Il prologo

del Quarto Vangelo

Lectio di Francesco Mosetto

prologogiovanni

Al centro del prologo del Vangelo di Giovanni (Gv 1,1-18), uno dei testi più ricchi e profondi del Nuovo Testamento, è l’“Incarnazione” del Verbo: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Per questo lo si legge nella messa del giorno di Natale. Esso anticipa i temi principali del Quarto Vangelo: Cristo è la vita e la luce degli uomini; coloro che lo accolgono diventano figli di Dio. Il prologo è la chiave di lettura di tutto il racconto evangelico: il Figlio unigenito, che nell’eternità è accanto al Padre, ha vissuto una storia umana come Gesù di Nazaret. Solamente chi riconosce la realtà più profonda e nascosta di questo Gesù è in grado di comprendere la sua vicenda terrena.

Il Verbo

Protagonista del prologo è il Verbo (in greco Lógos; letteralmente, “parola”), un essere divino che si deve identificare con la Sapienza (cf Prv 8,23ss; Sap 7,22ss; Sir 24): l’espressione e immagine perfetta di Dio Padre, nella quale risplende la sua gloria (cf Col 1,15; Eb 1,3). È il «Figlio unigenito» del Padre (v. 14), che da tutta l’eternità («in principio») è «presso Dio» ed è «Dio». Comincia a profilarsi il mistero della divina Trinità. Un giorno, parlando dello Spirito Santo, Gesù dirà che anch’esso «procede dal Padre» (15,27).
Prima ancora di entrare nel tempo della storia, il Verbo-Figlio-Sapienza di Dio è lo strumento della creazione: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (v. 3); «il mondo è stato fatto per mezzo di lui» (v. 10). Dio ha creato il mondo con la sua parola (cf Gn 1), e questa Parola è il Verbo eterno. Quando creò il cielo e la terra – dice di sé la Sapienza – «io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante... ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Prv 8,30s).
Nel Verbo-Sapienza di Dio «era la vita». Che cosa intenda l’evangelista con la parola “vita”, appare chiaramente dalla parola di Gesù nel c. 6°: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. (Gv 6,57). Nell’AT il Signore diceva al suo popolo: «Ecco, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male... la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita... !, amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita... » (Dt 30,15-20). La parola di Dio, la sua Sapienza, che diventa “carne” in Gesù di Nazaret, è “vita” in quanto dà la vita, quella divina ed eterna, a ogni essere umano che l’accoglie e ne fa il principio della sua esistenza.
«... E la vita era la luce degli uomini»: luce che guida nel cammino dell’esistenza e luce di salvezza. Da sempre nel mondo, più precisamente nell’umanità, tra luce e tenebre c’è contrasto e lotta: la luce «splende nelle tenebre» (v. 4), ma le tenebre – la falsità e il male – cercano di sopraffare la luce del Verbo divino, «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (v. 9). L’evangelista suggerisce che questa luce non illuminava solamente il popolo della prima alleanza, al quale Dio si rivelò per mezzo dei Patriarchi, di Mosè e dei Profeti. Il Verbo divino illuminava e illumina ogni uomo, è in qualche misura presente nella razionalità e nelle culture di ogni popolo. Nonostante gli errori, «le tenebre non hanno vinto» o soffocato del tutto la luce del Verbo (v. 5).

È venuto nel mondo... tra i suoi...

La «luce vera» è il Verbo di Dio, che viene nel mondo per illuminare tutta l’umanità. Nella sua andatura poetica, il testo appare ripetitivo e di non facile lettura; ma vi distinguiamo chiaramente due affermazioni. Prima: pur venendo «nel mondo», storicamente il Verbo «venne fra i suoi», quelli che gli appartenevano in modo del tutto speciale, il popolo di Israele. Seconda: «il mondo non lo ha riconosciuto» (v. 10) e «i suoi non lo hanno accolto» (v. 11). È abbastanza evidente che qui l’evangelista anticipa il bilancio dell’intera missione di Gesù (cf 12,37-41). Notiamo la progressione: «la luce splende nelle tenebre» (v. 5); «veniva nel mondo la luce vera» (v. 9); «venne fra i suoi» (v. 11); «si fece carne» (v. 14)... Tutto ciò che si dice del Verbo, che è luce e vita, tende all’evento dell’Incarnazione, riguarda pertanto la persona del Verbo incarnato, Gesù.

