6. Il coraggio di «ripartire dagli ultimi»

Cf Riccardo Tonelli, Pastorale giovanile e animazione. Una collaborazione per la vita e la speranza

 

6. IL CORAGGIO DI «RIPARTIRE DAGLI ULTIMI»

Studiamo prima di tutto la situazione: i giovani in questo contesto culturale e strutturale.
L'impresa non è facile. Siamo in un tempo di larga e insistita complessità, strutturale e culturale. Essa investe e attraversa anche la condizione dei giovani, frastagliandola in mille frammenti espressivi.
Quando si parla dei giovani, non si riesce più a dire con precisione cosa è specifico del loro mondo e cosa è invece risonanza del contesto in cui viviamo; è sempre più difficile sceverare la dimensione psicologica da quella culturale, il dato strutturale dalla riespressione personale, il limite sofferto in modo rassegnato dal tentativo, più o meno consapevole, di elaborarlo.
Per orientarsi nel groviglio della complessità, alla ricerca di costanti che permettano di passare dalla pura registrazione dei fenomeni alla loro interpretazione, bisogna rischiare su qualche prospettiva più generale.
Mi spiego un po' meglio.
Per parlare dei giovani, dal punto di vista pastorale come da qualsiasi altro punto di vista, dovrei raccontare la storia di Pietro, di Pasquale, di Caterina e di Maria. Ogni giovane è una sua storia irripetibile. È sempre stato un po' così; ma oggi le cose vanno così in modo specialissimo.
Raccontare mille storie non serve però a nulla, perché non possiamo generalizzare nessuna conclusione. Per procedere devo scegliere una prospettiva di osservazione.
Fanno così tutti coloro che sentono il bisogno di dire qualcosa di utile agli altri. Spesso le prime battute di ogni pubblicazione sui giovani servono a recensire le diverse possibili prospettive e a giustificare quella che poi viene selezionata. Sembra che ogni autore avverta la necessità di giustificare a sé e agli altri la sua scelta, mostrando di riconoscerne la relatività.
Anch'io faccio così. Non seleziono però una categoria interpretativa, ma decido prima di tutto quali interlocutori privilegiare.
Qui si colloca la scelta degli «ultimi» e l'invito pressante di «ripartire» da loro.

6.1. Gli «ultimi» come categoria per incontrare «tutti»

Cerchiamo una pastorale giovanile capace di offrire l'evangelo in modo tale che .tutti» i giovani lo possano percepire come buona notizia dentro la loro quotidiana attesa di salvezza. Sappiamo che molti non lo esperimenteranno come buona notizia per mille ragioni o cercheranno di afferrarsi ad altre proposte di salvezza.
Chi rifiuta la sorgente d'acqua zampillante e cerca di spegnere la sua sete a pozzi aridi, lo deve fare però nel nome della sua responsabilità e libertà. Non possiamo permettere che sia costretto a farlo perché a chi cercava vita e speranza, noi abbiamo saputo offrire solo vuote parole.
«Ripartire dagli ultimi» non comporta, nella mia ipotesi, la scelta di una categoria contro altre. Non basta riconoscere a questa categoria una predilezione evangelica: ogni scelta a questo livello spinge ad una discriminazione che valuto ingiustificata.
«Ripartire dagli ultimi» significa scegliere una categoria di giovani che posso considerare, a buone ragioni, quella che mi assicura di poter davvero dialogare con tutti.
Siamo in tempo di larga complessità, di pluralismo e di intense e rapide trasformazioni. Chi cerca una pastorale giovanile per tutti i giovani, non può fondare la sua proposta su un modello culturale così generale e universale da poterlo considerare rappresentativo di tutti i giovani di oggi. L'unica scelta che offre un sicuro denominatore comune è quella degli «ultimi»: chi sta pienamente con gli «ultimi» ha le carte in regola per presumere di poter stare al passo di tutti.
Nella Chiesa esistono istituzioni e movimenti «specializzati». Offrono una proposta molto raffinata e impegnativa; chi la sente congeniale alle proprie attese, può assumerla felicemente. E ci sono molti giovani che lo stanno facendo.
Sono però una percentuale altissima nell'universo giovanile coloro che stanno ai margini di queste proposte. Anche a loro la Chiesa deve annunciare l'evangelo di Gesù, come buona notizia per la loro fame di vita.
Pensando a loro, suggerisco con calore: ritroviamo il coraggio di «ripartire dagli ultimi», nelle analisi, nelle interpretazioni e nelle progettazioni.

