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Fede


Riccardo Tonelli

(NPG 2000-09-36)


La pastorale giovanile si definisce spesso come educazione della «fede»: si riconosce quindi il suo diretto e immediato coinvolgimento con la fede, i suoi dinamismi, i processi della sua maturazione.
La parola «fede» è tra quelle più utilizzate nel nostro linguaggio pastorale. Qualche volta non riusciamo a trovare spiegazioni sufficienti alle proposte che facciamo… e allora cerchiamo un rimedio nell’invito ad avere un po’ più di fede.
Il richiamo alla fede serve, altre volte, a rilanciare un po’ di nostalgia verso il passato, ricordando che quelli erano tempi migliori dei nostri, perché c’era più fede.
Qualche educatore si affanna a far conoscere i contenuti della fede e si preoccupa quando i giovani ne dimenticano alcuni o ne esprimono altri in termini poco corretti, perché è convinto che se non sono conosciuti… non possono di certo essere creduti e tanto meno vissuti.
I grandi cristiani sono presentati come modelli di fede, vissuta con coraggio e coerenza.
Davvero la «fede» è un riferimento decisivo dell’azione pastorale. E non potrebbe essere egualmente, visto che la fede è la vita stessa del discepolo di Gesù.
Ma… cosa è poi la fede?
Come sempre, le parole troppo usate rischiano di svuotarsi di significato o, peggio, diventano funzionali a colui che le utilizza.

Un primo approccio

L’espressione «fede» fa parte del linguaggio comune. Si parla, infatti, di fede politica per dichiarare come immaginiamo il cambio sociale e a chi vogliamo affidare questa responsabilità. Qualcuno parla di fede in una persona o in una istituzione. Nel mondo dello sport qualche tifoso scatenato dichiara persino la sua fede in una squadra di calcio. Gli uomini religiosi parlano spesso di fede. San Paolo è arrivato ad affermare, senza mezzi termini, che il cristiano vive della sua fede, come fosse l’aria che respira e il pane che nutre la sua fame.
Di fronte a significati così diversi, riferiti alla stessa parola, non è facile andare d’accordo. C’è il rischio di utilizzare una espressione comune e pacifica, per dire il contrario.
In questi modi di comprendere il significato della fede, le diversità saltano agli occhi. Però, è possibile scoprire che non mancano i punti d’incontro. Chi parla di fede dichiara, infatti, di possedere un complesso di ideali, capaci di guidare i suoi orientamenti concreti e quotidiani, fino a sollecitare un impegno coerente di vita. Qualche volta, questo riferimento è forte, capace di afferrare tutta la vita, e spinge persino a compiere dei gesti di alto profilo. Qualche altra volta, invece, resta debole: serve solo ad orientare un frammento di esistenza, lasciando tutto il resto ad altre ragioni e ad altre motivazioni. Si potrebbe dire: c’è una fede che prende tutta la vita e ce ne sono altre che si accontentano di governare pezzi di essa.
Le persone religiose utilizzano la stessa espressione proprio perché intendono dichiarare di riferire a Dio il fondamento di tutta la loro vita e affermano – con parole cui non sempre corrispondono i fatti – che Dio è la ragione ultima della vita, l’orizzonte che organizza e porta a verifica ideali e progetti. La differenza tra una fede religiosa generica e la fede cristiana sta nel riconoscere in Gesù di Nazareth il testimone definitivo di Dio. Per questo l’orizzonte della propria esistenza radica sulla rivelazione che Dio ha fatto di sé nella creazione e nella storia. E si esprime come risposta personale alla Parola ascoltata.

Una scelta di campo

Chi è impegnato nella pastorale riconosce questi diversi significati e non pretende che tutti utilizzino l’espressione «fede» nel significato forte che lui intende. Sa, però, che le sue parole esigono, in una stagione di pluralismo, una scelta di campo, per non diventare equivoche. Si tratta di un impegno e di una responsabilità che lo riguarda in prima persona. Chi parla di fede, in ambito pastorale, è sollecitato, di conseguenza, prima di tutto, a fare lui una scelta di campo, attribuendo alla fede un significato preciso e originale. Cercherà poi di parlare di essa, di raccomandarne l’interiorizzazione e l’esercizio, sempre all’interno di questa logica globale.
A quale prospettiva (tra le tante possibili) fare riferimento?
Dichiaro la mia.
Nelle mie riflessioni sulla fede faccio riferimento ad una pagina molto stimolante: il capitolo 11 della Lettera che un autore anonimo ha scritto duemila anni fa agli Ebrei per mostrare che Gesù di Nazareth è proprio quel salvatore che loro stavano aspettando.
Il capitolo si apre con una definizione di fede, tanto originale quanto simpatica: «La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono» (Eb 11, 1). Va capito bene quello che viene affermato.
Nei fatti della nostra vita ci sono delle cose che si vedono e ce ne sono molte altre che invece restano nascoste. Di solito, è facile distinguere tra ciò che si vede e ciò che non si vede. Vedo l’amico che è fisicamente presente vicino a me.
Posso sentire la sua voce, gioire (o rammaricarmi) della sua presenza. Questa non è l’unica presenza possibile. Altre persone sono vicine anche se, in questo momento, non lo sono fisicamente. Non le possiamo vedere, se non con gli occhi dell’amore e della fantasia. In questi casi è chiaro ciò che si vede e ciò che non si vede.
Il gioco tra ciò che si vede e ciò che non si vede, suggerito dalla definizione di fede della Lettera agli Ebrei, non va inteso come la differenza tra un amico che sta fisicamente vicino a me e un altro, egualmente simpatico, che non è in questo momento vicino fisicamente.
In un avvenimento e in una persona, possiamo vedere ciò che, in qualche modo, può essere toccato con mano. Riconosciamo però che non finisce tutto lì. In una persona amata c’è un mistero, grande e profondo, che tutta l’avvolge. Questa realtà invisibile e misteriosa è tanto decisiva da avvertire la persona stessa in un modo specialissimo. Quello che non si vede diventa la categoria attraverso cui impostiamo il nostro giudizio e il nostro rapporto con quello che si vede.
In questo caso, non valgono le leggi della presenza e dell’assenza. Il rapporto tra ciò che si vede e ciò che non si vede riguarda una persona «presente» o un fatto di cui sono protagonista. Quello che resta misterioso a prima vista decide fortemente la mia reazione nei confronti di quello che vedo.
Faccio un esempio
Molti miei amici hanno conosciuto mia mamma. Ora è in Paradiso, da qualche anno. Ma il suo volto e la sua presenza sono ancora vivissimi in me. Chi la incontrava, diceva di lei tante cose che io riconoscevo vere. La trovavano cordiale, allegra, simpatica, una cara vecchietta capace di compagnia e di molte attenzioni. Anch’io dicevo lo stesso di lei. Aggiungevo però sempre un dato che solo io posso sperimentare come vero e autentico: «è mia mamma».
Le doti di carattere e il fatto che sia mia mamma sono due constatazioni ugualmente vere. Restano collocate a due livelli diversi. Le prime sono facilmente constatabili da chiunque abbia occhi per vedere. La seconda investe quel rapporto intimissimo e misterioso che lega un figlio alla madre.
Nei confronti di mia mamma si è realizzata una lettura a differenti livelli: qualcosa si vede e qualche altra cosa resta misteriosa, pur essendo intensamente vera.
La definizione di fede che ho riportato dalla Lettera agli Ebrei parte da questa situazione e aggiunge: la fede è quell’atteggiamento che permette di vedere anche quello che non si vede, fino al punto di valutare ed esprimere quello che si vede dalla parte di quello che non si vede.
Un piccolo particolare non dovrebbe sfuggirci. La definizione di fede riportata contiene una ripetizione. Apparentemente le due frasi dicono, con parole diverse, la stessa cosa. Il modo di parlare è tipico del linguaggio e del mondo orientale. C’è però una sottolineatura originale: le cose che non si vedono sono «sperate»… e cioè attese, desiderate, ricercate. La voglia di verità porta a scavare in quello che si vede per arrivare a mettere le mani, con gioia, sul mistero che si portano dentro.

