilaterale e auto-sufficiente, rischiamo di cadere vittime delle nostre stesse illusioni: “il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo.”

Partendo da questa lettura, possiamo vedere le sfide che si ripercuotono sul mondo educativo: “se la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola.”

Sono parole dure, proprio perché sono vere.

La storia dei secoli recenti, con il suo fardello di fallimento ideologico e di macchie di sangue lasciate dietro da un secolo assassino, conferma che il momento che la ragione crede di farcela da sola, prepara la sua stessa rovina: “se essa (la ragione) vuole solo auto-costruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.” 

NELLA REALTA’ CULTURALE DEI GIOVANI 

1. Il Cuore aperto al trascendente

Per calarci nella nostra realtà, e vedere la connessione intima che esiste tra queste cause e l’attuale situazione educativa, vorrei fare un riferimento a una riflessione che ha avuto una impronta non indifferente nel dibattito attuale. Mi riferisco alla riflessione di Umberto Galimberti presentata nel suo libro L’ospite inquietante Il nichilismo e i giovani.[6]

L’autore ci offre una diagnosi del disagio giovanile molto interessante, individuando nella corrente nichilistica la decisiva causa culturale del malessere diffuso tra la gioventù. Lui insiste che la presenza del vuoto e del non-senso, l’assenza di prospettive e orizzonti che segnano la vita dei giovani, non lasciano loro alcuna via di significato e di progettualità. E credo che fin qui siamo d’accordo con la sua analisi.

Ciò che però l’autore suggerisce come rimedio sembra legato a uno schema di pensiero che cerca il suo stesso riscatto solo nella orizzontalità della vita. Mi sembra che la sua proposta non sente il bisogno di decollare da un orizzonte piatto di significato, un orizzonte che rende schiavo ciò che ha bisogno di essere redento. Sembra perfino che l’autore abbia paura del trascendente, in quanto potrebbe diventare «ospite invadente», se non addirittura «ospite opprimente».

La strada che prende Galimberti è chiaramente una che non ha posto per la dimensione spirituale. Un chiaro esempio sta nel modo con il quale lui tratta il discorso del cuore. Inizialmente, sembra che tale riferimento apra una breccia verso la sfera trascendentale. Invece, il cuore rimane solo una realtà della fase evolutiva, che pare incapace a superare tutti i meccanismi della emotività e del suo raffreddamento.[7]

Fino alla fine, Galimberti riprendendo il discorso del cuore, lo fa auto-centrando la vita su se stessa, perdendo l’opportunità di collegarla con quel mistero che lo stesso cuore gelosamente protegge: “la rivelazione di sé a sé, che accompagna l’individuazione, è l’ultima costellazione del mito della giovinezza quando, come scrive Yeats, ‘si scruta dentro il cuore, perché è lì che sta crescendo l’albero sacro.’[8] È allora che comincia a declinarsi il ‘pronome riflessivo’ (Kierkegaard)[9] con la voglia di andare oltre la soglia , fino al proprio centro. L’io cerca casa, ma la trova all’aperto, perché l’io non è una costruzione, ma una scoperta resa possibile da una danza che ‘danza verso la propria definizione’ (Rukeyser),[10] che è poi quella che Hölderlin chiama ‘la grande ora’.[11] 

2. Ricomporre la sacralità dell’umano

La linea di Galimberti non è né nuova, né originale. A suo tempo, l’intellettuale inglese di Oxford, convertito al cattolicesimo, John Henry Newman, già come anglicano prevedeva questo scenario nel quale si vedono due realtà interconnesse:

-      la prima: il bisogno religioso e la sua consapevolezza finiscono per essere interpretati con categorie esclusivamente umane. Il sacro è alla portata della persona non come polo di attrazione e di pienezza, ma come esperienza di auto-costruzione. Una fede gestita dal soggetto rende relativo il bisogno del sacro, il suo vero senso e la sua grande potenzialità e progettualità;

-      la seconda: tale pista finisce per interpretare il religioso come una fuga vergognosa, che non appartiene alla presunta altezza della persona, quella persona che vuole che sia percepita come persona colta e raffinata. 

John Henry Newman intravedeva che il processo di svuotamento e smantellamento che inizia attorno al discorso religioso, finisce per impoverire non tanto la religione in quanto una espressione confessionale, ma in quanto una esperienza nella quale e attraverso la quale la persona umana esprime la sua alta vocazione, tocca la profondità del senso e lo assume come categoria vitale.

