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Leggendo il «Manifesto della gioventù per il XXI secolo»


Carlo Nanni

(NPG 2000-03-02) 


1. L’UNESCO (vale a dire l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione e la Cultura) e l’Assemblea Nazionale Francese hanno organizzato un Parlamento Mondi dei Ragazzi, a Parigi, Palazzo Bourbon, dal 21 al 27 ottobre scorso. A questa iniziativa, nata per redigere il «Manifesto della Gioventù del XXI secolo», hanno partecipato 175 paesi del mondo. Ogni paese ha inviato 2 giovani (l’Italia è stata rappresentata da Valentina Cinti del Liceo Linguistico «Caetani» di Roma e da Francesca Padula del Liceo Scientifico «Federico II» di Melfi).
Alla soglia dell’anno 2000, proclamato dall’ONU «Anno internazionale della cultura e della pace», questi giovani si sono riuniti per definire le attese dei giovani in materia di difesa della pace, di solidarietà, di educazione, di cultura, di sviluppo economico e umano, di protezione dell’ambiente.
Il Manifesto testimonia l’attaccamento dei giovani ai principi posti dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948.
Il 26 ottobre 1999 è stato presentato alla Conferenza Generale dell’UNESCO. Nell’autunno dell’anno 2000 sarà trasmesso solennemente all’Assemblea dell’ONU. Una copia del documento sarà trasmessa ai capi di stato e di governo, come pure ai presidenti dei parlamenti nazionali (per l’Italia al Presidente della Camera dei Deputati, onorevole Luciano Violante).

2. In una intervista, la studentessa Valentina Cinti, richiamando la sua esperienza, evidenzia il fatto di aver «avuto la possibilità di conoscere ragazzi dalla cultura molto diversa dalla mia. Ho avuto con loro momenti di confronto - a volte anche di scontro, soprattutto nella fase di discussione del Manifesto - e altri di divertimento, per esempio durante le visite a Parigi o nelle attività ricreative, e devo ammettere che è stato faticoso ma immensamente costruttivo […]. Cercare di conciliare le diversità trovando una via per rispettare e favorire entrambe le parti è stato difficile… ma al momento di giocare a pallone allo «Stade de France» o di ballare della «discomusic» nella serata conclusiva eravamo semplicemente tutti ragazzi che si stavano divertendo insieme. Lo spirito del Manifesto dunque è proprio questo: ragazzi differenti per sesso, religione, lingua, e tradizione hanno formulato insieme delle proposte tangibili sottolineando con responsabilità il loro impegno e la loro volontà di costuire un mondo nuovo all’insegna della pace a partire dal nuovo millennio. Io ero una di loro, e non dimenticherò mai l’orgoglio, la forza ma soprattutto la speranza con le quali ho sottoscritto il Manifeste de la Jeunesse pour le XXIe siècle».
Vorrei appena accennare che il Rapporto Delors, commissionato dall’UNESCO per definire gli obiettivi dell’educazione nel XXI secolo e intitolato significativamente Nell’educazione un tesoro (edito in italiano dall’editrice Armando di Roma), pone come «pilastro» dell’educazione del XXI secolo il «saper vivere insieme con gli altri»: collaborazione e alterità sono viste come imprescindibili, oltre il sapere, il saper fare e il saper essere (le tre grandi parole del Rapporto Faure degli anni ’70), per poter vivere la complessità e la multiculturalità propria di un’epoca di globalizzazione.

3. A proposito dell’educazione (che costituisce il secondo capitolo del Manifesto) si afferma che è «la nostra chiave» e si chiede che essa sia «accessibile a tutti» (e ci si dice preoccupati «del fatto che molti individui del mondo vedono rifiutarsi l’accesso all’insegnamento e non dispongono delle condizioni indispensabili ad una formazione e ad un apprendimento di qualità»).
È subito da notare che per «educazione», nel Manifesto, si intende concretamente e solo «educazione formale, scolastica». Questo modo di intendere l’educazione è tipico dei documenti internazionali (e ne dice chiaramente il limite). Ma forse è anche un segno di ritorno di un certo «scuola-centrismo» da parte delle istituzioni politiche governative, nazionali e internazionali. A ben vedere questa enfasi sullo scolastico, sul pubblico e sullo statale (a scapito dell’apporto e dell’originalità di soggetto formativo, di cui sono detentori le comunità locali, le organizzazioni e i movimenti della società civile) è abbastanza trasparente nell’operato del Ministro Berlinguer e della riforma del sistema di formazione pubblica che sta portando avanti. È questo un punto che dovrebbe essere approfondito anche in sede di pastorale giovanile. Ne va dell’esistenza dei canali comunitari di formazione (in cui vengono a comprendersi quelli ecclesiali e la pastorale giovanile). Il problema dell’integrazione e del dialogo/dialettica tra scuola ed extra-scuola, tra tempo scolastico ed extra-scolastico, tra pubblico e privato, tra le diverse agenzie educative societarie, va approfondito, chiarito, difeso e promosso: ne va di mezzo la qualità della crescita dei giovani e la competenza vitale delle nuove generazioni.

