3. L'educazione è una cosa seria anche in pastorale giovanile

Inserito in Pastorale giovanile e animazione.

 

 Cf Riccardo Tonelli, Pastorale giovanile e animazione. Una collaborazione per la vita e la speranza

 

3. L'EDUCAZIONE È UNA COSA SERIA ANCHE IN PASTORALE GIOVANILE

Da sempre, chi fa pastorale giovanile si è interrogato, più o meno consapevolmente, sul rapporto che corre tra i processi formalmente educativi e quelli formalmente evangelizzatori, in ordine alla educazione della fede dei giovani.
Sono processi educativi quelli che riguardano l'ambito della produzione e della comunicazione della «cultura», attraverso l'esercizio progressivo di una razionalità critica, in vista della personale crescita in umanità.
I processi evangelizzatori invece hanno come oggetto la proposta, esplicita e tematica, dell'evangelo del Signore, per sollecitare alla sua accoglienza, come unico e fondamentale evento di salvezza. La struttura comunicativa specifica di questo annuncio è la testimonianza di vita, l'interpretazione di questa esperienza, fino a tradurla in messaggio, e la celebrazione dell'esperienza vissuta nei sacramenti della Chiesa. Il linguaggio utilizzato è quello della fede vissuta e confessata: un linguaggio intessuto di fantasia e di rischio calcolato e accettato, intonato a quella strana sapienza evangelica che è fatta di amore e di croce.

3.1. Educazione ed evangelizzazione: quale incontro?

Ho identificato l'ambito della educazione e quello della evangelizzazione, mettendo in evidenza le diversità. Esistono però anche notevoli punti di contatto e non pochi elementi di convergenza.
La pastorale giovanile si interroga sul tipo d'uomo verso cui finalizzare il suo servizio, e in questo si scontra con l'antropologia che offre una rassegna di progetti d'uomo, elaborati nell'ambito culturale di sua competenza. La pastorale non li assume quando le sono utili o li rifiuta quando sente il dovere di contestarli. Progetti e modelli pervadono già lo spazio operativo della pastorale; essa agisce in una situazione e con persone già segnate e orientate dalla cultura dominante.
Inoltre, anche nell'esercizio tipico delle sue funzioni (quando cioè celebra i sacramenti, offre l'esperienza di una comunione che è un dono prima di essere conquista e propone la testimonianza autorevole di coloro che hanno il ministero di servire la carità nell'unità), la pastorale sceglie e utilizza metodi, modelli e strumentazioni non direttamente derivabili dalla fede, ma di natura chiaramente tecnica e profana. Questi strumenti non sono però neutrali rispetto ai contenuti teologici che intendono veicolare. Si instaura così come un reciproco condizionamento: il contenuto giudica e misura lo strumento, proprio mentre lo strumento lo storicizza e relativizza
La stessa «parola» proclamata nell'evangelizzazione è sempre «parola d'uomo», per poter essere parola di salvezza per l'uomo. Anche i contenuti specifici dell'evangelo sono attraversati dai dati della cultura: si parla infatti di un dialogo espresso in termini di «dare» e «ricevere».
Ho ricordato tre grossi fatti. Si intrecciano e si intersecano in ogni azione pastorale. Chi li vive in modo consapevole si rende presto conto che non può eludere un certo tipo di rapporto con l'educazione e la cultura.
Tutto sta però nel definire di quale rapporto si tratta. Quando diciamo che la pastorale giovanile è «educazione» alla fede, prendiamo sul serio la voce «educazione», disposti a misurarci, nelle dimensioni di fondo, con i contributi delle scienze dell'educazione; oppure quando si dice «educazione alla fede», l'educazione è solo un modo di dire analogico, che ha poco da spartire con il mondo concreto dell'educazione, in senso tecnico?
Ammessa una eventuale dimensione educativa per la pastorale giovanile, possiamo parlare veramente di «educabilità» della fede? Educabilità vuol dire possibilità di intervenire attraverso processi di educazione. Qui parliamo di educabilità della fede: possiamo intervenire sulla maturazione della fede?
Sappiamo che la fede è un dono di Dio, segno della sua bontà e del suo amore, che supera ogni nostro impegno e progetto. Educazione esprime invece lo sforzo attraverso cui l'uomo aiuta sé e gli altri a costruirsi progressivamente.
A prima vista i due elementi non vanno d'accordo. Si escludono a vicenda; o si influenzano tanto da rovinarsi.
Se insistiamo troppo sulla educazione, salta la gratuità della fede; se insistiamo troppo sulla fede, l'educazione perde la sua carica di competenza umana, di progettualità e responsabilità personale.
Per uscire da queste alternative, dobbiamo scoprire cosa significa in concreto l'affermazione «la fede è un dono» e in che misura richiede la risposta responsabile dell'uomo.

