Mario Pollo

(NPG 1984-8-10)


L'affermazione che il gruppo rappresenta il luogo educativo privilegiato rischia di produrre nell'ascoltatore un effetto simile a quello provato da un personaggio di Molière quando un bel giorno scoprì che «sono più di quarant'anni che faccio prosa senza saperlo».
Infatti l'esperienza del gruppo, come quella del parlare e dello scrivere «in prosa», appartiene alla vita quotidiana di ogni persona umana. Non esiste alcuna esperienza di vita sociale che non contenga al proprio interno una qualche esperienza di piccolo gruppo o gruppo primario. C'è da domandarsi perché questa esperienza comune, naturale venga oggi sovraccaricata di tali valenze al punto di divenire una delle scelte fondanti alcune concezioni educative e pastorali.
La risposta a questo interrogativo non è così banale come potrebbe sembrare pur essendo alquanto semplice, e si basa fondamentalmente su due osservazioni. La prima riguarda la funzione che svolgono i gruppi primari nella attuale condizione giovanile e più in generale nella società contemporanea. La seconda riguarda invece più specificatamente il potenziale educativo contenuto nel gruppo, ma che però viene raramente espresso nel corso delle condizioni di vita spontanea e naturale dello stesso.

MONDI VITALI, SISTEMA SOCIALE, TRANSAZIONE

Quasi tutte le indagini intorno alla condizione giovanile mettono in luce la frammentazione dell'esperienza sociale e culturale dei giovani. Frammentazione che si esprime nella difficoltà da parte di una gran parte dei giovani di dare un senso unitario, una struttura coerente di significazione, ai vari episodi in cui si articola la loro esperienza quotidiana.
Questa frammentazione del mondo giovanile si esprime anche nella difficoltà che manifestano i suoi appartenenti di vivere in modo personalmente significativo la partecipazione alla vita del cosiddetto sistema sociale.
Questo fenomeno, che peraltro interessa anche gli adulti, ha fatto sì che i giovani tendessero a restringere l'orizzonte della loro esperienza all'interno di quella dimensione sociale costituita dai mondi vitali. E cioè di quelle trame di relazioni interpersonali caratterizzate dall'amicizia, dalla familiarità e da quella quotidiana condivisione diretta delle esperienze di lavoro, di studio e di vita in genere, che crea una elevata comprensione reciproca.
Questo fenomeno detto da alcuni «ritorno o fuga nel privato» e da altri «riscoperta della soggettività», ha dato un nuovo valore alla dimensione sociale costituita dal gruppo primario, che è uno degli elementi costitutivi di ogni trama di relazioni che costituisce un mondo vitale.
I giovani scoprono infatti nel gruppo un luogo in cui è possibile in qualche modo, a volte esso stesso frammentario, ricostruire una unità della loro esperienza e fondare nello stesso tempo il processo di definizione della loro identità.
Il gruppo da questo punto di vista rappresenta oggi il luogo dell'esperienza sociale del giovane. È naturale perciò pensare che da esso debba partire qualsiasi azione educativa che voglia accogliere il mondo del giovane, anche per modificarlo.
Nessuna ricostruzione di una identità e di un senso non frammentati, nessuna transazione tra mondo vitale e sistema sociale potrà avvenire se non si è in grado di accogliere quel frammento di esperienza unitaria del mondo che è contenuto in un gruppo, giovanile o non. La stessa appartenenza al sistema sociale si gioca oggi attraverso categorie e modi assai diversi rispetto al passato, anche recente. Modi ad esempio che non presuppongono la rinuncia alla soggettività ma casomai propongono una sua diversa valorizzazione.

IL GRUPPO PRIMARIO COME LUOGO EDUCATIVO

Accogliere la propensione naturale del giovane a vivere nel piccolo gruppo la sua socialità e la sua identità culturale, non è da un punto di vista educativo da considerarsi una sorta di diminuzione. Al contrario è da valutare come il presentarsi gratuito di una felice opportunità.
Infatti, come già accennato, il gruppo primario è in grado di attivare delle complesse dinamiche psico-sociali che, se ben controllate, rivelano un elevato potenziale pedagogico.
Queste dinamiche riguardano i processi attraverso cui il gruppo si consolida e si definisce come un sistema in grado di raggiungere gli scopi per cui si è costituito e di autoregolarsi, adattandosi alle condizioni interne ed esterne nel corso della sua vita. Sono processi che possono sviluppare negli individui una maggiore consapevolezza di sé, una maggiore capacità di essere fedeli a se stessi nel sociale e quindi di partecipare alla vita sociale e culturale.
La chiave di questi processi è costituita dalla presa di coscienza o, detto in altro modo, dalla scoperta dell'unità nella diversità. Scoperta cioè di quell'unità che deriva da quella rischiosa e difficile apertura che un essere compie verso un altro essere al fine di costruire degli scopi comuni di vita. Questo senza perdere quella diversità che deriva ad ognuno dal mantenere, anzi dal potenziare, nell'incontro-scontro con gli altri e con la natura, la propria irripetibile personalità individuale.
Tuttavia nel gruppo come luogo educativo non si pongono solamente i problemi relativi all'identità ed alla relazione con gli altri, ma anche quelli relativi al significato unitario della vita.
Infatti nel gruppo l'uomo, ed il giovane in particolare, comunicando, vivendo gli scambi sociali, affettivi/emotivi e informativi/conoscitivi, ridisegna, ridefinisce, amplia o restringe, unifica o frantuma, il proprio mondo e gli orizzonti di senso al fine di dare risposta ai più elementari ed inquietanti quesiti sul perché della vita. Ecco allora porsi il problema della vita quotidiana e della opacità del suo senso costituito dalla monotonia della routine. Ecco la trascendenza che balena oltre l'orizzonte laddove tutto è mistero e silenzio. Tutto questo è reso possibile dal fatto che nel piccolo gruppo, e nel mondo vitale in genere, la comunicazione, e quindi la relazione tra le persone, è del tipo diretto «faccia a faccia», non mediata cioè da particolari strumenti di comunicazione che non siano quelli dell'apparato fisiologico umano. Si tratta di una comunicazione prevalentemente di tipo orale, gestuale e corporea.

