I grandi temi del Concilio /3

Luis A. Gallo

(NPG 2000-03-57)


Ci riallacciamo con questo tema all’ultima parte dell’articolo precedente, dove si accennava a un nuovo modo di rapportarsi con la Parola di Dio evidenziato dal Concilio Vaticano II, quello che nasce dal coglierla nella storia. Questa tematica costituisce, indubbiamente, una delle novità più riguardevoli di detto Concilio.

Un’eredità culturale di secoli

È risaputo che il cristianesimo, una volta squarciato il guscio semitico-giudaico delle sue origini, si diffuse nel vasto mondo dell’impero romano. Una sensibilità culturale trasversale unificava i popoli che ne facevano parte, quella ellenistica. Era una sensibilità profondamente segnata da un dualismo ontologico, che la portava a sopravvalutare lo spirito e tutto ciò che è spirituale, e a svalutare di conseguenza la materia e tutto ciò che è materiale. Il mondo di lassù, quello spirituale, era – per essa – il regno del bene, del vero, della bellezza; l’opposto si rinveniva nel mondo di quaggiù.
Una delle ripercussioni di tale dualismo era il suo atteggiamento decisamente negativo verso la storia. La ragione era di una logica ineccepibile: c’è storia perché c’è tempo, e c’è tempo perché c’è materia. Gli spiriti, infatti, e tutto ciò che è spirituale, non sono soggetti al tempo, ma sono immutabili ed eterni. Solo ciò che è materiale è anche temporale e mutevole.
Quando il cristianesimo si calò in quell’orizzonte di cultura, ne assimilò anche le note che lo contrassegnavano. I dualismi spirito-materia, anima-corpo, lassù-quaggiù, eternità-temporalità o storicità, pur sottoposti ad una critica nella loro espressione radicale in forza dei presupposti della fede, la segnarono profondamente. «Dal dualismo anima-corpo – afferma un teologo – il cristianesimo vissuto non è mai perfettamente guarito» (M.D.Chenu).
Così, la dimensione escatologica del messaggio cristiano, ossia la sua tensione verso il futuro, intrinsecamente legata al tempo e alla storia, venne a trovarsi notevolmente affievolita nella fede pensata e vissuta. Restarono solo «i novissimi» – la morte, il giudizio, l’inferno e la gloria – concepiti in chiave prevalentemente individuale. «Ciò che non è eterno non è niente», sosteneva con grande convinzione S. Luigi Gonzaga, e dicendo questo non faceva che riecheggiare un pensiero dominante all’epoca.
Non è quindi da stupirsi che i cristiani siano vissuti con lo sguardo rivolto al cielo, alla beatitudine eterna verso la quale orientavano tutto il resto. Si sono abituati, come diceva una preghiera liturgica della fine della messa, a dare valore ai beni definiti eterni, svalutando – in qualche caso anche disprezzando – quelli temporali.
In questo contesto risultava logica una certa superiorità dei cristiani che dedicavano in prevalenza la loro vita a coltivare tali valori definitivi – i religiosi e le religiose, i sacerdoti – nei confronti degli altri che vivevano invece «nel mondo» – i laici –, impigliati nelle mille faccende che questa loro esistenza comportava: la vita coniugale e famigliare, il lavoro per guadagnarsi la vita, l’economia, la vita sociale, la politica… Solo la loro «retta intenzione», sostenuta dalla preghiera e dalla frequentazione dei sacramenti, dava senso alle svariate attività che tale esistenza comportava. Un senso, come si vede, conferito dall’esterno di esse, e non proveniente dall’interno della loro stessa realtà.

Il risveglio della sensibilità storica

Diversi fattori (che non è il caso di menzionare) hanno provocato nei nostri tempi il dissolvimento della cultura ellenistica. I dualismi sopra ricordati non fanno più parte in genere dell’orizzonte globale di comprensione contemporaneo.
Anzi, si può parlare nei suoi confronti di una autentica rivalutazione della materia, del corpo, del tempo, del quaggiù, che alle volte diventa perfino esorbitante e arriva al ribaltamento delle prospettive.
Ci interessa principalmente ciò che riguarda la valutazione del tempo, come ambito nel quale si svolge la storia. È risaputo che nella concezione del tempo il popolo della Bibbia differì profondamente da numerosi altri popoli. Mentre infatti i popoli attorno a lui lo concepivano in maniera ciclica, come l’eterno girare del cosmo su se stesso, ad immagine del «tempo degli dèi», Israele lo pensò escatologicamente, ossia in tensione verso un futuro di pienezza. Ciò ebbe un innegabile influsso sulla sensibilità occidentale da qualche secolo in qua: per essa la storia è una componente essenziale. Alcune correnti di pensiero, come l’hegelismo e il marxismo, la posero quale perno della loro speculazione.
Ciò favorì anche, di riflesso, il riemergere alla coscienza ecclesiale della dimensione storica del messaggio rivelato, in altri tempi, come si è detto, alquanto mortificata. Si è andata così ricuperando la sua componente messianica – «cristiano», in fondo, vuol dire «seguace del Cristo-messia» –, rivalutando di conseguenza le implicazioni concrete che essa comporta: la storia come cammino verso il compimento finale dell’umanità, il mondo come luogo dove esso trova concreta realizzazione, le realtà terrene come ambito nel quale va maturando il futuro celeste.

