Giuseppe


Figure della fede /3

Carmine Di Sante

(NPG 2000-03-54)


Di Giuseppe, sposo di Maria e padre di Gesù, il Nuovo Testamento dà notizie scarne ed essenziali. Di lui si parla solo nei «vangeli dell’infanzia», nei primi capitoli di Matteo e di Luca, gli unici a riferire notizie anteriori all’attività pubblica di Gesù.
Il primo evangelista, che nella genealogia (Mt 1, 16) fa risalire la sua nascita a Giacobbe (evidentemente non Giacobbe il patriarca), a differenza di Luca che invece la attribuisce a Eli (Lc 1, 27), lo introduce nel momento della nascita di Gesù e ne tratteggia la figura con queste pennellate:
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 18-21).
In questo racconto di carattere teologico, il cui intento non è di fare la cronistoria della nascita di Gesù bensì di proclamarne la «stra-ordinarietà» («quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo»), dovuta al fatto che con quella nascita avviene la risanazione dell’umano («Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati»), emergono i tratti paradossali di questo personaggio biblico neotestamentario la cui caratteristica è di non aver mai parlato e il cui unico attributo, per il racconto biblico, è di essere stato «giusto»: «Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla». Uomo di silenzio e uomo giusto: questi, per il Nuovo Testamento, i tratti lapidari che fanno, di Giuseppe, una figura esemplare della fede.
Uomo di silenzio, innanzitutto: che non parla e che mai interrompe il suo silenzio: né per chiedere spiegazioni né per dichiarare la sua indegnità né per rispondere «sì» o «eccomi», come fanno Mosè e i profeti, e neppure per rivolgersi a Dio e benedirlo, come fanno Maria con il Magnificat («L’anima mia magnifica il Signore») e Zaccaria con il Benedictus («Benedetto il Signore»). Uomo di silenzio senza interruzione, Giuseppe è, per questo, «figura» o «icona» del silenzio. Ma cosa vuol dire figura o icona del silenzio? E cosa è il «silenzio» per noi che abitiamo case invase da TV e giradischi, città stressanti e rumorose, e discoteche affollate e assordanti?
Israele Ben Eliezer, noto con il nome di Baal Shem Tov, il rappresentante più celebre del chassidismo (1700-1760) racconta questa storia: «Un musicista suonava uno strumento bellissimo e la musica rapiva il popolo a tal punto che esso era spinto a danzare estaticamente.
In quel mentre un sordo, che non sapeva nulla della musica, passò accanto e scorgendo l’entusiastico danzare del popolo decise che dovesse essere tutto matto. Se fosse stato saggio avrebbe intuito la loro gioia e il loro rapimento e si sarebbe unito alle danze».
Si può attingere, come si attinge da un pozzo, da questa storia per capire il silenzio e in che senso, per il racconto neotestamentario, Giuseppe ne è figura esemplare.
Per molti il silenzio è assenza di parola e sinonimo di vuoto che viene allo scoperto quando nessuno parla per colmarlo. Per questo fa paura e non viene «sopportato», come provano le cronache quotidiane le quali vogliono che, quando per guasto tacciono nelle case le voci dei televisori, aumenta il numero dei depressi e dei suicidi. Lungi dall’introdurre nel vuoto dove tutto tace e non si odono più suoni e voci, la storia di Baal Shem Tov mostra il contrario: che il silenzio – il luogo dove l’io cessa di parlare e tace – porta alla scoperta di un «fuori» dove ci sono «musicisti che suonano strumenti bellissimi» e dove «la musica rapisce a tal punto che si è spinti a danzare estaticamente», dove cioè non c’è assenza di parola ma l’apparizione-evento di una Parola che non proviene dall’io ma ad-viene all’io. Da questo punto di vista il silenzio non è assenza di parola, ma messa in crisi dell’io come parola, e denuncia della sua «follia» comica e tragica come quella del sordo che crede «matti» gli altri e che, chiuso in sé come in una prigione e incapace di ascolto, non sa della musica che risuona fuori.
