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È solo «disaffezione» politica?


Carlo Nanni

(NPG 2000-07-3) 


1. Nella primavera scorsa abbiamo avuto le votazioni per le regioni (e per il rinnovo di vari consigli provinciali) e a fine maggio per i referendum. Il prossimo anno, se il governo arriva a fine legislatura e non cade prima, avremo le votazioni politiche generali, per il nuovo parlamento.
Non è un fatto solo politico. È un fatto di vita sociale che interessa tutti. E non solo per ciò che attiene la vita comunitaria: tocca la vita personale, a tutti i livelli.
L’ex-premier D’Alema diceva che il suo obiettivo era far diventare l’Italia un paese «normale», come gli altri paesi con cui forma l’Unione europea. Ma l’esperienza quotidiana non sembra molto incoraggiante. I politici non sono certo… i più «normali». Ritornando al maggioritario, come all’inizio del secolo, si vorrebbe dare un po’ di solidità e di unità alle forze politiche. Ma per intanto siamo arrivati ad oltre 40 partiti. Invece di far leggi, il parlamento sembra fare solo chiacchiere e dare spettacolo televisivo. La retorica, vecchia e nuova, copre l’assenza di dibattiti seri su programmi e la chiacchiera sostituisce l’impegno politico concreto. Al posto di una appartenenza ideale ai partiti-ideologici si va imponendo una – poi non tanto «soffice» – appartenenza a forze politiche che contano, che servono a propri fini o fini di parte (con il fenomeno di parlamentari che passano disinvoltamente da un gruppo politico all’altro). In parallelo cresce il disinteresse (se non proprio la strumentalizzazione particolaristica) per la «cosa comune» e aumenta presso la gente comune l’insana voglia di dominare, di accaparrare, di aggredire, di distruggere: cosa e chi è meno importante. Scontentezza e arroganza marciano insieme.

2. Questi comportamenti (e sentimenti) non sono solo dei giovani. Anzi, gli adulti e gli anziani magari sentono maggiormente la delusione e la frustrazione del non successo di vita, della caduta degli ideali in cui erano stati formati e in cui avevano scommesso tutta o parte della loro esistenza.
Ma certo appaiono molto diffusi tra i giovani.
Le inchieste sociologiche sui giovani parlano di «disaffezione» dei giovani per la politica, di un diffuso senso di distanza dalle pratiche politiche del mondo adulto.
Ma, a ben vedere, non è solo questione di politica. Anzitutto è questione di vita sociale, di senso di appartenenza civile e nazionale (e pertanto, anche di educazione civica); è questione di cultura politica, di sapere che senso ha la politica nella vita personale e sociale (e quindi è questione di educazione politica). È infine, anche, questione etica, religiosa ed ecclesiale (e quindi di educazione morale, religiosa e ecclesiale).
Approfondirò tutti e tre gli aspetti in questione.

