Vaticano II e giovani

Una rilettura di «Apostolicam Actuositatem»

Franco Miano

(NPG 2012-09-53) 


Rileggere l’Apostolicam Actuositatem, a 50 anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II e prestando particolare attenzione alle parole riservate ai giovani e ai fanciulli, è motivo di stupore: questo documento conserva ancora oggi la capacità di suggerire percorsi pastorali da intraprendere. Ecco alcune delle indicazioni che sono a nostro avviso preziose per ogni impegno pastorale rivolto ai giovani.


I giovani

Prima di tutto, vorrei sottolineare che con l’Apostolicam Actuositatem il Concilio riserva un’attenzione specifica ai giovani e chiede alla Chiesa di fare altrettanto, mettendoli al centro del discernimento comunitario. I Padri conciliari hanno usato questo stesso metodo; lo si comprende da alcune loro osservazioni sulla condizione giovanile, come ad esempio quando scrivono: «I giovani esercitano un influsso di somma importanza nella società odierna. Le circostanze della loro vita, la mentalità e gli stessi rapporti con la propria famiglia sono grandemente mutati. Essi passano spesso troppo rapidamente ad una nuova condizione sociale ed economica. Mentre cresce sempre più la loro importanza sociale e anche politica, appaiono quasi impari ad affrontare adeguatamente i loro nuovi compiti» (n. 12).
Alcuni di questi tratti possono essere confermati con riferimento ai giovani di oggi (per esempio il continuo evolversi nel modo di intendere la famiglia e gli affetti e anche i processi di trasformazione della realtà sono divenuti in tutti i campi sempre più veloci rispetto agli anni ‘60. Ma contrariamente a quanto accadeva allora, il mondo a noi contemporaneo tende a “sacrificare” i giovani e le loro potenzialità, privandoli della possibilità di conquistare autonomia economica e sociale, e ignorandoli spesso nella elaborazione di provvedimenti legislativi. Il nostro mondo sembra distratto rispetto alla necessità di mettere i giovani in cima alle priorità degli Stati e della società, i giovani sono spesso considerati solo come oggetto e, al di là della ridondanza dei discorsi, non si riconosce ad essi un’autentica soggettività, una reale capacità di iniziativa e di responsabilità.
Apostolicam Actuositatem propone invece, e in primo luogo, un’indicazione di metodo per la Chiesa: scegliere i giovani come priorità e annunciare a loro, per primi, il Regno di Dio perché siano a loro volta capaci di annunciarlo.

I giovani, apostoli dei giovani

Questa attenzione per i giovani non è perciò animata da paternalismo. Il Decreto conferma la propria forza di rinnovamento, poiché propone i giovani come protagonisti dell’apostolato laicale. Riconosce infatti nei giovani gli attori dell’apostolato, e non solo i destinatari, affermando: «L’accresciuto loro peso nella società esige da essi una corrispondente attività apostolica; del resto lo stesso carattere naturale li dispone a questo. Col maturare della coscienza della propria personalità, spinti dall’ardore della vita e dalla loro esuberanza, assumono le proprie responsabilità e desiderano prendere il loro posto nella vita sociale e culturale: zelo questo che, se è impregnato dallo spirito di Cristo e animato da obbedienza e amore verso i pastori della Chiesa, fa sperare abbondantissimi frutti». E sottolinea: «I giovani debbono divenire i primi e immediati apostoli dei giovani, esercitando da loro stessi l’apostolato fra di loro, tenendo conto dell’ambiente sociale in cui vivono» (n. 12).
Con ciò, il Decreto ci offre due indicazioni importanti. La prima indicazione è la raccomandazione di non sostituirsi ai giovani, di non metterli a tacere, ma di pretendere la loro partecipazione attiva e responsabile all’annuncio del Regno di Dio al mondo. La seconda indicazione è che i primi destinatari dell’apostolato giovanile sono gli stessi giovani.
A partire da questa seconda indicazione, vogliamo sottolineare come i coetanei siano gli interlocutori più difficili da affrontare, perché nel rapporto tra pari non si può far valere l’autorità derivante dall’anzianità, ma si è costretti a mettersi in gioco in prima persona, mostrando coerenza tra messaggio annunciato e stile di vita personale. Pena l’accusa di non-credibilità del messaggio. Ribadisce questo concetto anche l’annotazione relativa ai bambini: «Anche i fanciulli hanno la loro attività apostolica. Secondo le proprie forze sono veri testimoni viventi di Cristo tra i compagni» (n. 12). Viene, cioè, proposto dal Decreto, come metodo per l’annuncio, quello della testimonianza personale. Diventa allora strategica la testimonianza dei giovani in ambienti di vita come la scuola, l’università, il luogo di lavoro: lì dove essi possono essere testimoni del Regno di fronte ai loro coetanei.

L’apostolato e il dialogo intergenerazionale

Un’ulteriore prova dell’assenza di paternalismo, nella concezione che il Decreto ha dei giovani, proviene dal modo in cui è presentato l’apostolato degli adulti verso i giovani: «Gli adulti procurino d’instaurare con i giovani un dialogo amichevole passando sopra la distanza dell’età, di conoscersi reciprocamente e di comunicarsi reciprocamente le proprie ricchezze interiori. Stimolino i giovani all’apostolato anzitutto con l’esempio, e, all’occasione, con un prudente consiglio e con un valido aiuto. I giovani nutrano rispetto e fiducia verso gli adulti; quantunque siano inclinati naturalmente alle novità, apprezzino come meritano le buone tradizioni» (n. 12).
L’avverbio “reciprocamente”, utilizzato dal Decreto, comporta un movimento in due direzioni: dagli adulti verso i giovani e dai giovani verso gli adulti. È questo il segreto di quello che oggi chiamiamo “dialogo intergenerazionale”, nel quale è necessario che gli interlocutori abbiano pari importanza. Anche in questo caso la chiave è la testimonianza: l’esempio della vita concreta sa essere più convincente di parole astratte, perché fa sperimentare che il Regno di Dio è possibile ed è già qui. Infatti, la responsabilità generazionale fondamentale è nella capacità di vivere il proprio oggi perché altri a loro volta diventino capace di viverlo. Solo le generazioni che danno l’esempio di un oggi vissuto in pienezza spingeranno le nuove generazioni a vivere fino in fondo il loro oggi e il loro domani. Vive la propria responsabilità generazionale pienamente solo chi concepisce il proprio oggi come dono e come compito. In questo sicuramente la fede cristiana offre motivi decisivi di ispirazione. La fede in un Dio venuto a visitarci nell’oggi della vita, un Dio che si è fatto storia, conferisce al tempo e dunque all’oggi un carattere diverso, non una successione di eventi casuali, ma la possibilità di un senso, un senso certo sempre da cercare e ricercare, da scoprire e riscoprire ma anche da conquistare attraverso la responsabilità dell’agire. Vivere l’oggi come dono e come compito vuol dire contribuire a diffondere un atteggiamento di simpatia verso l’umano che si fa insieme dialogo con il divino, vuol dire alimentare un atteggiamento di fiducia verso la storia che spinge a privilegiare i segni di bene, i percorsi di un’umanità che si rinnova [1].

La formazione all’apostolato

Anche alla luce della vitale importanza del dialogo intergenerazionale si può comprendere ulteriormente l’insistenza del Decreto sulla formazione. “Apostoli non si nasce, ma si diventa”: così potremmo riassumere l’indicazione del Decreto. La formazione è imprescindibile: «L’apostolato può raggiungere piena efficacia soltanto mediante una multiforme e integrale formazione» (n. 28). Una formazione i cui primi destinatari sono i fanciulli e i giovani: «La formazione all’apostolato ha inizio con la prima educazione dei fanciulli. In modo speciale vengano iniziati all’apostolato gli adolescenti e i giovani » (n. 30) che devono essere “permeati” di spirito apostolico.
In questo decennio, che la Chiesa italiana ha scelto di dedicare al tema dell’educazione, è particolarmente importante soffermarsi sul legame, proposto dal Decreto, tra apostolato e formazione. In questa linea, vorremmo soprattutto dare rilievo a due essenziali elementi del processo formativo: i formatori e le modalità della formazione.

Chi forma i giovani all’apostolato

Il primo formatore all’apostolato è la famiglia. Il Decreto sottolinea che l’esperienza concreta del Regno, sperimentata dai giovani in famiglia, costituisce un’occasione di formazione all’apostolato. Perché è la testimonianza di vita la più efficace scuola: «È compito dei genitori disporre nella famiglia i loro figli fin dalla fanciullezza a riconoscere l'amore di Dio verso tutti gli uomini. Insegnino loro gradualmente, specialmente con l’esempio, la sollecitudine verso le necessità sia materiali che spirituali del prossimo. Tutta la famiglia dunque, nella sua vita in comune, diventi quasi un tirocinio di apostolato» (n. 30).
Un secondo formatore è la comunità ecclesiale: i fanciulli «vengano accolti nella locale comunità parrocchiale in maniera tale che acquistino in essa la coscienza d’essere membri vivi e attivi del popolo di Dio» (n. 30).
Un terzo formatore è costituito dalle realtà specificatamente dedicate all’educazione: «Anche le scuole, i collegi e gli altri istituti cattolici di educazione devono promuovere nei giovani il senso cattolico e l’azione apostolica»(n. 30). A questo proposito si osserva: «gli insegnanti, poi, e gli educatori i quali con la loro vocazione e il loro ufficio esercitano una eccellente forma di apostolato dei laici, siano provveduti della necessaria dottrina e dell’arte pedagogica con cui potranno impartire efficacemente questa formazione» (n. 30).
Infine, il Decreto indica fra le realtà educative, anche le aggregazioni laicali: «Parimenti i gruppi e le associazioni di laici che abbiano per scopo l’apostolato in genere o altre finalità soprannaturali, secondo che il loro fine e la loro possibilità lo comportano, debbono diligentemente e assiduamente favorire la formazione all’apostolato. Essi sono spesso la via ordinaria di un’adeguata formazione all’apostolato. In essi infatti si dà simultaneamente una formazione dottrinale, spirituale e pratica. I loro membri, riuniti in piccoli gruppi con i compagni e con gli amici, valutano i metodi e i frutti della loro attività apostolica e confrontano con il Vangelo il loro modo di vivere quotidiano» (n. 30). Un’attenzione particolare è riservata dall’Apostolicam Actuositatem all’Azione Cattolica (cfr. n. 20) in virtù di alcune sue caratteristiche proprie. In particolare va sottolineata, per quanto riguarda l’Azione Cattolica, la scelta della responsabilità affidata ai laici, a laici adulti e giovani e non solo adulti, nella condivisione piena del fine apostolico della Chiesa insieme ai Pastori e nel portare avanti insieme un organico progetto di formazione e missione animato da una logica di comunione e di corresponsabilità che la dimensione associativa significativamente esalta nel fecondo interscambio tra la dimensione individuale e quella comunitaria dell’apostolato.
Il Decreto sottolinea inoltre con insistenza il ruolo dell’educatore e l’importanza della sua testimonianza, che spinge le persone a lui affidate a compiere un cammino personale e come questo sia possibile solo se l’educatore è persona capace di sentirsi sempre in cammino. Diversamente non gli sarebbe possibile esplicare il proprio compito educativo: se non avvertisse l’impegno ad autoeducarsi, non potrebbe affiancare gli altri nel loro cammino. Molta parte del servizio educativo si gioca proprio qui, nello sforzo continuo e nella tensione costante a coniugare la fede e l’esistenza, e a far sì che la Parola diventi vita e che la vita si lasci interpellare dalla Parola. L’impegno a livello educativo è infatti fondato sulle dimensioni che caratterizzano il senso più vivo e più bello, il senso concreto della testimonianza cristiana e che passano attraverso la vita. Se non ci si sente inseriti in un cammino di fede e non si è in un atteggiamento di ricerca per trovare la risposta alle grandi domande dell’esistenza, nostra e di tutti, non si potrà aiutare gli altri lungo il loro percorso [2].

