4. Il contributo dell'animazione alla pastorale giovanile

Inserito in Pastorale giovanile e animazione.

 

Cf Riccardo Tonelli, Pastorale giovanile e animazione. Una collaborazione per la vita e la speranza

 


4. IL CONTRIBUTO DELL'ANIMAZIONE ALLA PASTORALE GIOVANILE

Chi ricomprende lo sviluppo della Rivelazione alla luce dell'Incarnazione, conclude sulla necessità di far dialogare educazione e educazione alla fede, almeno fino ad un certo punto.
Il confine non è di quantità ma di qualità. Infatti non c'è un primo tratto di strada percorribile in compagnia con i dinamismi antropologici, e un secondo tratto dove tutto resta affidato all'imponderabile presenza dello Spirito. Potenza di Dio e competenza umana sono invece compagni di viaggio dalla partenza all'arrivo, anche se sono interlocutori diversi, a cui va riconosciuto uno spazio operativo molto differente.
Nel porre il problema e nel prospettare una ipotesi di soluzione ho parlato sempre di «educazione» in modo generale. Sappiamo però che non esiste una educazione in astratto. Esistono invece i concreti e diversificati modelli in cui definiamo l'educazione, sul piano pratico e in quello teorico.
L'animazione è uno di questi differenti modelli.
Può rappresentare l'orizzonte educativo in cui comprendere e realizzare in modo corretto gli interventi necessari per educare alla fede?
Qualcuno avanza anche una pretesa più impegnativa. Nell'attuale situazione culturale e giovanile potrebbe l'animazione costituire un contributo così privilegiato da fondare una pastorale giovanile in stile di animazione?

4.1. Una risposta sul piano della teoria

La prima risposta proviene da una teoria dell'animazione. Mi limito a qualche cenno, veloce e schematico, perché è stato scritto già molto sul tema, e in termini assai stimolanti.
L'animazione è un originale stile educativo che ha lo scopo di maturare le persone e le istituzioni, attivando un processo critico di promozione liberatrice. Esso si realizza al di dentro dei processi di socializzazione.
La socializzazione avviene generalmente secondo modalità automatiche, legate ad un rapporto meccanico tra persone e istituzioni sociali, politiche, economiche, culturali, religiose. L'animazione invece mira a favorire la crescita attraverso interventi condivisi da tutti i protagonisti e protesi al raggiungimento di finalità concordate.
L'animazione per la sua funzione critica si qualifica come stimolo alla responsabilizzazione, mentre la semplice socializzazione ha una funzione prevalentemente integratrice.
Questo impegno avviene soprattutto attraverso la progressiva restituzione ad ogni persona di un protagonismo responsabile. La persona è così sollecitata a scoprire le sue aspirazioni più autentiche e maturanti e a realizzarle con creatività, nel confronto interpellante con le libertà e le attese degli altri uomini e nel realismo della diverse mediazioni istituzionali.
Se confrontiamo questi accenni con quello che la teologia dell'Incarnazione ci fa conoscere a proposito della decisione di fede, risulta facile dare una risposta pienamente positiva alla domanda che mi sono posto.
Il modello educativo assunto dall'animazione rappresenta una proposta ideale per realizzare le esigenze che scaturiscono dalla dimensione educabile della fede.
La fede è una risposta personale, libera e responsabile, pronunciata all'interno di un progetto dotato di una sua consistenza normativa e segnato da una precisa dimensione comunitaria. Per educare a questa decisione si richiede nello stesso tempo l'educazione alla libertà e responsabilità e la disponibilità alla solidarietà ecclesiale e alla accoglienza di progetti già dati. La libertà riconquista alla verità personale il dono in cui siamo collocati, che giudica e misura questa stessa libertà.
La decisione di fede diventa perciò tanto più libera, responsabile, matura e autentica, quanto più la persona attua in sé un processo di libertà, responsabilità, solidarietà, crescita in umanità.
L'animazione può essere considerata quindi uno stile privilegiato non solo per educare, ma anche per intervenire educativamente nell'educazione alla fede.

