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«Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità...» (Mc 1,27)

 

Cesare Bissoli

(NPG 2000-05-55)



* Preghiera

Signore, viviamo in un mare di parole, da tutte le parti, e noi vi aggiungiamo le nostre. Di alcune, anzi di tante, avvertiamo il suono falso della semiverità, della manipolazione, della seduzione; altre ci attirano, ma non riusciamo a vederne le prove, il fondamento. Ci sarà mai qualcuno che ci possa dire la verità con autorità, dal quale cioè possiamo essere certi di ricevere grandi e belle notizie, perché competente e credibile è colui che le comunica? È quanto sentiamo dire di te nel Vangelo... Ci mettiamo volentieri alla tua scuola. Amen.

* Dopo la preghiera di apertura, uno dei presenti fa la lettura ad alta voce di Mc 1, 21-28. Segue la traccia di spiegazione.

 

 

PRIMO MOMENTO: LA LETTURA DEL TESTO



1. Uno sguardo di insieme

– Siamo nel contesto della «giornata di Cafarnao» (Mc 1,21-39), chiamata così dagli studiosi perché viene descritto un «giorno lavorativo» di Gesù, quel lavoro che è la sua missione di evangelizzatore del Regno di Dio (Mc 1,14-15). Si svolge a Cafarnao, seconda patria di Gesù. Il racconto riflette chiaramente la testimonianza di uno che era presente. Chi meglio di Pietro che è di Cafarnao e nella cui casa Gesù è ospite per il pranzo?

– È un «sabato», tempo sacro quanto mai per gli ebrei e per Gesù stesso. Esso comprende diversi momenti: la partecipazione al rito festivo nella Sinagoga (un edificio di Cafarnao di cui si vedono ancora le fondamenta!) con l’omelia tenuta dal «rabbi» Gesù (vv. 21-28), il pranzo a casa di Pietro con la guarigione della suocera (vv. 29-31), le guarigioni della gente in piazza (vv. 32-34), la preghiera notturna di Gesù e la ripresa della missione (vv. 35-38).

– È stata notata questa «organizzazione» accurata di tempi (da mattina a mattina, lungo le diverse ore del mattino, del mezzogiorno, della sera, della notte) e di luoghi (sinagoga, casa, porta della casa o piazza, luogo solitario): non vi è momento del tempo né ambito di spazio che sia fuori dall’azione di Gesù, azione che è sempre a favore delle persone, sane, malate, singole e a folla. Veramente qui sta una delle radici dello stupore della gente verso Gesù, di cui riconosce subito la «diversità» rispetto alle guide spirituali abituali (scribi) (v. 22.27).

– Questa sottolineatura teologica mette in rilievo un fattore che influisce sulla composizione dei vangeli. Noi sappiamo con certezza che gli evangelisti, nel caso nostro Marco, non fanno i puri cronisti, ma piuttosto nella cronaca, anche di un piccolo fatto, evidenziano una «rivelazione di Dio», un lineamento del mistero di Gesù Cristo o kerigma. Questo perché scrivono di lui alla luce della avvenuta risurrezione. Ciò traspare da piccoli indizi nel modo di narrare, da termini particolarmente accentuati, da confronti con altri passi dei vangeli. È quanto vediamo qui sotto.

 

2. La dinamica della vicenda

– Il brano che ci interessa occupa la prima parte della «giornata di Cafarnao», pur dovendo restare collegato al resto che abbiamo visto sopra. La successione dei fatti è chiara: di fronte alla comunità radunata nella sinagoga per il culto del sabato, Gesù come rabbi itinerante viene invitato a commentare il brano biblico del giorno (conosciamo un altro caso simile nella sinagoga di Nazaret, riportato da Lc 4, 16-30; lì Gesù commenta Is 61,1s, in clima di altrettanto stupore dei concittadini, purtroppo degenerato in diffidenza e rifiuto). Mentre ancora il culto procede, irrompe un uomo posseduto dallo spirito del male che si oppone a Gesù e dicendogli il nome crede magicamente di dominarlo (come era nella concezione sacrale degli antichi). Gesù reagisce con l’esorcismo, che si traduce in un semplice e potente imperativo, che lui direttamente pronuncia senza nemmeno appellarsi a Dio, come invece facevano gli esorcisti giudei, e libera il povero indemoniato. Da qui una ondata di stupore, che si fa domanda e insieme fama circa questo Maestro, a proposito della novità della sua dottrina, dell’autorità nel proporla, del mistero della sua persona.

