Gioia Quattrini

(NPG 2000-03-61)


Fulvia non aveva più forza. Sentiva ogni fibra del suo corpo sciogliersi come alla fiamma di una candela. Sentiva i nervi allentarsi, i muscoli abbandonare il rigore, il cuore e il respiro non più trattenuti. Una stanchezza molto simile alla serenità s’impadroniva di lei, come un liquido caldo dalla gola allo stomaco, alle gambe, alla testa. Aveva i capelli sciolti Fulvia, il viso struccato, il corpo lavato e ancora unto d’olio profumato, come dopo ogni bagno, come ogni sera prima del sonno. Era proprio così. A vederla, la moglie di Ponzio Pilato, procuratore della Giudea, sembrava pronta per coricarsi: cosa abbastanza strana di primo pomeriggio.
Uscita dal porticato nel ripiano superiore del giardino, da dove lo sguardo senza sforzo poteva abbracciare tutta Gerusalemme, aspettava la notte.
Fulvia sapeva che Pilato, all’interno del palazzo, pensava che sua moglie fosse impazzita. Che un’inquietudine sottile si fosse impadronita di lei fino ad oscurarle la mente, ad avvelenarle i pensieri. Fulvia era sempre stata donna ragionevole e misurata, padrona dei suoi comportamenti e della sua mente e sapeva che suo marito l’aveva subito amata per questo, lui, l’uomo scelto da Tiberio per stare al comando della provincia più sovversiva e riottosa: la Giudea, lui pieno di paure e insicurezze, così poco tagliato per la carriera politica eppure tanto ambizioso.
Così l’aveva sposata e lei era diventata la voce dietro le tende, la mano materna che accarezzava i capelli di uno degli uomini più potenti di Roma, colei che prendeva gran parte delle decisioni che poi il Procuratore faceva proclamare negli editti. Il trasferimento in Palestina, quello no, non era stata lei a volerlo. E se avesse potuto non lo avrebbe mai accettato. Quella terra le metteva paura. Quella gente le metteva paura. Così fiera e ostinata. Con quella fede folle avvinghiata intorno ad un solo dio. Solo ma capace di resistere a mille persecuzioni. Padre padrone di un mondo che non aveva esitato a sommergere e di un popolo che però difendeva con le unghie e con i denti, aprendo i mari e fermando il corso del sole.
La cosa che stentava a credere era che questo dio dominasse un popolo nella sua totale assenza. Egli non soltanto non era presente, ma vietava espressamente che la sua immagine fosse rappresentata e il suo nome pronunciato. E a quel popolo così strano bastava questo, sapere che lui ci fosse, sempre e ovunque, vigile e severo. Allora il pensiero di Fulvia andava alla sua gente, i Romani, valorosi guerrieri, abituati a prendere con il coraggio e le armi ogni cosa volessero, dominatori mai in fuga, e tuttavia pronti a chinare le ginocchia e gli occhi davanti ad un uomo che magari nutriva la minima parte delle loro virtù ma era l’Imperatore. Tiberio, così generoso nell’elargire agli occhi dei sudditi il suo aspetto divino, oro e gemme, dignitari e servi e lusso. Così attento che la sua immagine spuntasse in ogni angolo di Roma e che il suo nome fosse venerato e benedetto dalla maggior quantità di labbra possibili. Tiberio che non voleva soltanto essere il centro del mondo, ma intendeva convincere tutti di essere anche il centro dell’Olimpo.
Questi pensieri avevano aperto il varco ad una strana sensazione d’inquietudine, come se anche lei fosse in tutti i momenti della sua giornata, costantemente, sotto l’occhio attento di questo dio innominabile, cui nulla sfuggiva dal conto.
La notte, quando ogni tentativo di dormire veniva sventato dal caldo intenso, spesso attendeva l’alba passeggiando nel giardino, quasi a cercare rifugio ovvero la possibilità di un assurdo incontro, magari un’apparizione di quelle così generosamente regalate dalle divinità romane, magari una voce dal silenzio profondo e buio di quell’ora tarda. Al sorgere del sole abbandonava l’attesa e lentamente si avviava verso il letto, sola con quella segreta malinconia che accompagna ogni amante quando è lasciata ad attendere inutilmente tutta la notte.
Fin quando, inatteso, un sogno. Qualcosa di diverso da quel contorcersi abituale bagnato di sudore. Qualcosa di troppo assurdo per non avere un significato nascosto, da interpretare. Di certo un messaggio, che il dio senza nome le mandava come fosse una sfida.