La fede è una trama di esperienze

Ho commentato la definizione di fede offerta dalla pagina citata della Lettera agli Ebrei. Il documento non finisce qui. Quello che segue è prezioso per comprendere meglio la definizione stessa.
L’autore della Lettera continua con uno stratagemma. Ha detto che la fede fa vivere la vita quotidiana come se vedessimo l’invisibile… Detto questo, si scatena nel racconto di una serie di storie di vita. Spiega la definizione con degli esempi. Meglio: dice quello che ha cercato di dire a parole, scegliendo la strada delle storie raccontate.
Non possiamo dimenticare che l’autore è un bravo ebreo, conoscitore della storia del popolo ebraico, che scrive per persone che appartengono a questo popolo. La scelta delle storie di vita è, per lui, quasi obbligata.
Racconta le avventure dei grandi personaggi dell’Antico Testamento. Evoca pezzi della loro vita: non ha bisogno di offrire particolari abbondanti, perché i suoi lettori conoscevano benissimo il personaggio e il contesto. Aggiunge però sempre, quasi come fosse un ritornello, «per fede».
Dice, per esempio, «per fede» Abramo si è messo in viaggio, chiamato da Dio. Ha lasciato la sua terra, ha arrotolato la sua tenda e si è incamminato verso una terra sognata e promessa. Aggiunge ancora di Abramo: «per fede» ha ascoltato senza esitare l’invito di Dio che gli chiedeva di rinunciare al figlio che aveva desiderato ardentemente e che aveva ottenuto quando ormai non c’era più nessuna speranza di poter diventare padre. È disposto a sacrificarlo… poi lo riabbraccia vivo e vegeto, sostituito nel sacrificio da un caprone, misteriosamente comparso sul più bello.
Di storie ne racconta tantissime dopo quella di Abramo. Racconta della mamma di Mosé che, «per fede», non ha obbedito all’ordine del tiranno e si è organizzata per salvare la vita al piccolo Mosé. Racconta di Giacobbe che ruba il diritto di eredità al fratello più grande di lui, organizzando un trucchetto nei confronti del padre, vecchio e ormai cieco.
In tutti questi racconti, il ritornello è lo stesso «per fede».
Mi sembra importante provare a pensare a questi racconti. Le trame sono note. Sono sotto gli occhi di tutti. Se fossero capitati ai nostri giorni, qualche minuto di telegiornale se lo sarebbero meritato. L’autore non nega tutto questo. Aggiunge però una sua interpretazione: qui c’è di mezzo la fede, commenta.
Sembra strano. Giacobbe imbroglia il padre morente. E l’autore della Lettera agli Ebrei, dopo aver accennato al fatto, aggiunge la sua lettura dal profondo. Le cose non stanno «solo» come appaiono.
Esse rientrano in un progetto molto più grande, dove c’è posto per tutti gli uomini, perché il progetto è grande come il cuore misterioso di Dio. Chiama, dunque, un fatto di cronaca con un nome nuovo. Non lo ricava da quello che vede, ma dall’invisibile che si porta dentro.
La stessa cosa si può dire della mamma di Mosé. È una donna coraggiosa e furba: una mamma… nel senso pieno della parola. Il suo gesto di mamma, letto nel mistero che si porta dentro, dice molto di più di quello che appare alla vista di chi conosce lo svolgimento dei fatti. Diventa un avvenimento nuovo, capaci di riguardare tutti: un evento di fede.
Penso ancora ad Abramo. Il testo ricorda due momenti della sua vita. Il primo è un gesto di grande coraggio: pone Dio sopra il suo affetto di padre. Il secondo è invece un fatto di routine: Abramo era un nomade, sempre in viaggio da un pascolo all’altro… arrotolare la tenda e mettersi in viaggio fa parte del suo stile normale di vita. Eppure, tutti e due i fatti hanno una stessa interpretazione: sono avvenimenti di fede. L’autore legge dentro all’uno e all’altro avvenimento; non si ferma a quello che appare a prima vista; dal profondo li dichiara fatti di fede.
Le storie commentano e rendono concreta la definizione. Ci fanno capire cosa significa leggere quello che si vede dalla prospettiva del mistero che si porta dentro.
Questa è la fede: una lettura di fatti e persone che non si ferma al superficiale, ma scava dentro. Vive di fede colui che ha il coraggio di scavare continuamente dentro i fatti della sua vita per pronunciare la sua valutazione e per giocare la sua decisione non su quello che vede, constata, manipola, costruisce… ma su quello che spera e attende, scopre e sperimenta a quel livello profondo dove ci vuole uno sguardo penetrante.