Non lo hanno accolto

Appunto in riferimento a Gesù e alla sua missione, l’evangelista mette subito a fuoco la duplice risposta che la sua venuta ha ricevuto (e tuttora riceve) da parte degli uomini. Molti, a cominciare dai suoi, «non lo hanno accolto» (v. 11). Questa amara constatazione ritorna più volte e in diverse forme nel seguito del Vangelo, con un crescendo:
a) domanda provocatoria: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?» (2,18);
b) atteggiamento scettico: «Neppure i suoi fratelli credevano in lui» (7,5);
c) obiezione critica: «... costui sappiamo di dov’è; il Cristo, invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia» (7,27);
d) contestazione (vedi il lungo dialogo dei cc. 7-8);
e) giudizio negativo e dura opposizione: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore!» (9,24; cf 9,48: «un samaritano e un demonio»; 10,19: «è indemoniato ed è fuori di sé... »);
f) l’aggressione fisica: «Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui» (8,59; di nuovo: 10,31), accompagnata dall’accusa di bestemmia: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia, perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (10,33);
g) la decisione di eliminarlo: «Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio... Caifa, che era sommo sacerdote, disse: “... è conveniente che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera”» (1,50). A questo punto si mette in moto la macchina del tradimento e del processo, fino alla condanna capitale.
h) Merita ancora rilevare la reazione scettica di Pilato, che ha valore emblematico: quando Gesù dichiara di essere venuto nel mondo «per dare testimonianza alla verità», il governatore romano replica: «Che cos’è la verità?» (18,37s).
Questa carrellata ci fa comprendere che il rifiuto di Gesù da parte delle guide religiose del suo popolo è un rifiuto “teologico”, nel senso preciso del termine: colui che viene respinto e condannato non è solamente un profeta, la cui predicazione infastidisce i leaders della nazione; è il Verbo incarnato, che pretende di venire da Dio e di essere Dio egli stesso. Si può osservare che il dato evangelico riceve conferma dagli scritti dei primi apologeti, per es. il Contra Celsum di Origene, dove il filosofo pagano riprende pari pari le obiezioni e le accuse dei Giudei. Se poi facciamo un salto fino al secolo dei lumi e al razionalismo moderno, il problema rimane identico: non si vuole accettare la divinità di Cristo. Tutt’al più lo si accetta come un maestro di saggezza, un tragico eroe religioso, il personaggio che più di ogni altro ha inciso nella storia e nella cultura dell’Occidente, colui che – senza sua intenzione – è diventato oggetto di culto in una delle religioni oggi più diffuse nel mondo, ecc. Ma che Gesù di Nazaret sia il Verbo di Dio che si è fatto uomo, si stenta a crederlo.

A quanti lo hanno accolto...

