Il recupero della parola

Inserito in NPG annata 1986.


Dizionario dell'animazione /5

Mario Pollo

(NPG 1986-03-50)


Cosa è una parola? Di sicuro uno dei misteri più profondi dell'essere umano che, tuttavia, l'abitudine, la familiarità del possesso e dell'uso nascondono alla coscienza di chi la usa.
La parola è la pietra angolare sulla quale è costruito tutto l'edificio dell'esistenza umana.
La parola non è un semplice suono, né tantomeno un segno di inchiostro su un foglio bianco o la forma di un pensiero silenzioso. La parola, infatti, non è contenuta né dalla forma attraverso cui si manifesta, né dalle cose o dai concetti che in qualche modo rappresenta.

LA PAROLA TRA MONDO MATERIALE E MONDO CONCETTUALE

La parola non può essere definita completamente perché le sue radici affondano nel luogo invisibile del mistero.
Cosa sia la parola può essere solo evocato per mezzo di fugaci ed imprecise allusioni. La parola indubbiamente è un segno, cioè un'entità che vive nello stesso istante in due mondi: quello materiale e quello concettuale. Essa si manifesta, infatti, come un evento materiale (un suono o un tratto grafico) che rimanda ad un significato che non è presente in quell'evento, appartenendo all'insieme concettuale dato da tutti i significati di una certa lingua.
La parola, anche se ha la lievità di un segno grafico o l'impalpabilità di un suono, è un evento concreto anche nell'orizzonte del mondo materiale.
Quando, ad esempio, si pronuncia la parola «pane», si entra in contatto non solo con l'oggetto concreto pane, ma anche con l'insieme di storia, di vissuti, di emozioni, di valori, di idee che intorno ad esso (nella vi i d personale e in quella del gruppo di chi parla) si è condensato. Le emozioni, i desideri, i sentimenti, le sensazioni fisiche di fame o di sazietà, hanno infatti intessuto con i loro fili, con i loro colori il tessuto che in un modo un po' asettico viene definito il significato della parola «pane».
Il significato di una parola è solo in parte espresso dalla definizione che ne dà il vocabolario, che non può, come è ovvio, contenere tutte le storie personali, familiari, locali e sociali delle esperienze intorno all'oggetto a cui rimanda la parola.
La definizione di «pane», ad esempio, non può che essere asettica, essendo in gran parte priva delle risonanze legate al ruolo del pane nella vita personale e sociale di chi parla.

LA PAROLA RIMANDA A CONCETTI E COSE IMBEVUTI DI VITA

La parola, proprio perché evoca non solo un oggetto, non importa se concettuale o materiale, ma anche un mondo di pensieri, emozioni, sentimenti, immagini, è la via maestra su cui passa il rapporto dell'uomo con ciò che viene detto essere la realtà. Infatti, nel mondo dell'uomo le cose materiali, le idee e i concetti non sono mai dati oggettivamente, perché vengono vissuti dalle persone divenendo portatori di frammenti di soggettività.
E solo ciò che è vissuto, almeno per l'uomo, è reale. Ad esempio l'H20 è meno reale dell'acqua. Questo non perché H20 rimanda al complicato (per molti) mondo della chimica e «acqua» al tranquillo mondo della lingua quotidiana. La ragione è un'altra. È che l'uomo, salvo che nei laboratori di chimica, non incontra mai la asettica H20, ma sempre l'acqua carica di particolari vissuti, sensazioni e significati. La incontra con piacere quando ha sete, con dispetto se non ha l'ombrello, la desidera con ansia quando c'è siccità, con paura quando diluvia. Su di essa poi ha condensato vari significati profondi di natura simbolica, che vanno da quelli liturgici a quelli dei sogni e delle poesie. L'uomo quindi quando incontra l'acqua incontra un frammento di vita ricco di significati che sfuggono all'oggettività della formula H20, ma che nella parola invece sono, in qualche modo misterioso, condensati. La realtà dell'uomo è questa e non quella delle presenze asettiche di oggetti materiali e concettuali. La parola rimanda al mondo non perché rimanda a cose o concetti ma perché rimanda a cose e concetti imbevuti di vita. La parola è un mistero perché ha una potenza sproporzionata rispetto alla sua realtà materiale di suono o tratto grafico. Da un piccolo suono, infatti, sgorga un frammento di vita, uno squarcio di mondo segnato da gioie e da sofferenze individuali e collettive.

