5. Collaborare nella comunità ecclesiale attorno ad un «progetto»

Inserito in Pastorale giovanile e animazione.

 

Cf Riccardo Tonelli, Pastorale giovanile
e animazione. 
Una collaborazione per la vita e la speranza
 


5. COLLABORARE NELLA COMUNITÀ ECCLESIALE ATTORNO AD UN «PROGETTO»

La pastorale giovanile è l'insieme delle azioni che la comunità ecclesiale pone, per attuare la salvezza di Dio in situazione giovanile.
Essa, di conseguenza, è azione specializzata dell'unico soggetto ecclesiale, impegnato secondo modalità differenti nell'unica causa.
Non posso immaginare pressioni per far preferire la pastorale giovanile a quella degli adulti, o viceversa. Né posso immaginare la pastorale giovanile come un ambito settoriale, ritagliato e protetto, perché nessuno vi entri a devastare le tenere pianticene o perché l'onda violenta dei giovani non invada il terreno tranquillo e consolidato della pastorale ecclesiale tradizionale.
La comunità ecclesiale a cui riconsegno la globale responsabilità per la causa della salvezza in situazione giovanile, è la Chiesa locale. Essa è il soggetto unico, impegnato ad assolvere la sua missione in modalità differenti e specializzate. Per compierla, convergono i diversi carismi e ministeri (organismi, movimenti e associazioni, comunità religiose, ministeri ordinati...). Sulla grande causa che essa persegue, tutti si misurano, per mettere le diversità al servizio del Regno, nel dialogo e nel confronto.

5.1. Un progetto condiviso per collaborare

Non è facile però collaborare se alla radice non c'è un progetto comune e condiviso.
La difficoltà di collaborazione non nasce dalla assenza assoluta di progetto. Nessuno infatti passa dal silenzio alla parola, dal disinteresse alla responsabilità, dall'inerzia all'azione, a caso. Di solito, cambia situazione esistenziale solo chi ha un suo progetto sulla realtà e lo vuole realizzare.
Certamente non sono necessari quadri di riferimento ad alto potenziale e tantomeno un profondo indice di consapevolezza. Ci deve essere però un suo «perché», se qualcuno trova il coraggio di gettarsi nella mischia dell'azione.
Il problema che stiamo studiando non sta dunque nell'alternativa tra presenza o assenza di un progetto. Si colloca altrove.
È difficile dare per scontato che coloro che si mettono a collaborare per la realizzazione di qualcosa, abbiano la stessa ragione per farlo. È difficile, per l'imprevedibile ricchezza di ogni persona. Ed è difficile oggi, in modo tutto particolare, per il vasto pluralismo che attraversa l'esistenza personale e collettiva.
Quando l'oggetto da realizzare coinvolge l'esperienza religiosa ed ecclesiale, come è nel nostro caso, le difficoltà crescono, invece di diminuire. Da una parte, infatti, il pluralismo culturale attraversa questa esperienza in termini molto marcati. Dall'altra, poi, l'esperienza religiosa è di natura sua sbilanciata verso la soggettività: solo nella personale confessione la stessa fede nell'unico Signore diventa «proclamazione» per gli altri.
Il problema non sta quindi nell'assenza di progetti, ma nel fatto che ciascuno ha il proprio e questo non ha niente da spartire con quello degli altri. L'unica via di uscita resta il confronto sui personali progetti e il lento faticoso cammino verso un progetto nuovo, comune e condiviso.
Ho insistito sul fatto che ciascuno giunge all'azione con un suo progetto, perché il progetto comune non può nascere che dal confronto e dal superamento di questo prezioso punto di riferimento: frutto dei singoli progetti, è «oltre» ciascuno di essi. Non è il bottino di guerra che qualcuno si assicura nella zuffa aperta dal confronto. E neppure può consistere in quel compromesso che manovra nello scambio tra concessioni e irrigidimenti.
Tutti risultano «vincitori» quando nasce un progetto nuovo. Esso è arricchito dai germi di vita che ciascuno ha saputo offrire: ed è per questo un dono prezioso per tutti.

