8. Verso un modello di pastorale giovanile: il metodo

Inserito in Pastorale giovanile e animazione.

Cf Riccardo Tonelli, Pastorale giovanile e animazione. Una collaborazione per la vita e la speranza 


8. VERSO UN MODELLO DI PASTORALE GIOVANILE: IL METODO

Precisato l'obiettivo, posso finalmente studiare il metodo. Ho già dato una definizione. La ricordo in sintesi. Metodo è selezione e organizzazione delle risorse disponibili. Non mi soffermo a segnalarle. Indico invece i possibili tracciati organizzativi. Nella loro prospettiva possono essere collocate le molte risorse di cui disponiamo nelle nostre comunità ecclesiali.
Nella impossibilità di parlare in modo sensato di Dio all'uomo, come capita spesso oggi, dobbiamo collocarci là dove Dio stesso ci può parlare. Questo spazio esistenziale è rappresentato dalla domanda totale sulla vita e sul senso. Lo chiamo in gergo l'«invocazione». Per questo affermo che l'invocazione è il luogo dell'evangelizzazione.
So che molti giovani vivono oggi lontani da una vera invocazione. So però che la esprimono germinalmente in molte manifestazioni. Per questo introduco l'esigenza di un intenso processo educativo che, restituendo l'uomo a se stesso, lo apra all'invocazione.
Infine, se il Dio inaccessibile si è fatto Parola, possiamo «parlare» di lui, liberando la forza promozionale dell'evangelo. Spinto da molte esperienze, sollecito ad una scommessa: se nell'evangelizzazione rispettiamo la logica con cui Dio si è fatto Parola, il processo può funzionare anche con i giovani d'oggi.
Analizziamo con calma queste tre indicazioni. 

Il metodo della pastorale giovanile  


8.1. L'invocazione è il luogo dell'evangelizzazione

Incominciamo a chiarire brevemente la parola-chiave di questa prima esigenza: che significa «invocazione»?
Con questa formula esprimo il livello più intenso di esperienza umana, quello in cui l'uomo si protende verso l'ulteriore da sé. Lo dico con una immagine che mi piace molto.
Nel gioco del trapezio, l'atleta si stacca dalla funicella di sicurezza e si slancia nel vuoto, disposto a giocare la sua avventura nel «salto mortale». Ad un certo punto, protende le sue braccia verso quelle sicure e robuste dell'amico che volteggia a ritmo con lui, pronto ad afferrarlo.
Il gioco del trapezio assomiglia moltissimo alla nostra esistenza quotidiana. L'esperienza dell'invocazione è il momento solenne dell'attesa: dopo il «salto mortale» le due braccia si alzano verso qualcuno capace di accoglierle, restituendo la vita e la speranza.
Nel gioco del trapezio nulla avviene per caso. Tutto è risolto in una esperienza di rischio calcolato e programmato. Ma la sospensione tra morte e vita resta: la vita si protende alla ricerca, carica di speranza, di un sostegno capace di far uscire dalla morte.
Questa è l'invocazione: un gesto di vita che cerca ragioni di vita, perché chi lo pone si sente immerso nella morte.
L'invocazione è il luogo dove ci spalanchiamo seriamente sull'attesa. Per questo è il luogo privilegiato per l'evangelizzazione.
L'evangelo e la proposta di un progetto globale di vita cristiana non possono essere realizzati in forma responsoriale, come fossero la risposta puntuale alle domande che l'uomo propone. Questo modo di fare tradisce la forza profetica dell'evangelo e svuota la responsabilità intelligente dell'uomo. La crisi di troppi modelli pastorali denuncia l'impraticabilità di questa ipotesi.
Quando affermo che l'invocazione è il luogo dell'evangelizzazione, supero il modello responsoriale, senza però scivolare nell'ipotesi solo kerigmatica.
L'evangelo risuona come risposta salvifica solo se ci sono attese e domande nei suoi confronti. Vibra come una proposta affascinante di vita e di felicità solo se nel cuore dell'uomo brilla un intenso desiderio di vita e di felicità.
L'evangelo è una risposta strana: anticipa l'attesa dell'uomo, la sconvolge e la rilancia in orizzonti nuovi, proprio mentre l'accoglie, la esige, la sollecita.
Sul piano metodologico dobbiamo assicurare un confronto tra risposta evangelica e domanda dell'uomo, tale da rispettare questa differente polarità.
L'invocazione è esperienza umana; tutta concentrata dalla parte della domanda, esprime il livello più alto di riconquista della propria umanità, l'esito a cui dovrebbe condurre ogni processo di educazione. Nello stesso tempo, però, l'invocazione è già esperienza di trascendenza. L'uomo che invoca si mostra disposto a consegnare le ragioni più profonde della sua fame di vita e di felicità, a qualcuno fuori da sé, che ancora non ha incontrato tematicamente, ma che implicitamente riconosce capace di sostenere questa sua domanda.
Collocata a questo livello, l'evangelizzazione accoglie l'espressione più matura dell'esistenza umana e la restituisce al suo protagonista con il conforto di dare un nome, manifesto e esplicito, al proprio desiderio. Nel nome proposto il desiderio viene travolto nel mare sconfinato dell'amore di Dio. Ci si scopre in tanti a cercare vita e felicità; e ci si scopre in tanti a constatare come il nostro desiderio di vita e di felicità è il piccolo segno di un grande progetto in cui siamo immersi.
L'evangelizzazione, pronunciata e celebrata dentro l'invocazione, accoglie l'uomo nella sua indiscutibile grandezza e lo restituisce a se stesso, confortato nella sua speranza e consolidato nella sua ricerca.