LA PAROLA COME COMUNICAZIONE CON L'ESPERIENZA SOCIALE E PERSONALE

Il fatto che nella parola sia condensata non solo l'esperienza individuale, ma anche quella del gruppo sociale a cui la persona appartiene, è ciò che rende possibile quel fenomeno che viene detto comunicazione. Il mio «pane» non è solo quello della mia infanzia, ma è anche nello stesso tempo quello della mia famiglia e dell'intero gruppo sociale al quale appartengo.
La mia storia personale si intreccia con quella del gruppo sociale facendo nascere una condivisione tra il mio significato e quello collettivo. Questo mi consente di partecipare alla comunicazione con gli altri abitanti della mia lingua.
C'è un'area di significato comune che vibra tra le persone di un gruppo sociale quando una parola viene pronunciata.
Nonostante questo però ci sarà sempre un'area di significato non comune, di tipo personale, che appartiene solo al singolo individuo. Questa area è legata al suo vissuto più personale ed intimo, alle sue irripetibili esperienze individuali. È questa l'area del segreto di cui ogni persona, anche inconsapevolmente, è gelosa e che alla fine dà alla comunicazione anche una risonanza esclusivamente personale.
L'artista, il poeta e il narratore riescono a comunicare anche questo livello più profondo e intimo.
A volte l'amore riesce a fare altrettanto. Comunicare è essere condotti dalle evocazioni dei suoni delle parole in un mondo che è di condivisione e che risuona della vita di chi parla.
Comunicare attraverso la parola è percorrere il cammino che conduce dalla solitudine dell'individuo alla compagnia del sociale, senza per questo perdere la propria identità di essere cosciente.
Ma non si comunica con la parola solo con gli altri, si comunica anche con se stessi. La parola è il ponte attraverso cui la separazione fisica di un essere umano dagli altri e dalla natura diventa la solitudine della persona.
L'uomo si comprende, disegna se stesso e la propria vita utilizzando il suono delle parole, anche quando nel silenzio dà vita a pensieri che sembrano muti.
La parola è il dono.
Non per nulla il dono più grande ed inestimabile che Dio ha fatto all'uomo è stato la sua Parola: il figlio unigenito Gesù Cristo. È chiaro che la Parola di Dio non è una semplice evocazione come quella delle parole umane, ma la presenza stessa del Tutto nella pienezza dell'Essere.
Ma anche la povera parola umana è un grande dono di Dio. Non per nulla la rivelazione divina cammina sul veicolo del racconto salvifico composto dalla parola viva della verità.
La parola è lo specchio della debolezza, ma anche della potenza e del mistero della condizione umana.
Tuttavia oggi la potenza della parola sembra si stia esaurendo.

L'ODIERNO SVUOTAMENTO DELLA PAROLA

L'uso eccessivo e soprattutto inutile ha logorato la parola svuotandola della sua capacità di evocare qualcosa che non sia un banale rimando ad una convenzione sociale.
L'immagine sta allontanando la parola dal ruolo di protagonista principe della comunicazione.
La perdita di radici, di identità culturale, insieme alla scarsa capacità degli adulti di narrare la loro vita ai giovani, sta facendo perdere alla parola la capacità di evocare un mondo in cui tutti i comunicanti possono ritrovarsi e riconoscersi con vera familiarità.
In conseguenza di questo il significato delle parole si sta facendo labile, occasionale e provvisorio, privo in molti casi dello spessore di un vissuto che affondi le radici nella storia concreta di una società.
Le parole rischiano di non rimandare più alla realtà e di essere strumenti di separazione invece che di condivisione tra le persone.
La parola sta trasformando il ponte tra le persone in un fossato, sta rischiando di rinchiudere gli individui in una separazione egocentrica che come esito massimo può avere solo Narciso e, quindi, la distruzione della libertà cosciente umana.
La parola sembra essersi consumata e non rimanda più ad alcun luogo concreto, ad alcuna storia reale, né tantomeno evoca un vissuto ed una tradizione in cui individuale e collettivo trovino una seppur precaria sintesi.
La parola, a dire il vero, rimanda ancora in qualche luogo.
Rimanda infatti al luogo immaginario disegnato dai consumi di massa, dai mass-media, dalle mode e, perché no, dal potere. La parola si sta consumando come evocatrice di storia, ma si sta viceversa potenziando come generatrice di consumi, di conformismo, di ricerca di improbabili piaceri e immagini di vita che nascono e periscono nell'effimero per eccellenza dell'e- temo presente.
La parola non dice più la fedeltà di un uomo a se stesso, alla propria storia tradizione e cultura, alla propria fede e, quindi, al proprio futuro. Essa dice solo più l'appartenenza ad un mondo che riduce l'individuo al simulacro dell'individuo, al terminale funzionale, cioè, di un collettivo pensato e vissuto solo come mercato e come anonimato di massa.