5.2. Per definire «progetto»

Nella piattaforma concettuale in cui ho collocato il binomio collaborazione- progetto, ho utilizzato i termini con una prima spontanea approssimazione. Ora devo ricostruire un significato più preciso. Per fare questo, riprendo in considerazione la voce-chiave; cosa è «progetto»? Mi muovo per il momento in una logica prevalentemente formale.

5.2.1. Progetto come insieme di valori operativi
Per comprendere cosa sia «progetto», paragono il suo significato ad altri due termini, tanto vicini che spesso sono persino usati come sinonimi I due termini in questione sono: ideario e programmazione.
«Ideario» non è una parola del vocabolario corrente; è piuttosto un neologismo di origine spagnola. Anche se non usiamo il lemma, abbiamo però spesso in mente il suo contenuto. Ideario significa un insieme di idee, orientamenti, valori, riferimenti a carattere generale e globale, che sono utilizzati come «ispirazione» ultima di un'azione educativa e pastorale. Sul piano dell'ideario si collocano i criteri che qualificano nel pluralismo delle possibili opzioni e le intenzioni di fondo che spingono verso l'azione concreta.
Il carattere generale e un po' astratto dell'ideario non comporta affatto una sua squalifica. Al contrario, proprio l'ideario dice quanto no importanti le «idee» di fondo per ogni prassi e come da una visione antropologica e teologica scaturisca una prassi tanto qualificata da differenziarsi radicalmente da quella che si ispira ad altre visioni.
L'altro termine, introdotto per definire dal negativo «progetto», è «programmazione». La programmazione ha una precisa connotazione pratica e operativa. Determina le strategie concrete mediante le quali passare all'azione. Stabilisce i tempi e i luoghi, le urgenze e le modalità, gli agenti e i livelli di responsabilità spicciola nella cui risonanza si intende operare.
L'ideario ha la pretesa di una certa universalità e durata nel tempo per il suo carattere globale e generale. La programmazione invece risulta sempre molto datata per esigenze di concretezza. Tutti sanno infatti quanto siano inutili le programmazioni generiche e vaghe.
Sul piano dell'ideario la convergenza deve risultare piena. Di solito però non è difficile assicurarla, se l'ideario rispetta il suo carattere di riferimento ultimo e fondante. Sul piano della programmazione, la collaborazione lascia il posto ad una corretta «divisione» dei compiti e degli interventi, in base alle urgenze, alle competenze, alle responsabilità. La collaborazione sta nell'assemblaggio dei diversi contributi, verso quel «prodotto» finito che è il frutto maturo di una pluralità di approcci diversificati.
Progetto dice qualcosa di intermedio tra ideario e programmazione. È sbilanciato verso gli orientamenti di riferimento; ma è tanto carico di risonanza operativa da sporgersi decisamente verso la programmazione.
Progetto è un insieme di orientamenti a carattere operativo che determinano la modalità storica, «situata» e «datata» dell'idearlo. Al suo livello sono riscritti i valori qualificanti, in un confronto disponibile con le urgenze del momento e del luogo, fino a poter dire: qui-ora ci muoviamo «dentro» questo orizzonte.
Il progetto ha carattere totalizzante, perché è impastato di orientamenti e di valori. Ma è sempre «relativo» a una situazione concreta e storica.

