Elisabetta Maioli – Juan E. Vecchi, L'ANIMATORE NEL GRUPPO GIOVANILE. Una proposta «salesiana», Elledici 1988

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1. FARE GRUPPO: TRA DESIDERIO E REALTÀ

Fare gruppo per i giovani, a ben guardare, non è facile anche se lo desiderano e ci provano continuamente. Convinto di questa difficoltà, l'animatore considera la vita di gruppo come punto di arrivo del suo lavoro formativo, non come una premessa indispensabile per ogni proposta culturale e religiosa.
Le difficoltà sono molte. Le esaminiamo da vicino, distinguendo tra i problemi di natura psicologica e quelli di natura sociale, anche se, ovviamente, si incrociano.
- La situazione psicologica dei giovani rispetto al gruppo è quella rappresentata dalla favola dei due ricci che nella sera fredda e umida sentono il bisogno di scaldarsi insieme per affrontare la notte, ma purtroppo si pungono ogni volta che cercano di avvicinarsi.
I giovani ondeggiano tra angoscia della solitudine e paura della dipendenza. La prima li porta a cercare un luogo di fusione assoluta e gratificante con gli altri, soprattutto con i coetanei. La seconda li porta a provare sofferenza nello stare insieme, nel sentirsi incapaci di comunicare; a non sopportare l'impegno reciproco, perché sembra una manipolazione della propria libertà e autonomia. Il gruppo è così un desiderio, ma anche un luogo in cui vengono scaricate le tensioni contro ogni forma di limite e ogni strutturazione del rapporto con gli altri.
- Questa situazione psicologica viene vissuta oggi in modo più drammatico dai giovani immersi in una società e cultura che per molti versi privilegia l'individualità, la ricerca del successo personale, l'affermazione soggettiva. La stessa società spinge a una rapida evoluzione dei modi di pensare e di agire. Suggerisce una selettività ed elasticità nelle appartenenze in modo da non vincolarsi troppo, da non precludersi le possibilità di scelte diverse.
Tutto questo spinge i giovani a rifiutare ciò che si presenta come legge e norma, come istituzione che sembra bloccare il cammino delle persone e assoggettarlo al passato. Ogni appartenenza viene così vissuta in modo selettivo, fino al punto che non si appartiene ad alcun gruppo, anche frequentandone molti.
- La difficoltà verso il gruppo va anche vista nell'orizzonte della crisi dei processi di prima socializzazione in famiglia e a scuola. In tali contesti i giovani spesso sperimentano crisi di abbandono, di solitudine e soprattutto non ricevono un'adeguata formazione all'interazione personale e comunicazione di gruppo. Di conseguenza sono poveri di capacità per instaurare relazioni stabili e profonde e soprattutto per inserirsi seriamente nel tessuto dei rapporti istituzionali. La ricerca del gruppo viene per questo ad assumere un sovraccarico eccessivo di significati: è rifugio, è sostegno, è ambito di amicizia, è fuga dalla realtà sociale aperta...
Forse questo fa sì che i giovani provino un disagio particolare verso gruppi istituzionalizzati: il gruppo-classe, il gruppo ecclesiale e tutti i gruppi (ad esempio di volontariato o di impegno politico e culturale) con un programma e un modo di procedere definito dall'alto. L'appartenenza a una classe scolastica è così selettiva nei rapporti, così chiusa tra piccoli gruppi, da divenire incapace di costituire un solo soggetto educativo. Il disagio di alcuni verso i gruppi ecclesiali si manifesta invece come insofferenza per i suoi vincoli: sembra che tutto venga imposto, anche se con accorgimenti sofisticati, e che non ci sia posto per la libertà, la ricerca, il confronto di idee.
- Consapevole di questo, l'animatore individua come un suo compito l'abilitare i membri del gruppo a dar vita a interazioni positive. Persegue questo compito a nome proprio e lo condivide col gruppo.
Per adempierlo lavora attorno ad alcuni elementi:
* la comunicazione nel gruppo;
* la struttura del gruppo;
* l'utopia del gruppo.

