2. La pastorale giovanile tra problemi e prospettive

Inserito in Pastorale giovanile e animazione.

 

Cf Riccardo Tonelli, Pastorale giovanile e animazione. Una collaborazione per la vita e la speranza

 

2. LA PASTORALE GIOVANILE TRA PROBLEMI E PROSPETTIVE

Solo da poco tempo, nella comunità ecclesiale italiana, ci si è posti la domanda sul significato e la pertinenza di una pastorale giovanile come azione specializzata nei confronti dei giovani. Ce la siamo posta perché siamo cresciuti in maturità teologica e antropologica.
Prima di quella ventata innovativa che negli anni sessanta ha scosso tutte le istituzioni educative, il fatto era relativamente pacifico. L'educazione dei giovani era un processo staccato dall'andamento globale della società, affidato a specialisti. Lo stesso capitava per la pastorale giovanile: era un processo settoriale rispetto all'insieme della vita cristiana, gestito anch'esso da educatori, isituzioni, ambienti specializzati.
Educazione e pastorale giovanile cercavano generalmente di assicurare una progressiva integrazione delle giovani generazioni nella società e nella Chiesa.
Tutto questo è entrato in discussione sotto la spinta della contestazione e sotto la pressione del rinnovamento teologico.
La crisi della relazione educativa ha sollecitato ad una sua rivisitazione. Se «fare proposte» significa sempre di più «proporre esperienze» capaci di diventare «messaggio», l'adulto ritrova un peso importante in tutti i processi educativi, come testimone, autorevole e sofferto, dei valori e dei significati della vita. La riscoperta conciliare della comunità ecclesiale ha funzionato quasi da cassa di risonanza a questa sensibilità.
Per questo non possiamo più immaginare un'azione educativa e pastorale sganciata dai dinamismi collettivi in cui sono posti e risolti i grandi problemi dell'esistenza, umana e cristiana. Nella Chiesa del dopoconcilio la pastorale giovanile è perciò la presenza, accogliente e sollecitante, di tutta la comunità ecclesiale per i figli che ha generato e che vuole riconsegnare in modo definitivo alla pienezza di vita.
Quest'unica grande causa è vissuta oggi secondo modelli diversi. Uno lo propongo anch'io, lungo le pagine di questo libro. Lo devo situare per offrire al lettore qualche punto di riferimento nel labirinto degli attuali problemi e prospettive.

2.1. Una definizione di pastorale giovanile

L'ambito della pastorale è determinato da quelle azioni che la comunità ecclesiale pone per assolvere il suo compito costitutivo e originale di attuare la salvezza in situazione.
Tradizionalmente sono organizzate in quattro capitoli: la catechesi e il ministero della parola, la liturgia e le celebrazioni sacramentali, l'esperienza di comunione, il servizio di promozione dell'uomo. Il loro insieme costituisce l'azione pastorale. Dire pastorale è perciò pronunciare il nome collettivo di una pluralità di interventi.
Unica è la causa, come unitaria è l'intenzione che anima tutta l'azione pastorale: costruire il Regno di Dio, portando a compimento nella storia quotidiana il dono di salvezza che Dio ha offerto agli uomini in Gesù Cristo. Gli interventi sono però misurati sulle attese e sui bisogni delle persone concrete, perché la salvezza si attua sempre in situazione.
Chi studia la pastorale giovanile, come vogliamo fare assieme in questo libro, si impegna perciò a riflettere sull'azione multiforme che la comunità ecclesiale, animata dallo Spirito Santo, realizza con e per i giovani (soggetti in età evolutiva), per attuare in essi il progetto di salvezza di Dio, in riferimento alle loro concrete situazioni di vita.

2.2. Il difficile sviluppo della pastorale giovanile

Purtroppo non esiste una letteratura del recente passato, sufficiente per delineare lo sviluppo della pastorale giovanile. Si può scrivere una storia solo sulle pagine, confuse e vivaci, della prassi.
Abbiamo però uno strumento prezioso per organizzare questo materiale frastagliato. Consiste nella documentazione relativa alle grandi correnti di teologia pastorale che hanno esercitato, direttamente o indirettamente, un influsso sulla prassi pastorale spicciola.
La corrente di teologia pastorale più diffusa almeno fino al tempo del Concilio, ha offerto il supporto culturale ad un modello di pastorale giovanile che definisco «storico-oggettivo». Esso infatti mette fortemente l'accento sulla iniziativa di Dio, sul suo progetto di salvezza e sulla sua importanza per l'autorealizzazione personale. Nel dono della salvezza, presentato agli uomino dal Padre in Gesù Cristo, attraverso la mediazione storica della Chiesa, sta la realizzazione personale e sociale. La singola persona e l'umanità nel suo insieme, la società stessa raggiungono il loro pieno significato solo accettando il dono di Dio.
La pastorale giovanile ha come compito l'educazione dei giovani ad accogliere vitalmente il progetto di Dio. Essa è preoccupata di moltiplicare i contatti tra i momenti tipici della fede e la vita quotidiana dei giovani. Di qui la centralità della catechesi, realizzata prevalentemente come «annuncio» del progetto di Dio, in cui è contenuta la risposta definitiva alle domande che la vita pone. Di qui ancora l'insistenza sulla pratica sacramentale, perché i sacramenti sono i «mezzi» della salvezza e quindi della realizzazione personale.
Parecchi operatori di pastorale giovanile, soprattutto verso la fine degli anni sessanta, si sono trovati però a dover fare i conti con una realtà che ha messo in crisi la logica di questo primo modello: per molti giovani la fede era diventata un fatto marginale, insignificante. Chi constatava questa complessa situazione, si è trovato presto in consonanza con i temi espressi dalle correnti di teologia pastorale, centrate sui nodi esistenziali dell'esperienza e della prassi di liberazione. Si è così consolidato un nuovo modello di pastorale giovanile. Esso cercava di reinserire l'esperienza di fede nella vita quotidiana attraverso due interventi convergenti. Da una parte operava per svelare le domande profonde dell'esistenza e dall'altra si impegnava a riformulare la fede come risposta a queste domande.
Il centro di attenzione educativa e il luogo privilegiato dell'azione pastorale diventa così la vita concreta e quotidiana dei giovani. L'intervento educativo ha la funzione di stimolare e definire la propria realizzazione come riconoscimento dell'altro e impegno a promuoverlo. In questo progetto, la fede è oggettivamente in causa. L'intervento pastorale vuole stimolare alla presa di coscienza soggettiva di questo dato oggettivo.
Questo modello può essere definito come «esistenziale», perché sposta l'accento dalla norma alla persona, dalla razionalità alla prassi, dai valori in assoluto alle valorizzazioni personali, dal dato di principio alle situazioni concrete, dai progetti astratti alle esperienze personali.
Alla fine degli anni settanta sulla pastorale giovanile rimbalzano le contraddizioni che attraversano le comunità sociali ed ecclesiali. La condizione giovanile fa problema e interpella. Sul modo di interpretare e di risolvere queste provocazioni, si frantumano i modelli di pastorale giovanile.
Resta predominante il modello esistenziale, fatto ormai maturo, anche per il sostegno della letteratura specializzata. Esso ritrova l'esperienza comunitaria come sua dimensione qualificante, riuscendo così ad acquisire una buona incidenza formativa.
Il modello tradizionale tenta una rivincita, riscoprendo in termini accorti e culturalmente raffinati due esigenze pastorali che il modello esistenziale aveva parzialmente sottaciute. Da una parte si riafferma l'importanza dell'approccio veritativo, come momento in cui sollecitare ad apprendere, con pazienza e fermezza, i contenuti oggettivi della fede. Dall'altra, lo stimolo della teologia dialettica e il confronto con esperienze carismatiche portano a sottolineare la centralità del momento spirituale e l'efficacia immediata dei mezzi specifici dell'azione pastorale.
In questi ultimi anni si fa strada un terzo modello, caratterizzato da una forte risonanza comunitaria. Esso non solo segna e modifica i precedenti, ma tende a costituirsi come progetto autonomo e alternativo. Il rapporto tra fede e realizzazione personale non è risolto attraverso una rivisitazione della fede e della vita, come fanno gli altri due modelli, ma favorendo il contatto per identificazione con un vissuto: una comunità di appartenenza, che si offre come proposta affascinante di vita cristiana. Per costituire queste comunità sono privilegiati gli interventi finalizzati alla formazione dei gruppi primari e si reinterpreta l'esistenza cristiana da questa prospettiva: intensificazione dei rapporti a faccia a faccia; creazione di un'ampia omogeneità interna, anche mediante l'accesa contrapposizione verso l'esterno; circolazione di modelli di comportamento e di informazioni; accentuazione degli aspetti comunitari dell'esistenza cristiana; prevalenza del metodo kerigmatico perché meno pluralista; lettura della Bibbia in forma mistagogica; riscoperta della preghiera di gruppo. 

Modelli postconciliari di PG  

2.3. Prospettive e problemi attuali

Oggi la pastorale giovanile attraversa una stagione felice nella vita delle comunità ecclesiali.
Semplificando un poco le cose, mi sembrano due le linee di tendenza emergenti: una prospettiva attenta a risolvere problemi di «iniziazione» e una che cerca di cogliere le sfide culturali più alla radice e tenta processi di «riformulazione».

2.3.1. Tra «iniziazione» e «riformulazione»
La prospettiva della «iniziazione» è legata alla ricomprensione dei compiti della pastorale giovanile soprattutto in termini di metodologia pastorale. Mette l'accento sulla necessità di elaborare itinerari precisi e articolati, forniti di strumentazioni efficaci, per far acquisire e interiorizzare contenuti e progetti che vengono accolti dalla esperienza cristiana ufficiale, testimoniata dalle attuali comunità ecclesiali.
Questa svolta, che rappresenta un notevole cammino di qualificazione, è affiorata soprattutto quando gli operatori pastorali si sono posti seriamente il problema del metodo. Sotto la spinta del rinnovamento conciliare ci si è resi conto della necessità di assumere con serietà e rispetto i «fatti umani», primi fra tutti quelli «educativi». Anche se le scienze umane non possono dire l'ultima parola, perché il processo di maturazione della fede attinge nel suo profondo le soglie misteriose del dialogo tra la grazia interpellante di Dio e la libertà responsabile dell'uomo, esse possono offrire preziosi e insostituibili contributi sul piano della visibilizzazione storica di questo dialogo, sul piano delle mediazioni umane in cui questo dialogo si articola e si sviluppa.
La definizione di un processo di «iniziazione», costituito da riti, strutture e interventi, si colloca appunto nel centro di questo complesso confronto.
La seconda prospettiva, quella che ho chiamato della «riformulazione», procede oltre. Le comunità ecclesiali più sensibili hanno toccato con mano che senza metodo pedagogico corretto non si può fare pastorale giovanile, ma che il vero problema era più a monte. È spuntata così una linea di pastorale giovanile fortemente legata a processi ermeneutici, che cerca la soluzione dei problemi in chiave di «riformulazione» dell'esperienza cristiana stessa.
Rendendosi conto che il linguaggio ecclesiale è, molto spesso, legato ad una cultura lontana da quella dei giovani d'oggi, ci si è dovuti interrogare sui processi attraverso i quali la Parola di Dio è diventata parola dell'uomo e per l 'uomo.
Ancora una volta il rinnovamento teologico prodotto dal Concilio ha offerto la strumentazione per comprendere e formulare il problema. Se la Parola di Dio, come in Gesù Cristo, prende l'umana carne delle culture dell'uomo, per farsi parola di salvezza in situazione, le comunità ecclesiali sono sollecitate a verificare quale cultura viene utilizzata per «dire» la parola di salvezza. In questa verifica sono spontaneamente portate a misurare la distanza esistente tra la cultura utilizzata generalmente e la reale situazione giovanile. Si rende così urgente la decodificazione di molti messaggi ecclesiali, per sceverare il nucleo irrinunciabile e costitutivo della fede dal rivestimento culturale in cui viene espresso. Da questa decodificazione prende le mosse il grave impegno pastorale di riesprimere la fede in un codice che sia, nello stesso tempo e con la stessa intensità, rispettoso della fede e del mondo esperienziale dei giovani.
Questa prospettiva accentua l'esigenza di «riformulazione»: mette infatti sotto processo i contenuti e il progetto che definiscono l'esistenza cristiana, come ci sono offerti dalle comunità ecclesiali attuali. La pastorale giovanile non ha solo un problema metodologico da risolvere. Essa deve lavorare anche sull'obiettivo di tutto il processo.

2.3.2. La via nuova dell'«animazione»
Qualche volta, nelle pubblicazioni e nella prassi, le due prospettive sono vissute come alternative e contrapposte.
I modelli più maturi si rendono conto invece che non è corretto contrapporre quello che va realizzato in modo complementare. Non è però in questione un equilibrio tra iniziazione e riformulazione. Bisogna scoprire una prospettiva operativa nuova, capace di riesprimere in termini rinnovati gli aspetti irrinunciabili delle due esigenze.
La sfida sta proprio qui: se il problema della pastorale giovanile, come ogni problema giovanile, è prima di tutto di «comunicazione» tra mondi che sembrano chiusi, è urgente trovare una prospettiva più profonda, capace di funzionare come criterio di verifica e di discernimento nella indispensabile complementarità tra iniziazione e riformulazione.
In molte comunità ecclesiali è sorta e si sta consolidando una ipotesi nuova. Raccoglie impegni e speranze attorno alla scoperta dell'«animazione», come modello globale di relazione educativa e comunicativa, che si esprime in concrete strategie operative.
L'animazione ha la grossa pretesa di restituire ad ogni uomo la gioia di vivere e il coraggio di sperare, abilitandolo a costruire se stesso all'interno dell'avventura di senso che, dall'origine dell'uomo, percorre senza posa il mondo.
Molti la stanno sperimentando anche nei processi tipici dell'educazione alla fede. La posta in gioco è alta.
Viene spontaneo chiedersi: l'animazione può rappresentare un'alternativa corretta e vincente? Si può fare pastorale giovanile in stile di animazione?

Il rifiuto di ogni utilizzazione strumentale
L'atto pastorale ha una sua consistenza precisa. Non può essere manovrato a piacimento, aggiustato e adattato a tutte le più disparate situazioni. Questo svuotamento lo vanificherebbe alla radice, riducendo di conseguenza la sua portata salvifica. Esso è compreso e normato sull'intenzione globale per cui è posto: la comunità ecclesiale propone la sua esperienza di fede ai figli che ha generato alla vita in Gesù Cristo, per sollecitare ad una decisone, matura pensosa e riflessa, per lui.
Ma anche l'animazione è una cosa seria. Come tutte le elaborazioni della scienza e della sapienza dell'uomo, non può essere ridotta al servizio di nessuna causa superiore. Essa non è come un martello, capace di piantare ogni genere di chiodi e potenzialmente utilizzabile anche come arma di difesa e di attacco. Non riceve, come il martello, la sua destinazione qualificante dalla intenzione e dalla abilità tecnica di chi l'ha tra le mani
L'animazione ha una sua struttura logica sostanziale: obiettivi precisi, metodologie proprie, strumentazioni congeniali, protagonismi irrinunciabili.
L'animazione non può usare l'atto pastorale, per ammantarsi di religiosità. La pastorale giovanile non può utilizzare l'animazione come uno strumento, buono e aggiornato, per risolvere i suoi problemi.
Viene però spontanea la domanda di fondo: è possibile un uso diverso da quello strumentale? Quali condizioni lo possono assicurare?
La possibilità c'è. Su questa ipotesi teorica si fonda l'intrerdisciplinarità e i relativi interventi con cui sono risolti i problemi complessi.
La condizione è determinata dalla possibilità di convergere su obiettivi comuni in modo che ogni disciplina sia rispettata nella sua specificità e produca esattamente il contributo che le compete.