3.2. Ripartiamo dalla Rivelazione

Consideriamo l'evento che dà origine alla esperienza di fede: la Rivelazione. Essa rappresenta il punto di confronto obbligato per sapere se si può parlare di educabilità della fede ed eventalmente in che senso.
Il contenuto della Rivelazione è il mistero di Dio in Gesù Cristo. Questo «contenuto» si colloca al di sopra della scienza e della sapienza di ogni uomo, lo investe dall'alto, come un'offerta, imprevista e gratuita, che sconvolge ogni pretesa umana.
La fede della Chiesa ha sempre riconosciuto e proclamato che la Rivelazione propone ciò che l'occhio non ha mai visto, l'orecchio mai udito, ciò che nessun linguaggio può esprimere adeguatamente.
Il discorso sembra chiuso, in modo perentorio.
Nel linguaggio tradizionale abbiamo l'abitudine di dire che la Rivelazione riguarda il mondo della trascendenza. Le ricerche che l'uomo elabora nella sua scienza e nella sua sapienza investono invece il mondo dell'immanenza.
Se questa è la struttura comunicativa della Rivelazione, non si può assolutamente parlare di educabilità della fede. L'esperienza personale di fede si esprime nell'ascolto, nell'accoglienza, nella confessione disponibile e obbediente.
Proprio la struttura comunicativa della Rivelazione ci costringe però a modificare una conclusione così perentoria.
L'evento di Gesù Cristo non è solo il contenuto della Rivelazione. È anche il suo modello più totale e decisivo.
Se ripensiamo la Rivelazione dalla prospettiva dell'Incarnazione, le cose cambiano, e certe affermazioni troppo radicali vengono ridimensionate.
Il contenuto ineffabile diventa una «parola d'uomo» per essere Parola di Dio per l'uomo. Lo dice in modo molto decisivo il documento del Concilio che studia precisamente la Rivelazione. Ho già citato l'affermazione. La riscrivo anche in questo contesto, per la sua importanza: «Le parole di Dio, espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell'uomo, come già il Verbo dell'Eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo» (DV 13).
La Parola di Dio, offerta della Rivelazione, assume cioè una sua speciale visibilità umana, per farsi conoscere, per rendersi vicina e accessibile all'uomo, in vista della fede. C'è quindi un aspetto della Rivelazione, inseparabile da quello trascendente, che è alla portata delle capacità di apprendimento dell'uomo. Esiste, in altre parole, un visibile, rivelatore dell'invisibile, un contenente veicolo al contenuto, un significante che conduce al significato.
Questo è un punto importante.
Se pensiamo in astratto al «contenuto» della Rivelazione dobbiamo affermare, senza mezzi termini, la sua totale alterità e radicalità: è un dono che giunge, imprevisto e indisponibile, all'uomo.
Se invece consideriamo il processo attraverso cui Dio rivela all'uomo il suo mistero ineffabile d'amore, alla luce e dalla prospettiva dell'Incarnazione, in primo piano sono collocate le «parole d'uomo» attraverso cui Dio si fa parola per l'uomo; in primo piano si staglia il volto umano di Gesù di Nazaret, in cui il Dio inaccessibile si fa vicino ad ogni uomo.

3.3. La distinzione tra «contenuto» e «segno»

La ricomprensione della Rivelazione alla luce dell'Incarnazione ci impegna ad assumere nella nostra riflessione una distinzione molto importante. La commento un poco, perché rappresenta la chiave per risolvere il problema.
La distinzione è tra «contenuto» e «segno».
Il contenuto è il mistero ineffabile dell'amore di Dio che incontra e salva ogni uomo. Il segno è dato dalle diverse parole umane che hanno la funzione di esprimere questo mistero: prima fra tutte l'umanità di Gesù di Nazaret e, in lui, la nostra umanità.
Se scrivo «Dio è un Padre buono e accogliente», produco dei segni grafici, utilizzando un alfabeto e la sua articolazione nella lingua italiana. La stessa cosa la posso dire o scrivere in cinese o nel linguaggio dei calcolatori. I segni variano; il contenuto resta.
Viene spontaneo chiedersi: quale rapporto lega il contenuto al segno? La domanda può anche essere formulata così: nell'azione pastorale possiamo definire i confini di competenza tra il «mistero» (il «contenuto» non è costituito da cose da conoscere ma consiste in un incontro che salva) e il «visibile» (il «segno» umano, attraverso cui il «mistero» si rende presente)?
In questi ultimi anni abbiamo meditato a lungo su questo interrogativo. Tutti riconoscono la presenza di un «visibile» e di un «mistero» in ogni azione pastorale.
Per qualcuno, il mistero possiede una potenza così intensa e originale da travolgere il visibile. In questa ipotesi non ha senso parlare di educazione. La potenza del mistero non ha bisogno di collaborazione umana.
Per altri, è necessario affermare la radicale incomunicabilità tra il mondo del «mistero» e quello del «visibile». L'Incarnazione è un momento di comunicazione tra la potenza di Dio e la povertà dell'uomo. Ma essa è un caso unico e irripetibile. Non può quindi assurgere a categoria generatrice di progetti.
Anche in questa ipotesi non c'è posto per preoccupazioni educative. L'uomo può solo alzare le braccia nell'invocazione: qui sta la sua verità e qui incontra la potenza imprevedibile del mistero.
Muovendo dall'evento dell'Incarnazione, assunto come criterio fondamentale della pastorale, è invece facile riconoscere nell'educazione un contributo irrinunciabile anche per l'educazione alla fede. Il visibile è il luogo di presenza del mistero e via privilegiata per accedervi.

