I grandi temi del Concilio /5

Luis A. Gallo

(NPG 2000-06-49)


Una delle conseguenze del rinnovamento ecclesiologico operato dal Vaticano II fu, come si è visto nel tema precedente, il superamento della divisione tra gerarchia e laicato. Ambedue i blocchi ne furono interessati, anche se in modo differente: i membri della prima, in quanto sollecitati ad accogliere il co-protagonismo dei laici nella vita e nella missione della Chiesa (LG 37); i secondi, in quanto riconosciuti come soggetti a pieno titolo in essa. Ci occuperemo ora particolarmente di questi ultimi, data la novità dell’impostazione conciliare nell’affrontare la loro condizione ecclesiale.

Da cristiani di seconda categoria ad avanguardia della Chiesa

Sarebbe disonesto negare che i cristiani laici – uomini e donne – sono stati considerati, e si sono essi stessi considerati, quali cristiani di seconda categoria nella Chiesa. Erano identificati «negativamente», e cioè come quelli che non appartenevano alla gerarchia e agli ordini o congregazioni religiose. In certo senso erano ritenuti e si ritenevano quali minorenni, dipendenti dai loro fratelli maggiori. I motivi storici per cui si è arrivati a tale situazione sono già stati ricordati precedentemente.
Nel Vaticano II questa prospettiva venne superata. Anzitutto, proponendo un’altra identificazione di questi cristiani, che costituiscono la maggioranza dei membri della Chiesa. Infatti, nella Costituzione Lumen Gentium la loro identità venne tracciata nei seguenti termini: sono i fedeli, che, «dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio, e nella loro misura, resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano» (n. 31). Come si vede, una descrizione altamente positiva. Si potrebbe dire che venne riconosciuta la loro appartenenza «a pieno titolo» alla Chiesa. Cristiani di prima categoria, quindi, come i membri dell’ordine e dello stato religioso, a cui si fa riferimento nello stesso testo della Costituzione, e non di seconda.
Il contesto di tale riconoscimento fu quello proprio della svolta comunionale del Concilio nella sua prima tappa di ripensamento ecclesiologico. Ma, oltre a questo primo passo, la sua seconda tappa portò a un altro, che contribuì a rinforzare ancora maggiormente l’identità propria dei laici. Nella Costituzione Gaudium et Spes, infatti, più nello spirito che nella lettera stessa, si delineò la figura del laicato cristiano quale avanguardia della Chiesa, di una Chiesa cioè interamente protesa al servizio evangelico dell’umanità (cf n. 43). «Dai sacerdoti – si specifica in effetti nel testo – i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità».
Si è così molto lontani da quella impostazione plurisecolare che aveva rilegato la grande «maggioranza silenziosa» della Chiesa nella sua periferia. Si produsse una grande innovazione, la cui attuazione concreta, ancora non pienamente riuscita, è chiamata a produrre copiosi frutti per la vita stessa della Chiesa.

