Progettare

Inserito in NPG annata 1991.


Animatore che progetta /1

Domenico Sigalini

(NPG 1991-02-50)


Lui: diciannove anni, diploma professionale, capelli quasi corti, cerchietto in testa, orecchino. Due ore di palestra alla settimana, una sera di vasche sul corso; patente appena acquisita, piccola centrata iniziale contro il portone di casa, golf ultima versione: sul cruscotto l'agenda dell'animatore, nel baule un pallone da usare alla sera alle 23 in piazzetta con i resti della compagnia. Per due sere la settimana sparisce dalla circolazione: Ha un gruppo di adolescenti un po' demenziali come lui, che non riesce a staccarsi di dosso. Si incontrano d'inverno in una stanza, d'estate sotto le piante ai giardini e parlano, parlano di cose più serie di loro.
Lei: diciassette anni, magistrali, con un istinto del fare i conti in tasca agli altri insopprimibile; un po' taglia forte, suona la chitarra, sempre in lotta con suo fratello di vent'anni; non ha tempo da perdere dopo le prime cotte che l'hanno sconvolta e rimbambita. Si sarebbe trovata più a suo agio se fosse vissuta nel '75, ma riesce a far battaglie femministe anche adesso. Ha una gran voglia di far vedere chi è. Nella sua contrada ha messo in piedi una squadra di pallavolo: una serie di allenamenti quanto basta e un giro di tornei mica male. Anche lei per due sere la settimana sparisce dalla circolazione, le stesse sere di qualcun altro. Gli adolescenti la tirano in giro quando arriva, perché capiscono che da quel momento in poi non si può non arrivare a qualche conclusione seria.

PARTITI PER CASO

Tutti e due amici, ma niente di più, per chi volesse insinuare. Li accomuna il lavoro per gli adolescenti.
Hanno smesso quest'ultima estate di fare campiscuola da adolescenti e hanno tentato un campo animatori. Ce n'è in giro ormai tanti, con nomi pittoreschi o camuffati: della serie CBAI, CBA2 (corso base animatori)..., del tipo «Animatori: tentare è bene, prepararsi è meglio» oppure più seri come quelli biennali, pilota, di ricerca educativa con riconoscimento, diploma e condanna per dieci anni all'oratorio.
Sono tornati con una voglia matta di aggregare, di condividere tempo e vita, di ascoltare gli adolescenti che quest'estate si sono dati appuntamento ai giardini pubblici. La prima cosa che hanno fatto è stata di scrivere agli adulti della parrocchia con tanto di presbiteri e consiglio pastorale una lettera in cui la frase più innocente è questa: «quest'estate la strada è stato l'unico luogo che ci ha accolto, anche se abbiamo avuto più volte le spiacevoli visite delle forze dell'ordine. C'è da dire che queste visite sono state l'unica possibilità che abbiamo avuto di metterci a confronto con degli adulti, per di più poliziotti...!». Piccolo putiferio nel quartiere, dialoghi serrati, rivendicazioni, confronti tra i denti con i genitori, ma non c'era di meglio per cominciare.
Adesso sono lì con in mano un gruppo che non vuol crescere, senza smettere di guardarsi negli occhi; sempre pronto a discutere e soprattutto a fare scherzi; disposto a sminuzzare in passi senza fretta il raggiungimento di qualche scopo che li identifica nei confronti della contrada e che li riempie di un minimo di gratificazione.
Si potrà ben fare qualcosa.
Gli animatori, dopo il primo entusiasmo, i primi giochetti di conoscenza imparati al camposcuola, con la stagione che comincia a raffreddarsi, si preparano a condurre una seria vita di gruppo. Andare avanti a caso non è possibile, sembrerebbe loro di tradire tante aspettative e poi gli han ripetuto al camposcuola fino alla noia, e glielo han fatto provare con la famosa dinamica del dodecaedro, che per essere animatori lassisti o debosciati oggi basta entrare in gruppo e dire: «ragazzi che cosa facciamo stasera?». È l'invito firmato a far ciascuno i fatti suoi.
Non gli gira neanche lontanamente per la testa di fare l'autoritario: ne avrebbero la possibilità perché sono in una fase di grande indice di gradimento da parte degli adolescenti, ma tengono questa carta proprio per i casi disperati, quando saranno in crisi: quando lei avrà le sue cose e contemporaneamente a lui arriverà la famosa cartolina della naia.
Ai ragazzi è venuto in mente di fare gruppo, contro ogni statistica, ogni analisi fattoriale e ogni immaginazione pastorale, dalle 19 alle 21 di domenica sera. Venerdì si sono divertiti a fare giri in motorino; sabato han fatto i tediosi compiti, le necessarie vasche sotto i portici e qualcuno un giro in balera; la domenica pomeriggio un po' stufi, dopo aver accontentato i patiti del calcio, hanno bisogno di una allegra cassa di risonanza. Andare a cena a casa rischia di essere una operazione di anticipata fine del tempo libero e un prematuro avvio al lunedì. Allora è proprio giusto che stiamo assieme a fare i... fatti nostri!
Gli animatori sanno tutto questo, ma vogliono rispondere alle domande anche inespresse di questa voglia di star assieme che è nello stesso tempo voglia di vivere e di crescere. Chissà che sia anche voglia di credere.
Una prima convinzione da sviluppare e approfondire. È necessario sapere dove si vuol arrivare. Non è sufficiente essere occasionali, né occorre avere la tabella delle cose da fare; ma l'idea di che cosa possono raggiungere in pienezza, anche se con gradualità, questi adolescenti, sì.
L'altra è che un piccolo obiettivo o meta o progetto o punto di arrivo è necessario per rimotivare continuamente la voglia di educare. Nelle difficoltà, la piccola iniziativa segna il passo, soprattutto se non è motivata. Un progetto sta dalla parte delle motivazioni; è sbilanciato verso le idee, ma proiettato verso l'azione.