2. LA COMUNICAZIONE NEL GRUPPO

Fin dal primo momento della nascita del gruppo l'animatore si trova di fronte a una realtà: tra i giovani che intendono costituirsi in gruppo nasce un rapporto variegato e avvengono reazioni molteplici dovute a fattori diversi, come il temperamento di ciascuno, la paura di impegni troppo grandi, il desiderio del massimo profitto, la percezione confusa degli obiettivi che si perseguono.
Alcuni di questi fattori incideranno sull'andamento del gruppo e interessano perciò particolarmente l'animatore: sono le attese che riguardano sia il gruppo nel suo insieme, sia i suoi componenti; sono le difese che scaturiscono dall'emotività e dai rapporti vicendevoli.

Le attese da liberare

Le attese incluse nel desiderio di fare gruppo sono espressione di particolari bisogni del soggetto, tra i quali è possibile evidenziare i seguenti:
- bisogno di inclusione. Per distinguersi come individui i giovani hanno bisogno di essere riconosciuti e presi in considerazione da tutti, ma in particolare dai coetanei. L'essere in-relazione-con è legato all'esigenza di riconoscimento, di identificazione, all'importanza e al prestigio. È fondamentale essere riconosciuti come individui distinti, con caratteristiche proprie;
- bisogno di influenza sugli altri. Per affermare la propria individualità i giovani sentono il bisogno di esercitare un certo potere o autorità. Ciò implica la decisione, non sempre espressa, di assumersi un ruolo rispetto al comandare o essere comandati;
- bisogno di affetto. Per le mille situazioni di insicurezza in cui la persona vive, dietro la ricerca del gruppo è quasi sempre sotteso un desiderio di esprimere e ricevere amicizia e affetto tra i coetanei.
L'animatore valuta positivamente e interpreta con profondità di educatore queste attese. Sa che i bisogni a cui sono legate si presentano spesso in modo semplice e povero: voglia di compagnia, desiderio di giocare e fare sport, ricerca di vincere la noia del tempo libero. A volte le attese sono più precise e nascono dalla consapevolezza di bisogni fondamentali, come il desiderio di maturare insieme, di conoscersi meglio, di scoprire il senso delle cose e della vita.
In ogni caso c'è sempre una intensa ricerca di rapporto con gli altri, resa ancora più acuta là dove l'ambiente sociale ed ecclesiale confina i giovani nella solitudine o li immerge nella massificazione; là dove la possibilità di dialogo e amicizia, di affetto e riconoscimento è ridotta al minimo.
Compiti dell'animatore sono:
- far prendere coscienza di queste attese e della risposta che il gruppo può dare. Nel gruppo infatti non si cerca un rapporto di coppia, né una relazione occasionale, né un rapporto di solo lavoro, ma un incontro di persone costante nel tempo fino a vivere una particolare esperienza di fusione quasi in un solo organismo, senza per questo annullare la propria personalità;
- aiutare a chiarire le motivazioni personali che spingono ad aggregarsi in gruppo. Ognuno ha una sua storia, esperienze vissute fino a quel momento in famiglia, a scuola, in parrocchia. Quando il desiderio di far gruppo fosse nella direzione di svolgere un compito, l'animatore è attento a far emergere il bisogno e la capacità dell'amicizia personale;
- abilitare i giovani a leggere, dopo aver decifrato le proprie attese, i bisogni degli altri. L'apertura agli altri è un punto faticoso di arrivo, più che un dato di partenza. L'animatore, mentre valorizza il movimento spontaneo che porta ad associarsi, ne prende in considerazione la fragilità, l'ambiguità, come pure sa cogliere l'emotività che spinge i giovani a cercare gli altri.