Come formare i giovani all’apostolato

Il Decreto, che sottolinea la necessità per tutti i laici di una formazione alla dottrina cattolica e in particolare alla dottrina sociale, perché siano pronti al dialogo con altre correnti di pensiero e competenti nel discernimento sulle questioni concrete, invita a privilegiare la carità come luogo di formazione all’apostolato e anche a tale proposito fa un riferimento specifico ai giovani e ai fanciulli: «Poiché le opere di carità e di misericordia offrono una splendida testimonianza di vita cristiana, la formazione apostolica deve portare pure all’esercizio di esse, affinché i fedeli, fin dalla fanciullezza, imparino a immedesimarsi nelle sofferenze dei fratelli e a soccorrerli generosamente quando versano in necessità» (n. 31 c).
Infatti, come sottolineano gli Orientamenti Pastorali 2010-2020, «particolarmente importanti risultano per i giovani le esperienze di condivisione nei gruppi parrocchiali, nelle associazioni e nei movimenti, nel volontariato, nel servizio in ambito sociale e nei territori di missione. In esse imparano a stimarsi non solo per quello che fanno, ma soprattutto per quello che sono. Spesso tali esperienze si rivelano decisive per l’elaborazione del proprio orientamento vocazionale, così da poter rispondere con coraggio e fiducia alle chiamate esigenti dell’esistenza cristiana: il matrimonio e la famiglia, il sacerdozio ministeriale, le varie forme di consacrazione, la missione ad gentes, l’impegno nella professione, nella cultura e nella politica» [3].
La formazione da sola, dunque, non può essere sufficiente: va sperimentata e resa concreta: essa ha bisogno cioè di “buone pratiche”, di esperienze in cui tradursi ed essere messa alla prova. Le esperienze non potranno mai tradurre pienamente la grandezza degli ideali che accompagnano la nostra vita e tuttavia, esse sono importanti perché stanno ad affermare come segno tangibile che è possibile modificare la realtà [4] a partire dal nostro concreto stile di vita.
L’attenzione agli stili di vita non rientra in una elencazione di “buone intenzioni”, ma è l’impegno concreto a comprendere come modificare il proprio modo di vivere. Questo significa rendersi conto delle situazioni in cui si è immersi, e capire, come cristiani, che esiste la possibilità di cambiare la storia a partire dall’orizzonte della trascendenza. Se esiste, infatti, una ulteriorità possibile, può esistere la capacità di andare oltre e, quindi, anche oltre la crisi. Ciò ci spinge, come credenti e come uomini, ad avvertire sempre quella responsabilità che ci induce a pensare che il cambiamento è possibile [5].

L’Esortazione finale

Mi piace sottolineare, infine, come il Decreto consegni la missione dell’apostolato laicale in particolar modo ai giovani. Lo fa nell’Esortazione finale, in cui si legge: «Il sacro Concilio scongiura perciò nel Signore tutti i laici a rispondere volentieri, con generosità e con slancio alla voce di Cristo, che in quest’ora li invita con maggiore insistenza, e all’impulso dello Spirito Santo. In modo speciale sentano questo appello come rivolto a se stessi i più giovani e l’accolgano con gioia e magnanimità. […] (È il Signore) che li manda in ogni città e in ogni luogo dove egli sta per venire (cfr. Lc 10,1), affinché gli si offrano come cooperatori nelle varie forme e modi dell’unico apostolato della Chiesa, che deve continuamente adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente nell’opera del Signore, sapendo bene che faticando nel Signore non faticano invano (cfr. 1 Cor 15,58)» (n. 33).
Come ribadiscono ancora una volta gli Orientamenti Pastorali 2011-2020, «i giovani sono una risorsa preziosa per il rinnovamento della Chiesa e della società. Resi protagonisti del proprio cammino, orientati e guidati a un esercizio corresponsabile della libertà, possono davvero sospingere la storia verso un futuro di speranza»6.


NOTE

1 Cf P. De Simone, F. Miano, Le responsabilità generazionali. Tra coraggio e urgenze, in Dialoghi 03/2011, p. 54-55
2 Cf F. Miano, Chi ama educa, AVE, Roma 2010, p. 53.
3 CEI, Orientamenti Pastorali 2011-2020, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 32
4 Cf F. Miano, Chi ama educa, cit., p. 121.
5 Cf F. Miano, Chi ama educa, cit., p. 110
6 CEI, Orientamenti Pastorali 2011-2020, cit., n. 32.