8.2. L'invocazione è presente in germe in ogni esperienza

So di aver posto una esigenza metodologica impegnativa. Molti sono portati a concludere sulla impossibilità di attivare processi di evangelizzazione, nell'attuale situazione giovanile e culturale. Troppi giovani se ne stanno tranquilli, abbarbicati alla funicella di sicurezza del trapezio; o vogliono rischiare a titolo solo personale l'avventura del «salto mortale».
Ci sono operatori pastorali che reagiscono in modelli rassegnati; e ce ne sono altri che invece cercano altri spazi dove offrire l'evangelo, camminando sulla testa dell'uomo.
La seconda indicazione metodologica vuole suggerire una via di uscita, riportando da credenti verso la verità dell'esperienza umana. Questa è la mia proposta: l'invocazione è così connaturata con l'esistenza di ogni uomo da essere il suo tessuto costitutivo, l'aria che respira, il cibo che lo alimenta. L'uomo è uno che invoca. Per questa certezza antropologica ho affermato, poco sopra, la coincidenza tra maturità umana e esperienza riflessa di invocazione.
Molti giovani vivono l'invocazione solo a livello germinale. Sono presi dalle cose; sono afferrati dalla vita; sono manovrati dalle mille risposte che incontrano. E non si pongono riflessamente nessun'altra domanda, diversa da quelle della loro quotidianità spicciola.
Qui, nel loro profondo, in ogni sussulto di umanità, c'è una tacita, sofferta, disturbata domanda di ragioni più grandi, di avventure più affascinanti, di sensi più rassicuranti.
Il rapporto tra le esperienze quotidiane e l'invocazione è quello che lega il piccolo seme all'albero grande. L'albero è nel piccolo seme; anche se lunghi inverni dovranno ancora passare prima che esso si consolidi, fino a resistere alla tempesta.
Ogni domanda di vita è il piccolo seme, capace di fiorire in albero grande. Sul piano metodologico questa indicazione apre a prospettive importanti. Ne ricordo due.
L'atteggiamento fondamentale dell'operatore di pastorale giovanile nei confronti delle piccole domande di vita, anche di quelle più disturbate, è la loro accoglienza incondizionata e gioiosa. Esse dicono ricerca di vita e di felicità. Dicono di conseguenza, in toni sicuramente ancora molto deboli, ansia di evangelo. Sono una domanda di evangelizzazione, bisognosa di una lunga elaborazione educativa per esplodere in tutta la sua espressività, perché sono «invocazione» germinale.
Vorrei che si notasse in quali termini corre la mia proposta. Le piccole esperienze della vita quotidiana sono «positivamente» domanda di evangelizzazione. Non la richiedono per purificarsi. Ma la cercano in quello che sono, perché cercano vita e possono essere trascinate fino a quel livello di maturità umana piena che è l'invocazione. La condizione educativa che può far evolvere il processo è la loro accoglienza incondizionata.
In questa prospettiva sono molto lontano da quei luoghi comuni che spesso ritornano tra operatori pastorali un po' scoraggiati: «C'è un gran bisogno di evangelizzazione, si dice, altrimenti chissà dove andiamo a finire!»
In secondo luogo, ci tengo a ricordare che il cammino dal seme alla pianta è lungo: non possiamo affrettarlo attraverso fertilizzanti particolari. Lo possiamo però servire, sostenere, incoraggiare.
I modi concreti sono tanti. Tutti però convergono attorno all'unica prospettiva globale: l'educazione. L'educazione è l'unica via percorribile verso l'invocazione, è il nome concreto e operativo della «promozione umana» in campo di pastorale giovanile.
Chi crede all'educazione sa che solo all'uomo restituito alla coscienza della sua dignità e alla passione per la sua vita possiamo annunciare il Signore Gesù, come la risorsa risolutiva del suo desiderio di felicità e di vita, da invocare e incontrare nella verità e nella profondità della sua esistenza umana.
L'uomo, spossessato della sua responsabilità, piegato sotto il peso della disperazione o distrutto nell'oppressione, non può trovare nel Signore Gesù un principio di rassegnazione. Chi lo fa, tradisce la profezia dell'evangelo e pone il Dio della vita come concorrente spietato e geloso alla fame di vita. 