UN PROGETTO PERCHÉ?

Fare un progetto è necessario per:
- cogliere che Dio ha un piano, e accogliere e servire intelligentemente questo piano: il progetto diventa segno di quell'obbedienza e di quell'ascolto che caratterizzano ogni sequela cristiana.
C'è una storia della salvezza nata da sempre nel cuore di Dio, «programmata» nella vita trinitaria; c'è una passione educativa di Dio nei confronti del suo popolo e di ogni uomo; c'è un susseguirsi di interventi che prendono l'uomo al punto in cui è finito allontanandosi da Dio e che lentamente gli fanno ripercorrere la strada del ritorno.
C'è un Padre che aspetta e «organizza» una accoglienza da favola per il figlio che se ne è andato per i fatti suoi... e tu entri in un gruppo, con due battute improvvisi un sorriso e un ammiccamento e vai a concludere in gelateria! Dio ha un piano di salvezza e tu lo confondi con un tavolo su cui in un momento di pesante silenzio si fissano gli sguardi dei ragazzi in attesa che qualcuno spari qualcosa per difendersi dall'imbarazzo!?
- Stimare le persone e dare loro la possibilità di un confronto oggettivo per la propria crescita.
A che livello di stima è per te una persona se non la ritieni capace di misurarsi con una meta? Come può «difendersi» o «decidersi» se non gli balena mai esplicitamente davanti la bellezza di un punto di arrivo? Come può crescere una persona se non ha mai davanti un traguardo?
Un cammino si sviluppa se si sa dove si vuol arrivare; un percorso si popola di persone se ha chiare indicazioni di tragitto. In un tempo in cui la vita dei giovani si spezza e si adagia nell'attrazione di tante bancarelle che a mano a mano assorbono tutte le energie disponibili, è necessario offrire un obiettivo chiaro.
- Offrire uno strumento per superare l'individualismo e la frammentazione, facendo sì che tutta la comunità cammini insieme condividendo valori e orientamenti.
Nella comunità cristiana capita spesso che ciascun gruppo vada per la sua strada, isolato nel suo mondo, assorbito dalle sue preoccupazioni, incatenato nell'ingranaggio domanda-risposta. Se poi le strade non hanno meta, la comunione è impossibile, la si cerca solo sulla bacheca nel non sovrapporre gli orari delle varie iniziative.
Un piccolo progetto farebbe crescere la stima e l'aiuto reciproci e la ricerca di una intesa profonda nella molteplicità e varietà degli stili e ritmi dei cammini di ciascuno. Attraverso un progetto si sviluppa una vera cultura di comunione.
- Offrire alla Chiesa locale l'immagine chiara di una volontà educativa, che sa fare i conti con la nostra cultura, che non viene minimamente né valorizzata correttamente, né scalfita, né trasformata senza una visione globale e articolata e una azione altrettanto mirata e programmata.
Molte volte chi vive ai margini della comunità cristiana ha l'impressione che si viva di tentativi, di occasioni; che si faccia sempre una pastorale della sopravvivenza e che quindi fondamentalmente non si prenda sul serio l'educazione: la domanda e il suo progressivo chiarirsi, la proposta e il suo convincente dispiegarsi, gli atteggiamenti e il loro costante ispirare le scelte quotidiane Si fa troppo spesso da soli, inventando dopo sforzi immani la classica «acqua calda». Si è tentati di onnipotenza educativa; il caldo seno materno del gruppo sembra possa contrastare o sostituirsi alla cultura in cui i giovani sono immersi.
Da qui le tentazioni di manicheismo (il bene è nel gruppo, il male è tutta la società) o di volontarismo (ce la facciamo da soli, basta che vogliamo contrastare e cambiare il cammino della storia!).
- Sostenere la fragilità delle esperienze pastorali e tener conto della connaturata «lentezza» o gradualità di ogni cammino educativo soprattutto con gli adolescenti.
Oggi gli adolescenti finiscono e ricominciano tante esperienze: la vita di gruppo soffre di grande discontinuità, sembra sempre di dover cominciare da capo; tenere il filo logico di un discorso è impresa non facile; vanno a piazzare la loro tenda in tante praterie e in continuazione.
Ne consegue una lentezza esagerata nel crescere in maturità e responsabilità. Non solo è difficile mantenere una memoria storica, ma anche una traccia di sequenza logica educativo-formativa.
Progettare non è fermarsi a rispondere ai desideri, ma scommettere sulla possibilità di una sintesi.
- Favorire la «disciplina» correttamente intesa nella comunità cristiana.
Quando qualche anno fa i vescovi italiani hanno proposto una riflessione articolata sulla disciplina nella comunità cristiana, molti hanno pensato solo a un codice chiaro (finalmente!) di comportamento che obblighi tutti nella Chiesa. Il perno della disciplina però non è un codice di comportamento da individuare, ma una meta comune e da tutti condivisa da raggiungere.
Essere convinti di 'progettare non è tutto, ma è il primo necessario passo. Altri ne seguiranno, ma tutti calibrati e possibili.