L'ANIMAZIONE COME RECUPERO DELLA PAROLA

L'animazione si fonda sul recupero della parola, della sua capacità di evocare un mondo di vita da condividere, della sua disponibilità ad aderire ad un progetto di vita che pone nella verità la sua ragione, della sua potenza di emancipazione dal dominio del potere e della natura, della sua capacità di progettazione di un mondo in cui ci sia spazio all'inverarsi della Parola.
L'animazione si propone, quindi, un progetto ambizioso: ridare vita alla parola in un mondo giovanile intossicato dall'immaginario dei consumi, dalle parole senza tradizione il cui senso è prossimo al vuoto.
Per fare questo l'animazione, come è noto, si avvale di alcune strategie particolari.
La prima è quella che si propone di dare terra alle parole ed ai segni, e consiste essenzialmente nel favorire il recupero della capacità delle parole di nominare le cose.
È possibile ottenere questo risultato arricchendo il significato delle parole attraverso il ricorso a narrazioni, esperienze vissute e poi riflesse in gruppo. Tutto questo aiuta a sedimentare nelle parole la più ampia gamma possibile di vissuti, sentimenti, idee ed emozioni.
Il racconto, ad esempio, di come in tempo di guerra un anziano di oggi, ma giovane in quel tempo, si procurò del pane bianco e con quale gioia lo mangiò, è in grado di sedimentare nel significato della parola pane un frammento di storia che aumenta la capacità di nominare della parola «pane».
Allo stesso modo fare esperienza, e cioè raccontare e analizzare criticamente ciò che si è vissuto in un contesto di gruppo, è un modo per ridare terra alle parole.
Altre strategie si possono applicare, ma non è questo il luogo dove elencarle. Chi volesse può consultare utilmente i «quaderni dell'animatore» nn. 5/6, dove ci si sofferma su questo problema.

EDUCARE A COMUNICARE

Quel che qui mi preme far rilevare è che occorre aiutare il giovane oggi a riscoprire il significato delle parole, sottolineando il fatto che esso non nasce da una convenzione sociale che lega un suono ad una immagine mentale di un oggetto fisico o concettuale.
La convenzione, se pure esiste, non è che la forma giuridica che esprime in modo sommario il fatto che in un dato gruppo sociale, nel tempo, si è istituzionalizzato un certo rapporto tra suono e realtà nominata dalla parola.
Il vissuto, ossia l'universo del significato mobilitato dall'uso della parola, non è assolutamente riconducibile alla convenzione, in quanto la trascende.
Occorre far rinascere, invece, la consapevolezza che la parola è memoria viva, che genera attraverso il presente la possibilità dell'uomo di pensare il suo futuro.
Va rifiutata qualsiasi concezione che veda la parola come una sorta di etichetta che indica qualcosa in modo convenzionale al pari di una nomenclatura.
La parola è il tramite misterioso che l'uomo ha a disposizione per declinare la propria vita al di là delle barriere del tempo.
È vita, la parola, anche quando esprime i più astratti e astrusi pensieri.
Riscoprire la parola attraverso la dura fatica del comunicare è l'unico modo per riaffermare il diritto all'amore alla vita delle giovani generazioni.
Comunicare è fatica, perché ciò si fonda sul tentativo di condividere un vissuto, un sentimento o un concetto, fissando questa esperienza di incontro/scontro di mondi soggettivi differenti all'interno del suono di una parola.
Questa fatica della costruzione della condivisione, anche attraverso il conflitto, è un altro dei modi per ridare terra e, quindi, cielo alle parole, sottraendole alla solitudine dell'immaginario e restituendo ad esse la capacità di fecondare la vita.
L'animazione è parola in azione anche se questo, oggi, significa andare controcorrente e non aderire alla pappa culturale dominante propagandata dal circuito dell'imbecillità di massa.
Tuttavia, nonostante tutto, questo non è un compito impossibile perché, anche se in crisi, la parola è ancora viva e vitale: basta riportarla alla luce.
Nessun uomo, infatti, può uccidere la parola se non al costo di uccidere se stesso.
La parola vive al di là di tutte le distruttività e segna il confine oltre il quale comincia a dirsi la speranza in un mondo migliore. L'animazione, quindi, non si illude di creare la parola viva ma si accontenta di lasciarsene fecondare.