Rispetto per Dio,

o amore

 

Pensando a Dio, amico, puoi pensare come ad un essere terribile, maestoso, un po' ingombrante, preoccupato di far valere i propri diritti, geloso della sua gloria, indaffarato a buttarti davanti senza troppo garbo ciò che devi pensare e ciò che devi fare, tentando di piegare la tua libertà in una obbedienza un po' costretta, se non proprio servile... Un Dio che prende le distanze per non essere sopraffatto (il rispetto, diamine!). Un incomodo, insomma; un fastidio da evitare; un padrone da servire col minimo sforzo; un inquisitore da temere; un dominatore che soffoca il desiderio di vivere e forza le iniziative...

Sto esagerando, ne sono consapevole; ma la caricatura mi serve perché davvero, talvolta almeno, qualche linea di questa fisionomia tanto dura, soffocante di Dio l'abbiamo dentro. Sbagliando; ma l'abbiamo dentro. Conosco giovani e non più giovani che hanno abbandonato la fede per una simile paura di Dio: la paura di non essere accettati per quel che sono nel fondo; di essere obbligati a vivere come un altro impone, e senza motivi apparenti. Ripeto: sbagliano. Dio non è un gendarmone pronto a piombarci in casa con il mandato di cattura e a coglierci in fallo col libretto di contravvenzione in mano: magari col quaderno del verbale. È padre. A voler tradurre bene il termine, occorrerebbe dire che è Papà, o Babbo - a seconda delle regioni e degli usi -: esattamente come si esprimono i bambini con la loro semplicità e con la loro confidenza.

Questo non significa che, allora, egli possa essere preso un poco alla leggera. A un papà si obbedisce non perché castiga, ma perché gli si vuol bene. E perché egli sa ciò che è il nostro bene: anche se noi non lo comprendiamo, talvolta; e facciamo le bizze. E, ancor più, a un papà si obbedisce perché non ci costringe in modo autoritario e capriccioso: ascolta, invita, persuade, perdona; vuole esattamente che cresca la nostra libertà. Spesso non cambia le sue idee, ma soffre se obbediamo a malincuore: attende una spontaneità piena d'affetto.

Torniamo a Dio.

Dio va rispettato. Occorre riprendere queste cose, perché una bontà di Dio malcompresa può creare in noi una sorta di familiarità e di indifferenza che ha del blasfemo. Si può stare in chiesa come si starebbe in un bar o nella sala d'aspetto di una stazione ferroviaria: mezzi sdraiati sulle panche, con le gambe accaval late... Si può passare davanti al tabernacolo senza un fremito d'attenzione: abbozzando una distratta genuflessione come un esercizio ginnico eseguito da un artritico... Si può ricevere la comunione con la stessa disinvoltura con cui si mette in bocca un mentino... Eppure, davanti a noi sta l'Infinito, l'Assoluto, il Tutt'altro... che ci è Padre, appunto; ma non per questo - anzi! - possiamo ignorarlo o deriderlo.

Paradossale realtà, il Dio cristiano.

Lo puoi evitare come ti garba, salvo poi a non riuscire più a trovare un motivo alla tua vita. Lo puoi abbandonare quando desideri: non ti imporrà di rimanere a casa; ti darà la parte di eredità che ti spetta: non ti farà il predicozzo prima di andartene: al più ti dirà di non incespicare nel gradino, uscendo; e quando sarai lontano, non metterà di mezzo l'Interpol per le ricerche e per condurti a casa di forza: ti lascerà sciupare tutto quanto hai in tasca e ti attenderà a casa, pronto a gettarti di nuovo le braccia al collo e ad imbandire la tavola col vitello più grasso per la festa del ritorno...

Paradossale realtà, il Dio cristiano.

Lo puoi offendere, contrariare, crocifiggere; e rimane il Dio che ama senza pentimento. Ti è concesso di non chiedergli perdono. Ma non hai la capacità di far sì che egli non sia il Dio che vuole perdonarti.

Non dirmi, amico che leggi, che questo è discorso disimpegnante, lassista... Se comprendi bene, è richiamo ad un amore vertiginoso: l'unico timore che può rimanerti dentro è quello di non riamarlo a sufficienza. Come lui ti ha amato. Totalmente.

(Alessandro Maggiolini)