Un pianto di gola, forte e continuo, il pianto di un neonato, così era cominciato il sogno di Fulvia. Tutta la città lo udiva, Roma intera era stata svegliata, ma per quanto si cercasse, nessuno capiva da dove quel pianto venisse perché l’intensità era la stessa in ogni luogo. Ad ognuno sembrava che il bambino fosse dietro la propria porta se non addirittura nella propria casa. La gente era scesa per le strade e correva in nessuna direzione, impazzita. All’improvviso un vento selvaggio aveva cominciato a schiaffeggiare le strade, sollevando turbini di polvere e sabbia, portando nel cuore un rombo profondo e sinistro. «Tremano le colonne del tempio!» qualcuno aveva gridato. E in un solo momento, i templi di Roma erano crollati ovunque, spezzati dal pianto e dal vento.
Fuori del suo palazzo, l’imperatore Tiberio guardava senza capire tutto quel caos e gridò di terrore quando un giovane uomo che portava una croce si fermò per parlargli. Nel sogno anche Fulvia per un attimo vide il volto dell’uomo e soltanto allora gridò, gridò e gridò fin quando Pilato scuotendola la costrinse a svegliarsi.
Da quella notte la sua mente non aveva conosciuto più un attimo di pace. Sembrava un difficilissimo gioco ad incastri: il pianto di un neonato, i templi che crollano, il vento e Tiberio spaventato da un uomo con in spalla una croce.
Era ancora lontana dall’ipotesi di una qualunque soluzione quando tornando da una passeggiata, sul balcone del porticato Ponzio Pilato sullo scranno interrogava l’ennesimo imputato di qualche reato contro la potenza di Roma.
Fulvia si era avvicinata in silenzio e aveva cercato un posto nascosto da dove fosse possibile vedere negli occhi quell’uomo e suo marito insieme. Aveva trovato dietro un cipresso lo spazio ideale e si era fermata, attenta anche al respiro. Un giovane uomo con la veste lacera e i polsi legati dietro la schiena era tenuto a braccia da due legionari. La testa china e i capelli a coprire il volto.
«Sei tu il re dei Giudei?», chiedeva Pilato. Lentamente il prigioniero aveva alzato la testa e lentamente aveva risposto: «Tu lo dici». Di nuovo il capo sul petto.
Il grido di Fulvia per quanto soffocato aveva attirato l’attenzione di Pilato. Il governatore aveva congedato in fretta il prigioniero e i suoi soldati, era corso da sua moglie, l’aveva stretta forte a sé. Passato del tempo, quando sembrava essersi calmata, Fulvia lo guardò negli occhi e gli disse: «Non avere a che fare con quel giusto; perché fui molto turbata in sogno, per causa sua». Pilato sorrise: cosa poteva esserci di più fantasioso dei pensieri di una donna. La sollevò con premura e la convinse a coricarsi, poi tornò ai suoi doveri.
Anche quell’anno, come tutti gli anni, in onore della festività della Pasqua, il Governatore rilasciava un prigioniero scelto dal popolo tra i condannati a morte. La folla riunita numerosa per l’occasione sembrava gridare unita il nome di Barabba, un ladro, sobillatore di folle e Pilato seppur a malavoglia lo rilasciò.
Gli altri tre condannati, preceduti e seguiti da una moltitudine senza precedenti, cominciarono lentamente il cammino verso il colle dove sarebbero stati inchiodati sulla croce. Quando Fulvia si affacciò sapeva già cosa avrebbe visto: l’uomo con la croce in spalla che aveva tanto spaventato Tiberio.
Così Cristo era stato crocifisso e poco a poco, anche se nessuno sembrava accorgersene, la luce del sole aveva perduto di forza e una sera davvero precoce era scivolata su Gerusalemme. Per questo Fulvia attendeva la notte, abbigliata come per andare a dormire. Perché Fulvia sapeva mentre suo marito fingeva di nulla con i pugni serrati.
La loro era una storia finita. L’Olimpo crollava e le divinità, quelle sciocche statuine di creta così simili alle miserie umane, non reggevano al pianto di un infante che moriva su una croce. Chi l’avrebbe detto a Tiberio? Quali saggi avrebbero potuto spiegare all’Imperatore che il dio senza nome gli aveva giocato veramente un bel tiro. Probabilmente l’ultimo. Che di lì a poco un esercito di schiavi, laceri e reietti, avrebbe sfidato le possenti legioni romane, opponendo alle spade mani nude e una croce. Chi l’avrebbe detto a Tiberio? E soprattutto quali saggi gli avrebbero spiegato che proprio lui, il Divino, sarebbe stato annientato da quegli uomini così esili pronti a morire nelle arene, divorati dai leoni, senza un grido e con gli occhi al cielo?
Fulvia sapeva, per questo non gridò quando, passate le tre, vide il velo del tempio squarciarsi in due da cima a fondo e sentì sotto i suoi piedi la terra scuotersi come in un travaglio.