3.4. Dove e come si realizza l'educazione delal fede

Possiamo parlare così di «educabilità indiretta della fede», come modo concreto di definire il rapporto tra educazione e evangelizzazione.
Per la serietà con cui l'Incarnazione ci invita a considerare ogni realtà umana, parlo di educazione nel senso tecnico con cui ne parlano le scienze dell'educazione, e la considero sempre di più come una pluralità di discipline, orientate alla maturazione personale e collettiva dell'uomo.
Esprimo in modo concreto questa conclusione indicando con tre affermazioni dove e come si realizza l'educazione della fede.

3.4.1. Non c'è educazione «diretta» della fede
Prima di tutto è indispensabile affermare che non si dà educazione diretta e immediata della fede.
La fede si sviluppa sul piano misterioso del dialogo tra Dio e ogni uomo. Questo spazio di vita sfugge a ogni tentativo di intervento dell'uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell'iniziativa di Dio.
La risposta dell'uomo consiste nell'obbedienza accogliente: la fede è un dono, in senso totale; proviene quindi dall'udire e non dal riflettere, è accoglienza e non elaborazione.

3.4.2. L'educazione alla fede è indiretta
Questa immediatezza e radicalità viene servita, sostenuta, condizionata dagli interventi umani che hanno la funzione di attivare il dialogo salvifico e di predisporre l'accoglienza.
Questi interventi, formalmente educativi, si pongono dalla parte del «segno». Sono orientati a rendere il segno sempre più significativo rispetto alle attese del soggetto e spingono a verificare le attese personali per sintonizzarle con l'offerta della fede e della salvezza.
Questo è l'ambito preciso della educabilità della fede. Essa si colloca quindi sul piano delle modalità concrete e quotidiane in cui si sviluppa il dialogo salvifico. Il processo di salvezza comporta infatti un doppio movimento. Da una parte esso è l'appello di Dio a una decisione personale, libera e responsabile. Questo appello tocca quelle profondità dell'esistenza personale che sfuggono ad ogni intervento educativo, perché chiama in causa direttamente la libertà di Dio e la libertà dell'uomo. Dall'altra, però, questo stesso appello si esprime in modi umani: si fa parola d'uomo per risuonare come parola comprensibile ad ogni uomo, e cerca una risposta personale, espressa sempre in parole e gesti dell'esistenza concreta e storica. Le modalità educative e comunicative che incarnano l'appello sono oggetto di tutte quelle preoccupazioni antropologiche che sono comuni ad ogni relazione umana.
Gli interventi educativi hanno quindi una funzione molto importante nella educazione della fede. Senza di essi non si realizza, in situazione, il processo di salvezza.

3.4.3. La potenza di Dio investe anche gli interventi educativi
Per evitare pericolosi fraintendimenti, non possiamo mettere da una parte il dialogo diretto tra Dio e l'uomo e dall'altra i dinamismi antropologici in cui si svolge. Non possiamo immaginare il processo di salvezza e di crescita nella fede nella logica della «divisione del lavoro»: ciascuno produce il suo pezzo e poi dall'insieme nasce il prodotto finito.
I due momenti (quello misterioso e indecidibile in cui si esprime l'appello di Dio alla libertà dell'uomo e quello delle mediazioni educative) sono espressioni totali della stessa realtà. Lo stesso gesto nella salvezza può essere contemporaneamente compreso come tutto nel mistero di Dio e tutto frutto di interventi educativi.
Certo, le due modalità non sono sullo stesso piano né possono essere considerate «alla pari». Bisogna riconoscere, in una fede confessante, la priorità dell'intervento divino anche nell'ambito educativo, più direttamente manipolabile dall'uomo e dalla sua cultura.
La fede dunque riconosce la grandezza dell'educazione: il fatto cioè che liberando la capacità dell'uomo e rendendo trasparenti i segni della salvezza, libera e sostiene la sua capacità di risposta responsabile e matura a Dio.
Ma la fede riconosce che anche l'educazione rimane, come tutti i fatti umani, sotto il segno del peccato. La fede dunque deve esprimere un giudizio sull'educazione dell'uomo in genere e, in particolare, sul modello educativo umano che può essere utilizzato nel proporre la fede alle nuove generazioni.
Questo, in fondo, non è attentato al dovere di rispettare l'autonomia dei fatti umani. Significa invece che l'approccio educativo e comunicativo è giudicato dall'evento al cui servizio si pone.
Nel nostro caso comporta la constatazione che questo approccio, anche se è legato ad esigenze tecniche, avviene sempre nel mistero di una potenza di salvezza che tutto avvolge: la grazia salvifica possiede una sua rilevanza educativa, certa e intensa, anche se non è misurabile attraverso gli approcci delle scienze dell'educazione.