Il metodo della pastorale giovanile 2 


8.3. L'Evangelo come liberazione dell'uomo

Questa terza indicazione nasce da un disagio e da una provocazione. Mi sono affiorate dentro, con intensità crescente, in questi ultimi anni, felici e problematici per la pastorale italiana.
Il disagio proveniva dalla constatazione della crisi diffusa e insistita di un modello di pastorale giovanile a stile antropologico. In linea teorica non ci sono dubbi sul fatto, ricordato sopra, che si può offrire l'evangelo in modo pertinente solo a colui che ha raggiunto il livello dell'invocazione e sul fatto, pure ricordato, che l'invocazione può essere raggiunta accogliendo tutte le domande quotidiane dei giovani.
Alla resa di conti, però, chi prende seriamente questo modello si imbarca in un'impresa dai tempi lunghissimi e corre il rischio reale di perdersi presto nell'intricato labirinto delle esperienze umane. Purtroppo molti operatori stanno percorrendo le vecchie strade, delusi dall'impraticabilità di quella per la quale avevano giocato entusiasmo e speranza.
La provocazione mi è nata proprio sul fronte opposto. Oggi ci sono movimenti, persone, esperienze che hanno scelto di fare pastorale attraverso l'offerta, qualche volta persino dura, dell'evangelo in tutta la sua radicalità. Questi amici rifiutano la via tortuosa delle mediazioni educative e si lanciano direttamente nella proposta, fiduciosi sulla sua forza interpellante.
I risultati ottenuti sembrano confortare la loro scelta. Non pochi giovani ci stanno: esperimentano una nuova qualità di vita, si riconsegnano con entusiasmo al Signore Gesù.
A leggere bene le cose, ci si accorge che anche qui i rischi non mancano. Si giunge spesso a letture fondamentaliste dell'esperienza cristiana. Qualche volta riappare quella contrapposizione tra Chiesa e mondo che il Concilio aveva definitivamente spento. Ma il disagio resta e la provocazione non si spegne.
Ci abbiamo pensato a lungo, tra amici che credono alla pastorale giovanile e che hanno paura di tagliar fuori dalla proposta troppi giovani, a causa del ritmo impresso ad essa. Questa terza indicazione è un po' il frutto della nostra riflessione.
Riaffermo decisamente le prime due per la loro indubitabile validità teologica, ma tento di superarne i limiti operativi, riscoprendo il dono dell'evangelo per la vita quotidiana dell'uomo.
Ho l'impressione che il rapporto troppo stretto tra domanda di invocazione e evangelizzazione possa catturare la pastorale giovanile in un modello responsoriale, espresso in movimenti cronologici: «prima» l'invocazione e «poi» l'evangelizzazione. Vogliamo invece riconoscere la forza di liberazione e di promozione dell'uomo, racchiusa nella evangelizzazione. Quando è condotta bene, aiuta l'uomo a crescere in umanità. Lo restituisce a se stesso. Trasforma l'uomo presuntuoso e saccente in uomo invocante.
Lo constatiamo tutti i giorni, quando ci incontriamo autenticamente con l'e- vangelo di Gesù. Così è stato Gesù e così ha operato lui. In questo stile hanno vissuto e hanno operato i grandi testimoni della nostra fede e della nostra speranza. Così dovrebbe essere in pastorale giovanile.
Se offriamo l'evangelo in tutta la sua espressività salvifica (nell'annuncio, nella celebrazione, nell'esperienza di vita ecclesiale), l'uomo è trascinato verso la sua verità: diventa consegnato all'invocazione, proprio nel momento in cui avverte che la sua domanda costitutiva è già saturata nell'incontro con il suo Signore. Di qui l'esigenza: ritroviamo il coraggio, la speranza e la gioia di produrre gesti di evangelizzazione, restituendo ad essi la loro carica interpellante e salvifica.
Non basta però una evangelizzazione fatta in qualsiasi modo. Proprio le esperienze che mi hanno sollecitato a riscoprirne l'urgenza, dicono, dal negativo, la necessità di ripensare alla radice il processo di evangelizzazione, perché sia capace di realizzare veramente quello che gli si riconosce.
Si richiede una evangelizzazione coraggiosa; ma si richiede il coraggio di una evangelizzazione corretta e sensata, impegnata a dare vita e responsabilità nel nome del Signore della vita e della libertà.