È a questo livello che va colto il senso profondo del silenzio: non solo condizione di possibilità della parola dell’altro (perché l’altro parli l’io deve ascoltare) e neppure solo ricezione del suo messaggio (perché l’io ascolti deve rinunciare a parlare) ma, in profondità, trascendimento dell’io come Io sovrano che si vuole parlante, produttore della parola, cioè del senso, e instaurazione dell’io come Io uditore, che si sa posto di fronte ad una parola, la Parola, che lo raggiunge da «fuori» o «altrove» e lo percuote dischiudendogli un mondo come mondo altro, al quale è possibile avere accesso solo se l’io rinuncia alla sua sovranità e «si depone» come si depone il re dimettendosi. Il senso profondo del silenzio è nell’affermazione e nella istituzione dell’umano come recettività e nella denuncia e smascheramento della sua alienazione quando si afferma come autonomia, alienazione simile a quella del sordo della parabola che, non sapendo di essere lui il matto, ritiene che siano gli altri ad esserlo.
Del silenzio, inteso come priorità del recettivo sull’attivo, dove l’umano è uditore di Parola e dove la parola dell’io è sempre e solo parola di risposta, Giuseppe è figura esemplare, perché dalla sua bocca, cioè dal suo io, non è mai uscita una parola. Non perché chiuso in sé e autosufficiente, incapace di comunicazione, bensì perché intento ad ascoltare e obbedire, ad as-sentire e acconsentire a ciò che gli proveniva da altrove: la Parola – la parola di Dio – che, come vuole la parabola di Shem Tov, è come «musica che rapisce» e che, per il salmo 119, «è dolce al palato più del miele» e «più preziosa di mille pezzi d’oro e di argento». Per la bibbia Dio è Dio perché Parola: Parola che proviene da «fuori» e da «altrove» e che, con la potenza del martello che infrange la roccia o del coltello che «penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla» (Eb 4, 12), si apre una fessura nella prigione dell’io facendovi risuonare «una musica – metafora del senso che si disvela – che rapisce».
Figura del silenzio, dove la parola prima non è il dire dell’io ma il suo ascoltare, e dove l’organo primo della percezione non è la vista ma l’udito, Giuseppe è qualificato dal racconto neotestamentario come «giusto», il titolo più elevato con cui la bibbia qualifica l’umano. Mentre la maggior parte delle culture interpreta l’umano con la categoria dell’eroe (l’io capace di assumersi il destino) o con la categoria del sapiente (l’io definito dal suo sapere pratico) o con la categoria del santo (l’io definito dall’acquisizione della perfezione), la cultura biblica ricorre alla categoria del giusto, termine che definisce l’agire dell’uomo di fronte a Dio.
Giuseppe è «giusto» di fronte a Dio perché ne ha colto e accolto la Parola dalla quale si è lasciato inondare come la terra dai raggi del sole che, all’alba, fugano le tenebre e ridisegnano l’incanto delle linee, dei profili, delle forme e dei colori.
«La prima volta che ho portato il mio figlio ritardato, Danny, a vedere anatre e colombe nel laghetto vicino, egli corse fuori dalla macchina e gridò: “Papà, guarda, guarda!”. Avevo bisogno di quella lezione: non mi ero mai fermato a contemplare la meraviglia di quei colori e di quei voli... Come persone tragicamente depresse, non siamo neppure capaci di trascinarci fino alla finestra per guardar fuori. “Guarda, guarda!”, ci dicono con insistenza Danny e le Scritture» (D. C. Maguire, Il cuore etico della tradizione ebraico-cristiano. Una lettura laica della bibbia, Cittadella Editrice, Assisi 1998, p. 7).
Il giusto è colui che con il suo sguardo coglie il mondo abitato da una Presenza la cui parola è la gratuità dell’Amore che trasfigura il mondo in stupore (lo stupore di Danny e delle Scritture che con insistenza ci dicono: «guarda», «guarda») e chiama l’io ad agire allo stesso modo. Essere «giusti» è lasciarsi misurare dal gratuito (Guardate «il Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni»: Mt 5, 45) e, soprattutto, vivere i propri giorni e le proprie notti secondo la logica del gratuito («Siate voi dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste»).