La relazione a cui abilitare

Ma al rapporto che consente una profonda comunicazione educativa non si giunge finché non ci si libera dalle difese: imparare a instaurare relazioni sincere è una crescita che richiede all'animatore un tipo di presenza e conoscenze pedagogiche.
Nel momento in cui entra nel gruppo ogni giovane si porta dentro, insieme ai bisogni, anche ansie e riserve nei confronti degli altri. Da una parte gli servono a difendere la propria persona; dall'altra sono manifestazione dei suoi limiti nella capacità di stabilire relazioni.
- Si parla di maschere come forme distorte di un rapporto non diretto e aperto, ma vissuto attraverso l'immagine che si vuol dare di se stessi. Le maschere sono provocate dai bisogni di cui si è detto (inclusione, influsso, affetto).
Nel gruppo ci può essere perciò:
* chi prende le distanze da tutti: la paura di essere o sentirsi ignorato lo spinge a fingere di voler tirare avanti da solo o lo porta a far vedere che gli altri non lo capiscono;
è chi si propone come centro dell'attenzione: l'ansia di non essere considerato lo porta a farsi avanti, a mettersi in mostra;
* chi appare sottomesso: preferisce la fuga da ogni responsabilità per la paura di non saper reggere alle attese degli altri;
* chi cerca il predominio: vuole a tutti i costi il riconoscimento dei suoi meriti e li sottolinea continuamente;
* chi evita i legami troppo stretti e personali: è abbastanza cordiale con tutti, ma sta attento a non dare troppa confidenza. Non vuol essere molesto o antipatico;
* chi vuole solo un'amicizia intima e rapporti molto confidenziali: pensa di essere, così, valorizzato meglio, di far vedere la sua maturità.
- Di fronte a queste difese, la funzione dell'animatore si riassume in una indicazione fondamentale: abilitare i singoli e il gruppo a una comunicazione di tipo educativo.
Il gruppo è un sistema di interazioni. Queste possono portare verso l'aggressività, il conflitto, la chiusura, l'autosoddisfazione, così come possono favorire valenze positive. La comunicazione può essere disordinata e confusa fino a costituire un'ennesima difficoltà per la sintesi vitale dei giovani; o può essere qualificata per contenuti, modalità e stile. La vitalità del gruppo, dunque, non si misura solo dalla somma delle interazioni o dall'abbondanza della comunicazione, ma anche dalla loro qualità. Animare un gruppo è perciò aiutarlo a sviluppare una buona comunicazione attraverso interazioni positive.
Questo è un impegno di tutto il gruppo, ma è particolarmente funzione dell'animatore per la sua competenza e per la sua autonomia rispetto ai flussi comunicativi del gruppo. La funzione dell'animatore è creare le condizioni, perché la comunicazione nel gruppo risulti sempre educativa.
Se ne possono indicare alcune:
* riconoscere e valorizzare la diversità e originalità di ogni persona nel gruppo. Ognuna di esse porta con sé un bagaglio culturale e un'esperienza religiosa, un miscuglio singolare di tensioni, ideali e progetti. La diversità costituisce il capitale della comunicazione, quello che circola e si plasma poi in una visione «comune».
Nel gioco della diversità entra anche l'originalità dell'animatore. Egli è testimone della cultura e della fede attraverso una sintesi, pensata e vissuta personalmente. Egli non è un insegnante che segue un testo e lo fa imparare. È uno che comunica ciò che vive;
- favorire la disponibilità a comunicare e a far maturare le persone in questa capacità. Il clima di fiducia incondizionata porta a firmare una specie di patto comunicativo. In virtù di esso non solo non si ha paura degli altri, ma c'è la volontà di condividere relazioni, affetto, approfondimento culturale, scelte religiose. Si ha un positivo interesse nell'arricchire gli altri; si è aperti a lasciarsi arricchire sia dalla loro amicizia, sia dai valori e progetti in cui ci si riconosce. La comunicazione è reale soltanto se è reciproca, se avviene tra i vari partner per i quali dialogo e confronto sono significativi. Ma a comunicare si impara e nel comunicare si progredisce. E un'ascesi che riguarda gli atteggiamenti e il linguaggio, ma anche le abitudini di pensiero e di giudizio;
- mantenere vivo e aperto il desiderio di apprendere, cambiare schemi nel pensare e nel valutare, modificare il modo complessivo di vivere. La comunicazione raggiunge il suo obiettivo quando trasforma le persone; quando queste intrecciano legami di tipo nuovo, capaci di promuovere la dignità di ogni soggetto, di verificare insieme ideali e situazioni pratiche. La disponibilità al cambiamento deve essere di tutti i partner che intervengono nel circuito comunicativo, e dunque anche dell'animatore. Anche il gruppo infatti educa l'animatore che dedica le proprie energie personali al suo servizio.