Il nodo del confronto: l'educazione
Tra animazione e pastorale giovanile si può realizzare un dialogo operativo solo se c'è possibilità di assumere «tutte» le esigenze dell'animazione, quando si fa pastorale giovanile in stile di animazione; e «tutte» le esigenze della pastorale giovanile, quando si fa animazione in stile di pastorale giovanile.
Per fare questa verifica mi trovo come ad un bivio.
Posso operare attraverso un'analisi minuziosa dei singoli elementi. Prendo così tra le mani la pastorale giovanile e l'animazione e ne smonto tutti i componenti. Considerandoli uno alla volta, mi chiedo cosa li ispirano, quali obiettivi vogliono assicurare, che modello d'uomo sta alle loro spalle, in che modo viene assicurata la sua maturazione, che posto c'è per un riferimento al trascendente e quale immersione nella storia viene sollecitata...
Confronto poi le conclusioni a cui sono giunto nei due differenti ambiti; e verifico se l'accordo è possibile.
L'operazione è molto lunga. Ho paura inoltre che sia soprattutto inutile e rischiosa. Troppe volte, infatti, chi si ferma a considerare in modo puntiglioso i particolari, perde lo sguardo d'insieme.
C'è una seconda ipotesi di lavoro. Mi sembra migliore e più qualificata per superire le difficoltà.
Cerchiamo il punto centrale dei due processi, quello che funziona da generatore di tutti i dinamismi e ne condiziona tutte le scelte. Se lo troviamo, concentriamo il confronto su questo ambito. Se qui c'è compatibilità, è facile procedere ad una generalizzazione più ampia.
Scelgo questa seconda ipotesi. E provo a formulare una mia proposta.
Il punto nodale del dialogo tra animazione e pastorale giovanile, quello che ha la capacità di concentrare in forma evocativa tutti gli altri elementi, è per me l'«educazione».
L'ho scritta tra virgolette, perché nella formula raccolgo due ordini di indicazioni.
Prima di tutto mi sembra importante verificare fino a che punto animazione e pastorale giovanile possono prendere sul serio le esigenze dell'educazione.
Per l'animazione la cosa è pacifica. Essa si propone infatti come un modello di relazione educativa. Va d'accordo con l'educazione proprio per definizione.
Più complicate vanno le cose per la pastorale giovanile. In quanto «educazione alla fede», esige una precisa funzione evangelizzatrice. Richiede cioè la proposta perentoria e indiscutibile di un progetto di vita. Senza questa offerta non si può crescere nell'esistenza cristiana, perché la fede è dono che irrompe nella storia personale, grazie all'annuncio di una buona notizia, gratuita e imprevedibile.
La seconda indicazione riguarda la comprensione di cosa sia educazione nell'attuale diffuso pluralismo di modelli. Sappiamo infatti che oggi sono molti e diversi i modi con cui viene definita operativamente l'educazione.
L'animazione, in quanto educazione, rappresenta uno di questi modelli. Connota uno stile di presenza dell'educatore, un tipo di processo formativo, si porta dentro un suo modello d'uomo, come principio ispiratore radicale.
A questo livello è la pastorale giovanile ad interpellare l'animazione, perché lo stile di relazione educativa e il tipo d'uomo verso cui si tende sono tutt'altro che indifferenti rispetto ai processi caratteristici della educazione alla fede.
Pastorale giovanile e animazione possono andare d'accordo sulla «educazione»? Possono cioè concordare sulla decisione di riconoscere una grande importanza alla educazione e sulla comprensione della sua natura?