SUGGERIMENTI PER L'AZIONE

1. Comincia a far conoscenza di tre parole importanti: ideario, programmazione, progetto (Dizionario di pastorale giovanile, voce «Progetto educativo-pastorale», Elle Di Ci 1989, p. 795).

Ideario

«Ideario» non è parola del vocabolario corrente; è piuttosto un neologismo di origine spagnola. Anche se non usiamo il lemma, abbiamo però spesso in mente il suo contenuto. Ideario significa un insieme di idee, orientamenti, valori, riferimenti a carattere generale e globale.
Sul piano dell'ideario si collocano i criteri che qualificano nel pluralismo delle possibili opzioni e le intenzioni di fondo che spingono verso l'azione concreta.
Il carattere generale e un po' astratto dell'ideario non comporta affatto una sua squalifica. Al contrario, proprio la collocazione dell'ideario tra i livelli di progettazione dice quanto sono importanti le «idee» di fondo per ogni prassi, e come da una visione antropologica e teologica scaturisca una prassi tanto qualificata da differenziarsi radicalmente da quella che si ispira ad altre visioni.

Progetto

Progetto è un piano generale di interventi che concretizza una visione educativa e pastorale (l'ideario).
Esso segna gli obiettivi operativi adeguati ai bisogni e alle esigenze delle differenti situazioni (personali, sociali, ambientali).
Suggerisce linee concrete e mezzi per raggiungere questi obiettivi.
Crea ruoli e funzioni per assicurare l'efficacia delle linee e il raggiungimento degli obiettivi. Il progetto considera di conseguenza con una attenzione speciale le varie dimensioni: obiettivo, situazione di partenza, metodo, verifica.
Sceglie sempre, almeno di fatto, una sua sequenza in cui montare questi elementi. Esistono così dei progetti a carattere o deduttivo o induttivo o ermeneutico.