3. AIUTARE IL GRUPPO A DARSI UNA STRUTTURA

Poiché non è un'esperienza occasionale ma continuativa, il gruppo nella sua evoluzione si va strutturando. In un primo momento si tratta forse di tentativi informali e non molto organici; ma più tardi è una scelta riflessa.
La struttura è il disegno originale che distingue un gruppo dagli altri. Il moltiplicarsi di legami interpersonali dà origine a una rete di rapporti. A mano a mano che questa si consolida viene a configurare il gruppo, cioè a dargli una fisionomia interna, e porta anche a distinguere tra il dentro e il fuori del gruppo.
Fra gli elementi della struttura alcuni sono particolarmente importanti dal punto di vista dell'animazione:
- le forze di attrazione che tengono unito il gruppo e ne determinano il grado di coesione;
- l'individuazione di uno scopo comune e, dunque, di obiettivi di gruppo;
- la costituzione di una leadership accettata da tutti;
- la presenza di norme condivise, capaci di impegnare i singoli;
- le procedure per la presa di decisioni.

La coesione del gruppo

Le forze di attrazione o la loro risultante - la coesione - tengono unito il gruppo, muovono le persone a manifestare l'appartenenza, distinguendosi in qualche modo dagli altri.
Queste forze sono di tre tipi: affettive, ideali, operative. Sono forze affettive di attrazione l'antipatia e la simpatia tra le persone. Sono forze ideali i valori e la visione della vita che i membri condividono, a partire dal coltivare gli stessi sogni (vedi più avanti). Sono forze operative quelle che permettono alle persone di comunicare tra di loro lo svolgimento di attività.
L'animatore è attento al formarsi o meno della struttura e al suo tipico disegno, valorizza le forze affettive, ideali e operative di attrazione e controlla quelle di disgregazione. Aiuta i singoli a lasciarsi attrarre dal gruppo, a sentirsene parte, accettando le rinunce ad altre relazioni e attività. Aiuta a rendersi conto della struttura che il gruppo va assumendo, sia quella dichiarata e formale che quella informale e sotterranea, in modo che esse vengano il più possibile a coincidere.

Lo scopo del gruppo

La individuazione dello scopo, che indica le attività privilegiate e gli interessi che il gruppo vuole sviluppare, rafforza la coesione e configura ulteriormente la struttura del gruppo.
Un gruppo esiste nella misura in cui riesce a identificare uno scopo comune, cioè condivisibile e condiviso di fatto da tutti. In ogni caso il gruppo esiste «per» qualche cosa, anche quando ciò non viene esplicitamente dichiarato. Le finalità possono essere diverse: da quelle di avere amici con cui passare il tempo, all'esprimere interessi sportivi, culturali, religiosi, al lavorare come volontari per gli emarginati o i poveri.
Portare alla luce il vero fine perseguito dal gruppo non è facile, come non è facile, prima ancora, arrivare a identificare uno scopo comune. L'animatore è impegnato continuamente a intravedere i veri fini, a sottoporli al giudizio critico del gruppo, a sollecitare il loro arricchimento, a far esplodere le discrepanze tra gli obiettivi dichiarati e quelli perseguiti.

La leadership del gruppo

Ogni gruppo, spontaneamente, fa nascere una propria leadership. L'animatore si rende garante perché la leadership, più che a concentrarsi, tenda a distribuirsi, in modo tale che più persone condividano l'influsso sul gruppo, secondo le diverse capacità e in funzione di attività varie. Egli vede nei giovani leader un prezioso aiuto per una buona animazione del gruppo; utilizza dunque positivamente la loro influenza.
Affinché la leadership possa essere distribuita, l'animatore chiede al gruppo di aiutare ognuno a individuare il proprio compito nei confronti di tutti. Emergeranno così alcuni con le loro capacità di organizzare e realizzare attività: sono leader di compito. Altri invece sono dotati di sensibilità per instaurare rapporti sereni con tutti e per creare un clima favorevole dentro il gruppo: sono punti di convergenza e di intesa.