5.2.2. Quale collaborazione sul progetto
Definito così il progetto, è possibile ipotizzare un modello di collaborazione, a livello di elaborazione, di esecuzione e di verifica. Il «contenuto» del progetto non è dato una volta per sempre. Va costruito in situazione, nella fatica di riscrivere gli orientamenti generali in orientamenti operativi.
Ci sono casi specifici in cui l'ideario è assicurato da responsabilità carismatiche. In una istituzione scolastica gestita da una Congregazione religiosa, nell'orientamento pastorale di una Chiesa locale o di un movimento ecclesiale, c'è per esempio una responsabilità non pattuibile circa l'ispirazione fondamentale della proposta. Il progetto però è sempre qualcosa da costruire in corresponsabilità, perché il riferimento alle situazioni trascina l'«assoluto» di cui alcuni sono «testimoni», verso il «relativo» del qui-ora: tutti coloro che fanno parte della istituzione educativa ne hanno una precisa titolarità (diritto e dovere, esigenze e competenze).
La corresponsabilità in fase elaborativa apre e fonda quella in fase esecutiva e valutativa. Si tratta però di una corresponsabilità particolare. Il progetto si traduce in azione (in forza della programmazione) sulla misura delle differenti competenze e nel ritmo dei diversi interventi. Lo stesso quadro di orientamenti operativi «ispira» il gesto di chi fa la catechesi e quello di colui che anima l'interesse sportivo, nella stessa istituzione educativa e pastorale. Sul piano operativo, la collaborazione non significa di conseguenza uniformità di azioni; ma neppure giustifica la frammentazione di interventi. Il progetto è lo stesso; è stato costruito in uno sforzo comune e condiviso; su esso tutti si misurano. Questo tutti intendono costruire, anche se operano su frontiere molto differenti.
La corresponsabilità non investe il confronto tra i diversi interventi, ma attraversa il processo che va dal progetto (valori operativi comuni) agli interventi (modalità diversificate di realizzarli). La corresponsabilità sul piano esecutivo è assicurata nella consapevolezza che l'oggetto fondante la prassi è comune e condiviso. Chi lo sente come proprio, guarda, con speranza preoccupata e operosa, coloro che lo stanno realizzando sui diversi fronti. Non intende giudicare quello che viene fatto, per rispetto alla autonoma competenza altrui. Valuta però se quello che viene fatto si porta dentro lo «stile» del progetto e assicura la sua esecuzione. Non si verificano le singole prassi ma la loro congruenza nei confronti del comune progetto.

5.3. Quale progetto

Finora ho ritagliato un modello formale. Ho descritto le caratteristiche di un buon progetto, capace di diventare luogo di collaborazione. Coloro che sono d'accordo su questa ipotesi, hanno ancora un lungo cammino da percorrere, per dare sostanza alla forma, consistenza e spessore al modello.
Facciamo allora un passo avanti, entrando un po' di più nel merito. Studiamo le dimensioni di un buon progetto e vediamo come possono essere montate in pratica. 

Alla ricerca di un progetto 

5.3.1. Le dimensioni di un buon progetto
Chi si mette a fare progetti si trova immediatamente provocato da quattro domande:
- Quali finalità intendiamo raggiungere?
- Quali domande, implicite o esplicite, emergono nei soggetti?
- Quali risorse educative sono disponibili in concreto, per raggiungere le finalità prefissate?
- In che modo è possibile verificare se queste finalità sono state raggiunte? Le quattro domande esprimono le dimensioni di un corretto progetto: obiettivo, situazione di partenza, metodo, valutazione.
Approfondisco brevemente queste dimensioni.

L'obiettivo
L'obiettivo è determinato dalle competenze a cui tende tutto il progetto.
Dicendo «competenze» si dice ancora troppo poco: la formula viene usata secondo accezioni spesso differenti. In questo contesto «competenza» significa una abilitazione composta di tre elementi: conoscenze, atteggiamenti e comportamenti.
Le conoscenze sono assicurate dalla progressiva assimilazione dei contenuti che esprimono in modo autorevole la dimensione veritativa di una proposta.
Gli atteggiamenti sono rappresentati da quelle strutturazioni del personale dinamismo psichico che orientano i comportamenti verso gli oggetti proposti.
I comportamenti sono le concrete scelte operative, espresse nelle differenti situazioni dell'esistenza.
Una seria definizione di obiettivi si muove inoltre su tre differenti livelli.
Il primo livello è determinato dalla definizione dell'obiettivo generale, quello che forma la ragion d'essere del processo. Fornisce le grandi direzioni di marcia, anche se non è immediatamente operativo.
Il secondo livello è dato dalle competenze concrete, che indicano il cammino operativo e le tappe progressive per raggiungere la meta finale
Il terzo livello propone una serie di obiettivi a carattere quasi comportamentale, che esprimono in modo verificabile le indicazioni dei primi due livelli.