4.2. Una risposta dal vissuto

Ho maturato una risposta teorica al problema. Ce n'è però un'altra. Viene dal vissuto di molti operatori e comunità ecclesiali.
Molte esperienze risolvono la domanda teorica sulla possibilità di utilizzare l'animazione come modalità educativa della pastorale giovanile, facendo toccare con mano i frutti preziosi di una collaborazione in atto.
Cito un fatto: uno dei tanti che possiamo raccontarci.
Nel luglio 1985 «Note di pastorale giovanile» ha organizzato due settimane di studi sull'animazione. Al sottoscritto è toccato il compito di guidare un gruppo di ricerca sul rapporto tra pastorale giovanile e animazione.
Siamo partiti dall'interrogativo: dal momento che l'animazione rappresenta uno stile globale di presenza e di relazione educativa e comunicativa, si può fare pastorale giovanile secondo lo stile dell'animazione? Come si nota, proprio il tema che stiamo analizzando.
Alle prime battute ho fatto una gioiosa constatazione: la maggior parte degli amici che lavoravano con me, stava già sperimentando in prima persona la piena compatibilità. Anzi, molti erano arrivati alla conclusione del reciproco «guadagno». Fare pastorale giovanile in stile di animazione fa crescere la pastorale giovanile e l'animazione nello stesso tempo.
Non ci siamo fermati a questa constatazione. Abbiamo, per forza di cose, problematizzato tutto, per trovare nuove motivazioni e nuovi modelli. L'operazione è stata condotta però nel clima rassicurante di qualcosa che stava già dando frutti insperati.
Dando voce a questo vissuto ecclesiale, raccolgo i contributi che l'animazione offre alla pastorale giovanile in tre indicazioni. Le ricordo solo con qualche battuta evocativa, perché rimando l'approfondimento necessario a quello che altri hanno già scritto sull'animazione.
Così come suonano e negli orientamenti che le ispirano, sono un po' delle «scommesse»: investono oggetti importanti, da raggiungere su sentieri che non hanno l'evidenza delle dimostrazioni geometriche. Ci sono maturate dentro, come tutta l'animazione, meditando da credenti su quello che scienza e sapienza ci suggeriscono attorno ai grossi problemi educativi che investono oggi la condizione culturale e giovanile.

4.2.1. La scommessa sull'educazione
L'animazione si regge su una grande fiducia nei confronti dell'educazione, intesa come presenza e relazione per restituire a ciascuno protagonismo responsabile, gioia di vivere e capacità di sperare. L'animazione dà così una definizione di educazione, mentre afferma la sua forza rigeneratrice.
Tutto questo ha il sapore di una «scommessa».
Sappiamo di vivere in una situazione di crisi drammatica e complessa: l'uomo è al centro di una trama di relazioni politiche, economiche, culturali che lo condizionano e spesso lo soffocano. Ci chiediamo: cosa fare per restituire all'uomo vita e responsabilità, speranza e capacità di guardare verso il futuro?
Le ragioni della crisi sono molte. E richiedono interventi molteplici e articolati. La coscienza della complessità può però spegnere ogni possibilità concreta di azione.
Scommettere sull'educazione significa, in questo contesto, riconoscere nell'educazione la via di uscita da privilegiare; significa decidere di giocare tutte le risorse in questa direzione.
Rendere l'uomo felice, restituendogli la gioia di vivere, è una piccola cosa nella mischia delle sopraffazioni, degli intrighi, degli sfruttamenti, delle violenze. Ma è cosa tanto grande che vale la pena di impegnare tutte le energie per perseguirla.

4.2.2. La «passione per la vita»
L'animazione crede profondamente alla vita. La vita è la sua passione. Si impegna a favore della vita e lotta perché si allarghino i confini della vita contro quelli della morte, affermando la sua fiducia sulla vita e la certezza della sua vittoria.
Vita e morte sono parole troppo usate. Possono diventare frasi ad effetto, senza più un contenuto preciso.
L'animazione suggerisce anche un modo di intendere vita e morte. Vita è dominio dell'uomo sulla realtà, creazione di una comunità fraterna, comunione filiale con Dio. Morte è il suo contrario.
Il dominio dell'uomo sulla realtà implica la liberazione dell'uomo dal potere schiavizzante delle cose per impadronirsi di tutte le potenzialità insite in esse.
Costruire vita significa perciò restituire ogni persona alla consapevolezza della propria dignità. Significa rimettere la soggettività personale al centro dell'esistenza, contro ogni forma di alienazione e spossessamento. Comporta di conseguenza un rapporto nuovo con se stesso e con la realtà, per fare di ogni uomo il signore della sua vita e delle cose che la riempiono e la circondano.
Questo obiettivo richiede però un impegno fattivo, giocato in una speranza operosa, perché tutti siano restituiti alla piena soggettività. Lavorare per la vita significa di conseguenza lavorare perché veramente ogni uomo si riappropri di questa consapevolezza e perché il gioco dell'esistenza sia realizzato dentro strutture che consentano efficacemente a tutti di essere «signori».
La creazione di una comunità fraterna fra tutti gli uomini esige che scompaiano dal mondo gli atteggiamenti, i rapporti e le strutture non fraterne, per crearne altre che siano espressione e sostegno della fraternità.
L'animazione vuole inoltre favorire anche l'incontro con un Dio personale, nel nome della verità dell'uomo che intende servire e ricostruire. Chi vive in Dio è nella vita; chi lo ignora, chi lo teme, chi lo pensa un tiranno bizzarro, è nella morte. L'animazione riconosce la costitutiva apertura dell'uomo alla trascendenza e incoraggia la saturazione di questa invocazione radicale nella comunione filiale con Dio. Per questo si impegna a sradicare ogni forma di paura e di irresponsabilità nei suoi confronti e ogni tipo di idolatria: solo in questo spazio liberato è possibile poi far crescere adeguati rapporti affettivi e operativi.