Questa fede fa passare da morte a vita

Una pagina, molto nota, del Vangelo ci aiuta a scoprire la funzione specialissima della fede.
Invito a leggere il cap. 9, 37-43 del Vangelo di Luca. Gesù guarisce il ragazzo epilettico. I discepoli avevano provato con tutti i mezzi senza riuscirci. Chiedono quindi a Gesù dove hanno sbagliato. Gesù non suggerisce la necessità di una competenza ulteriore e non mette in questione l’operato fallimentare dei suoi discepoli. Richiama ad essi una urgenza diversa, che colloca il fatto dalla parte del mistero che si porta dentro. Ci vuole tanta fede quanto un granello di senapa: con esso si spostano le montagne. Senza la fede non si guarisce. Con la fede, anche l’impossibile diventa possibile.
Viene riconosciuta alla fede una funzione potente: è capace di spostare le montagne, compie cose prodigiose, fa passare da morte a vita.
Il modello più diffuso tende a giustificare questa funzione potente della fede in termini miracolistici. La logica è facile e immediata: attraverso la fede chiamiamo in causa direttamente Dio e Dio può far nascere figli di Abramo anche dalle pietre.
Non penso sia possibile contestare questa versione.
Ne voglio sottolineare un’altra, che valuto più coerente con la comprensione della fede che ho raccolto e rilanciato dalla meditazione della Lettera agli Ebrei.
Le Costituzioni salesiane dichiarano che don Bosco era una persona che viveva come se vedesse l’invisibile. Ha compiuto tanti gesti e ha lanciato i suoi figli in imprese coraggiose. Ha amato incondizionatamente i giovani e attraverso l’educazione li ha trasformati in buoni cristiani e onesti cittadini. Ha fatto anche gesti che hanno del miracoloso… ma il miracolo più grande è proprio quello che ha compiuto nel ritmo della sua quotidianità.
La ragione del suo operato è la sua grande fede: la capacità di vedere il presente dalla parte del mistero.
La fede è vedere il visibile dalla prospettiva del mistero che si porta dentro. Senza questa immersione nel profondo, fatta di possesso nella speranza e di visione dell’invisibile, restiamo catturati dal fascino di quello che vediamo e ci ritroviamo sperduti nella trama confusa degli avvenimenti, esposti alla tentazione di manipolarli nel nostro egoismo.
Per questo diventiamo capaci di impegnarci, con speranza operosa, al servizio della vita, lottando contro ogni esperienza di morte.
Ci scopriamo in compagnia di Gesù. E, come lui, riconosciamo di essere «soltanto servi» al servizio della vita, perché la vita è dono di Dio e solo in lui possiamo essere certi che anche la morte viene travolta dalla potenza della vita.
La storia di Gesù e dei suoi discepoli «mostra» che l’unica via per far nascere vita dove c’è morte, anche quando tutto sembra impossibile, è quel granello di esperienza, piccolo come un seme di grano, che si chiama la fede.

