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Salvezza

 

Riccardo Tonelli

(NPG 2000-03-48)


Chi opera nell’ambito della pastorale, riconosce di offrire un contributo irrinunciabile per la realizzazione nel tempo del progetto di salvezza di Dio sull’uomo e sulla storia.
Spesso, però, le parole pronunciate e gli interventi realizzati sono diversi, di una diversità che sembra persino riguardare la sostanza delle cose. Impegnati a compiere un servizio, orientato allo stesso obiettivo, facciamo cose differenti. Viene spontaneo chiedersi il perché di questa strana situazione.
È inutile cercare un confronto sull’immediato, perché ciascuno ha le sue buone ragioni e nessuna scelta può pretendere di essere quella esclusiva. Il confronto va realizzato sui modelli teologici e antropologici che orientano le diverse figure di salvezza. Da questo orientamento globale scaturiscono poi le differenti prassi pastorali.

La salvezza cristiana

Tutti sanno quanto il tema della salvezza cristiana sia sempre stato al centro di vivaci polemiche in campo teologico.
Nelle definizioni di salvezza presenti nella Chiesa, è costante la preoccupazione di mettere in evidenza la sua radicale originalità nei confronti dei progetti salvifici che si limitano a proporre soluzioni che riguardano solo la trama della nostra esistenza quotidiana, senza nessuna apertura verso il mistero che sta oltre la storia umana.
Tutti (o quasi) sono d’accordo nel riconoscere che la dimensione specifica della salvezza cristiana consiste in una pienezza di vita, che il Padre, in Gesù Cristo, per lo Spirito Santo, comunica all’uomo, dono che lo rende partecipe di comunione definitiva con lui. Questo dato comune si esprime però secondo modalità concrete diverse. Il rapporto tra la storia quotidiana e quello che capiterà alla fine dei tempi, viene risolto spostando l’indice più dalla parte dell’oggi o più dalla parte del futuro. In altri casi varia notevolmente il modo concreto di comprendere peccato e novità di vita. Si oscilla tra visioni molto attente alla dimensione quotidiana e sociale della vita, e visioni dove tutto è riferito al solo rapporto personale con Dio.
Un’altra grossa ragione di diversità è data dal significato della libertà e responsabilità dell’uomo nell’accogliere il dono di Dio. In che modo rispondiamo al dono di Dio? Come gli manifestiamo la gioia della nostra accoglienza? Le prospettive concrete si fanno diverse.
Questi orientamenti teologici diversi condizionano fortemente la prassi pastorale. Si passa da progetti giocati su una pretesa specificità della salvezza cristiana rispetto ad altre concezioni di salvezza, ad un’azione preoccupata di assicurare e realizzare una piattaforma comune di servizio all’uomo. Dal modo con cui viene compreso il rapporto tra presente e futuro nascono i progetti pastorali deduttivi e oggettivistici, e quelli tutti proiettati verso il futuro e la novità. La definizione del rapporto tra il dono di Dio e la responsabilità dell’uomo negli eventi salvifici divide tra chi affida tutto alla potenza di Dio (si pensi, per esempio, alle concezioni spiritualistiche e all’enfasi dell’«ex opere operato»), e chi invece ce la mette tutta nella ricerca di gesti, linguaggi, sistemi simbolici sempre più significativi e vicini alle persone concrete.

Modelli a confronto

Non si può dividere la ragione e il torto con un taglio netto. È invece molto più utile il tentativo di scavare dentro questi modi diversi di procedere, per scoprire cosa sta a monte. Per fare questo, suggerisco di confrontare i modelli teologici presenti in un passato anche abbastanza recente con quelli tipici della situazione attuale, riconoscendo che i modelli tradizionali… non sono del tutto scomparsi anche nell’oggi ecclesiale.