4.2.3. L'autorevolezza educativa
Passione per la vita e scommessa sull'educazione sembrano, a prima vista, due riferimenti contraddittori. E lo sono, se li pensiamo nella logica che dominava il campo educativo e pastorale fino a pochi anni fa, quando i modelli si distendevano nell'alternativa rigida tra la pedagogia autoritaria, finalizzata al consenso, e la pedagogia permissiva, giocata attorno alla sola creatività e spontaneità.
L'animazione ha rotto il cerchio di cui eravamo prigionieri, introducendo la possibilità di credere alla vita e alla sua capacità di autorigenerarsi, senza rinunciare alle esigenze di una relazione educativa, autorevole e propositiva.
Per l'animazione l'educazione è la qualità in cui si esprime l'amore alla vita, la via privilegiata per restituirla ad ogni uomo.
Chi ama la vita vuole certamente sollecitare tutti a crescere verso una maturazione in pienezza. Non riesce ad accontentarsi in modo rassegnato dell'esistente. Rifiuta però la tentazione di cercare modelli forti, autoritari, espressi in una astratta oggettività: non possono assicurare un esito veramente a misura di responsabilità umana. Neppure però preferisce i mezzi più immediatamente efficaci, quelli che sembrano richiedere meno risorse, come è facile prospettare in tempo di crisi.
Cerca invece i frammenti di vita nuova, sparsi nel labirinto dell'esistenza personale e collettiva e propone la condivisione e la loro accoglienza incondizionata come strumento privilegiato per assicurare il cammino e la trasformazione continua.
La ragione è una esperienza qualificante: l'uomo che l'animazione pone al centro, è l'uomo quotidiano, debole e povero, incerto e traditore, accolto e riconosciuto come già «nuovo».
Anche questa è un po' una scommessa.
L'animazione parla di «uomo nuovo» perché constata i suoi limiti, le resistenze, le involuzioni, i tradimenti; ma legge il presente come già segnato germinalmente dal suo futuro. Per questo crede alla vita.
La novità è un progetto: un germe donato che si fa responsabilità e fatica. L'uomo nuovo si fa nuovo progressivamente attraverso quella fatica di vivere in cui mette a frutto la novità che ha ricevuto per dono.
L'uomo diventa nuovo liberando la sua libertà e la sua responsabilità. Questo processo è attivato dalla presenza inquietante degli altri. La relazione interpersonale di tipo asimmetrico (quella che si risolve tra «diversi») ha la funzione di sostenere la maturazione della libertà, chiamando alla responsabilità.
Per questo l'animazione riconosce l'importanza dell'educazione come relazione comunicativa, giocata in modelli asimmetrici. Non prevede la dissoluzione di una specifica funzione propositiva. Al contrario, la riafferma ricostruendola, per dare concretezza operativa alla passione per la vita.