Ciò che Newman scriveva a suo tempo della teoria liberale, come la si chiamava allora, lo possiamo applicare noi oggi alla impostazione auto-centrista del relativismo.

In un suo sermone, The Religion of the Day,[12] (La religione odierna), troviamo questa riflessione:

più la ragione viene coltivata, il gusto, le affezioni e i sentimenti raffinati, una generale decenza e grazia cominciamo a formarsi nella società, in una maniera indipendente dall’influsso della Rivelazione. Quella bellezza e delicatezza nel pensare… che si estende nel campo del comportamento, tutto ciò che abbiamo, siamo e facciamo. Le nostre maniere sono cortesi; evitiamo di ferire o offendere; le nostre parole sono corrette; i nostri doveri sono scrupolosamente eseguiti. Il senso delle cose fatte bene si vede anche nelle nostre abitazioni… Il vizio s’interpreta come qualcosa di non conveniente e repulsivo all’immaginazione, oppure, come si dice, ‘di cattivo gusto’.[13] 

Nella logica di ciò che ho presentato prima, interessante vedere come Newman, da questo scenario sociale politicamente corretto, oppure artificialmente corretto, passa al ruolo della coscienza, il sacrario dove la persona umana si trova sola con il suo Creatore. Lui è convinto che il momento che la religione rivelata perda la sua centralità, ovvero, il momento che la persona perda il contatto con la fonte del suo essere, non rimane altro che trovare un’altra fonte che la sostituisce:

la coscienza non è più riconosciuta come un arbitro indipendente delle azioni, la sua autorità diluita; in parte viene soppiantata nella mente delle persone da ciò che comunemente chiamano senso morale, che è considerato soltanto come l’amore della bellezza; in parte viene soppiantata dalla regola della convenienza, che immediatamente prende il suo posto nei dettagli della condotta.[14] 

Di questo continuo e programmatico svuotamento, già anticipato da Newman, la riflessione odierna sta prendendo sempre più coscienza. Mi pare che la riflessione della Congregazione Salesiana si pone precisamente in questo sentiero. 

UNA PROPOSTA “SALESIANA” 

In questi ultimi anni la Congregazione Salesiana ha dedicato molta energia e tempo al tema dell’emergenza educativa. Attingo dalla vasta e profonda riflessione di Don Egidio Viganò, settimo successore di Don Bosco, che ha saputo interpretare il tema con una lettura lucida offrendo una proposta chiara.[15]

Nella lettera Nuova educazione, don Viganò inizia per commentare il binomio educazione e evangelizzazione, e scrive:

dobbiamo convincerci che l’educazione dev’essere evangelicamente ispirata fin dall’inizio… L’educazione trova il suo significato integrale e una ragione di forza in più nel messaggio del Vangelo; e l’evangelizzazione è tutta orientata verso l’uomo vivente e trova la sua efficacia in approcci pedagogici.[16] 

In questa presa di posizione ispiratrice e fondante per noi Salesiani, da dove il discorso educativo ‘trova il suo significato integrale e una ragione di forza in più nel messaggio del Vangelo’, segue ciò che diventa una costante chiamata nei documenti dei Salesiani: attenzione al vissuto dei giovani, perché è un vissuto che comporta dentro di se, spesso in forma nascosta, tutto un mondo che esprime anelito al divino, sete del sacro e fame di spiritualità:

È vero che in un cambio così profondo come quello che viviamo alle soglie del terzo millennio, l’evangelizzazione non può più contare — come nel passato — su un contesto sociale di religiosità cristiana. Ma appunto per questo dovrà ascoltare le interpellanze dei tempi, considerare con attenzione profetica i presupposti della risposta umana a Dio e far ricorso alle disposizioni naturali e culturali, che mostrano un’apertura alla trascendenza personale (ricerca di religiosità), alla trascendenza sociale (ricerca di solidarietà), alla trascendenza di senso dell’esistenza (ricerca di valori), alla trascendenza di spiritualità (ricerca profonda anche se non sempre esplicita del mistero di Cristo).[17] 

La stessa chiamata la troviamo nel secondo numero del documento dell’ultimo Capitolo Generale 26 della Congregazione Salesiana, dove il tema Ripartire da Don Bosco al contempo ci invita a rafforzare il Ritorno ai Giovani:

Ritornare a Don Bosco significa “essere nel cortile”, ossia stare con i giovani, specialmente i più poveri, per scoprire in loro la presenza di Dio e invitarli ad aprirsi al suo mistero di amore. Don Bosco ritorna tra i giovani di oggi attraverso la testimonianza e l’azione di una comunità che vive il suo spirito, animata dalla stessa passione apostolica. Egli raccomanda ad ogni salesiano di incontrare i giovani con gioia nel loro vissuto quotidiano, impegnandosi ad ascoltare i loro appelli, a conoscere il loro mondo, a incoraggiare il loro protagonismo, a risvegliare il loro senso di Dio e a proporre loro itinerari di santità secondo la spiritualità salesiana. È sempre Don Bosco a chiederci di affrontare con audacia le sfide giovanili e di dare risposte coraggiose alla crisi di educazione del nostro tempo, coinvolgendo un vasto movimento di forze a beneficio della gioventù.[18] 

In questo breve paragrafo ci sono delle sfide che sono piste da seguire o dimensioni da esplorare.

La gioia che caratterizza l’incontro del Salesiano con i giovani è frutto di una scelta centrale della sua vita di consacrato. La gioia non è una cosa, ma uno stato dello spirito, una condizione di un cuore che vive la propria interiorità all’insegna di un equilibrio sano tra l’umano e il divino. Quella che noi Salesiani comunemente chiamiamo «la grazia di unità».

L’ascolto degli appelli dei giovani non è altro se non il frutto del nostro desiderio di incarnarci nella loro storia dove il linguaggio è diverso, dove la solitudine e il vuoto formano lo scenario di un territorio privo di adulti autentici e modelli da seguire. La frase «giovani orfani con genitori viventi» spiega al meglio lo stato attuale di tanti ragazzi e giovani di questa nostra società.

Frutto dell’ascolto vero segue la conoscenza autentica. Per questo, conoscere il mondo dei giovani sta diventando per noi educatori la sfida più grande e, proprio per questo, la più necessaria ed urgente. La conoscenza presuppone un atteggiamento di umiltà, di servizio e di capacità di essere pazienti e compassionevoli. Solo nella misura che ci incarniamo nella loro storia e con loro condividiamo il carico delle loro incertezze, illusioni e fallimenti, solo allora, come Cristo sulla strada verso Emmaus, possiamo offrire loro una testimonianza capace di riscaldare i cuori, iniziare processi, entusiasmare gli animi, rendendoli protagonisti della loro storia.

Gli studi e la ricerca ci stanno confermando che dopo anni di profezie che proclamavano la morte di tutto quello che parla della dimensione religiosa, adesso stiamo in fase di un ripensamento a 180 gradi. Un ripensamento proprio perché sono gli stessi giovani che stanno mostrando il bisogno del sacro, l’urgenza di essere educati al trascendente. Davanti a questo grido, noi, educatori e pastori, non possiamo rimanere fuori. Spetta a noi cogliere dal di dentro di un cuore consacrato a Dio l’anelito del cuore giovanile curando e risvegliando il senso di Dio, che porta con se il senso della vita.

Se l’emergenza educativa mostra il fallimento del passaggio della narrazione da una generazione all’altra, urge che non saremo pure noi a rafforzare il nulla e il vuoto attraverso la nostra apatia. Il recupero della memoria e la sua testimonianza diventa per noi Salesiani una scelta con la quale incontriamo i giovani che stanno vagabondando il deserto nelle città, senza saper da dove vengono e dove vanno. 

CONCLUSIONE 

Concludo con un breve riferimento all’ultimo discorso di Benedetto XVI, fatto durante la sua visita a Brescia.[19] In questo discorso Benedetto XVI offre due spunti che fanno da sintesi a questa mia riflessione.

Prima di tutto, il Papa ribadisce una dualità già espressa e riflessa dentro la Congregazione Salesiana. Scrive: “aumenta la domanda di un’educazione capace di farsi carico delle attese della gioventù; un’educazione che sia innanzitutto testimonianza e, per l’educatore cristiano, testimonianza di fede.”[20]

Ciò che per noi Salesiani si traduce con il binomio educazione ed evangelizzazione, per Benedetto XVI diventa una educazione che sia espressione di fede, specialmente quando si riconosce che ci troviamo di fronte a quel pericolo già intuito a suo tempo da Newman e anche dal sacerdote Giovanni Battisti Montini che nel 1933 scrive: “nel campo profano, gli uomini di pensiero, anche e forse specialmente in Italia, non pensano nulla di Cristo. Egli è un ignoto, un dimenticato, un assente, in gran parte della cultura contemporanea.”[21]

Secondo, Papa Benedetto XVI richiama quella visione che illumina l’anima dell’educatore. Una visione che indica la circolarità tra i due poli, quello della riflessione e quello dell’azione.