– Osserviamo la struttura del racconto.

Ha il suo centro semantico intorno ad un «trinomio» ripreso strategicamente due volte, all’inizio e alla fine: «insegnamento di Gesù – stupore della genteautorità di Gesù» cui si può aggiungere un quarto elemento: «novità» di proposta, in quanto differente dalle guide religiose del tempo («non come gli scribi»). Intorno a questo centro si muovono due blocchi logici con un parallelismo in crescendo:

* primo blocco (vv. 21-22): è piuttosto un sommario , come per dire che il «trinomio» ora detto era un dato fisso, abituale: Gesù insegna, la gente stupisce, ma anche ne intuisce la motivazione profonda: è uno che ha l’autorità per farlo. È rilevante che tutto ciò venga detto nel contesto realistico di un tempo (sabato) e di un luogo (sinagoga) dichiarati sacri, come a mettervi la garanzia della stessa autorità di Dio;

* secondo blocco (vv. 23-28): propone un evento prodigioso (la guarigione di un indemoniato), attraverso un dialogo-scontro drammatico: lo spirito demoniaco «urlando» usa magicamente il nome di Gesù per neutralizzarne il potere; Gesù reagisce con un energico imperativo al silenzio e alla fuga. A questo punto il «trinomio» di apertura viene arricchito e approfondito.

– L’insegnamento, che prima appariva come un commento biblico (una omelia) nella sinagoga, si accompagna con l’opera energica di liberazione, per cui ora è la globalità delle parole e atti di Gesù che costituiscono l’insegnamento di Gesù. Prova ne sia che Marco, a differenza di Matteo, tanto insiste nel dire che Gesù insegna quanto poco riporta i contenuti di ciò che dice.

– L’autorità del dire ora si rafforza con la potenza di un’opera, considerata tra le più grandiose, la vittoria sulle potenze del male.

– Lo stupore cresce, diventa sbalordimento, che non può restare nelle quattro pareti della sinagoga, e infatti si fa subito fama rumorosa che invade la Galilea.

– Si fa strada la consapevolezza di novità di Gesù e per contrapposizione la vecchiezza superata degli scribi.


3. I personaggi

Sono di quattro tipi, di cui due occupano l’asse centrale, Gesù e la gente, e sono gli «eroi» positivi; gli altri due, lo spirito immondo e gli scribi, fanno da «oppositori» stimolanti.

Gesù: appare come colui che insegna e guarisce. Sono i due verbi della sua missione (1,39), come lo saranno dei suoi discepoli (3,14-15). Alla conclusione della giornata, Gesù appare anche come colui che prega (1,35). Ma qui facciamo tre annotazioni.

* L’azione più evidenziata è l’insegnamento o predicazione.

È la didakè, essa viene dopo il kerigma o primo annuncio del Regno (Mc 1,14-15), in concreto consiste nel mostrare l’incidenza dell’avvento del Regno nella vita delle persone.

Tale è ad esempio il Discorso della Montagna, dopo il quale opportunamente Matteo mette lo stupore della gente (cf Mt 7, 28-29); però, come veniamo dall’osservare, per Marco tale didakè (5 volte nel suo vangelo) ingloba tutto l’essere e agire di Gesù, la cui persona diventa così un insegnamento totale e stabile.

* In secondo luogo si dice che Gesù insegna come uno che ha autorità. Il termine usato è ben noto: exousia. Indica il «potere». È qualità propria dei dominatori (re, capi, ricchi, dotti), non sempre purtroppo in maniera giusta e pacifica. Per cui Dio rivendica l’exousia per sé (il Deuteronomio e il Secondo Isaia o Is 40-55 ne sono vigorosi documenti).