Le norme del gruppo

L'animatore sollecita il gruppo a darsi delle regole: quelle che riguardano gli appuntamenti, l'ordine del giorno, la suddivisione dei compiti. Ma anche quelle relative alla presa di decisioni comuni, alla rotazione delle cariche. Sono importanti anche le regole con cui il gruppo esprime lo stile di vita quotidiana dei suoi membri o con cui si impegna in determinate aree o modalità di lavoro.
L'animatore è attento perché - nell'elaborare le regole - il gruppo faccia un cammino educativo.
Accettare e, prima ancora, stabilire regole che pretendono di influenzare la vita personale, non può essere dato come un fatto scontato per i giovani, nè semplicemente imposto in cambio di altri vantaggi.
È probabile che intorno ad esse si scatenino opposizioni, discussioni, rifiuti. Per l'animatore un tale processo contiene elementi positivi da far maturare. Le regole, del resto, non hanno la finalità di assicurare un facile controllo del gruppo. Esse sono un limite costruttivo all'individualismo, un freno al conformismo di gruppo; abilitano ad avere un rapporto critico, ma positivo, verso ciò che è istituzione, legge, obbligo assunto o dovuto; sono un richiamo alla razionalità contro l'esercizio arbitrario dei ruoli e l'improvvisazione dei progetti. Il cammino educativo di un gruppo animato porta a evidenziare la libertà, ma valorizza anche le istituzioni.

Le decisioni del gruppo

Un'attenzione particolare meritano le procedure decisionali. Il gruppo è chiamato ad essere un soggetto decisionale unico e democratico. L'animatore educa a un corretto cammino decisionale, facendo attenzione a quattro fasi.
- Prendere atto della necessità e urgenza di decidere. È il momento dell'analisi della realtà per rendersi conto dello stato di incertezza, di insofferenza, di apatia; dell'esistenza di un conflitto, di un problema organizzativo. In genere il gruppo non si rende conto o rimanda le decisioni. L'animatore, vista la situazione di incertezza, aiuta a far circolare le informazioni che permettono a tutti di cogliere il problema e la necessità di decidere. Allo stesso tempo rassicura rispetto alle novità che potrebbero nascere dalle decisioni, soprattutto quando toccano da vicino le persone.
- Identificare l'oggetto della decisione. Il gruppo deve vincere la tentazione di nascondere il problema, soprattutto quando questo avviene perché manca il coraggio di rimettere in discussione se stessi e il rapporto con gli altri. Il punto di arrivo è la descrizione obiettiva del problema, con le informazioni necessarie per poter decidere.
- La produzione e il confronto tra alternative. Dopo aver focalizzato il problema è necessario procedere alla ricerca delle possibili soluzioni. Occorre scatenare l'immaginazione per individuare le alternative esistenti. L'animatore aiuta a superare la paura di pensare in modo diverso, il rischio di limitarsi ad appoggiare soluzioni altrui; stimola invece le vedute e i contributi che ciascuno è capace di dare.
- La scelta finale. Il gruppo finalmente prende una decisione fra le tante possibili, accettando il fatto che ogni decisione è sempre limitata e parziale. Poiché decidere non è solo indicare «che cosa fare», ma anche «come fare», attraverso quali iniziative, con quali compiti per ognuno, anche questo è un momento di paziente apprendimento.

