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Le sacre scritture

e la letteratura

La bibbia, un libro da non perdere

Guido Sacchi

 

Perché dovrebbe un uomo di oggi non necessariamente credente, leggere la Bibbia? Senza tentare di far pubblicità ad un testo che sa curare benissimo da solo la propria immagine, proviamo a rispondere a questa domanda, con tre risposte.

Anzitutto, perché la Bibbia è un libro di eccezionale bellezza. Se ne era accorto già il retore greco, anonimo, autore del trattato Sul Sublime (I secolo d. C.), che per spiegare cosa sia il "sublime", l'eccellente per natura, sceglie proprio l'esempio dell'inizio della Genesi: "E Dio disse: Sia la luce. E la luce fu". E' in effetti un attacco che sconcerta, per la fusione fra estrema semplicità e grandiosità del contenuto: la creazione di tutto dal nulla, in sei parole.

Ma nella Bibbia ce n'è davvero per tutti i gusti, dal momento che i 73 libri che la compongono sono un vastissimo repertorio dei più diversi generi letterari. La Genesi è stracolma di storie notissime, da quelle semplici e assolute come i miti classici (Caino e Abele, Abramo e Isacco), ad altre che sfoggiano una complessità quasi da romanzo, come l'avventurosa biografia di Giuseppe (a cui infatti si ispirò Thomas Mann per la sua trilogia di Giuseppe). L'Esodo ci offre poi un esempio avvincente di epica: la storia di un eroe che libera il suo popolo con gesti prodigiosi, e che lo guida e lo costituisce in nazione. Mosè è certo ben diverso da Achille ed Ettore, eppure il respiro della sua vicenda non è meno ampio e grandioso di quello dell'Iliade, come ben si è accorta Hollywood, che ha saputo sfruttare da par suo una simile sceneggiatura. I Salmi e il Cantico dei Cantici vanno poi annoverati senz'altro fra i più grandi esempi della poesia lirica di tutti i tempi. Versi come

"Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra" (Sal 16, 11)

o

"Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo" (Ct 4, 3)

reggono senza dubbio il confronto con Saffo, Catullo, Properzio, Dante, Baudelaire.

Più difficile è trovare dei raffronti per la scrittura dei profeti: non perché sia di scarso valore, ma anzi perché la sua potenza e anche violenza non ha molti termini di confronto nella nostra tradizione letteraria. Isaia è il vero "classico" della Bibbia, di cui tutti riconoscono il valore di poeta anche se non lo considerano un profeta.

Credo che il fascino di questi versi non dipenda solo dal fatto che per noi cristiani rappresentano un annuncio che poi si è avverato nella storia, ma nella sicurezza con cui "vedono" un futuro migliore per tutti:

"Poiché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il segno della sovranità
ed è chiamato:
Consigliere ammirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace" (Is 9, 5).

Col Nuovo Testamento la faccenda si fa più complicata: abbiamo a che fare con testi scritti male, in un greco spesso approssimativo, quando non francamente brutto. Girolamo e il suo amico più giovane, Agostino, educati sulla prosa levigata di Cicerone, erano sinceramente in difficoltà davanti a questi testi, che il loro senso estetico rifiutava quanto il loro senso religioso riconosceva come sacri. Ci volle una visione per far cambiare idea a Girolamo: gli apparve il Signore, che lo rimproverava dicendo: "Sei ciceroniano, non cristiano!". Le lettere di Paolo (che leggeva i poeti greci, ed era forse più colto degli evangelisti), anche se spesso contorte e dure, offrono però in ogni caso un esempio piuttosto impressionante di autobiografia: i racconti della prigionia e della conversione traggono la loro forza d'urto anche dal valore letterario del racconto in prima persona della sconvolgente novità della Buona Notizia. 

Seconda risposta: perché la Bibbia contiene pagine di valore universale, che parlano direttamente anche agli uomini di oggi. E qui faremo solo due esempi: le Beatitudini del Vangelo di Matteo, uno di quei testi "bruttini" che imbarazzavano i Padri della Chiesa, non hanno tuttavia mai cessato di esercitare un grande richiamo, come esempio luminoso di utopia, di fiducia nella possibilità di veder scomparire dalla Terra il dolore, le ingiustizie, le violenze, di veder asciugate le lacrime e consolati i singhiozzi. Se invece si pensa che il nostro non sia più tempo di utopie e di speranze, e si concorda con chi predica il "nulla", basta anche qui riaprire il Vecchio Testamento per trovare una pagina eloquente:

"Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità. [...]
Ciò che è stato sarà
e ciò che è fatto si rifarà;
non c'è niente di nuovo sotto il sole" (Qo 1, 2. 9).