Programmazione

La distribuzione in termini di personale, tempi, luoghi, degli elementi definiti in un progetto, e la determinazione realistica delle operazioni da compiere, fanno la «programmazione».
Essa si riferisce alla organizzazione concreta e a medio termine delle condizioni e dei tempi necessari alla realizzazione in situazione del progetto. Richiede la distribuzione nel tempo, ordinata e precisa, degli interventi, delle responsabilità, delle risorse materiali e personali.
Per questa sua dimensione di concretezza e di operatività, la programmazione vive di tempi brevi e va realizzata sempre a livello locale. Solo nel tempo breve e nel confronto delle situazioni quotidiane è possibile infatti decidere, in termini pertinenti, le strategie operative ultime.
La programmazione procede in una logica di grande realismo. Si interroga coraggiosamente sul dover-essere, ma si misura con eguale coraggio con le risorse concrete a disposizione: per questo muove nella logica del possibile, qui e ora.

2. Riempi con i tuoi amici animatori la seguente tabella relativa a tre spazi educativi differenti: parrocchia; oratorio (se c'è), oppure attività per preadolescenti o adolescenti; gruppo.

PARROCCHIA

attività non liturgiche
temi di incontro e dibattito
destinatari effettivi

ORATORIO
oppure attività per preadolescenti-adolescenti

attività
temi delle riunioni
figure educative

GRUPPO

attività
temi delle riunioni
momenti simbolici più significativi

Per ciascuna di queste tabelle cerca di capire che progetto sta sotto a quanto rilevato.
Esempio. Se la parrocchia propone queste attività, affronta questi temi, si rivolge a questi destinatari, che cosa vuol raggiungere concretamente?

3. Se esiste qualche progetto esplicito o di oratorio o di pastorale giovanile, analizzane le parti fondamentali e vedi se in piccolo potrebbe essere riscritto per il tuo gruppo.
Quali voci devono avere particolare sottolineatura?
Tutto questo non ci porta a fare progetti, ma ci aiuta a entrare nell'idea.

 
Domenico Sigalini
(NPG 1991-02-50)
 
 
Lui: diciannove anni, diploma professionale, capelli quasi corti, cerchietto in testa, orecchino. Due ore di palestra alla settimana, una sera di vasche sul corso; patente appena acquisita, piccola centrata iniziale contro il portone di casa, golf ultima versione: sul cruscotto l'agenda dell'animatore, nel baule un pallone da usare alla sera alle 23 in piazzetta con i resti della compagnia. Per due sere la settimana sparisce dalla circolazione: Ha un gruppo di adolescenti un po' demenziali come lui, che non riesce a staccarsi di dosso. Si incontrano d'inverno in una stanza, d'estate sotto le piante ai giardini e parlano, parlano di cose più serie di loro.
Lei: diciassette anni, magistrali, con un istinto del fare i conti in tasca agli altri insopprimibile; un po' taglia forte, suona la chitarra, sempre in lotta con suo fratello di vent'anni; non ha tempo da perdere dopo le prime cotte che l'hanno sconvolta e rimbambita. Si sarebbe trovata più a suo agio se fosse vissuta nel '75, ma riesce a far battaglie femministe anche adesso. Ha una gran voglia di far vedere chi è. Nella sua contrada ha messo in piedi una squadra di pallavolo: una serie di allenamenti quanto basta e un giro di tornei mica male. Anche lei per due sere la settimana sparisce dalla circolazione, le stesse sere di qualcun altro. Gli adolescenti la tirano in giro quando arriva, perché capiscono che da quel momento in poi non si può non arrivare a qualche conclusione seria.
 
