Qualcosa come
la persecuzione

 

Sono odiosi i vittimismi inutili, i piagnucolii di chi si sente angariato dall'umanità e dall'universo, mentre nessuno si sogna tanto. Così come urtano gli eroismi, le smargiassate gratuite di chi vuol essere avversato, osteggiato ad ogni costo... Bene. Eppure, se c'è un tema cristiano a cui in questi ultimi anni è stato messo il silenziatore, è il tema della persecuzione.

Nervi a posto. Non agitiamo fantasmi. Ma la Bibbia ne parla di continuo, e non la vede come un fatto spiacevole di qualche momento: presenta piuttosto la persecuzione come una componente costante ed essenziale della Chiesa e del credente. «Hanno perseguitato me; perseguiteranno anche voi».

Può essere un «test» di fedeltà al Signore. Oltre tutto, è giusto che uno non si debba ritrovare dentro la Chiesa per forza, senza volerlo; ed è triste vicenda. Perché non possiamo non dirci cristiani... Ma allora il Cristianesimo si è diluito fino a coincidere semplicemente con l'uomo o con la società... Non mette neppur più conto di perseguitarlo.

Ragioniamoci sopra un poco.

Un tempo c'erano gli imperatori a perseguitare. E i martiri morivano per gli articoli del Credo.

Dunque: chiaro il motivo per cui si dava la vita; chiara la derivazione delle sentenze e dei colpi. Poi le cose cambiarono.

Oggi la situazione s'è fatta assai più sottile, più sfumata, più anonima. Si tratta di valutare se la persecuzione manchi davvero, come sembra, o ha mutato morfologia. Anche da noi.

Forse non si prende più di mira il Cristianesimo in modo palese, immediato. I martiri scomodano e son sempre pericolosi. Si preferisce piuttosto ignorare la Chiesa e il credente o si agisce a colpi di spillo, mettendo in luce e ingrandendo a dismisura le divisioni che si riscontrano nella comunità cristiana, sottolineando il fatto che il credente - un qualche credente - non ha più nulla di proprio, di originale da dire e da offrire: è perfettamente integrato nel sistema in cui vive, ne ha imparata la lezione, assimilato lo stile di comportamento... Non si combatte, cioè: si predispone un quadro culturale in cui semplicemente non è prevista né la Chiesa né la fede; si tratta di «fuori tema» da non considerare, non di realtà da sopprimere. E così entra in crisi un po' tutto il Popolo di Dio, dai fedeli ai preti a non so chi: una crisi di inutilità, di frustrazione. E se qualcuno si ostina a non stare al copione, lo si mette ai margini; ma delicatamente, con anestesia accurata, e senza nessun chiasso, si capisce.

La cosa si complica anche perché raramente si riesce ad identificare qualche lembo di mano di persecutore. È un gioco corale, un rimbalzarsi le responsabilità, un misterioso decidere come in un consiglio d'amministrazione kafkiano dove abbiamo l'impressione d'esserci tutti, un persuadere occulto, persistente e perfino garbato all'apparenza. E la condizione di oggi che lo esige. E l'uomo moderno. È la società contemporanea...

Neghi chi vuole. Ma si può negare un qualche terrorismo culturale?

Non sto sobillando nessuno. Sto invitando ad un atteggiamento «critico» e al coraggio delle proprie idee e dei propri comportamenti cristiani. Senza irrigidimenti anacronistici, ma pure senza dimissioni di responsabilità. Un amico mi diceva, tempo fa, con immagine sportiva, che i credenti sembran giocare tutti in difesa senza neppure l'impennata di qualche «contropiede»; o tutti in porta, addirittura.

Non ignoro il tema del «dialogo col mondo». So tuttavia che il dialogo deve includere il vigore di chi accetta anche la persecuzione dell'apparente inutilità. Almeno - ripeto - per permettere al fratello di scegliere: sì o no. E con la convinzione che il fratello attende in modo insospettato la chiarezza di una proposta cristiana. L'importante è essere se stessi. Occorre allora invocare la persecuzione? Manco per sogno: «Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra». Non si scherza con queste faccende.

Eppure, altra parola del Signore: «Beati voi, quando vi perseguiteranno. Godete ed esultate...». Sembrava un discorso lugubre, e invece si stava parlando di gioia.

(Alessandro Maggiolini)