6.2. Chi sono gli ultimi

Per misurarci seriamente con gli ultimi, dobbiamo chiamarli per nome, decidere chi sono nel concreto di ogni situazione.
La cosa non è semplice. Non è corretto infatti contrabbandare con l'autorità del vangelo quello che è solo frutto di ricerca, di studio, di meditazione antropologica e strutturale.
L'evangelo sollecita a credere agli ultimi, ai poveri, come ai depositari di una potenza di salvezza capace di diffondere su tutti la vita. Per la sapienza del mondo altri sono i canali. L'evangelo privilegia questo, così vicino alla «follia» della Croce di Gesù. Solo questa consapevolezza attraversa i tempi e le culture.
A questo livello i «poveri» sono una categoria teologica e non sociologica. Anche nel vangelo però i poveri hanno un nome ben preciso: nelle parole dell'uomo la profezia si fa parola d'uomo. Assoluta è l'affermazione della forza rigeneratrice dei poveri. Relativa è l'identificazione concreta di chi sono questi poveri.
Il processo deve continuare nel tempo.
I nomi concreti, l'identificazione operativa vanno decisi perciò nel rischio delle scelte storiche, con i contributi delle discipline competenti.
Se le cose stanno così, è difficile identificare gli ultimi dalla sola prospettiva pastorale. Solo per aprire una ricerca, che dovrà continuare nelle singole concrete situazioni, posso tentare qualche timido elenco.
Nel contesto della situazione culturale italiana, «ultimi» sono coloro che risultano colpiti da differenti forme di povertà: dalla povertà economica, fonte di tante privazioni e che perciò deve occupare il primo posto nelle nostre indicazioni; dalla povertà sociale e culturale, sentita come frustrazione e come alienazione perché rende difficile la ricostruzione di un sistema di significato sufficientemente organico o frastaglia in mille direzioni la ricerca dell'identità personale; dalla povertà affettiva, morale, spirituale: la solitudine, le emarginazioni vecchie e nuove, la privazione di accettazione da parte degli altri, l'assenza di grandi interessi e valori. 

Un tempo problematico per la pastorale giovanile 

6.3. A confronto con gli ultimi

La scelta di «ripartire dagli ultimi» non condiziona solo il modo di fare la proposta, come ho appena ricordato. Essa pesa prima di tutto nel momento in cui ci si mette d'accordo per definire quali sono i problemi da risolvere, le sfide con cui confrontarsi.
Se lo chiedono spesso le comunità ecclesiali, impegnate in pastorale giovanile. Per usare una formula classica, nessuno infatti si accontenta più di vincere qualche battaglia sapendo di essere condannato a perdere poi la guerra. Al contrario, vogliamo giocare le risorse di cui ancora disponiamo, nel cuore dei problemi.
Se analizziamo le cose da questa prospettiva, è facile constatare i problemi che attraversano e investono l'attuale processo di evangelizzazione. Ne ricordo quattro. Li ho selezionati tra gli altri perché mi sembrano quelli che soprattutto minacciano la qualità dell'offerta religiosa espressa dalle nostre comunità ecclesiali.

6.3.1. Il problema del messaggio
Tutti sappiamo che l'evangelizzazione è una comunicazione: qualcuno intende parlare a qualche altra persona su qualcosa di importante. Per fare questo, un soggetto prende un sistema di segni che gli è messo a disposizione e, attraverso essi, comunica qualcosa ad un altro soggetto. La comunicazione, come l'evangelizzazione, comporta una intersoggettività, uno scambio reciproco di andata e ritorno.
Per l'emittente, messaggio è quanto egli pensa, immagina, ricorda, trasmesso attraverso determinati codici simbolici, che desume dalla cultura in cui è inserito.
Per il ricevente, invece, messaggio è solo quello che egli riesce a decifrare del messaggio che gli viene trasmesso, perché solo quello che viene soggettivamente decifrato può essere veramente ricevuto e fatto proprio.
È facile pensare al dialogo tra comunità ecclesiali e giovani a partire da questa constatazione.
L'esperienza cristiana è sempre acculturata. Nei codici simbolici di una cultura si esprime la proposta dell'evento di Dio che si fa appello e la risposta dell'uomo a questo dono interpellante.
In un tempo di trapasso culturale e di diffuso pluralismo come è il nostro, si può avanzare l'ipotesi che l'evangelizzazione sia per molti giovani una comunicazione senza messaggio, perché comunicazione unidirezionale, sia in andata che in ritorno. Da una parte, infatti, molti codici simbolici utilizzati per acculturare l'evangelo, essendo costruiti in una cultura diversa dalla attuale, risultano indecifrabili per i giovani. Essi hanno l'impressione di trovarsi come in un paese straniero, dove si parla una lingua sconosciuta. Dall'altra, anche molti di coloro che hanno accolto questo messaggio, quando reagiscono alla informazione, traducendo l'esperienza di fede in una esperienza etica e in un progetto di vita, lo fanno utilizzando i codici simbolici che loro sono ormai abituali. E questo non permette ai responsabili delle comunità ecclesiali di percepire esattamente la loro risposta.

6.3.2. Il problema della ricollocazione della fede in rapporto al senso
La seconda difficoltà che disturba oggi l'evangelizzazione verso i giovani riguarda la collocazione della fede nel rapporto della produzione di senso.
L'evangelizzazione è proposta di senso all'esistenza umana perché nell'evangelo che essa diffonde si offre un orientamento critico e un progetto che dà consistenza e orizzonte all'esistenza umana. Essa si colloca quindi nel cuore della umana ricerca e produzione di senso.
Dal difficile rapporto tra senso offerto e senso ricercato nasce il problema.
La produzione di senso è sempre un fatto strettamente personale. Ogni uomo elabora un suo sistema di significati giocando in questo la sua autonomia e progettualità. Se confrontiamo questa radicale esigenza con la prassi di evangelizzazione, riusciamo a percepire i termini del problema.
Il modello tradizionale era fortemente deduttivo e oggettivistico: il progetto di Dio è il luogo fondamentale della produzione di senso; solo chi lo accoglie nella fede possiede il senso vero delle cose e della sua vita.
Questo modello è entrato in crisi quando nella nostra cultura sono spuntati i primi germi di secolarizzazione. Nella evangelizzazione si è sentito il bisogno di sostituire un modello più dialogico e più rispettoso dell'autonoma responsabilità umana nella produzione di senso.
Certamente questo confronto non è stato semplice. E non sono mancati i rischi di una riduzione della fede a semplice orizzonte ultimo di senso, nel cui fuoco collocare il senso prodotto dalla autonoma ricerca umana. La fede, deprivata di una profezia propria da produrre, ha smarrito la sua forza interpellante e si è ridotta a semplice acritica risignificazione globale di un progetto che l'uomo ha elaborato, con saccente presunzione, nel chiuso della sua autonomia.
La speranza evangelica, smontata di radicalità, ci ha lasciato con le nostre angosce. E molti giovani hanno abbandonato l'esperienza cristiana, affascinati dai profeti delle cose penultime.
Nelle comunità ecclesiali si avverte oggi la responsabilità di produrre una evangelizzazione in cui la fede sappia offrirsi come rilettura, interpretazione e riespressione, anche istituzionale, nel segno costitutivo della croce, dell'autonoma ricerca di senso.
Questa scelta è tutt'altro che pacifica e praticabile.
L'autonoma produzione di senso, la personale e collettiva ricerca di vita e di felicità, sono oggi espresse in termini frammentati, provvisori, poveri di mediazioni, secolarizzati e pochissimo segnati dal segno costitutivo della croce.
C'è posto per un progetto organico, sicuro e strutturato, come si pretende la fede delle comunità ecclesiali? Il confronto dovrà risultare perdente in partenza, aperto eventualmente solo a quei giovani che rinunciano ad essere uomini di una società e di una cultura complessa e pluralista?

6.3.3. Il problema della struttura linguistica dell'evangelizzazione
Il terzo problema richiede una riflessione più articolata delle precedenti, per essere colto in tutta la sua portata problematica.
Partiamo ancora dalle esigenze di una corretta comunicazione.
Nella comunicazione, i due interlocutori producono dei «segni»: essi sono il qualcosa che viene detto. Sono «segni» perché rendono presente una realtà più profonda, e nascosta, manipolabile solo attraverso le sue rappresentazioni simboliche.
Non tutti i segni possono però risultare utili rispetto a un determinato referente.
Ecco allora la domanda: quali segni possono produrre le comunità ecclesiali per evangelizzare i giovani di oggi? Esse possiedono qualcosa da offrire e da far analizzare, in cui si condensi la proposta di senso che è la fede per l'esistenza quotidiana?
Se vogliamo conoscere un autore, studiamo le sue opere. Esse sono il «documento» da analizzare. Esiste un documento in cui i giovani possano trovare il progetto di esistenza cristiana, come proposta di senso per la loro vita?
Ho l'impressione che, tolte alcune eccezioni che accentuano maggiormente la funzione logico-argomentativa dell'annuncio cristiano, ci sia oggi un consenso diffuso attorno alla consapevolezza che il segno da produrre per evangelizzare non è un messaggio, ma l'esperienza viva di una persona nella comunità dei credenti che si fa messaggio. Questa esperienza, come ricorda anche Evangelii nuntiandi 21 e 22, è fondamentalmente una esperienza profana, una esperienza di produzione di vita nuova.
La dimensione religiosa è l'interpretazione di verità, quella che dà le ragioni dei gesti di speranza compiuti, quando si allarga lo spazio della vita e si restringono i confini della morte.
Non escludo che anche le esperienze tematicamente religiose possano assolvere questa funzione evocativa. Ma non riesco a pensarle come le uniche e nemmeno come quelle determinanti, soprattutto in rapporto allo stato attuale della condizione giovanile.
Si tratta però di una «ragione» che ha una sua precisa articolazione culturale e possiede una sua codificazione ormai sedimentata nei documenti della fede della comunità ecclesiale. Questa accumulazione dottrinale permette di dire la stessa fede, nella sua costitutiva ortodossia, nei differenti luoghi e nello sviluppo del tempo.
Siamo a un punto concreto e fortemente problematico.
I grandi temi della salvezza e della fede non sono prima di tutto proponibili perché vengono formulati correttamente, ma perché sono sperimentati in una comunità che fa di questi «concetti» le ragioni della sua esistenza e della sua presenza nella storia.
Come è possibile aiutare i giovani, privi di memoria culturale, a ricostruire dal frammento di una esperienza di vita il quadro complessivo che la giustifica?
Come si può assicurare l'oggettività e la storicità dell'evento cristiano, praticando un approccio così disorganico?
Per molti giovani inoltre l'esperienza di produzione di vita nuova possiede già le sue buone ragioni. Perché interrogarci su ragioni più profonde, se bastano già quelle elaborate autonomamente?
Come si può notare dall'accavallarsi di questi interrogativi, il problema che stiamo analizzando nasce come immediata conseguenza della decisione di privilegiare l'esperienza sul messaggio nella evangelizzazione dei giovani. D'altra parte i fatti dimostrano l'impraticabilità dell'ipotesi contraria: nell'attuale contesto culturale molto difficilmente un messaggio può produrre da solo quella decisione vitale di lasciarsi incontrare dall'Evento evangelizzato nell'obbedienza al messaggio in esso contenuto, che riconosciamo unico esito corretto al processo di evangelizzazione.

6.3.4. La crisi delle strutture di attendibilità
Questo quarto problema ha un movimento diverso dai precedenti. Funziona come loro cassa di risonanza, in positivo o in negativo. Quando viene risolto positivamente, le tre sfide indicate risultano meno drammatiche. In caso contrario, si accentua la loro forza problematica.
Di che si tratta, allora?
Ho messo un titolo un po' misterioso: crisi delle strutture di attendibilità. Mi spiego.
Se, durante una conferenza, all'improvviso il relatore chiede di dare la definizione di «volume», mette in crisi i suoi ascoltatori.
Nella lingua italiana, «volume» suona come una voce che ha molti significati. In gergo si dice: è un termine «polisemico».
Dicendo «volume», posso pensare alla misura di un solido nello spazio, a un libro, alla quantificazione in decibel di un rumore. Chi domanda la definizione di volume, senza orientare nella polisemia, pone un compito che scatena un grave disturbo di comunicazione.
Se invece un professore di matematica introduce la sua lezione ricordando di voler spiegare le regole per ottenere i volumi, tutti capiscono di che cosa ha intenzione di parlare. In questo caso, infatti, il contesto ha elaborato la polisemia.
Quando le parole hanno molteplici significati, è possibile una comunicazione non equivoca solo se esiste un contesto che permetta di selezionare tra i possibili significati quello che l'emittente desidera proporre al ricevente.
Questa funzione non è di semplice filtro esterno. Permette di elaborare la polisemia soprattutto perché rappresenta un luogo di identificazione. Entra, in qualche modo, nel merito dei processi di comunicazione: aiuta le persone a far propri significati, valori, modelli, orientamenti di vita, diffusi in quella struttura.
In questo senso il contesto opera come struttura di attendibilità.
Nella comunicazione pastorale esistono difficoltà di messaggio, di contenuti, di significatività: la comunicazione risulta così disturbata. Quando la comunicazione avviene in strutture capaci di sostenere l'identificazione del soggetto, i disturbi oggettivi sono meno preoccupanti e più facilmente controllabili. Il soggetto raffina la sua capacità di comprensione perché è interessato al processo.
Se la comunità cristiana rappresenta per i giovani una reale struttura di attendibilità, il processo di iniziazione alla esperienza cristiana potrà svilupparsi in modo corretto, anche se per il momento non è ancora tutto perfetto. I giovani si sentono dentro la comunità, accolti e protetti nel suo grembo materno. Forse non conoscono ancora tutti i contenuti dell'esistenza cristiana che la comunità propone. Forse sono attraversati da dubbi e incertezze. Anche la traduzione dell'esperienza di fede in esperienze etiche soffre di troppi tradimenti. Resta però il dato fondamentale dell'identificazione con la comunità.
All'interno della comunità, i giovani potranno crescere progressivamente, in conoscenza e in coerenza.
Non viene misurato lo stadio conoscitivo attuale, come se si dovesse superare un esame scolastico. Viene invece assicurato il riferimento affettivo con la comunità. Tutto il resto si svilupperà, nel ritmo incerto e progressivo della vita.
Le cose vanno veramente così?
Ho grossi dubbi. Per questo parlo di «crisi delle strutture di attendibilità», come cassa di risonanza per le sfide precedenti. Troppe comunità ecclesiali si sono ridotte ad un crocevia disarticolato e disimpegnato, in cui scorrono le proposte le più disparate. Così esse non riescono a diventare luogo di identificazione. E, di conseguenza, non possono risultare quella indispensabile struttura di attendibilità che riempie di vita i segni linguistici di sempre e produce nuovi segni per esprimere nuove parole di vita.
La crisi delle comunità ecclesiali rappresenta l'ultima ragione dei disturbi nella comunicazione evangelizzatrice, quella che riprende e fa diventare acuti e drammatici i problemi di messaggio, di contenuto e di significato.

6.4. Nel fondo dei problemi: è possibile essere religiosi restando gente di questo tempo?

Ripensiamo con disponibile attenzione al contenuto provocante dei problemi appena ricordati. È facile cogliere un denominatore comune. La sfida non è tra chi vuole essere religioso e chi ormai rifiuta questa ipotesi. La sfida è tra vivere una esperienza religiosa che permetta di restare pienamente giovani di questo tempo o rinunciare ad una delle due esigenze: rinunciare ad essere gente di questo tempo per vivere religiosamente o rinunciare alla dimensione religiosa dell'esistenza per restare nel nostro tempo.
Le cose non vanno così per tutti i giovani. Qualcuno non soffre la crisi o ne ha trovato già vie di uscita. Altri sono in crisi per ragioni molto soggettive.
La scelta di misurarci però con tutti, a partire dagli ultimi, ci sollecita a guardare oltre le eccezioni, per toccare la soglia strutturale dei problemi.
In questa prospettiva, la sfida a cui la pastorale giovanile è chiamata a dare risposta, assume il tono drammatico di un interrogativo di fondo: si può amare questa vita e sognare felicità in compagnia di tutti gli uomini, confessando contemporaneamente che Gesù è il Signore, nella comunità dei credenti?
Su questa provocazione si gioca oggi la missione pastorale della comunità ecclesiale, soprattutto a livello giovanile. Non abbiamo più tempo per distrarci attorno ai piccoli problemi inventati come alibi per difenderci dalla realtà che ci preme addosso. Ma neppure possiamo continuare a lamentarci degli scacchi e delle difficoltà, cercando sempre qualcuno su cui scaricare le colpe.
È in gioco qualcosa di grande e urgente: operiamo per la vita contro la morte, ma operiamo con Colui che ha già vinto definitivamente la morte.