Nella Scrittura la Parola di Dio è carica di exousia, di potenza, per cui realizza ciò che comunica. Lo testificano puntualmente i profeti che hanno l’autorità della Parola e bene l’onorano. Altri, ad esempio gli scribi, i diversi rabbi giudei che per il compito di trattare la Parola dovrebbero manifestarne l’autorità, in realtà la tradiscono. Gesù rivendica l’autorità divina (la finale di Matteo è la testimonianza più grandiosa: «A me è stato dato ogni potere» (exousia) in cielo e in terra…); egli la vive lungo la sua vita e la dona ai suoi (3, 14-15; 6,7).

La didakè di Gesù ha in sé l’exousia di Dio, da Dio voluta e da Dio realizzata attraverso Gesù: la vittoria sul principe del male ne è eloquente dimostrazione.

* Si dice che questa è una didakè fatta con exousia, ha i caratteri della novità, è nuova. Ai tempi di Marco «dottrina nuova» voleva dire globalmente la fede cristiana annunciata nella predicazione missionaria (At 17,19), come del resto avviene qui nell’annuncio di Gesù agli ebrei. Però ora la novità è data dalla persona stessa del predicatore che è Gesù. Lui stesso la afferma per sé (cf Mc 2,22). La gente l’avverte per il fatto che la parola di Gesù fa succedere qualcosa di inaudito, la liberazione dallo spirito del male. Chi è dunque Gesù? Nel mistero della sua identità sta la chiave della sua novità.

Le parole di Gesù sono dunque di qualità diversa, fanno ciò che dicono, per questo suscitano domanda. Solo quando il mistero di Cristo sarà svelato se ne avrà risposta.

La gente, ossia gli uditori sono una controfirma eloquente del valore di questo Maestro. La loro partecipazione comprende due atti.

* Il primo è lo stupore-sbalordimento e costituisce l’atteggiamento di base, nei confronti di Gesù (v. pure 6,2; 11,18), stupore che si fa domanda: «Che è mai questo?», ossia che senso ha ciò che sta accadendo per opera di questo giovane e sconosciuto rabbi Gesù? Interrogativo che sfocia inevitabilmente in «Chi è mai costui?» (Mc 4, 41; cf 6,51ss; 8,16-21).

* Il secondo atto è già un confessione preliminare, sulla soglia della fede: è uno che espone una «dottrina nuova con potenza». Non si può dire che gli astanti poterono capire quanto capirà la chiesa dopo pasqua, ma è certo che il loro stupore è così leale, in quanto non negano i fatti che Gesù opera, che la loro intuizione ha in sé il presagio della verità.

Lo spirito immondo, come abbiamo detto, evidenzia per contrapposizione la exousia o autorità divina di Cristo (gli esorcismi appartengono per eccellenza ai segni di potenza di Gesù, cf Mc 3,27; 5,1ss), per cui il suo intervento connota una qualità della didakè di Gesù: è sempre una parola efficace di liberazione dal male-maligno.

Gli scribi, non fanno bella figura. Pur tacendo su una loro effettiva presenza, sono nominati per dire che la didakè di Gesù è contraria alla loro. Senza fare su di loro un giudizio del tutto negativo, certamente la differenza da Gesù si fa ben vedere nei vangeli. Basta leggere Mt 23. Assieme a possibili incoerenze tra parola e vita, due paiono essere i fattori di diversità: gli scribi, maestri normali tra i giudei, sono ripetitori delle tradizioni degli antichi, rischiando di bruciare la novità dello Spirito; in secondo luogo le loro parole non risolvono i casi difficili della vita. Invece Gesù insegna spinto dalla novità del Regno che viene e ne mostra l’incidenza vittoriosa con la vittoria sullo spirito immondo.


4. Il messaggio

Tanti aspetti li abbiamo già toccati; qui ne facciamo sintesi in alcune proposizioni.

– Gesù è una persona cui si deve riconoscere come qualità personali strettamente congiunte una didakè nuova con exousia, cioè egli è un maestro che comunica con autorità che non ha paragoni umani, gli viene dall’alto, per cui ciò che esprime ha il timbro della novità, della differenza nei confronti di ogni altro magistero.

È un’affermazione che potrà avere piena comprensione a conclusione della sua missione, alla luce della sua Pasqua. Se ne renda conto chi incontra Gesù, sembra dirci Marco sulla soglia ancora del Vangelo, con un accento di monito e di incoraggiamento.

– Gesù parla e insegna. Non è un muto o balbuziente, ma uno che fa per primo ciò che dice agli altri: grida sui tetti quanto ha ascoltato nel segreto dal Padre (cf Mt 10,27). Il suo insegnamento è dato dalla globalità dei suoi interventi, tra cui i famosi discorsi di cui Matteo si fa portavoce. Marco non parla di alcuno per rimandare a tutti. In forza della sua identità di maestro («dite bene, io lo sono»: Gv 13,13-14), chiama discepoli, alunni di scuola, quelli che invita a seguirlo.

– Marco, tacendo dei discorsi di Gesù, viene a rimarcare più fortemente che la didakè del Maestro non è data dalla sola parola della predicazione, ma anche dalle sue opere. Senza l’intervento forte e vittorioso contro lo spirito immondo, la parola di Gesù mancherebbe di una qualità intrinseca, che per noi diventa apologetica convincente e corroborante. È una parola di liberazione, di salvezza, che realizza ciò che annuncia. Gesù dice Dio e lo fa essere presente. Promette il pane, la vita, la salute e la fa avere a singoli e a gruppi. In lui la parola si fa azione e l’azione si fa parola. Tutto in Lui è parola viva e vivificante (cf Gv 6, 22ss). Gesù diventa così scuola permanente di vita.

– Così è Gesù. Vi sono altri maestri che non vi corrispondono, e il discepolo non lo deve dimenticare (cf Mc 12, 38-40). Vi è invece un atteggiamento da assumere che fonda una sintonia adeguata alle parole di Gesù. È lo stupore della gente che si domanda: «Che è mai questo?». Esso costituisce il leitmotiv che Marco sottolinea per arrivare a comprendere Gesù, la sua differenza e la sua identità, dunque la sua novità.

Senza domanda non si va lontano, si ricade nel «già saputo» degli scribi. E la domanda per altro scaturisce dall’aver ascoltato e visto la Parola-Persona di Gesù nella sua verità ed efficacia. Soltanto lo stupore di chi ha preso in considerazione Gesù ha possibilità di aprirsi alla luce della fede che solo può spiegare tutto; laddove lo stupore è mera curiosità o calcolo interessato, come i concittadini di Gesù a Nazaret, sfocia in disprezzo (cf Mc 6,1-6).

* Un seconda lettura del testo conclude la prima tappa del cammino.



SECONDO MOMENTO: IL RIFERIMENTO ALLA VITA



1. È facile ritrovare tanti punti di contatto con i diversi interrogativi che la persona di Cristo va suscitando, e sui quali è stato impostato il nostro itinerario di Lectio Divina. Tra di essi, già visti in precedenza, aggiungiamo, facendolo nostro, il «che cosa è mai questo?» della gente riferito al suo magistero di Gesù. È una domanda certamente interessante perché ci sposta da una ricerca sulla identità globale del Cristo («chi è mai costui?»), a qualcosa di più specifico, ossia quale è il suo insegnamento, dunque il suo pensiero dinamico, la sua «filosofia» o visione del mondo. Una persona è anche la sua parola. Si manifesta tramite questa.

2. Il nostro testo non dà una risposta in dettaglio, ma ci offre degli elementi sostanziali, una criteriologia per capire tutto il resto.

Gesù è uno che ha qualcosa da dire e la vuol dire, e la dice bene con le tante risorse di una pedagogia e didattica che attinge a piene mani dalla grande storia educativa e comunicativa del suo popolo, Israele, apportandovi il segno della sua personalità, infine egli parla cosciente di avere autorità e pretende di essere ascoltato. È una trafila di qualità del magistero di Gesù che non dovrebbe essere dimenticata, ma appurata sui testi e sistematizzata, avvalendosi delle «vite» di Gesù (quelle valide!), nel capitolo dedicato alla «predicazione».

3. Chi ha domande su Cristo, chi vuol sapere di lui, accetti di andare alla scuola di Cristo, mettersi almeno tra gli spettatori che vedono e ascoltano, riconoscendo che l’esito sarà positivo (si diventa cristiani) se giunge a riconoscere per sé il ruolo esclusivo di «discepolo». Questo gli garantisce uno stupore motivato da cui soltanto possono scaturire domande corrette.