Il protagonismo dei laici nella missione della Chiesa

Nella nuova impostazione ecclesiologica del Vaticano II, come si disse, l’ecclesiocentrismo precedente lasciò il posto ad un decentramento radicale: non più il mondo al servizio della Chiesa, ma viceversa la Chiesa al servizio del mondo. Ciò portò a far venire in primo piano la missione della Chiesa, una missione che deve configurare anche la sua vita interna.
Ora, il mondo al quale la Chiesa è inviata in questa sua missione di salvezza, non è un’astrazione bensì una realtà molto concreta. Nella prospettiva della costituzione Gaudium et Spes, è l’umanità con tutte le sue gioie e speranze, con tutte le sue tristezze e angosce (GS 1). Su questo fronte è chiamata a svolgersi principalmente l’azione dei cristiani laici. Sono situazioni e problematiche che hanno a che vedere direttamente con le realtà cosiddette secolari, in mezzo alle quali essi vivono giorno per giorno la loro vita.
Chi è autentico membro laico della Chiesa di Gesù Cristo, uomo o donna che sia, è chiamato a prendere sul serio ciò che accade nel mondo reale. Nel grande mondo dei rapporti socio-politici, dove si elaborano le grandi decisioni che interessano direttamente o indirettamente l’intera umanità e i suoi singoli membri, e nel piccolo mondo dei rapporti interpersonali, dove tali decisioni si ripercuotono in mille modi diversi. Lì, a contatto con tali situazioni, è sollecitato a svolgere il suo servizio evangelico, collaborando dall’interno, «a modo di fermento», secondo l’espressione della Lumen Gentium (n. 31), nella trasformazione della convivenza umana.
Seguaci di Gesù Cristo, i laici e le laiche sono invogliati a realizzare questo servizio evangelico al mondo, stando alla tipica tripartita caratterizzazione conciliare, da profeti, sacerdoti e signori.
La loro profezia è chiamata ad attuarsi nel mondo principalmente mediante lo sforzo di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo (GS 4a) o, in altre parole ancora, di discernere, in ciò che avviene in esso, i segni veri della presenza o del disegno di Dio (GS 11a). Un discernimento mirato ad annunciare a voce alta quanto vi trovano di positivo, riconoscendo una manifestazione del progetto di Dio, e a denunciare coraggiosamente quanto vi scoprono di negativo, come contrario a tale progetto. Ma un discernimento mirato soprattutto a provocare il proprio impegno di azione nella direzione del discernimento fatto.
Anche la loro liturgia è chiamata a svolgersi in mezzo al mondo, ad offrire cioè in esso quel «culto spirituale» di cui parla la lettera di Paolo ai cristiani di Roma (Rom 12,1-2), e che la costituzione Lumen Gentium ha collegato strettamente con l’esistenza prevalentemente secolare condotta da essi. Una liturgia e un sacerdozio vissuti nell’impegno serio e responsabile in tutto ciò di cui tale esistenza è intessuto, e che poi vengono celebrati specialmente nell’Eucaristia (LG 34b).
Infine, come Gesù Cristo, il Signore, anche i suoi discepoli laici e laiche sono invitati ad impegnarsi nel rendere effettiva la loro signoria nei confronti delle realtà del mondo (LG 36). Tale impegno richiederà da loro il non lasciarsi rendere schiavi da esse, e il collaborare affinché neanche gli altri si lascino rendere schiavi. E, inoltre, il mettere in atto una gestione tale delle realtà del mondo, che li abiliti a contribuire sempre più alla vita e alla maturità degli uomini, e non alla loro morte. È proprio qui che il servizio laicale è più che mai urgente, data la situazione del mondo attuale. I cristiani-laici e le cristiane-laiche sono chiamati a contribuire con tutte le loro capacità e competenze a fare in modo che la convivenza umana diventi sempre meno inumana e sempre più consona con la dignità dell’uomo.
Nel portare avanti questo loro impegno, avverte il Concilio, dovranno essere consapevoli che non sono soli al mondo, che molti altri uomini e donne, i quali non si ispirano al Vangelo di Gesù Cristo ma ad altre proposte, stanno portando avanti un impegno simile, con tanto o alle volte con ancora maggior entusiasmo di essi. «Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità», dice la Gaudium et Spes (n.43b) riferendosi precisamente a loro. Nessun atteggiamento di superiorità o di competitività dovrebbe quindi ispirare il loro impegno.