I modelli teologici tradizionali

Oggi conosciamo bene i modelli teologici tradizionali, quelli che hanno dominato la prassi pastorale nel secolo scorso, e le proposte pratiche che da essi scaturivano.
Riporto una citazione, tra le tante, particolarmente significativa (Congar Y., Un popolo messianico. La Chiesa sacramento di salvezza. Salvezza e liberazione, Queriniana, Brescia 1976). Con un pizzico di fantasia, riusciamo, infatti, a collocare in questo contesto moltissime cose in cui siamo cresciuti.
«Sr. Elisabetta Germain ha pubblicato una ricerca particolarmente chiarificatrice sulla catechesi e sulla predicazione della salvezza in Francia, all’epoca della Restaurazione, 1815-1830. Potrebbe sembrare una ricerca troppo limitata. Ma, da una parte, la documentazione è molto abbondante, dato che dopo l’Impero si ebbero molte missioni, molti catechismi e lettere pastorali; d’altra parte, la presentazione della salvezza fatta a quel tempo è veramente tipica, esprime una ‘mentalità religiosa’, mentalità che in parte è stata determinata proprio dalla predicazione. Tale mentalità è stata predominante fino alla metà del nostro secolo, e ancor oggi è abbastanza díffusa tra i cattolici, anche da noi!
Possiamo definirla in queste quattro caratteristiche:
– Coscienza dell’alternativa drammatica salvezza o dannazione. E la dannazione è l’inferno, i demoni, le fiamme. E per sempre.
– La salvezza è identificata con la redenzione delle anime: la creazione non c’entra affatto o quasi.
– La salvezza-redenzione è considerata come una cosa data che i fedeli devono procurarsi attraverso specifici atti, gli atti ‘religiosi’ e pratiche che in grande misura vengono determinati dal clero o comunque da esso mediati: confessione, primi venerdì del mese, elemosina, ultimi sacramenti. Durante le missioni, nei ritiri spirituali, si predica ciò che bisogna fare per evitare l’inferno, abbreviare il purgatorio, meritarsi il paradiso: in breve come ‘salvarsi l’anima’.
– Quasi non si parla della salvezza dei non-evangelizzati».

I modelli teologici attuali

La teologia attuale ci porta a vedere le cose in modo molto diverso. Suggerisco, a velocissime battute, i punti più rilevanti di questo modo nuovo di pensare alla salvezza, presente nella Chiesa di oggi.
1. La storia umana è stata creata nella grazia di Gesù Cristo, morto e risorto. Lo Spirito del Signore è presente e agisce definitivamente nel cuore di ogni uomo e della storia. Esiste dunque una sola storia, quella dell’umanità concreta, nella quale Dio opera la sua salvezza, anche all’insaputa dell’uomo. Ed esiste una sola vocazione, quella alla comunione definitiva con Dio e con i fratelli, in cui consiste appunto la salvezza di Dio donata all’uomo.
2. Questo progetto di Dio è per ogni uomo, in modo tale che se ne esclude solo colui che lo decide liberamente e responsabilmente. Per molti uomini è però impossibile un’accettazione o un rifiuto esplicito, perché non conoscono ancora Gesù Cristo. Per non svuotare il progetto salvifico universale di Dio, dobbiamo distinguere tra accettazione consapevolmente esplicita e riflessa, e accettazione reale, anche se implicita e non riflessa.
Quando l’uomo gioca la sua esistenza nella libertà e vive un’esperienza umanamente significativa, egli accoglie la rivelazione divina racchiusa in questo segmento di storia e pronuncia la sua decisione (positiva o negativa) per Dio e per il dono della sua salvezza. Scegliendo e realizzando, nella libertà, un gesto di umanizzazione, accoglie e si decide per il progetto di Dio, di fatto anche se in modo non riflesso.
La proposta di salvezza risulta così universale, perché è il dono costitutivo della profonda soggettività di ogni uomo. La risposta dell’uomo è libera e responsabile, perché è decisione sulla propria esistenza; in un ambito, quindi, che gli compete e investe tutti. È decisione per la salvezza, perché l’esperienza di ogni uomo è già costituita, in qualche modo, nel mistero di Dio, luogo in cui Dio si fa vicino, in cui si propone a ciascuno come l’unico Signore.
3. Questa salvezza è un fatto unico, totale, integrale, che investe la globalità dell’esistenza personale e storica. In essa ci sono livelli diversi, che si implicano reciprocamente senza ridursi l’uno all’altro. Esiste quindi un rapporto stretto tra la comunione definitiva con Dio e le anticipazioni storiche di questa novità di esistenza.
Questa visione della salvezza permette perciò una visione unitaria della realtà, anche se trascina l’esperienza umana e cristiana nella fondamentale tensione tra «definitivo» e «provvisorio», tra «già» e «non-ancora».
4. Il fondamento ultimo e l’evento costitutivo della salvezza è Gesù Cristo. In lui si realizza pienamente e si rivela definitivamente il rapporto tra divino e umano, tra salvezza totale e liberazioni storiche. La prassi di Gesù di Nazareth, dalle guarigioni alla crocifissione, dai banchetti alla Cena, dal discorso della montagna al silenzio della Croce, è tutta orientata a salvare e liberare: far diventare più umano l’uomo, ricostruendo la sua essenziale capacità di manifestare Dio, luogo essenziale del dialogo tra Dio e ogni uomo.
In questa visione, quello che conta è la vita quotidiana, abitata già dal mistero di Dio, fondamento di autenticità e di speranza. La salvezza porta a compimento, in pienezza e in autenticità. Senza il dono della salvezza restiamo prigionieri della morte e del nostro peccato. La vita nuova, sperimentata e consolidata, si esprime immediatamente in un ritorno, da «creature nuove», nella vita quotidiana.