Ci si renderà infatti conto che la docenza di Gesù porta in sé una novità che fa la differenza dai «maestri» consueti, e che questo dipende non soltanto dalla seduzione delle sue parole, ma dall’autorevolezza della sua persona; e d’altra parte tale autorità si manifesta proprio da un certo modo di parlare, che è insieme pensare e agire.

Sicché chiedersi di lui diventa inevitabile; cercare di approfondire, ascoltandolo, diventa indispensabile.

4. Una domanda su Cristo, senza stupore su di lui, è una domanda forse di cervello, ma non di cuore; può essere valida, ma certamente inadeguata. Cristo non chiede di essere preso sul serio immediatamente, dicendo il suo identikit come in un tribunale. Non lo potrebbe fare, perché non lo potremmo nemmeno capire. Getta piuttosto i semi dello stupore, della meraviglia attraverso ciò che dice e fa, e i semi devono crescere, maturare attraverso l’atto più stupefacente, anzi scandaloso, la sua stessa morte in croce (cf Mc 15,39).

5. Quando si può dire che una parola è detta con autorità, per cui vi è insieme legittimità in chi la dice ed effetto benefico in chi la ascolta? L’aver collocato, da parte di Marco, l’azione del Cristo esorcista nella categoria dell’insegnamento risponde con chiarezza: «Vorrei dire che c’è un modo sicuro per verificare se viene dall’alto: controllare se va verso il basso, ossia in direzione dell’uomo, come elemento di liberazione e di crescita, e non di potere e di manipolazione» (A. Pronzato).

6. E d’altra parte, Gesù sempre insegna che una parola riesce ad essere carica di amore che libera, come la sua verso il povero posseduto dal maligno, non attingendola da se stessi, come fanno gli scribi, per autoreferenzialità (si chiami sapere, potere, esperienza…), ma perché viene ricevuta dal Padre (Mt 11,27) e annunciata come parola del Padre (Gv 8, 28; 14,10). Le parole di Gesù prendono la loro energia e singolarità, cioè la loro novità, perché sgorgano dal mistero di Dio come Padre e ad esso conducono. Non cerchiamo dunque in Gesù una parola, un messaggio che non sia strettamente religioso; ma una volta che ne abbiamo intesa la fonte divina, lasciamoci pure invadere, perché questo è il dinamismo dell’insegnamento del Maestro: la parola genera stupore e lo stupore si fa fruizione gioiosa di quanto ricerco e insieme ricerca ulteriore di quanto fruisco.



TERZO MOMENTO: PER LA CONDIVISIONE



1. Cosa sappiamo noi veramente dell’insegnamento di Gesù? Interpellati da uno che ci chiedesse: «Cosa ha insegnato veramente Cristo?», saremmo capaci di rispondere sensatamente, non per dire tutto, ma almeno enunciare i punti salienti del suo messaggio che reggono tutto il resto? Non capita di sentire gente, anche di chiesa, parlare dell’insegnamento di Gesù riducendolo al moralismo, allo spiritualismo, ad una concezione fiacca, incolore, mediocre della vita? Ma è serio parlare di uno che non si conosce?

2. «Per caso, certe autorità non assomigliano a quelle degli scribi? Parlo perché ho il potere. Mentre Cristo ha il potere perché parla in un certo modo. È la sua parola che è potente, efficace. Non pretende di farsi ascoltare perché ha autorità, ma ha autorità – vorrei dire che si guadagna l’autorità – perché riesce, farsi ascoltare, perché ha una parola da dire, una parola che stupisce, tocca gli ascoltatori…» (A. Pronzato). Proviamo a fare una doppia lista: in una mettiamo i contrassegni di coloro che parlano da veri «discepoli», nell’altra di coloro che parlano come gli «scribi»…, a cominciare da noi stessi.

3. Ricordiamo parole e pensieri di Gesù che ci hanno stupito, scosso, fatto ricercare su di lui, o riceviamo annunci così importanti come la venuta del Regno, l’amore al nemico, la sua sequela portando la croce…, quasi fossero sedativi, cose scontate? Ci siamo trovati a dover fare un serio confronto tra il messaggio evangelico e le parole della cultura dominante?

* Un’ultima lettura del testo riporta nell’unità del racconto le tante verità raccolte.

* Una preghiera finale, magari con libere intenzioni, conclude il cammino compiuto.

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