4.3. La pastorale giovanile a scuola dall'animazione

L'Incarnazione ha sollecitato a considerare l'educazione con rispetto disponibile e accogliente. Non dice però fino a che punto siamo tenuti a farlo. E soprattutto non dice quale contenuto dobbiamo dare alla formula. I nostri problemi sono risolti perciò solo per metà.
L'animazione ci aiuta a portare più avanti quello che il riferimento all'Incarnazione ha trasformato in patrimonio abbastanza condiviso tra gli operatori della pastorale giovanile italiana. Anche grazie all'animazione, l'Incarnazione viene così riscoperta come la grande scommessa di Dio sull'uomo e sulla vita.
In questa prospettiva abbiamo imparato a rileggere la parabola dei vignaiuoli ribelli. Gesù stesso l'ha raccontata per dare le sue credenziali (Lc 20,9-19).
Il padrone della vigna, quando costata che gli hanno malmenato servi e soldati, «scommette» che le cose cambieranno perché manda suo figlio a trattare con i dipendenti in sciopero.
Nel figlio consegnato inesorabilmente alla morte, il padrone della vigna scommette per la vita contro la morte, perché dichiara la vittoria sicura della vita sulla morte. Lotta per la vita perché è certo della sua vittoria, nella vita data per amore fino alla morte.
Si realizza così un ideale circolo ermeneutico: la meditazione teologica sull'Incarnazione spinge verso l'educazione; l'animazione dà contenuti concreti a questo orientamento.
L'animazione parla di vita e descrive i contenuti di morte da cui liberare. La pastorale giovanile ripensa il conflitto tra vita e morte dalla prospettiva del peccato e della salvezza. Introduce una lettura teologica per cogliere la verità profonda dell'esistenza dell'uomo nel progetto di Dio e dà concretezza a questa verità accolta nelle parole e nei gesti dell'esistenza quotidiana.
Animazione e pastorale giovanile si ritrovano convergenti su un'unica affascinante passione: restituire ad ogni persona la gioia di vivere e il coraggio di sperare. L'animazione fa passare da morte a vita attraverso l'educazione. La pastorale giovanile privilegia la via dell'educazione per condurre dall'esperienza triste del peccato alla gioia dell'incontro con il Dio che salva.

4.3.1. Educazione è il nome della «promozione umana» in campo di pastorale giovanile
La comunità ecclesiale, nel nome del suo Signore, riconosce la portata «salvifica» dell'educazione, la sua capacità di rigenerare veramente l'uomo e la società.
Impegnata al servizio della causa di Dio nella causa dell'uomo, fa dell'educazione la sua passione, lo stile della sua presenza, lo strumento privilegiato della sua azione.
Attorno all'educazione organizza le sue risorse. Nel nome dell'educazione chiede ai singoli uomini e alle istituzioni pubbliche un impegno di promozione dell'uomo e di trasformazione politica e culturale.
Scegliendo di giocare la sua speranza nella educazione, sente di essere fedele al suo Signore. Con lui crede alla efficacia dei mezzi poveri per la rigenerazione personale e collettiva, e crede all'uomo come principio di rigenerazione: restituito alla gioia di vivere e al coraggio di sperare, riconciliato con se stesso, con gli altri e con Dio, può costruire nel tempo il Regno della definitività.

4.3.2. Restituire vita e felicità per annunciare Gesù
Ho indicato l'educazione come il luogo privilegiato in cui operare per la salvezza di Gesù il Signore.
L'affermazione potrebbe risultare equivoca dal punto di vista pastorale. Sappiamo che la funzione della pastorale non può essere ristretta ai processi di educazione. Senza l'annuncio di Gesù Cristo e senza la celebrazione del suo incontro personale, l'uomo resta chiuso e intristito nella sua disperazione. Per restituirgli veramente felicità e speranza, siamo invitati ad assicurare l'incontro con il Signore Gesù, la ragione decisiva della nostra vita.
In questo senso, come ho già ricordato, l'impegno educativo non può mai esaurire tutta l'azione pastorale. Essa richiede interventi qualificati in un orizzonte che si sporge nel mistero di Dio. Di quest'ordine sono, per esempio, liturgia e sacramenti.
La «scommessa dell'educazione» non esclude queste esigenze, ma suggerisce la modalità e l'intenzione con cui esprimere questo servizio pastorale ulteriore.
Chi crede all'educazione sa che solo all'uomo restituito alla coscienza della sua dignità e alla passione per la sua vita possiamo annunciare il Signore Gesù, come la risorsa risolutiva del suo desiderio di felicità e di vita, da invocare e incontrare nella verità e nella profondità della sua esistenza umana.
L'uomo, spossessato della sua responsabilità, piegato sotto il peso della disperazione o distrutto nell'oppressione, non può trovare nel Signore Gesù un principio di rassegnazione. Chi lo fa, tradisce la profezia dell'evangelo e pone il Dio della vita come concorrente spietato e geloso alla fame di vita.
Se questa è l'intenzione, il modo con cui viene realizzata l'evangelizzazione ne risulta necessariamente condizionato.
L'evangelo viene annunciato in tutta la sua radicalità e forza interpellante, perché offrirlo per la vita non significa di certo deprivarlo della sua verità. L'annuncio mette però l'uomo al centro, lo vuole protagonista anche quando gli sollecita l'obbedienza accogliente di un dono. Le esigenze della gradualità, della progressività, il rispetto della soggettività anche nella sua elaborazione, rappresentano i criteri obbligati su cui misurare il servizio pastorale.