A questo punto la mia scelta corre spontanea verso quell'ipotesi di evangelizzazione sullo stile «narrativo» di cui ho già parlato in altri contesti.
Ricordo, a battute veloci, le quattro condizioni che assicurano la qualifica di «narrazione» ad un intervento evangelizzatore.
In primo luogo, è narrativo quel modello di comunicazione che è costruito sulla comunicazione diretta dell'esperienza di colui che narra e di coloro a cui si rivolge il racconto. In questa comunicazione di esperienza, l'annuncio cristiano viene restituito ad una sua dimensione qualificante: non è prima di tutto un messaggio, ma una esperienza di vita che si fa messaggio.
Chi racconta sa di essere competente a narrare solo perché è già stato salvato dalla storia che narra; e questo perché ha ascoltato questa stessa storia da altre persone. La sua parola è quindi una testimonianza; la storia narrata non riguarda solo eventi o persone del passato, ma anche il narratore e coloro a cui si rivolge la narrazione. Essa è in qualche modo la loro storia. Chi narra, lo fa da uomo salvato, che racconta la sua storia per coinvolgere altri in questa stessa esperienza.
In secondo luogo, la narrazione si caratterizza per l'intenzione evocativa e autoimplicativa e non semplicemente informativa o dimostrativa. La sua struttura linguistica non è finalizzata a dare delle informazioni, ma sollecita ad una decisione di vita: è una storia che spinge alla sequela.
Per questo il diritto alla parola non è riservato solo a coloro che sanno pronunciare enunciati che descrivono in modo corretto e preciso quello a cui ci si riferisce. Chi ha vissuto una esperienza salvifica, la racconta agli altri; così facendo produce «formazione»: aiuta a vivere e precisa lo stile di vita da assumere per poter far parte gioiosamente del movimento di coloro che vogliono vivere nell'esperienza salvifica di Gesù di Nazaret.
In terzo luogo, la narrazione deve possedere la capacità di produrre ciò che annuncia, per essere segno salvifico. Il racconto si snoda con un coinvolgimento interpersonale così intenso da vivere nell'oggi quello di cui si fa memoria. La storia diventa racconto di speranza.
Così chi narra di Colui che ha dato la vista ai ciechi e ha fatto camminare gli storpi, fa i conti con la quotidiana fatica di sanare i ciechi e gli storpi di oggi. Anche se annuncia una liberazione definitiva solo nella casa del Padre, tenta di anticiparne i segni nella provvisorietà dell'oggi.
Infine, in quarto luogo, la narrazione è nello stesso tempo memoria e fede, ripresa di un evento della storia e espressione della fede appassionata del narratore. Nel racconto si intrecciano sempre tre storie: quella narrata, quella del narratore e quella degli ascoltatori. Ripetere un racconto non significa perciò riprodurre un evento sempre con le stesse parole, ma esprimere la storia raccontata dentro la propria esperienza e la propria fede.
Come nel testo evangelico, la narrazione coinvolge nella sua struttura l'evento narrato, la vita e la fede della comunità narrante, i problemi, le attese e le speranze di coloro a cui il racconto si indirizza. Questo coinvolgimento assicura la funzione performativa della narrazione. Se essa volesse prima di tutto dare informazioni corrette, si richiederebbe la ripetizione delle stesse parole e la riproduzione dei medesimi particolari. Se invece il racconto ci chiede una decisione di vita, è più importante suscitare una forte esperienza evocativa e collegare il racconto alla concreta esistenza. Parole e particolari possono variare, quando è assicurata la radicale fedeltà all'evento narrato, in cui sta la ragione costitutiva della forza salvifica della narrazione.
In forza del coinvolgimento personale del narratore, la narrazione non è mai una proposta rassegnata o distaccata. Chi narra la storia di Gesù vuole una scelta di vita: per Gesù, il Signore della vita, o per la decisione, folle e suicida, di vivere senza di lui.
Per questo l'indifferenza tormenta sempre chi evangelizza narrando. Egli anticipa nel piccolo le cose meravigliose di cui narra, per interpellare più radicalmente e per coinvolgere più intensamente.