4. Ma pur in questi limiti, mi paiono ugualmente interessanti alcune indicazioni a proposito di quella che dovrebbe essere l’educazione del XXI secolo, e che sono estensibili anche alla pastorale giovanile (pur con le dovute differenziazioni di modalità attuative e di orizzonti di visione rispetto alla scuola pubblica).
Gli estensori del Manifesto si dicono «convinti che l’educazione non è qualcosa che riguarda solo gli insegnanti e gli studenti, ma che rappresenta una risorsa propulsiva dell’intera società»; che «l’educazione dovrebbe consentirci di aver una personalità creativa e senza pregiudizi tale da permettere di acquisire valori morali; di sviluppare delle competenze non soltanto intellettive ma anche pratiche e sociali; di instaurare la comprensione internazionale e il rispetto tra gli individui; di rafforzare i legami nazionali e internazionali; di comprendere il mondo nel quale viviamo e trarne degli insegnamenti; di contribuire a mantenere e a far progredire l’uguaglianza e la democrazia».
Certi obiettivi formativi vanno decisamente oltre la scuola. Una pastorale giovanile, che voglia giocare il suo destino sul banco dell’educazione, non può non tenerne conto, anzitutto per poter realizzare quell’indicatore di qualità dell’azione educativa che è la «coerenza» degli interventi formativi (e la «contribuzione attiva» alla crescita integrale dei giovani, nella corresponsabilità partecipata delle differenti agenzie e figure educative).
Indubbiamente una pastorale giovanile potrà (anzi dovrà) mostrare e portare a coscienza orizzonti di senso che vengono da una visione religiosa della vita e dalla confessione cristiana nella vita quotidiana e nella storia civile ed ecclesiale.

5. Nella parte conclusiva i giovani estensori dichiarano di impegnarsi «a partecipare maggiormente alle attività scolastiche e sociali; a progettare e mobilitare dei fondi per le nostre scuole e le nostre comunità; ad aiutarci reciprocamente e a contribuire all’educazione degli altri; a rispettare la vita e la dignità altrui senza discriminazioni né pregiudizi».
Mi viene da dire che questa «generosità giovanile» costituisce un forte appello al mondo adulto, civile ed ecclesiale, ai politici e alla gente comune: perché la partecipazione alla vita comunitaria non trova oggi molti esempi, stimoli e motivazioni da parte della società organizzata e dalla generazione adulta.
Come si fa ad invitare i giovani a fare politica con quello che si vede e che si sente quotidianamente avvenire dentro e fuori del Parlamento? Ma ci sono anche molti spazi per l’iniziativa dei laici e dei giovani nelle parrocchie, nelle diocesi, nella Chiesa? Quanta solidarietà effettiva c’è per ciò che è comune e ordinario. e fino a che punto non la vince l’interesse per il particolare, il locale, il non pubblico? Quanto spirito di cooperazione e non di sfrenata competizione è socialmente e culturalmente favorita in questa nostra comune convivenza, fortemente segnata dall’accaparramento, dal successo, dalla prestazione efficace e funzionale? Fino a che punto si è veramente liberi da pregiudizi della più svariata natura o da concrete forme di intolleranza del diverso o di discrimazione di chi non è dalla «nostra» parte o non è dei «nostri» o semplicemente non la pensa «come noi»?

6. A me pare che una pastorale giovanile che voglia stimolare a vivere in profondità l’anno giubilare che ci apre al nuovo millennio, trova in questi interrogativi dei punti di confronto e dei termini di paragone ineludibili. Ce n’è di che «convertirsi», di «riconcilarsi», di prolungare l’esperienza della «totale misericordia di Dio Padre» per gli uomini, per il mondo, per il nostro tempo e il nostro futuro.

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