Riccardo Tonelli

(NPG 2000-01-68)



Parliamo spesso di «evangelizzazione» per rilanciare una dimensione qualificante del servizio ecclesiale. Oggi poi si insiste molto sulla necessità di rinnovare l’evangelizzazione, facendola «nuova» nello stile, nell’ardore, nei modelli comunicativi, persino nella riorganizzazione dei contenuti. L’esigenza nasce dalla constatazione di una crisi, diffusa e pervasiva. Essa è avvertita, in termini maggiormente inquietanti, quando la comunità ecclesiale scopre che l’annuncio del mistero di Dio in Gesù di Nazaret offre un contributo irrinunciabile per la vita e la speranza di tutti.
Le ragioni della crisi riguardano l’interlocutore (i giovani o, al massimo, l’evangelizzatore) o qualcosa si può essere inceppato nel processo stesso?
Chi deve comunicare con una persona di cui ignora la lingua, non è messo in crisi sulle cose che deve dire, ma sullo strumento di cui si serve per esprimersi. Può uscire dall’impasse, cercando un interprete o sottoponendosi ad un corso accelerato di apprendimento. Nulla gli chiede di verificare il contenuto della sua proposta. La crisi che attraversa oggi l’evangelizzazione è solo a questo livello o, al contrario, le difficoltà si annidano altrove?
È urgente verificare le ragioni della crisi, per cercare rimedi adeguati, capaci di intercettare il problema sul suo nocciolo duro. Per questo, è decisivo il confronto con le esigenze del processo stesso. Non possiamo, infatti, cercare soluzioni attraverso rinunce o adattamenti; dobbiamo riscoprire le dimensioni costitutive dell’evento, per servirlo e riesprimerlo in autenticità.

Un dato di constatazione: fede e cultura

Per riconoscere le autentiche esigenze dell’evangelizzazione siamo invitati a misurarci con quanto è capitato alla radice della storia della nostra fede. Il modo con cui Dio si è rivelato a noi determina, infatti, le modalità concrete con cui i credenti sono impegnati a continuare l’annuncio della sua presenza, per la vita e la salvezza di tutti.
La Costituzione conciliare Dei Verbum ci aiuta a penetrare, in modo autorevole, nel mistero della Rivelazione. Punto di riferimento è un’affermazione che considero centrale: «Le parole di Dio, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlar dell’uomo, come già il Verbo dell’Eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo» (DV 13). Come l’umanità di Gesù è il luogo in cui il Dio misterioso prende volto visibile, così la parola umana diventa la parola in cui il Dio ineffabile si fa parola per noi.
Anche la risposta che l’uomo dà all’appello contenuto nella Rivelazione (che l’evangelizzazione continuamente rilancia) ripete lo stesso schema comunicativo. La persona dice la sua decisione attraverso esperienze e parole del proprio vissuto quotidiano. Dio ci chiama alla salvezza e noi diciamo la nostra decisione di accogliere il suo dono o di rifiutarlo. Non lo facciamo, dicendo sì oppure no; e neppure dicendo «Signore, Signore». Lo facciamo con la vita: nel ritmo delle ventiquattro ore del nostro quotidiano. I gesti e le parole che pronunciamo sono i segni di quello che riempie il nostro cuore e che altrimenti resterebbe indicibile: la voglia di essere figli di Dio o la pretesa suicida di arrangiarci da soli.
La consapevolezza che Dio si fa parola per noi nelle nostre parole umane e che noi rispondiamo a lui nello stesso modo, non solo riporta la rivelazione stessa nelle logiche dei processi comunicativi, tipici di ogni relazione interpersonale, ma soprattutto conduce ogni ricerca sull’evangelizzazione ad un irrinunciabile confronto con la «cultura». Cultura significa orientamenti di vita, valori, indicazioni di prospettiva e scelte concrete. Ogni stagione propone un suo modello di cultura e ne mette tra parentesi altri che, in una diversa epoca, erano quelli dominanti. Nell’evangelizzazione, com’è capitato nella stessa divina rivelazione, si realizza un rapporto, molto stretto, tra l’evento e la cultura in cui esso si esprime.

Un’esigenza: l’atteggiamento ermeneutico

Oggi, la consapevolezza appena ricordata, centrale per comprendere i problemi che attraversano l’evangelizzazione e le piste di possibile soluzione, viene espressa con una formula: «Atteggiamento ermeneutico». Con quest’aggettivo si fa riferimento ad una scienza importante: l’ermeneutica. Nata nell’ambito delle scienze antropologiche, ha ormai conquistato un posto rilevante anche in quelle teologiche e pastorali. L’atteggiamento ermeneutico nasce da una constatazione, ormai diffusa e consolidata: lo stretto rapporto esistente in ogni espressione tra quello che si intende comunicare e le formule linguistiche utilizzate per farlo. Il primo elemento proviene dall’intimo di ogni persona, rappresenta il suo mondo interiore e il frutto del suo vissuto. Il secondo invece viene dai modelli culturali che riempiono l’ambiente della nostra esistenza. Ogni proposta (parole, gesti, interventi generali…) è sempre una sintesi di questi due elementi.
L’atteggiamento ermeneutico richiede, per attivarsi quando è necessario, un’abitudine al «sospetto ermeneutico». La formula dichiara la consapevolezza dello stretto legame esistente tra i due elementi. Per sollecitare il lettore attento ad una verifica critica dell’insieme delle proposte, riporto una citazione di P. Ricoeur. Per comprendere bene il significato di queste affermazioni, che hanno come autore uno dei maggiori studiosi di questa disciplina, forse è necessario rileggerle almeno due volte e con un po’ di calma; la proposta però ci riguarda da vicino. Dice P. Ricoeur: «Il filosofo contemporaneo incontra Freud nello stesso campo di interessi di Nietzsche e Marx; tutt’e tre stanno davanti a lui come i protagonisti del sospetto, i penetratori degli infingimenti. Nasce con loro un problema nuovo, quello della menzogna della coscienza e della coscienza della menzogna. È un problema che non possiamo permetterci di considerare come uno fra i tanti, perché quello che è messo in discussione in maniera globale e radicale è ciò che appare a noi – buoni fenomenologici – come il campo, il fondamento, l’origine stessa di ogni possibilità di significazione, cioè la coscienza» (Il conflitto delle interpretazioni, Milano 1977, 115).
L’enfasi sul «sospetto» sottolinea la necessità di un fiuto speciale che abiliti alla capacità di discernimento. I due elementi (vissuto personale e cultura ambientale) non sono facilmente identificabili, come se il secondo fosse solo esterno e funzionasse da involucro del primo. Essi sono invece profondamente embricati l’uno nell’altro, in un intreccio che rende appunto difficile l’opera di discernimento.
Una persona è la stessa quando indossa la giacca della festa o quella del lavoro. In questo caso, il cambio di abbigliamento è facilmente constatabile. Qui invece il rapporto è molto più profondo e complesso: un gesto e una parola dipendono, nello stesso tempo, da quello che una persona vuole comunicare e dai modelli culturali che utilizza per realizzare la sua comunicazione. Faccio un esempio, attingendo ad un patrimonio di esperienza comune.
Spesso qualifichiamo il rapporto di un adulto verso un giovane con l’aggettivo «paterno». Serve a richiamare un sostantivo di utilizzazione frequentissima: padre.
Chi dice «padre» o qualifica come «paterno» un modello di relazione, mette in gioco due istanze: la sua esperienza personale di figlio e di padre, e i modelli culturali che, in una determinata stagione, definiscono quest’esperienza e questo rapporto. Il modo di essere padre e figlio varia, infatti, moltissimo nello sviluppo della storia e nelle diverse culture presenti oggi nel frammento in cui viviamo. Una persona esprime l’intensità dell’affetto verso un’altra, mettendo tutto il suo impegno per essere un «buon» padre: per essere padre secondo il modello culturale in cui si riconosce, che assume dalla cultura in cui vive. Lo stesso gesto, riportato in un’altra cultura, potrebbe significare un modo di fare davvero poco da «buon» padre. Padre… è sempre un dato comune. Varia però continuamente sulla misura della sensibilità personale e della cultura dominante.

Un atteggiamento ermeneutico anche verso l’evangelizzazione

L’atteggiamento ermeneutico riguarda ogni processo comunicativo. Ha un peso notevolissimo quando in questione c’è la comunicazione della fede e il riferimento all’esperienza cristiana. Per questo esso riguarda intensamente proprio il processo di evangelizzazione.
Le parole pronunciate dall’evangelizzatore e quelle espresse da colui che accoglie o rifiuta la proposta, non sono in assoluto l’evento di Dio che si piega verso l’uomo e l’accoglienza (o il rifiuto) di questa offerta da parte dell’uomo. Sono sempre invece una realtà che tenta di rendere presente qualcosa che resta mistero insondabile e inverificabile.
Da una parte, riconosciamo così che il segno, attraverso cui sveliamo il mistero di Dio e la decisione dell’uomo, è sempre di tipo culturale. Per questo è collocato in situazione di fragilità e, in qualche modo, di relatività. Dall’altra siamo spinti a dire il Vangelo di Gesù in una fedeltà che sa rinnovarsi, sotto le provocazioni dei cambi culturali. Non si tratta, infatti, di ripetere passivamente l’esperienza cristiana, ma di renderla vitalmente e comprensibilmente presente in altre culture.
Non possiamo di sicuro ridurre il processo ad un semplice gioco linguistico la cui forza è legata alle mille sottili astuzie del nostro quotidiano conversare. La potenza dello Spirito rende questa «parola» capace di suscitare ed esprimere la fede. Tutto avviene però sotto il segno della «sacramentalità»: quello che si vede, si sente e si constata rivela (e, nello stesso tempo, nasconde: «ri»-vela) la realtà misteriosa di cui è segno. Lo fa nella trama delle logiche umane quotidiane cui ha deciso di non sfuggire neppure la parola di Dio.
Tutto questo riempie ogni azione e riflessione pastorale di un’esigenza qualificante: alla comunità ecclesiale e ad ogni evangelizzatore si richiede uno stile assai originale di «fedeltà». L’atteggiamento ermeneutico (e il conseguente sospetto ermeneutico) rifiuta ogni figura di fedeltà che cerchi di riprodurre nel presente quello che abbiamo accolto dal passato. Questo modo di fare, che assomiglia eccessivamente alla ripetizione, è poco saggio e molto pericoloso, perché pone sullo stesso piano l’evento e le espressioni culturali in cui esso si rende presente.
L’atteggiamento da assumere è assai diverso: una profonda azione di discernimento, da attuare nella comunità ecclesiale e sotto la guida autorevole di coloro che nella comunità hanno il ministero di condurci nell’unità alla verità, per guardare con coraggio in avanti profondamente radicati nel passato, alla ricerca di parole e gesti che risuonino nel presente come «buona notizia» per la vita e la speranza di tutti.