PARTITI PER CASO
 
Tutti e due amici, ma niente di più, per chi volesse insinuare. Li accomuna il lavoro per gli adolescenti.
Hanno smesso quest'ultima estate di fare campiscuola da adolescenti e hanno tentato un campo animatori. Ce n'è in giro ormai tanti, con nomi pittoreschi o camuffati: della serie CBAI, CBA2 (corso base animatori)..., del tipo «Animatori: tentare è bene, prepararsi è meglio» oppure più seri come quelli biennali, pilota, di ricerca educativa con riconoscimento, diploma e condanna per dieci anni all'oratorio.
Sono tornati con una voglia matta di aggregare, di condividere tempo e vita, di ascoltare gli adolescenti che quest'estate si sono dati appuntamento ai giardini pubblici. La prima cosa che hanno fatto è stata di scrivere agli adulti della parrocchia con tanto di presbiteri e consiglio pastorale una lettera in cui la frase più innocente è questa: «quest'estate la strada è stato l'unico luogo che ci ha accolto, anche se abbiamo avuto più volte le spiacevoli visite delle forze dell'ordine. C'è da dire che queste visite sono state l'unica possibilità che abbiamo avuto di metterci a confronto con degli adulti, per di più poliziotti...!». Piccolo putiferio nel quartiere, dialoghi serrati, rivendicazioni, confronti tra i denti con i genitori, ma non c'era di meglio per cominciare.
Adesso sono lì con in mano un gruppo che non vuol crescere, senza smettere di guardarsi negli occhi; sempre pronto a discutere e soprattutto a fare scherzi; disposto a sminuzzare in passi senza fretta il raggiungimento di qualche scopo che li identifica nei confronti della contrada e che li riempie di un minimo di gratificazione.
Si potrà ben fare qualcosa.
Gli animatori, dopo il primo entusiasmo, i primi giochetti di conoscenza imparati al camposcuola, con la stagione che comincia a raffreddarsi, si preparano a condurre una seria vita di gruppo. Andare avanti a caso non è possibile, sembrerebbe loro di tradire tante aspettative e poi gli han ripetuto al camposcuola fino alla noia, e glielo han fatto provare con la famosa dinamica del dodecaedro, che per essere animatori lassisti o debosciati oggi basta entrare in gruppo e dire: «ragazzi che cosa facciamo stasera?». È l'invito firmato a far ciascuno i fatti suoi.
Non gli gira neanche lontanamente per la testa di fare l'autoritario: ne avrebbero la possibilità perché sono in una fase di grande indice di gradimento da parte degli adolescenti, ma tengono questa carta proprio per i casi disperati, quando saranno in crisi: quando lei avrà le sue cose e contemporaneamente a lui arriverà la famosa cartolina della naia.
Ai ragazzi è venuto in mente di fare gruppo, contro ogni statistica, ogni analisi fattoriale e ogni immaginazione pastorale, dalle 19 alle 21 di domenica sera. Venerdì si sono divertiti a fare giri in motorino; sabato han fatto i tediosi compiti, le necessarie vasche sotto i portici e qualcuno un giro in balera; la domenica pomeriggio un po' stufi, dopo aver accontentato i patiti del calcio, hanno bisogno di una allegra cassa di risonanza. Andare a cena a casa rischia di essere una operazione di anticipata fine del tempo libero e un prematuro avvio al lunedì. Allora è proprio giusto che stiamo assieme a fare i... fatti nostri!
Gli animatori sanno tutto questo, ma vogliono rispondere alle domande anche inespresse di questa voglia di star assieme che è nello stesso tempo voglia di vivere e di crescere. Chissà che sia anche voglia di credere.
Una prima convinzione da sviluppare e approfondire. È necessario sapere dove si vuol arrivare. Non è sufficiente essere occasionali, né occorre avere la tabella delle cose da fare; ma l'idea di che cosa possono raggiungere in pienezza, anche se con gradualità, questi adolescenti, sì.
L'altra è che un piccolo obiettivo o meta o progetto o punto di arrivo è necessario per rimotivare continuamente la voglia di educare. Nelle difficoltà, la piccola iniziativa segna il passo, soprattutto se non è motivata. Un progetto sta dalla parte delle motivazioni; è sbilanciato verso le idee, ma proiettato verso l'azione.
 
UN PROGETTO PERCHÉ?
 