Il rovescio della medaglia è positivo: «quanti lo hanno accolto... », «quelli che credono nel suo nome» (v. 12). Accogliere è credere. La fede è tra i temi principali del Quarto Vangelo. Il suo autore afferma di avere scritto «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita nel suo nome» (20,31). «Credere nel suo nome» equivale a riconoscere la sua vera identità e affidarsi a lui come salvatore. È quanto emerge da una serie di episodi, che per il lettore sono un preciso invito alla fede. Un solo esempio: a Marta Gesù dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno»; poi chiede: «Credi tu questo?». Marta risponde: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (11,25-27).
Nel prologo l’evangelista riassume il tema della salvezza mediante la fede con queste parole: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (vv. 12-13). Si tratta di una nuova nascita, grazie alla quale si diventa figli di Dio. L’idea non è esclusiva di Giovanni, perché si trova anche nella Prima lettera di Pietro e in quella di Giacomo (cf 1 Pt 1,1.23; Gc 1,18). Secondo l’insegnamento di Paolo i credenti sono diventati figli di Dio (Gal 1,26; 4,5; Rm 8,14s) e sono «nuova creatura» (Gal 6,15; 2 Cor 5,17): si ha dunque l’equivalente della dottrina giovannea. Il tema ritorna nel dialogo con Nicodemo. Gesù afferma che per entrare nel regno di Dio è necessario «nascere dall’alto» (o «di nuovo») e spiega al maestro fariseo che si tratta di nascere «da acqua e Spirito» (Gv 3,3.5). Dunque, la vita nuova, per la quale siamo figli di Dio, è opera dello Spirito, che sarà donato da Cristo risorto (cf 7,39).

Figli di Dio

La Prima lettera di Giovanni riprende il tema e lo sviluppa. Cristo è «il Verbo della vita» (1 Gv 1,1); il suo sangue «ci purifica da ogni peccato» (1,7); egli è apparso «per togliere i peccati» (3,5). Ma tutto questo non è senza un riflesso nell’esistenza dei credenti: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro» (3,2s). Ancora: «Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio» (3,9). Più avanti: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio» (4,7). Ancora: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. [... ] Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (5,1.4). In altri termini: essere figli di Dio non è un semplice titolo; è una realtà ora nascosta, che un giorno si manifesterà pienamente. In secondo luogo, la nuova nascita introduce nel credente un dinamismo che si manifesta in due direzioni: purificarsi dal peccato e «amare i fratelli».

Il Verbo si è fatto carne

Centro focale del Prologo è l’affermazione: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (v. 14). Dopo quanto sappiamo circa il Logos divino, restiamo stupiti per l’audacia e la paradossalità del “credo” che anche noi professiamo ogni domenica e festa. Il Verbo-Sapienza-Figlio eterno di Dio, Dio egli stesso, è diventato “carne”, ossia umanità fragile e limitata, contingente, storicamente e culturalmente condizionata. Non si tratta unicamente di “natura” umana, ipostaticamente unita alla divinità: si tratta anche di giudaicità, di appartenenza a un ambiente e a un’epoca, di corporeità e mortalità, di affettività e socialità. La Lettera agli Ebrei lo dice con estrema chiarezza: «eccetto il peccato, si è fatto in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17; 4,15).
«… e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può speculare se nel verbo gr. eskénosen c’è un’eco del verbo ebraico (e aram.) shakan, da cui la tenda della presenza di Dio in mezzo al suo popolo nel deserto (mishkan) e la sua presenza salvifica nel tempio di Gerusalemme (shekinà). Possiamo limitarci al senso ovvio: ha preso dimora, ha dimorato, è vissuto, o – come si legge negli Atti degli Apostoli – «è entrato e uscito in mezzo a noi» (At 1,21), «passò beneficando» (At 10,38)... Si tratta del Gesù della storia, quello che raggiungiamo attraverso i Vangeli e la cui traccia non è scomparsa. L’“incarnazione” del Verbo non va limitata al momento della sua nascita «secondo la carne» (Rm 1,3; cf Gal 4,4): abbraccia la totalità della sua esistenza terrena e, in un certo senso, si estende nel tempo e nello spazio, se è vero che Cristo Risorto è «il vivente» (Lc 24,5), non solo, è ma presente oggi nel mondo perché la Chiesa è il suo corpo e noi siamo le sue membra (cf 1 Cor 12,12ss).