Il protagonismo dei laici nella vita della Chiesa

Ma i laici sono solo cristiani nel cuore del mondo? È una domanda che potrebbe sorgere spontanea dopo quanto si è detto. Torniamo così alla concezione di prima del Concilio, secondo la quale ai ministri e ai religiosi spettavano «le cose della Chiesa», mentre ai laici corrispondevano «le cose del mondo»?
Secondo il pensiero del Vaticano II, questa classica spartizione va decisamente scartata. Bisogna ribadirlo con forza: nella comunità ecclesiale a tutti, senza eccezione, spettano tutte e due le cose. In modo diverso, certamente, a seconda della vocazione di ciascuno. Tuttavia, se nel modo proprio di vivere dei cristiani-laici l’accento viene posto sulle realtà del mondo, ciò non significa che essi siano sprovvisti di protagonismo nella Chiesa stessa.
Anzitutto va detto che, diversamente da ciò che si è a volte pensato e detto, la Chiesa non si divide in due parti, una «Chiesa che insegna» e una «Chiesa che impara», la prima costituita dalla gerarchia con il potere di ammaestrare, e la seconda dai laici con il dovere solo di imparare. Tutta la Chiesa è invece l’una e l’altra cosa, anche se in modi e misure diverse. La ragione ultima di ciò si trova nel fatto che la Parola di Dio è stata consegnata all’intera comunità ecclesiale (DV 10a), e non ad alcuni soltanto. Di qui la necessità che sia tutta la comunità ad approfondirla e annunciarla, anche se in essa alcuni sono chiamati a presiedere tale impegno e altri a collaborarvi responsabilmente, senza presiederlo.
E poiché la Parola viva di Dio si manifesta in forma storica in avvenimenti e situazioni umane (DV 2; GS 11a), si capisce l’importanza insostituibile e peculiare del contributo dei cristiani e delle cristiane laici nel suo discernimento, dal momento che essi, per il fatto di vivere più vicini alla realtà storica, la possono cogliere meglio e con maggior realismo. In questo contesto la Lumen Gentium sostiene che i pastori, «aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, compie con maggior efficacia la sua missione per la vita del mondo» (n. 37d).
D’altronde, dall’attività profetica svolta nel seno della comunità ecclesiale, i laici possono trarre profitto per la loro vita e azione personale nel mondo. Possono imparare cioè a scoprire, insieme agli altri fratelli e sorelle nella fede, il senso ultimo delle realtà tra le quali vivono, e trovare anche il modo più concreto per annunciare il Vangelo a coloro con i quali convivono ogni giorno nel mondo.
In secondo luogo, come è stato ricordato, la Lumen Gentium nel parlare del culto spirituale afferma che tutto ciò che i laici fanno nello Spirito si converte in sacrificio spirituale che, nella celebrazione dell’eucaristia, con l’oblazione del Corpo di Cristo, essi offrono al Padre (n. 34b). Ciò che essi vivono nella loro vita ordinaria e quotidiana, e che è già di per sé «culto spirituale», lo celebrano nella comunità ecclesiale nei momenti liturgici. Questi sono occasioni speciali dell’esercizio del loro sacerdozio. Si tratta quindi di una autentica concelebrazione, nella quale tutti i membri della comunità partecipano attivamente, e nella quale si manifesta anche la varietà di servizi in essa esistente. Su questa base la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium ha insistito sulla partecipazione attiva di tutti i fedeli nelle celebrazioni liturgiche, che non sono mai celebrazioni private, ma sempre celebrazioni della comunità (n. 26a). I ministri, in forza della loro ordinazione, sono chiamati a prestarvi un servizio di presidenza; ma non per questo gli altri partecipanti sono da considerare come semplici e passivi beneficiari di ciò che essi fanno. Al contrario, tutti sono sollecitati a sentirsi – perché di fatto lo sono – corresponsabili della celebrazione, e di conseguenza a contribuire con tutta la loro capacità nella sua realizzazione.
È importante rilevare ancora il contributo proprio e peculiare dei laici e laiche nella liturgia. Se questa è espressione di una Chiesa tutta protesa al servizio del mondo, la sua liturgia dovrà essere necessariamente permeata da quelle sollecitazioni che vengono alla fede da ciò che succede nel mondo. Altrimenti sarebbe una liturgia alienata. Si intravede così quale sia il contributo tipico che possono apportarvi i cristiani e le cristiane laici, che vivono gomito a gomito con gli altri uomini e donne del mondo le situazioni gioiose o problematiche che lo segnano: quello di farle entrare quale materia della celebrazione.
Infine, ogni cristiano laico o laica è chiamato ad essere «signore», ossia «servo», secondo il pensiero del Vangelo, all’interno della stessa Chiesa (GS 32). Anche fuori delle celebrazioni cultuali la vita della comunità ecclesiale ha bisogno di determinati servizi: organizzazione, presidenza, insegnamento, assistenza… Quanto più fraternamente si svolge la vita di una comunità, tanta maggior disponibilità richiede dai suoi membri. Lo si vede già nelle prime comunità cristiane, stando alle svariate testimonianze tramandate dagli scritti neotestamentari.
In questo contesto è utile ricordare ciò che disse il Vaticano II circa il rapporto tra laici e pastori.
Un criterio orientativo venne fornito, nello stesso capitolo dedicato ai laici, dalla Lumen Gentium: «Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità ed hanno avuto ugualmente in sorte la stessa fede in virtù della giustizia di Dio. Quantunque alcuni per volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità» (n. 32b).
Si sottolinea, in questo modo, un aspetto molto importante della vita e dell’organizzazione ecclesiale: non esiste nella Chiesa nessuna scala di dignità, poiché tutti i suoi membri sono uguali da tale punto di vista, e nessuno è al di sopra degli altri. Dopo aver enunciato questo principio fondamentale, il testo citato continua dicendo: «I laici, quindi, come per degnazione divina hanno per fratello Cristo [...], così anche hanno per fratelli coloro che, posti nel sacro ministero, insegnando e santificando e reggendo per autorità di Cristo, pascono la famiglia di Dio, in modo che sia da tutti adempito il nuovo precetto della carità» (n. 32d).
Il primo e fondamentale rapporto, quello dell’uguaglianza fraterna, non elimina quindi questo secondo rapporto complementare: la diversità nella responsabilità, una diversità che deve però sempre essere permeata di quella stessa fraternità. In forza di ciò la Lumen Gentium insiste sulla corresponsabilità dei cristiani laici nella vita e nel cammino della comunità: «Nella misura della scienza, competenza e prestigio di cui godono, [i laici] hanno la facoltà, anzi, talora il dovere di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa» (n. 37a). E invita i pastori a riconoscere e promuovere la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa..