Educare alla preghiera /11

Dio sa, noi no

Alessandro Maggiolini

Dio

Ma perché rivolgerci a Dio per chiedergli questo e quest'altro - o per adorarLo e ringraziarLo anche -, quando egli sa già tutto e tutto ha deciso per noi: per il nostro bene? Non val meglio lasciarlo nella sua estraneità? Tanto non lo si intacca, non lo si smuove, non gli si mettono addosso le mani per costringerLo a fare ciò che vogliamo... Si attui il nostro destino, fatalmente, e così sia.
Il Vangelo, che esprime le cose in modo immaginoso e commovente, non ragiona in questo modo.
Ricordate la cananea? «Signore, mia figlia è ammalata». «Non sono venuto che per le pecore disperse d'Israele». E quella che insiste. E Gesù, drastico: «Non è bene dare il pane dei figli ai cani». «Signore, ma anche i cani si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei padroni...». «Va', donna, la tua fede ti ha salvata...». O ricordate ancora la parabola dell'amico importuno? È già notte inoltrata; il tizio è a letto coi bambini, e l'altro bussa perché gli son giunti ospiti all'improvviso e non ha pane; e insiste nel bussare alla porta finché il padrone di casa scende, almeno per far cessare l'insistenza e il chiasso. «Chiedete e vi sarà dato; bussate e vi sarà aperto...».
Ma sono figurazioni. Dio pensa e decide dall'eternità... Che senso ha, dunque, l'esprimerGli la nostra miseria e la nostra sofferenza?
Vediamo le cose pure in questo schema rigidamente razionale. La preghiera ha ancora senso.
Almeno perché Dio dall'eternità l'ha prevista e ha voluto di conseguenza lo svolgersi delle vicende... La risposta è esatta, anche se un po' arida. Bisognerebbe non dimenticare che Dio non è una sorta di calcolatore elettronico che dà i risultati in base agli input che gli si trasmettono; è un papà che si commuove e che non è estraneo alle nostre esigenze e ai nostri desideri, anche se osserva dall'alto della sua eternità e in Cristo ci si rende prossimo, concreto: esattamente per sperimentare dall'interno i nostri problemi e le nostre esigenze...
E poi, l'esporre a Dio le nostre invocazioni non serve tanto a Lui - che davvero già sa -; serve a noi che non sappiamo ciò che è il nostro bene autentico, e abbiamo bisogno soprattutto d'umiltà. Gli chiediamo la guarigione d'un familiare e facciamo di tutto per procurarla; ma pure l'esito non viene. Gli chiediamo il bel tempo per domani perché dobbiamo andare in gita e, accidenti, le previsioni son nefaste e il servizio meteorologico stavolta azzecca... Ebbene, vuol dire che proprio questo era ciò che domandavamo, nonostante pensassimo ad altro. Gli esempi possono essere un po' bislacchi. Ma accennano ad un problema tremendo.
Sì, perché la preghiera è il mettersi davanti a Dio con un nostro «piano» quasi nel tentativo di imporglielo: e via via poi ci si accorge che il suo «piano» può esser diverso dal nostro. E non c'è dubbio: il giusto è il suo. Sia fatta la tua volontà... Le pretese cadono gradatamente e ci si pone in ginocchio, dopo tutti gli sforzi sinceri e quasi disperati; si curva la testa nella rassegnazione, se non proprio nella gioia. E si assicura che s'è fatto quanto si era capaci di fare, da un punto di vista umano. E occorre continuare a vivere le nostre responsabilità, ringraziando quasi a malapena.
Se ci si è impegnati davvero, occorre ammettere: non casca foglia che Dio non voglia; o come dicono al Nord: Quel che Diu veur l'è mai tropp... Ma, prima di giungere a tanto, quali lotte, quali ribellioni...
Verrebbe da cambiare il Vangelo: abbiamo bussato e non ci è stato aperto; abbiamo chiesto e non ci è stato dato; chi cerca non trova, e uno scorpione ci è stato offerto mentre chiedevamo un pesce, un sasso mentre domandavamo un pane... E noi siamo cattivi, ma un padre non agisce così coi suoi figli...
Son cose comprensibili. Se non abbiamo ancora incontrato la tentazione della bestemmia, forse non ci siamo ancora imbattuti in Dio.
L'umiltà vien dopo: quando ci si accorge che tutto è dono, anche il dolore. Pensavo che Dio si divertisse ad umiliarmi fino al sadismo, e invece era il suo modo d'amare...