La prospettiva storica del Vaticano II

Il Vaticano II si calò in questa sensibilità, in coerenza con il suo proposito di «aggiornamento». Se ne trovano tracce germinali già nella Costituzione Lumen Gentium, particolarmente nel capitolo dedicato ai laici (n. 36), ma i segni più chiari si individuano nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes e nel documento Apostolicam Actuositatem sull’apostolato dei laici.
Nella Gaudium et Spes, oltre al testo fondamentale già commentato nel tema precedente, quello del n.11, nel quale si evidenzia la presenza di Dio e del suo piano di salvezza nella storia umana in quanto tale, ce ne sono ancora altri che riflettono questa nuova sensibilità.
In primo luogo l’intero capitolo III della prima parte, nel quale viene affrontato il tema dell’attività umana nell’universo, sul cui senso tanti uomini e tanti cristiani si interrogano nel mondo attuale. In esso si afferma, in partenza, che «per i credenti una cosa è certa: l’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno di Dio» (n. 34). E si aggiunge un rilievo di notevole importanza: «ciò vale anche per gli ordinari lavori quotidiani». Non sono quindi presi in considerazione solo gli sforzi di vasta portata, quelli che vengono fatti a livello collettivo e utilizzando le risorse della scienza e della tecnica, ma anche quelli più semplici e comuni della vita di ogni giorno nell’ambito personale o familiare.
Le parole «considerato in se stesso» del testo citato hanno l’intenzione, come si può desumere dal contesto, di evidenziare il valore positivo di tale insieme di sforzi a prescindere dalla distorsione che gli uomini possono farne con le loro decisioni egoistiche e peccaminose (n. 37); ma per inciso evidenziano anche il suo valore intrinsecamente positivo: se non interviene la cattiveria umana, per se stessi tali sforzi sono buoni, senza che sia necessaria un’ulteriore determinazione dall’esterno – come per esempio quella della preghiera –, perché «corrispondono al disegno di Dio».
La Costituzione trae da quest’affermazione una conseguenza di primissima importanza, che porta a superare il dualismo di comportamento anteriormente segnalato: «Da ciò si vede come il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall’incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente» (n. 34).
Verso la fine del capitolo, il testo conciliare va ancora oltre: riconosce negli sforzi fatti dal genere umano – non solo pertanto dai cristiani – per rendere la propria vita più umana e sottomettere a questo fine la terra, un’azione dello Spirito elargito dal Cristo risorto. È quindi lo Spirito che li ispira, li purifica e li fortifica (n. 38). Si tratta, come si vede, di azioni in se stesse «mondane», intraprese anche da chi non è nemmeno credente ma appartiene alla famiglia umana, per «cambiare la faccia della terra» e renderla meno inumana e più degna dell’uomo. Tali azioni vengono attribuite allo Spirito Santo di Dio, di cui si sostiene, nel n. 26 della stessa Costituzione, «che, con mirabile provvidenza, dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, [ed] è presente a questa evoluzione» dei tempi e della storia.
Non è da stupirsi, pertanto, se più avanti, quando affronta nel capitolo IV il tema della missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, la Gaudium et Spes arrivi ad affermare categoricamente che sbagliano quei cristiani i quali, sapendo che non abbiamo una cittadinanza stabile in questo mondo ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli. E aggiunge che non sbagliano di meno quei cristiani che pensano di potersi immergere talmente negli affari della terra, come se questi fossero estranei del tutto alla vita religiosa, «la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali» (n. 43). Il distacco – conclude con parole di estrema gravità – che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo.
Molto vicina alla Costituzione pastorale è l’impostazione di fondo del documento Apostolicam Actuositatem sull’apostolato dei laici. Bastano due testi per confermarlo. Il primo specifica quanto abbiamo trovato nel n. 34 della Gaudium et Spes. Merita di essere citato testualmente: «Tutte le realtà che costituiscono l’ordine temporale, cioè i beni della vita e della famiglia, la cultura, l’economia, le arti e le professioni, le istituzioni della comunità politica, le relazioni internazionali e altre simili, come pure il loro evolversi e progredire, non sono soltanto mezzi in relazione al fine ultimo dell’uomo, ma hanno anche un valore proprio, riposto in esse da Dio, sia considerate in se stesse sia considerate come parti di tutto l’ordine temporale» (n. 7).
Il testo ha un primo pregio, quello di precisare, in maniera molto concreta, cosa s’intende per «ordine temporale», un’espressione spesso presente nei documenti della Chiesa, ma poche volte chiarito nei suoi contenuti. La serie di realtà enunciate in esso contribuisce a chiarirne il significato e la portata. Ma ha pure un secondo pregio: quello di ribadire la consistenza propria di tali realtà, superando così quella concezione «tradizionale» che li vedeva solo come «mezzi in relazione al fine ultimo dell’uomo».
Un secondo testo degno di speciale attenzione è quello del n. 14. In esso si esortano i cattolici a cooperare con tutti gli uomini di buona volontà «per promuovere tutto ciò che è vero, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile (cf Fil 4, 8)». Non, quindi, come più di una volta è successo in altri tempi, un atteggiamento di competitività o addirittura di rivalità con chi non è credente ma si occupa con buona volontà di promuovere il bene dell’umanità, ma un atteggiamento di dialogo e di collaborazione.
In conclusione possiamo dire che si coglie, negli scritti del Vaticano II, una maniera rinnovata di pensare la storia umana, quella grande che riguarda l’umanità in quanto tale e quella piccola che interessa il quotidiano di ogni persona in particolare: essa ha una consistenza propria che va rispettata e non svuotata, e si muove secondo leggi sue proprie, ma tale consistenza ha uno spessore teologale perché è il luogo in cui si va attuando, tra luci e ombre, il progetto di Dio in favore dell’umanità. Con tutte le conseguenze che ciò comporta per la vita dei credenti.