La situazione di partenza
La situazione di partenza non è qualcosa di astratto: è invece costituita dai «destinatari» concreti con cui si fa il progetto. Possono essere identificati in molti modi.
Quando si fa un progetto educativo è importante cogliere non solo quello che essi esprimono a voce alta. Bisogna anche saper interpretare, collegare, organizzare le voci sommerse, sussurrate o silenziose. Si tratta cioè di definire i destinatari attraverso un approccio già educativamente collocato.
Destinatari sono quindi come una trama di bisogni e di esigenze educative: alcune risultano espresse, altre restano implicite.

Il metodo
Metodo è quella particolare selezione e organizzazione delle risorse disponibili e delle operazioni praticabili, che serve a creare le condizioni favorevoli per far raggiungere gli obiettivi nelle diverse situazioni di partenza.

La valutazione
Valutazione è quell'operazione che serve a verificare se e fino a che punto gli obiettivi proposti sono stati raggiunti.
Va condotta con una doppia preoccupazione. Bisogna verificare prima di tutto se gli obiettivi sono raggiungibili, per non chiedere sforzi inutili. E bisogna poi verificare se il metodo era adeguato a far raggiungere gli obiettivi stessi.
La valutazione investe perciò tutta la struttura del progetto.
Non possiamo inoltre dimenticare che in ogni processo educativo e pastorale resta un margine molto ampio di imponderabilità. In causa ci sono realtà che sfuggono ad ogni misurazione esterna: la libertà dell'uomo e la presenza interpellante di Dio.

5.3.2. Come montare le dimensioni del progetto?
Ho elencato e commentato le quattro dimensioni di ogni buon progetto. L'ordine è stato puramente casuale. Esiste un ordine preferenziale?
Possiamo per esempio partire dagli obiettivi; o possiamo partire dai destinatari. La differenza sembra minima. Eppure le due sequenze riflettono concezioni educative e pastorali molto diverse.
Dobbiamo fermarci un attimo a meditare questo importante problema. Esso riguarda in ultima analisi il peso affidato alle «situazioni» nei progetti educativi e pastorali.
Situazione è formula evocativa per dire tutto quello che ha sapore di storia quotidiana, di concretezza, di qui-ora. È dire con altre parole i «destinatari», colti con un approccio educativo pieno.
Il modello teologico tradizionale affidava alla situazione una funzione passiva, di «recezione», di «destinazione», di «banco di prova». La comprensione della salvezza e la descrizione delle azioni da porre per assicurarla erano definite in assoluto, in fedeltà ad un progetto che ci viene da lontano. La situazione concreta non aveva peso sul progetto, non lo modificava in nulla. Le eventuali difficoltà operative erano superate attraverso adattamenti provvisori e parziali.
Come reazione, in questi ultimi anni qualcuno ha tentato di capovolgere le posizioni. Alla situazione è stata affidata spesso una funzione decisiva, normativa anche rispetto al progetto.
Oggi sta crescendo una sensibilità diversa, molto più matura. Essa è legata a quella intensa riscoperta dell'Incarnazione su cui si è costruito il rinnovamento pastorale postconciliare.
Per l'Incarnazione riconosciamo in ogni evento e in ogni gesto di salvezza l'intreccio meraviglioso e misterioso tra potenza di Dio e povertà dell'uomo, tra fede e cultura, tra trascendenza e esperienza umana.
La nostra povera umanità è il luogo in cui Dio ha deciso di farsi vicino, sperimentabile, incontrabile, per essere il Dio che salva. Nell'umanità dell'Uomo Gesù e di tutti gli uomini, la parola ineffabile di Dio si è fatta parola d'uomo, per essere parola per l'uomo.
Non è facile distinguere tra contenuto trascendente e rivestimento culturale umano, perché la compenetrazione è profonda, come nell'Incarnazione, appunto. Sarebbe cosa grave però far passare come Parola definitiva di Dio le parole umane che la esprimono.
L'ermeneutica è la scienza che studia questi processi. Nata in ambito profano, è stata utilizzata presto anche nella teologia. E così si è approdati a riconoscere che il confronto tra fede e cultura si sviluppa sempre secondo un modello circolare, intessuto di «dare» e «ricevere».
La coscienza ermeneutica sollecita a considerare la «situazione» come un vero «luogo teologico», che dà «carne» storica all'unico progetto di salvezza.
Lungo la storia, esso si è progressivamente incarnato in scelte, orientamenti, preoccupazioni, espressioni. Anche oggi dobbiamo riscriverlo, decifrando quello che è relativo, frutto della «situazione», da quello che invece è decisivo e normativo, perché legato alla intenzione salvifica di Dio in Gesù Cristo.
In questa prospettiva, le situazioni continuano la grande esperienza dell'Incarnazione: fanno esistere la salvezza per l'oggi della nostra storia.
Per questo propongo un progetto che metta in circolarità ermeneutica i grandi obiettivi dell'esistenza cristiana (gli obiettivi di primo livello) e le situazioni giovanili e culturali attuali. Nel confronto nascono nuovi obiettivi (di secondo e di terzo livello), capaci di ripensare le esigenze di sempre, in dialogo con le sfide di oggi, in una proposta fedele a Dio e all'uomo, in un'unica radicale fedeltà.
Per ora lascio le cose a questo punto. Le riprenderò in modo concreto, quando studieremo l'obiettivo dell'attuale pastorale giovanile.