Una pastorale che porta a Dio facendo camminare gli zoppi

È importante mettere a confronto le due visioni di salvezza, appena descritte. Le diversità non sono piccole. In qualche modo esprimono scelte che vanno alla radice della stessa esperienza cristiana, perché chiamano in causa il mistero di Dio e quello dell’uomo, e il rapporto reciproco.
Il modello teologico che ha dominato per tanto tempo la riflessione teologica, pensava all’incontro tra Dio e l’uomo secondo uno schema dualista. Il punto di partenza era una distinzione rigida tra mondo sacro e mondo profano. Il mondo sacro è quello di Dio, tutto avvolto nella sua grazia di salvezza: il mondo della trascendenza e della grazia. Il mondo profano è il nostro mondo quotidiano, quello che in cui si svolge l’avventura della vita di tutti i giorni. La pastorale era tutta impegnata a far passare dal mondo profano a quello sacro.
I sacramenti e gli altri interventi pastorali erano una specie di incursione nel mondo dove Dio era assente e dominava il peccato, per consolidare l’esperienza della presenza di Dio e della sua grazia salvifica.
Il Concilio, facendoci riscoprire il significato teologico dell’evento dell’Incarnazione, ci ha aiutato a vedere le cose in modo molto diverso. La distinzione tra mondo sacro e mondo profano è vera, ma ormai è superata, perché il mondo, la nostra storia, la nostra vita quotidiana sono diventati, in qualche modo, la tenda in cui Dio ha preso dimora, per essere il Dio-con-noi, intimo ad ogni uomo più di se stesso. Con questo gesto, gratuito e imprevedibile, tutta la realtà è stata trasformata nel luogo della presenza di Dio e nell’evento della sua grazia che salva.
Questa seconda prospettiva aiuta a definire bene i compiti della pastorale in ordine all’impegno di realizzare la salvezza e, di conseguenza, suggerisce criteri precisi per muoversi nel pluralismo attuale.
Gesù ha portato alla salvezza di Dio facendo prima di tutto toccare con mano la sua bontà, accogliente e perdonante.
Ha restituito vitalità alle gambe rattrappite dello zoppo di Cafarnao, per potergli dire in verità: Dio perdona i tuoi peccati.
La pastorale è chiamata ad attuare la salvezza. Per questo deve portare alla Pasqua di Gesù, introducendo coraggiosamente la croce in tutta la sua logica e nelle sue esigenze. Non possiamo però interpretare questo compito come la responsabilità di trascinare l’uomo allo scontro con le esigenze del suo Dio, allontanandolo dal suo mondo quotidiano o, peggio, costringendolo ad ignorare i problemi e i conflitti che lo attraversano.
Anche il modo concreto di attuare la salvezza, nei mille gesti della pastorale, risente fortemente di questa prospettiva.
Si passa dalla paura, dalla fretta, dalle minacce e dalle pretese eccessivamente sicure, a quell’accoglienza incondizionata e liberatrice che caratterizza il rapporto di Dio con noi, come ce lo ha rivelato Gesù.
Siamo peccatori; abbiamo bisogno di uscire dal nostro peccato e non lo possiamo fare che consegnando tutta la nostra vita a Dio: risuona così la voce di Gesù, oggi come nella casa di Pietro sulla riva del lago (Lc 5,17-26). Per vivere dobbiamo morire: come il chicco di frumento. Riconoscere il peccato e affidare la propria morte al Dio della vita è un rischio, un salto nel buio. Ci distrugge, nella nostra presunzione saccente. Ci chiede un modo nuovo di vivere, riconoscendo che solo Dio è il Signore. Questo invito, tanto sconvolgente, è accompagnato da un gesto che lo rende familiare e suasivo. Continua la voce di Gesù, oggi come a Cafarnao: càricati sulle spalle lettuccio e stampelle, e torna a casa con le tue gambe. Nell’esperienza di un’accoglienza che anticipa nel piccolo la novità promessa, scopriamo chi è Dio per noi: il Dio che salva solo chi consegna a lui la sua fame di vita, come nella croce. Ma è un Dio di cui possiamo fidarci incondizionatamente.
Lo attestano le cose meravigliose che sta compiendo oggi per il suo popolo, come segno manifestatore di interventi dalla risonanza molto più sconvolgente.
La vita nuova che nasce dalla croce è così sperimentata inizialmente attraverso i suoi segni anticipatori.

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