Educare a vivere di fede

La nostra vita è un intreccio, continuo e intenso, di realtà visibili e manipolabili e di realtà misteriose, sprofondate nell’evento della presenza e della vocazione di Dio. Viviamo di fede quando riusciamo a scavare dentro la trama della nostra quotidianità e comprendiamo avvenimenti e persone alla luce del mistero scoperto.
Una lettura di fede richiede la capacità di uno sguardo complessivo e globale, che corre da quello che si vede a quello che non si vede. Il credente, che vuole vivere da adulto nella fede, lo sa e persegue continuamente questa esperienza. Diventa una persona capace di «leggere dentro» la vita quotidiana: diventa un «contemplativo».
La contemplazione è una dimensione irrinunciabile per la vita di fede. Nella contemplazione ci tuffiamo nel mistero, alla ricerca di eventi che vanno oltre quello che la sapienza umana è in grado di decifrare. Viviamo il presente dalla prospettiva dell’invisibile: «possediamo già le cose che speriamo e conosciamo già le cose che non vediamo» (Eb 11, 1).
Quando possiamo dire a noi stessi di aver veramente incontrato l’evento di Dio nelle pieghe della nostra vita quotidiana?
Non possiamo certamente pronunciare la parola della nostra fede con la stessa saccente sicurezza con cui intessiamo i nostri affari e srotoliamo le conquiste della nostra scienza. Ma non vogliamo neppure illudere noi stessi e gli altri, contrabbandando come esperienza dell’invisibile quello che invece è solo frutto dei nostri sogni e delle nostre illusioni.
Immagino come due livelli di lettura. Lo faccio solo per motivi funzionali: per distinguere senza confusione e per sottolineare la necessaria unità.
In un primo livello di lettura analizziamo e comprendiamo quello che costatiamo, attraverso gli strumenti della tecnica e della scienza. Utilizzando i contributi della sapienza, che l’uomo ha accumulato nel lungo cammino della sua storia, cogliamo anche quella trama nascosta delle cose e degli avvenimenti, che sfugge allo sguardo superficiale e distratto. Leggiamo così il visibile in tutte le sue logiche.
Nel secondo livello di lettura, andiamo alla ricerca del mistero che il visibile si porta dentro. Anche se lo sguardo è diventato penetrante, il mistero resta collocato oltre la nostra scienza e sapienza. Non lo vediamo e non possiamo manipolarlo. Lo possiamo solo invocare e sperare. Eppure lo possediamo già, tanto intensamente da riuscire ad utilizzarlo come chiave di interpretazione e di decisione delle vicende in cui ci sentiamo protagonisti e responsabili.
Ogni livello di lettura ha i suoi strumenti.
Il primo livello si serve di tutto quello che l’uomo è riuscito ad elaborare mettendo a frutto la sua intelligenza e la sua fantasia.
Quali sono gli strumenti per il secondo livello di lettura?
I credenti indicano nella Parola di Dio, scritta e vissuta nella Chiesa, l’unico strumento utilizzabile per accedere al mistero.
Non possiamo però dimenticare che la Parola di Dio è già una esperienza di fede: una lettura, credente e confessante, della realtà. Per l’autorevolezza del suo protagonista e per una presenza specialissima dello Spirito, questa «interpretazione» può «interpretare» in modo normativo la nostra comprensione della realtà dalla parte del suo mistero.
Al primo livello, in cui ogni uomo è sollecitato ad utilizzare saggiamente il frutto della sua ricerca e i contributi delle differenti scienze, la Parola di Dio non offre risposte speciali. Dà una ispirazione, una specie di «fiuto», capace di sollecitare e orientare la ricerca. Anzi, il credente si rende sempre più conto di quanto sia importante utilizzare le strumentazioni anche per decifrare correttamente quello che essa ci dice di proprio e di specifico. Si tratta cioè di leggere bene, secondo i diversi generi letterari, mettendo correttamente in contesto il documento, interpretando esattamente quello che l’autore ci vuole dire... per poter raccogliere, all’interno di queste parole umane, il progetto di Dio sulla nostra vita e sulla nostra storia.
Anche questo è un modo serio di vivere di fede. Ci libera dalla tentazione, sempre in agguato, di utilizzare la fede come una ideologia a cui ricorrere per risolvere i conflitti sociali o da quella ancora peggiore di catturare la forza inquietante del vangelo per darci ragione.
Quello che abbiamo scoperto, nella lettura degli avvenimenti dal mistero che essi si portano dentro, ritorna poi alla vita quotidiana: gli avvenimenti e le persone sono le stesse di sempre, il mistero scoperto le trasfigura da una prospettiva nuova. La fede è collegata strettamente alla vita quotidiana sul livello del senso. Non si sostituisce alla fatica di vivere né risolve tutti i problemi, come a qualcuno piacerebbe. Suggerisce un modo di affrontare e di risolvere la questione del senso. Ci affida una specie di modello di senso, con cui confrontare la nostra ricerca ed esperienza di senso, per dire – noi a noi stessi, prima di tutto – il senso della nostra vita.
Per questo, veramente, ci fa passare da morte a vita.

 

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