Abbiamo contemplato la sua gloria

Nella “carne” del Verbo – continua l’evangelista – «noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità». Anche qui si coglie un’eco dell’AT: la «gloria, doxa» (eb. kabôd) di Dio risplende negli eventi salvifici (cf Es 16,7 ecc.) ed è come una luce che manifesta la sua presenza (cf Es 24,16), prima nel santuario del deserto (cf Es 40,34s), poi nel tempio di Gerusalemme (cf 1 Re 8,10s). Per il quarto evangelista la gloria del Verbo incarnato si manifesta in particolare nei “segni” (cf 2,11), che a loro volta simboleggiano la sua attività salvifica come risorto (cf 1,50s; 13,31s). A nome degli altri discepoli, Giovanni qui afferma: «abbiamo contemplato la sua gloria»; nella Prima lettera dice in modo equivalente: «abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato il Verbo della vita» (1 Gv 1,1).
La gloria di Cristo è quella «del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità». L’espressione «grazia e verità, kháris kaì alétheia» viene da Es 34,6. Si tratta dell’amore misericordioso (eb. hesed) e della fedeltà (emet) di Dio nei riguardi di Israele. Il Verbo incarnato è la manifestazione più alta, piena e definitiva dell’amore del Padre. Lo dirà più avanti l’evangelista: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (3,16s). Il tema è ripreso nella Prima lettera di Giovanni. Dopo aver affermato che «Dio è amore», l’apostolo spiega:«In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4,9s). Anche san Paolo riconduce la missione salvifica di Cristo all’amore del Padre per gli uomini (cf Rm 58; 8,32).

Grazia su grazia

Dopo la seconda digressione, viene ripreso il tema della kháris: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» (v. 16), una “corrente ininterrotta di grazia” (Segalla) che dalla pienezza del Verbo incarnato scorre verso di «noi» (i credenti). L’evangelista istituisce un confronto tra Antico e Nuovo Testamento: «la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (v. 17). Allo stesso modo san Paolo contrappone la grazia alla Legge, la «vetustà della lettera» alla «novità dello Spirito» (cf Rm 7,6). Ciò che il prologo afferma in modo sintetico, Gesù lo spiega più apertamente nel corpo del Vangelo; per es. nell’ultimo giorno della festa delle Capanne, quando grida: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: “Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”». L’evangelista commenta: «Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato» (7,38-39). L’acqua e il sangue che escono dal costato di Gesù crocifisso (19,34) simboleggiano appunto il fiume di grazia che scaturisce da lui.

Il Figlio lo ha rivelato

La conclusione del prologo si riallaccia al suo inizio e lo completa: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (v. 18). Durante l’ultima cena uno dei discepoli chiederà a Gesù: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gesù gli risponde: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse» (14,7-11).
Il miglior commento è quello della costituzione dogmatica Dei Verbum: «Dopo aver Iddio, a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, “alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Mandò, infatti, il suo Figlio, il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio (cf Gv 1,1-18), Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini” (Diogneto, 7,4), “parla le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cf Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione di sé, con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito santo, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna» (DV 4).

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Il prologo di Giovanni, che la Liturgia della Chiesa ci propone come Vangelo del giorno di Natale, deve condurci a celebrare questa festa in modo più pieno e profondo, superando quella riduzione folcloristica e sentimentale, alla quale si indulge facilmente, ma che non lascia una grande traccia nella fede e nella vita dei fedeli, anche nella nostra.
Natale vuol dire “incarnazione” del Verbo di Dio: il Figlio di Dio viene a rivelarci il Padre e il suo amore che salva.
Accogliere il Verbo incarnato è credere in lui per avere la vita, una vita abbondante, “grazia su grazia”. Questo è il grande dono che riceviamo e che, a nostra volta, possiamo regalare a tutti.
La luce del Verbo splende in mezzo alle tenebre. Anche oggi il Verbo incarnato non viene accolto. Questo vale per il mondo, e non deve stupirci. In qualche misura potrebbe essere vero anche di noi...