Fare un progetto è necessario per:
- cogliere che Dio ha un piano, e accogliere e servire intelligentemente questo piano: il progetto diventa segno di quell'obbedienza e di quell'ascolto che caratterizzano ogni sequela cristiana.
C'è una storia della salvezza nata da sempre nel cuore di Dio, «programmata» nella vita trinitaria; c'è una passione educativa di Dio nei confronti del suo popolo e di ogni uomo; c'è un susseguirsi di interventi che prendono l'uomo al punto in cui è finito allontanandosi da Dio e che lentamente gli fanno ripercorrere la strada del ritorno.
C'è un Padre che aspetta e «organizza» una accoglienza da favola per il figlio che se ne è andato per i fatti suoi... e tu entri in un gruppo, con due battute improvvisi un sorriso e un ammiccamento e vai a concludere in gelateria! Dio ha un piano di salvezza e tu lo confondi con un tavolo su cui in un momento di pesante silenzio si fissano gli sguardi dei ragazzi in attesa che qualcuno spari qualcosa per difendersi dall'imbarazzo!?
- Stimare le persone e dare loro la possibilità di un confronto oggettivo per la propria crescita.
A che livello di stima è per te una persona se non la ritieni capace di misurarsi con una meta? Come può «difendersi» o «decidersi» se non gli balena mai esplicitamente davanti la bellezza di un punto di arrivo? Come può crescere una persona se non ha mai davanti un traguardo?
Un cammino si sviluppa se si sa dove si vuol arrivare; un percorso si popola di persone se ha chiare indicazioni di tragitto. In un tempo in cui la vita dei giovani si spezza e si adagia nell'attrazione di tante bancarelle che a mano a mano assorbono tutte le energie disponibili, è necessario offrire un obiettivo chiaro.
- Offrire uno strumento per superare l'individualismo e la frammentazione, facendo sì che tutta la comunità cammini insieme condividendo valori e orientamenti.
Nella comunità cristiana capita spesso che ciascun gruppo vada per la sua strada, isolato nel suo mondo, assorbito dalle sue preoccupazioni, incatenato nell'ingranaggio domanda-risposta. Se poi le strade non hanno meta, la comunione è impossibile, la si cerca solo sulla bacheca nel non sovrapporre gli orari delle varie iniziative.
Un piccolo progetto farebbe crescere la stima e l'aiuto reciproci e la ricerca di una intesa profonda nella molteplicità e varietà degli stili e ritmi dei cammini di ciascuno. Attraverso un progetto si sviluppa una vera cultura di comunione.
- Offrire alla Chiesa locale l'immagine chiara di una volontà educativa, che sa fare i conti con la nostra cultura, che non viene minimamente né valorizzata correttamente, né scalfita, né trasformata senza una visione globale e articolata e una azione altrettanto mirata e programmata.
Molte volte chi vive ai margini della comunità cristiana ha l'impressione che si viva di tentativi, di occasioni; che si faccia sempre una pastorale della sopravvivenza e che quindi fondamentalmente non si prenda sul serio l'educazione: la domanda e il suo progressivo chiarirsi, la proposta e il suo convincente dispiegarsi, gli atteggiamenti e il loro costante ispirare le scelte quotidiane Si fa troppo spesso da soli, inventando dopo sforzi immani la classica «acqua calda». Si è tentati di onnipotenza educativa; il caldo seno materno del gruppo sembra possa contrastare o sostituirsi alla cultura in cui i giovani sono immersi.
Da qui le tentazioni di manicheismo (il bene è nel gruppo, il male è tutta la società) o di volontarismo (ce la facciamo da soli, basta che vogliamo contrastare e cambiare il cammino della storia!).
- Sostenere la fragilità delle esperienze pastorali e tener conto della connaturata «lentezza» o gradualità di ogni cammino educativo soprattutto con gli adolescenti.
Oggi gli adolescenti finiscono e ricominciano tante esperienze: la vita di gruppo soffre di grande discontinuità, sembra sempre di dover cominciare da capo; tenere il filo logico di un discorso è impresa non facile; vanno a piazzare la loro tenda in tante praterie e in continuazione.
Ne consegue una lentezza esagerata nel crescere in maturità e responsabilità. Non solo è difficile mantenere una memoria storica, ma anche una traccia di sequenza logica educativo-formativa.
Progettare non è fermarsi a rispondere ai desideri, ma scommettere sulla possibilità di una sintesi.
- Favorire la «disciplina» correttamente intesa nella comunità cristiana.
Quando qualche anno fa i vescovi italiani hanno proposto una riflessione articolata sulla disciplina nella comunità cristiana, molti hanno pensato solo a un codice chiaro (finalmente!) di comportamento che obblighi tutti nella Chiesa. Il perno della disciplina però non è un codice di comportamento da individuare, ma una meta comune e da tutti condivisa da raggiungere.
Essere convinti di 'progettare non è tutto, ma è il primo necessario passo. Altri ne seguiranno, ma tutti calibrati e possibili.
 