3. È anzitutto questione di senso di appartenenza e di educazione civica.
«Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani». È la frase attribuita al marchese Massimo D’Azeglio (ma, forse, fu realmente pronunciata da Ferdinando Martini dopo la sconfitta di Adua nel 1896). Oggi molti si richiamano a questa frase, per evitare che la cosiddetta «seconda repubblica» sia la semplice riproduzione, se non la brutta copia, della cosiddetta «prima repubblica». Altri dicono che da fare è l’Italia, la Repubblica, prima ancora che gli italiani.
Una nazione si caratterizza per almeno cinque aspetti, che vanno tra loro saggiamente armonizzati, perché, se assolutizzati e separati, possono portare a forme di totalitarismi, ad intolleranze o rigurgiti di razzismo, o comunque a condotte devianti o aberranti :
– l’«oikos», il territorio, la geografia, in concreto per noi lo «stivale», l’Italia mediterranea, che diventa immagine simbolica della madre-patria, terra che nutre, che colloca nel mondo e permette di muoversi, di operare, di incontrarsi con gli altri; può portare al mito dei «sacri confini della patria», ai nazionalismi imperialistici e guerrafondai o al mito della terra...;
– il «genos», la composizione della popolazione, per noi italiani molto composita e storicamente rimaneggiata (ma che per altri, in passato e oggi ancora, porta a enfatizzare – insieme alla «terra» – i legami di «sangue», quelli tribali, quando non la «razza»: vedi il mito nazista della razza ariana). Certo è fonte di stereotipi e di etichettamenti non sempre belli: penso all’attore Manfredi del film «pane e cioccolata». Non voglio pensare ai razzismi che di tale aspetto si nutrono. Ma, certo, la comunanza dei «cromosomi» indubbiamente avvicina e differenzia dai diversi;
– il «logos», la lingua e più globalmente la cultura, le tradizioni. I francesi ci tengono alla loro lingua più di noi italiani e non vogliono il «meticciamento», l’ibridazione linguistica e culturale «americana», che invece sembra imperversare in Italia. Si può arrivare al mito della «grandeur» nazionalista, sciovinista, fascista;
– l’«epos», la trasfigurazione simbolica, la mitizzazione della vita e dell’esperienza storica, che celebra il passato comune, conferma la identità civile dei cittadini, diventa la base della formazione civile delle nuove generazioni. Per noi è caduta la retorica risorgimentale (quello di «fratelli d’Italia» o del libro «Cuore» di De Amicis), che il fascismo aveva cercato di rinverdire a scopi di consenso interno. Ma in modo quasi speculare si comportava il comunismo nell’orizzonte internazionalistico della lotta di classe (si pensi al mito del «sol dell’avvenire» o all’inno dell’«internazionale»). Altrettanto è da dire per certa retorica della resistenza alla «bella ciao»;
– l’ethos, vale a dire i valori e le norme che regolano la vita sociale del popolo e dei membri del corpo sociale. La Repubblica italiana ha, come orizzonte di senso valoriale e come quadro di riferimento fondativo, i principi contenuti nella Costituzione (specie nella sua prima parte) e nelle Dichiarazioni internazionali sui diritti umani. Ma sappiamo pure che durante i difficili anni ’70 si è avuta una «rivoluzione silenziosa» nei comportamenti e nelle giustificazioni della condotta della gente, ancora oggi in corso di trasformazione e di complessificazione.
Sta di fatto che noi italiani non brilliamo per senso civico. Per tanti motivi, storici, culturali, ma anche educativi e religiosi. Alcuni dicono che lo Stato Pontifico e il clericalismo cattolico hanno la loro parte di responsabilità. I tentativi scolastici di educazione civica (codificati nel 1958 e ridefiniti verso il 1996) non hanno sortito quasi nessun effetto positivo. Né certo ha aiutato molto la catechesi parrocchiale.
La pastorale giovanile non ha niente da dire, da fare? Non le compete niente in proposito?

4. La disaffezione dei giovani verso la «cosa publica» è questione di politica. Certo non lo è, se si intende per politica solo quella dei partiti, quella rozzamente «provincialistica» dei politici italiani. Il cantante irlandese Bono degli U2, rivolgendosi quest’anno al Festival di Sanremo a Berlusconi, perché aiutasse D’Alema nell’abolizione del debito dei paesi poveri creditori verso l’Italia, disse che il suo intervento «non è politica». Ma si riferiva appunto alle sensibilità politiche dei partiti del nostro paese.
Altro discorso è se si pensa a quella politica che è preoccupata e cerca di risolvere i problemi del paese (tra cui, quelli riferiti ai giovani: il sostegno alla vita e alla strutturazione della personalità e della identità individuale e sociale, la formazione, l’occupazione, la scuola, lo sport, l’organizzazione del tempo libero e del divertimento, la preparazione alla vita familiare, l’educazione e il tirocinio alla partecipazione sociale, l’educazione dell’opinione pubblica, la politica dei mass-media e dei nuovi media, la cura del disagio, la prevenzione della devianza…); o se si pensa a quella riguardante lo sviluppo nazionale, europeo, mondiale (e che si impegna per la difesa dell’ambiente, l’aiuto ai paesi del sottosviluppo, la promozione di una cultura democratica, l’impegno per uno sviluppo mondiale sostenibile, per la pace, il dialogo e la solidarietà tra i popoli e le culture…).
Allora la formazione di un «ethos» politico dei giovani italiani non diventa più un «optional», neppure per la pastorale giovanile italiana!