Uno dei versi più disperati e lucidi della poesia moderna, quello che conclude A se stesso di Leopardi, è una specie di riscrittura di queste parole molto più antiche: "E l'infinita vanità del tutto". 

Terza risposta: perché senza la Bibbia non si capisce nulla della cultura occidentale. E questo si può dire a sua volta in tre sensi.

Anzitutto, e nel senso più banale, perché di Bibbia si sono nutrite e sostanziate alcune delle opere più grandi e ambiziose di questa cultura, dalla Divina Commedia dantesca, profetico tentativo di "riscrivere", "continuare", "applicare" la Parola di Dio; al Paradiso Perduto di John Milton, l'ultimo poema epico, che racconta l'unica vera guerra che conti, quella di Satana (molto affascinante, peraltro) contro il Creatore, per il possesso dell'anima dell'uomo; sino a quel romanzo-summa che sono I Fratelli Karamazov di Dostoevskij, gigantesco commento al versetto evangelico "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12, 24).

In un secondo senso, più ampio, perché la Bibbia è il vocabolario fondamentale della nostra cultura, o almeno una sua metà, da quando proprio quei Padri della Chiesa di cui parlavamo hanno compiuto la sintesi definitiva fra la cultura ebraica e quella greco-latina. La Bibbia è il "grande codice" della nostra storia, nel senso che permette di decifrarla: permette di capire cosa è stato dipinto nelle chiese per due millenni, almeno fino a metà dell'Ottocento; permette di ascoltare e comprendere la musica, che si è intrecciata con le parole del testo sacro e della liturgia fino a tempi molto vicini a noi (uno dei più grandi capolavori musicali di tutti i tempi, il Messiah di Georg Friederich Haendel - 1742 - è un amoroso commento musicale alle più belle pagine di tutta la Bibbia: e sembra di capirle davvero in tutta la loro grandezza solo quando le si sente cantate con le note di Haendel).

La Bibbia è stata una delle due sorgenti del linguaggio poetico occidentale fino al Novecento (l'altra essendo i classici greci e latini): quando Guido Cavalcanti, l'amico più anziano di Dante, scrive della sua donna:

Chi è questa che ven, ch'ogn'om la mira,
che fa tremar di chiaritate l'are..."

sta riusando versetti del Cantico dei Cantici:

"Chi è costei che sorge come l'aurora...
Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto?" (Ct 6, 10; 8, 5).

Ed Eugenio Montale, quando vuole augurare alla sua amica Liuba la salvezza dalla crudeltà dei tempi, che si trova anche nelle cose insignificanti di tutti i giorni, ricorre all'immagine antica dell'Arca del diluvio:

"La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera - e basta al tuo riscatto".

In un ultimo senso, la Bibbia è indispensabile per leggere la nostra cultura perché è sempre stato "il" libro; ed anche quando, nei tempi recenti di "morte di Dio" e di secolarizzazione, non si ammetteva più il suo valore esemplare, dogmatico, essa è sempre rimasta l'esempio a cui tendere, magari nell'ambizione di sostituirla con un altro "libro", nuovo, laico, ateo, ma capace della stessa forza di salvezza e di eternità: Stéphane Mallarmé, il padre della lirica moderna, cercò tutta la vita di scrivere un "Libro" la cui perfezione lo rendesse la nuova Bibbia di un secolo senza dèi; Marcel Proust, nei sette romanzi di Alla ricerca del tempo perduto, affida alla memoria, e all'arte, il compito di garantire all'uomo le sole scintille di autenticità, di vita vera, che gli siano concesse in un mondo disperso nella banalità della vita borghese; Thomas S. Eliot, nei Quattro Quartetti, cerca di ricomporre i frammenti di poesia, tutto ciò che resta del nobile passato dell'occidente, in un nuovo "Verbo" salvifico. In un tempo come il nostro, così assediato dalla stupidità, dalla banalità, dalla chiacchiera senza importanza, la Bibbia è un'ancora di salvezza. Non occorre credere, per sentire nelle sue pagine una profondità autentica, secolare, indiscutibile, davanti a cui il borbottio dei falsi profeti scompare come fumo al vento.

 

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