4. LE UTOPIE DEL GRUPPO

L'animatore possiede una particolare sensibilità per leggere in profondità il bisogno dei giovani di far gruppo, fino a farne emergere una dimensione spesso nascosta: la ricerca di ideali per i quali valga la pena vivere, di un'utopia che abbracci l'intera umanità.
Ricercare l'incontro e la condivisione con gli altri è infatti tendere verso la costruzione di un mondo nuovo, piccolo quanto si voglia, caratterizzato da valori fortemente sentiti. È da qui che nascono lo scopo e gli obiettivi del gruppo.
Non è detto, tuttavia, che il gruppo sappia guardare verso questa parte intima di se stesso e scorgervi germi di utopia, che rischiano perciò di perdersi. Tocca all'animatore aiutare a elaborare e condividere sogni e ideali, a prendere atto delle utopie latenti e ad approfittare della loro forza trainante.
- L'animatore favorisce l'immaginazione del singolo e del gruppo.
Dare spazio all'immaginazione non significa semplicemente esprimere che cosa fare, ma innalzarsi a una comunicazione di ordine superiore, dove ci si aiuta a percepire ciò che è bene e va assunto, ciò che è bello e va apprezzato, ciò che è vero e va creduto. Quando lo «stare assieme» e il «che cosa fare» sono illuminati dall'utopia, anche se forse irraggiungibile, sprigionano una loro carica educativa.
- È importante che il gruppo sappia riportare la sua utopia al quotidiano. E ciò sia come condizione per realizzarla, sia come educazione personale a fare i conti con il tempo e con le cose.
Chi proclama soltanto le mète finali o le grandi verità, senza accorgersi né degli ostacoli attuali né delle opportunità immediate e reali, non riesce a riportarsi sul piano dell'esistente. Chi è incapace di guardare all'orizzonte, perché catturato dal qui-ora, non sa mai dove lo portano i suoi piccoli passi.
Così è anche per il gruppo: gli ideali, le mète, le utopie smuovono energie interiori; nello stesso tempo il calcolo delle possibilità insegna a misurare il passo.
- Tocca all'animatore, inoltre, abilitare il gruppo a passare dall'utopia o sogno a scelte sempre più consapevoli e decise rispetto alle sfide, grandi o piccole, della società di oggi. Non si tratta tanto di ripetere o esasperare le analisi critiche, ma di coltivare un atteggiamento e innescare una reazione che rendano capaci di coinvolgersi anche in problemi complessi e a prima vista senza soluzioni a breve termine.
Il cuore della decisione è l'amore alla vita: la convinzione che vale la pena vivere e sviluppare, nonostante i suoi limiti, ogni germe di vita, sia a livello personale che di gruppo, sia nella realtà sociale che ecclesiale.
- L'animatore, in quanto credente, non si accontenta del fatto che i giovani siano attirati dai grandi ideali (giustizia, solidarietà, fraternità...) e dall'impegno concreto di trasformazione della realtà. Egli li aiuta a scoprire la religiosità nascosta dentro la domanda di una umanità nuova e dentro il desiderio di un mondo di giustizia, di pace e fraternità. Questo approfondimento può avvenire in diversi momenti, ma va sempre nella direzione dell'utopia del Regno di Dio vissuto e realizzato da Gesù.
- Alla luce di questo evento l'animatore riesce a far penetrare nella mentalità e nella prassi del gruppo il senso della gioia, ma anche del prezzo che le utopie comportano. Il gruppo sente allora che si sta assieme per realizzare in piccolo qualcosa di importante, supera il desiderio della gratificazione immediata e impara pian piano la lotta e l' ascesi .
- Perché questo si realizzi l'animatore aiuta il gruppo a crearsi spazi nuovi, a sottrarsi di tanto in tanto alla pressione delle cose da fare. Per scoprire sogni e utopie come gruppo, bisogna infatti trovare i tempi e le occasioni per farlo assieme. C'è peraltro nell'ambiente un modo di lavorare che consiste proprio nello scatenare l'immaginazione, alla quale si chiede quella materia prima con cui si elaboreranno poi più razionalmente i programmi.
- L'animatore, infine, sa che le utopie, i sogni, le mète influiscono e debbono influire sulla coesione del gruppo. A mano a mano che prende atto dei suoi ideali e si conforma con i grandi contenuti religiosi e culturali di una utopia realistica, il gruppo mette a fuoco i valori che esprimono il suo amore alla vita e la sua fede cristiana.
La coesione, prima fondata sull'incipiente amicizia, si radica ora sulle scelte condivise. Ci si riconosce gruppo in quanto si ha una comune concezione della vita e un progetto di futuro. Tale approfondimento, però, non può essere dato per scontato. L'animatore sollecita il gruppo a non illudersi sulla propria solidità, a non coprire le divergenze di pensiero sotto la rinuncia ad essere se stessi, a valutare positivamente quelle interazioni che riesce a costruire nella situazione concreta.
Aiutare i giovani a divenire gruppo, rimuovendo le maschere e liberando le attese, è un compito che solo a prima vista può sembrare facile. Costruire la memoria comune, il noi, far emergere la struttura e tener desto il sogno che il gruppo ha fatto quando ha deciso d'intraprendere il cammino educativo è il frutto di una paziente attesa, di un profondo amore, di una grande fiducia nelle risorse di ogni giovane.
Questo cammino percorso insieme nel tempo tra momenti di difficoltà, forse, e momenti di gioia condivisa, offre al gruppo e all'animatore l'occasione concreta di scoprire che in comunicazione educativa vale il principio: «Nessuno si educa da solo. Ci si educa tutti insieme».