5.4. E la grazia dello Spirito?

Fare un progetto significa rimboccarsi coraggiosamente le maniche e cercare soluzioni corrette e pertinenti, lavorando di scienza, di amore e di fantasia.
Qualche amico potrebbe obiettare: «E la grazia dello Spirito Santo... dove va a finire?»
Sembra quasi che la pastorale giovanile sia un'impresa solamente umana, dove vince il più forte e il più preparato.
L'obiezione è vera e molto importante. Non possiamo mai dimenticare che obiettivo dell'azione pastorale è operare quella salvezza che è dono di Dio. Nella logica del Regno l'operatore pastorale sa perciò di essere sempre un «servo inutile».
L'Incarnazione ci aiuta però a comprendere quanto sia indispensabile questo «servo inutile» nell'atto pastorale.
La salvezza è un dono che attraversa il dialogo misterioso tra l'amore interpellante di Dio e la libertà e responsabilità di ogni uomo. Nel progetto imprevedibile di Dio, questo dialogo si realizza all'interno di mediazioni umane: l'umanità di Gesù di Nazaret, il servizio pastorale della Chiesa, l'impegno di collaborazione di ogni uomo. Queste mediazioni non costituiscono il dialogo salvifico. Ma lo sostengono, lo attivano o, al contrario, lo possono soffocare. La qualificazione dell'operatore, la capacità di trasparenza della comunità ecclesiale, la corretta definizione di un progetto, rappresentano il contributo «inutile» rispetto al dono, ma «indispensabile» (rispetto alla sua comunicazione).
Il frutto dell'azione pastorale non è assicurato dalla qualità del progetto. Eppure senza competenza e qualificazione, l'azione pastorale non riesce, abitualmente, a produrre i suoi frutti.
Questa è la responsabilità, tremenda e impegnativa, della Chiesa nei confronti dell'attuazione storica del Regno di Dio.
Del resto, sappiamo per fede che l'umanità dell'uomo non è solo «strumento» della presenza salvifica di Dio. Essa è già presenza e contemporaneità di Dio ad ogni uomo. Per questo, l'impegno a qualificare la progettazione pastorale è prima di tutto riconoscimento di una presenza, misteriosa ma intimissima. La confessiamo proprio nella fatica quotidiana di esprimere un servizio pastorale sempre più attento, impegnativo, efficace.