5. È questione ecclesiale, religiosa: i giovani di tradizione cattolica con la loro disaffezione sono degni figli dei loro padri (e dei loro preti), che nella linea di una certa interpretazione agostiniana della «città terrena» insinuano un pesante deprezzamento per quella cosa «sporca» che è la politica. È vero: il Signore dice di non fare di Cesare un «divus», vale a dire di non fare della politica un idolo; ma dice anche di dare a Cesare quel che è di Cesare. E in questo dare, non c’è solo il dovere di pagare le tasse (e non di «fregare lo stato» più che si può, come una certa tradizione cattolica ha incitato a fare); c’è anche l’impegno di partecipazione critica e profetica alla vita pubblica.
Che senso avrebbe, altrimenti, il tanto conclamato «progetto culturale orientato in senso cristiano» a cui la Chiesa italiana, a Palermo, a invitato a pensare: tutti, i giovani per primi!
La pastorale giovanile italiana ci pensa?

6. Si va affermando in giro che molti giovani non fanno politica, ma fanno volontariato. Non tutti si rifugiano «nel religioso», nel mistico, nella new age o si fanno una pera o tirano a fare l’alba cantando, ballando e sballando, ingoiandosi una pasticca di ecstasi o facendosi un’iniezione di eroina o semplicemente bevendo birra o alcolici. Ma anche quando fanno il volontariato, hanno da prendere coscienza di fare «una» politica: anche la politica del «Padre nostro» è una politica! Il volontariato è un soggetto politico di non poco conto.
In ogni caso credo che sia da evitare una pastorale giovanile con orizzonti ristretti all’intra-ecclesiale, una pastorale giovanile di sacrestia o di oratorio. Chi si occuperà delle professioni, della piazza, della famiglia, della vita sociale? Chi si darà pensiero della partecipazione nella corresponsabilità civile o anche ecclesiale? Dovremmo lasciare la città sempre in mano a quei chiacchieroni dei 40 partiti che non fanno «mondo», ma solo «poli», cioè luoghi dove non c’è vita? La vita è nelle zone temperate!
Dovremo lasciare sempre la chiesa al clericalismo? Ai preti che stanno solo dentro chiesa? Ad una cultura chiesastica che non vive e cresce nella cultura di tutti?
Come si farà a realizzare la ecclesiologia della Lettera a Diogneto o della Gaudium et Spes?
Le difficoltà, i mutamenti e le innovazioni culturali soffiano non fuori, ma dentro la chiesa, le parrocchie, gli oratori, i gruppi, i movimenti ecclesiali, la vita familiare. È una tragica illusione credere che c’è una cultura cristiana già bell’e fatta, di cui «noi» cattolici siamo portatori e con cui si può giudicare la cultura civile; che siamo al riparo dalle intemperie del tempo, dalle sirene dei Microsoft, dagli imperativi della globalizzazione e del mercato internazionale (e dal loro non poi tanto «discreto fascino» culturale).
Forse, una pastorale giovanile, oggi, alle soglie del XXI secolo, ha da impegnarsi in senso prioritario a vedere come si realizza quello che il Rapporto Delors chiama il quarto pilastro dell’educazione: «imparare a vivere insieme con gli altri». Anzitutto a livello di mentalità, di cultura, di atteggiamento personale e comunitario; nella ricerca della sintesi di vita, cultura, fede, azione, che è nel cuore di ognuno.
C’è solo da augurarsi «buon lavoro»!

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