Andate, predicate...

battezzando...

 

Prima di lasciarci visibilmente, il Signore Gesù ci ha dato una consegna precisa: un dovere che vale fino al suo ritorno. Le ultime parole di un uomo vanno accolte con estrema attenzione: dicono la persona, ne esprimono il desiderio più profondo. Ed ecco la consegna: «Andate, dunque, predicate il Vangelo ad ogni creatura, insegnando ad osservare tutto ciò che io vi ho comandato».

Non è imperativo che valga soltanto per i professionisti dell'apostolato: per il papa, i vescovi, i preti, i frati, le suore, gli appartenenti alle associazioni cattoliche con tanto di tessera e di distintivo. Vale per tutti. Vale per il papà e la mamma che devono educare i figlioli: e non li si educa soltanto insegnando loro a rispondere grazie, a stare composti a tavola tenendo giù i gomiti e armeggiando a perfezione con le posate... Vale per l'operaio che vive gomito a gomito coi compagni di lavoro. Vale per il professore in cattedra e per lo studente tra gli amici. Vale per il missionario partito per terre lontane e per il parroco di campagna. E così via. Predicate il Vangelo.

Non ci si allarmi. Non sto pensando a cristiani dalle facce buie, i quali non sappiano che imporre sermoni a quanti accostano. Le prediche stufano presto, e giustamente forse, se son recitate come lezioni imparaticce a cui manchi il cuore: a cui manchi, cioè, un'esperienza di vita che le renda credibili...

Non avete mai incontrato, amici, persone tanto semplici che vi parlavan di Cristo nelle occasioni più impensate, durante il pranzo o in tram, e con una immediatezza che sconcertava?... Persone che non annunciavano un intervento devoto programmato, ma vi richiamavano a problemi e a realtà a cui - lo si vedeva - credevano e quando mettevano il Signore Gesù nel discorso lo facevano senza forzature, con la spontaneità di chi parla della cronaca letta sul giornale o della spesa da fare prima di tornare a casa? Persone a cui brillano gli occhi quando richiamano la loro esperienza di fede, e Dio non stride nel loro dialogare?

Non impongono nulla. Non buttano in faccia manciate di sillogismi con l'aria di chi condanna. Semplicemente dicono un'esperienza che in loro è l'estremo motivo di gioia e di speranza. Perché sanno che la loro fede e la loro vita di grazia è dono ricevuto, e parlano con una umiltà che affascina. Mettono in tentazione di credere...

Ritorniamo alla parola di Cristo: predicate il Vangelo a tutte le creature. Occorre riprendere questo comando e farcene consapevoli.

Non v'accorgete, amici, quanto abbiam perso coraggio nell'esprimere con senso di cordialità la nostra originalità cristiana? Abbiam l'impressione di recitare la stanca parte di un copione che non interessa più nessuno, e le parole ci si spengono sulle labbra perché sappiamo già d'esser rifiutati... O forse perché a noi stessi il mondo della fede non dice più nulla...

Che il problema stia proprio qui?

Ricordate, decenni fa, quando si parlava di «conquista» degli altri? Poi si passò alla «testimonianza», ch'era già qualcosa di meno. Poi si passò alla pura «presenza». Poi si teorizzò il «silenzio» missionario. Dobbiamo giungere dunque alla vergogna d'essere credenti e di impostare la vita su Cristo?

E il buffo - o il tragico - è che gli «altri» da noi s'attendono proprio questo messaggio che a loro manca... un vino forte che mette il capogiro; mentre finiamo per dare camomilla... Forse talvolta anche noi preti abbiam perso vigore apostolico: ci preoccupiamo di patenti in teologia e di camuffamenti; parliamo spesso d'altro - di sociologia, di psicologia, di sesso o di non so cosa - rompendoci la testa per indovinare che cosa interessi gli uomini d'oggi... Come se il Signore Gesù non l'avesse saputo, quando ci ha ordinato di predicare il Vangelo. E davvero, gli apostoli non eran laureati. Semplicemente vivevano di fede. La gente non attendeva altro.

(Alessandro Maggiolini)