SUGGERIMENTI PER L'AZIONE
 
1. Comincia a far conoscenza di tre parole importanti: ideario, programmazione, progetto (Dizionario di pastorale giovanile, voce «Progetto educativo-pastorale», Elle Di Ci 1989, p. 795).
 
Ideario
 
«Ideario» non è parola del vocabolario corrente; è piuttosto un neologismo di origine spagnola. Anche se non usiamo il lemma, abbiamo però spesso in mente il suo contenuto. Ideario significa un insieme di idee, orientamenti, valori, riferimenti a carattere generale e globale.
Sul piano dell'ideario si collocano i criteri che qualificano nel pluralismo delle possibili opzioni e le intenzioni di fondo che spingono verso l'azione concreta.
Il carattere generale e un po' astratto dell'ideario non comporta affatto una sua squalifica. Al contrario, proprio la collocazione dell'ideario tra i livelli di progettazione dice quanto sono importanti le «idee» di fondo per ogni prassi, e come da una visione antropologica e teologica scaturisca una prassi tanto qualificata da differenziarsi radicalmente da quella che si ispira ad altre visioni.
 
Progetto
 
Progetto è un piano generale di interventi che concretizza una visione educativa e pastorale (l'ideario).
Esso segna gli obiettivi operativi adeguati ai bisogni e alle esigenze delle differenti situazioni (personali, sociali, ambientali).
Suggerisce linee concrete e mezzi per raggiungere questi obiettivi. Crea ruoli e funzioni per assicurare l'efficacia delle linee e il raggiungimento degli obiettivi.
Il progetto considera di conseguenza con una attenzione speciale le varie dimensioni: obiettivo, situazione di partenza, metodo, verifica.
 
Sceglie sempre, almeno di fatto, una sua sequenza in cui montare questi elementi. Esistono così dei progetti a carattere o deduttivo o induttivo o ermeneutico.
 
Programmazione
 
La distribuzione in termini di personale, tempi, luoghi, degli elementi definiti in un progetto, e la determinazione realistica delle operazioni da compiere, fanno la «programmazione».
Essa si riferisce alla organizzazione concreta e a medio termine delle condizioni e dei tempi necessari alla realizzazione in situazione del progetto. Richiede la distribuzione nel tempo, ordinata e precisa, degli interventi, delle responsabilità, delle risorse materiali e personali.
Per questa sua dimensione di concretezza e di operatività, la programmazione vive di tempi brevi e va realizzata sempre a livello locale. Solo nel tempo breve e nel confronto delle situazioni quotidiane è possibile infatti decidere, in termini pertinenti, le strategie operative ultime.
La programmazione procede in una logica di grande realismo. Si interroga coraggiosamente sul dover-essere, ma si misura con eguale coraggio con le risorse concrete a disposizione: per questo muove nella logica del possibile, qui e ora.
 
2. Riempi con i tuoi amici animatori la seguente tabella relativa a tre spazi educativi differenti: parrocchia; oratorio (se c'è), oppure attività per preadolescenti o adolescenti; gruppo.
 
PARROCCHIA
 
attività
non liturgiche
temi di incontro e dibattito
destinatari effettivi
 
ORATORIO
oppure attività per preadolescenti-adolescenti
 
attività
temi delle riunioni
figure educative
 
GRUPPO
 
attività
temi delle riunioni
momenti simbolici più significativi
 
Per ciascuna di queste tabelle cerca di capire che progetto sta sotto a quanto rilevato.
Esempio. Se la parrocchia propone queste attività, affronta questi temi, si rivolge a questi destinatari, che cosa vuol raggiungere concretamente?
 
3. Se esiste qualche progetto esplicito o di oratorio o di pastorale giovanile, analizzane le parti fondamentali e vedi se in piccolo potrebbe essere riscritto per il tuo gruppo.
Quali voci devono avere particolare sottolineatura?
Tutto questo non ci porta a fare progetti, ma ci aiuta a entrare nell'idea.