Riferendosi a Paolo VI, Benedetto XVI scrive: “non separava mai quella che in seguito definirà «carità intellettuale» dalla presenza sociale, dal farsi carico del bisogno degli ultimi. In tal modo, gli studenti venivano educati a scoprire la continuità tra il rigoroso dovere dello studio e le missioni concrete tra i baraccati.”[22]

Dentro questo cammino circolare, caritas et intellectus, che troviamo il motivo del perché Paolo VI non ha mai smesso di condividere una lettura all’insegna dell’ottimismo. Un ottimismo che si nutre da una scelta di fede, una fede che offre solidità e sicurezza che non sono di questo mondo: e lui stesso che scrive nel 1929: “crediamo che il cattolico non è il tormentato da centomila problemi sia pure d’ordine spirituale… No! Il cattolico è colui che ha la fecondità della sicurezza. Ed è così che, fedele alla sua fede, può guardare al mondo non come ad un abisso di perdizione, ma come a un campo di messe.”[23]

Mi auguro che l’impegno educativo ed evangelizzatore della Congregazione Salesiana, sostenuto dall’impegno intellettuale di Papa Benedetto XVI, e dalla memoria della carità intellettuale di Paolo VI, siano per tutti noi una fonte di perenne giovinezza di spirito per il bene dei giovani.



[1] Prolusione del Cardinale Camillo Ruini, "L’emergenza educativa, persona, intelligenza, libertà, amore” al IX Forum del Progetto Culturale, Roma, 27 e 28 marzo 2009: http://www.chiesacattolica.it/cci_new_v3/allegati/5298/27%20marzo%202009_Prolusione%20IX%20Forum.pdf

[2] Lettera di Sua Santità BENEDETTO XVI a Don Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore del Salesiani di Don Bosco in occasione del Capitolo Generale XXVI, 1 Marzo 2008.

[3] Prolusione del Cardinale Camillo Ruini.

[4] Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni, Università di Regensburg,
Martedì, 12 settembre 2006. Le varie citazioni che seguono sono prese da questo discorso.

[5] Testo dell'allocuzione che il Santo Padre Benedetto XVI avrebbe pronunciato nel corso della Visita all’Università degli Studi "La Sapienza" di Roma, prevista per il 17 gennaio, poi annullata in data 15 gennaio 2008; http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20080117_la-sapienza_it.html

[6] Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli, Milano 2008).

[7] L’ospite inquietante, pp. 38-42.

[8] W.B. Yeats, The Two Trees (1893); trad. it. I due alberi, in L’opera poetica (Mondadori, Milano 2005) p. 165.

[9] S. Kierkegaard, Enten-Eller (Aut-Aut) (1843); trad. it. Enten-Eller (Adelphi, Milano 1976-1989) vol. II, p. 88.

[10] M. Rukeyser, Addormentata a desta (1943); in Poeasia americana del Novecento (Guanda, Parma 1963) p. 41.

[11] L’ospite inquietante, p. 168.

[12] PS I. 24, 26 agosto 1832.

[13] PS I. 24, pp.311-312.

[14] PS I. 24, p. 312.

[15] Anche se qui mi limito a citare la lettera Nuova educazione (ACG 337), credo che merita vedere le tre lettere circolari insieme perché contengono il pensiero di Don Egidio Viganò in maniera più ampia: Nuova educazione (ACG 337), Educare alla fede nella scuola (ACG 344), Siamo profeti educatori(ACG 346).

[16] Don Egidio Viganò, Nuova educazione (ACG 337).

[17] Idem.

[18] Capitolo Generale XXVI, Roma, 23 febbraio - 12 aprile 2008, n. 2.

[19] Discorso del Santo Padre Benedetto XVI, Concesio, Domenica, 8 novembre 2009.

[20] Id.

[21] Introduzione allo studio di Cristo, Roma 1933, p. 23.

[22] Discorso del Santo Padre Benedetto XVI, Concesio, Domenica, 8 novembre 2009.

[23] “La distanza dal mondo”, in Azione Fucina, 10 febbraio 1929, p. 1.

 

 

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