LA PAROLA PARLATA NEL GRUPPO

Il fatto che la comunicazione che si svolge nei piccoli gruppi tra i membri che lo costituiscono sia prevalentemente orale non è scevro di conseguenze. Infatti la comunicazione parlata possiede alcuni caratteri che le altre forme di comunicazione non possiedono.
C'è una tradizione intellettuale al cui interno fiorirono H. Bergson e C.G. Jung, per non citare che i più noti, che ritiene che lo stato arcaico dell'uomo consistesse in una sua appartenenza organica, inconscia alla «natura», al mondo delle cose animate ed inanimate, agli altri uomini Bergson nell'«Evoluzione creatrice» sostenne che questo legame, questa unità felice attraverso l'inconscio collettivo con la natura e gli altri uomini, fu rotto dal linguaggio e dalla coscienza. Egli afferma infatti che il linguaggio separa l'uomo dall'uomo e l'umanità dall'inconscio cosmico. La torre di Babele, la separazione degli uomini, la loro individualità e la loro coscienza sono il frutto del linguaggio. Anche se questa funzione è svolta in generale da tutte le forme di linguaggio e dai sistemi di segni, ci sono però delle graduazioni particolari. La parola parlata compie la rottura di questa unità assai meno, ad esempio, della parola scritta. La parola parlata comporta un forte coinvolgimento sensoriale, affettivo ed emotivo tra i comunicanti. Si può dire con sicurezza che la parola parlata possiede una «semantica relazionale», cioè una capacità di significare gli stati affettivi delle relazioni interpersonali, assai potente, superiore indubbiamente a quella della parola scritta.
Basti pensare al numero di parole che occorrono in un romanzo per descrivere un'espressione orale come un grido, un pianto e una risata, la cui espressività nel rapporto diretto «parlato» era invece immediata. Si pensi anche alla capacità comunicativa delle persone che vivono in culture poco alfabetizzate, in cui la comunicazione orale è ancora quella primaria e non è stata soppiantata dalla cultura dell'immagine o della parola scritta. Il gesticolare, le pacche sulle spalle, il palpare, ecc., appartengono a quel coinvolgimento emotivo tipico della comunicazione orale e che sino a non molto tempo fa caratterizzava il «parlare» dei popoli mediterranei. L'esperienza della comunicazione orale oltre a essere più coinvolgente a livello relazionale, consente una minor privacy, un minor individualismo, una minor. segretezza.
Con la parola parlata si sperimenta quindi necessariamente un'appartenenza solidale a quel tutto costituito dall'umanità e dal cosmo, assai più significativa di quella che consentono altre forme di comunicazione umana.
Anche con la parola parlata si ha separazione, ma essa è comunque minore di quella provocata dal linguaggio visivo. Il gruppo in quanto luogo di comunicazione «parlata» può, e di fatto in molte circostanze ciò avviene, costituire il luogo di questa esperienza - parziale ma significativa - di unità con gli altri. Questo a condizione che non si consideri la comunicazione parlata come traduzione fonetica di quella scritta. È l'uso di questo particolare modo di comunicare costituito dalla parola parlata che fa del gruppo un luogo ideale per la sperimentazione della solidarietà, dell'esperienza di unità con altre persone, pur mantenendo vivo il senso della propria distinta individualità.

OLTRE I SEGNI DELLA FRONTIERA DEL SIGNIFICATO

Da quanto sino ad ora detto emerge che il gruppo costituisce un luogo di comunicazione in cui circolano dei particolari significati che relazionano l'uomo ad una esperienza arcaica di unità con l'umanità e con il cosmo. Nel gruppo quindi la comunicazione è segnata da una forte tonalità affettiva e da un forte senso di appartenenza al tutto. Tuttavia nel gruppo circolano anche - ci mancherebbe altro - le informazioni, i dati che appartengono alla sfera dei processi cognitivi.
Nel gruppo si ha una comunicazione in cui sono fortemente mescolati dati e sentimenti, emozioni e concettualizzazioni, in una misura qualitativamente e quantitativamente diversa da quella che si riscontra nella normale partecipazione alla vita delle organizzazioni e del sistema sociale.
Questo significa che nel gruppo esistono e si manifestano con più efficacia strutture di comunicazione legate alla esperienza arazionale dell'individuo.
Accanto al discorso razionale - e a volte nascosto dentro di esso - accade nel gruppo il discorso più propriamente legato al senso globale delle azioni e della vita. Indubbiamente il tipo di esperienza comunicativa che il gruppo offre è più globale, più coinvolgente e quindi fa correre anche il rischio di costruire una soggettività distorcente tale da costituire nel confronto con gli altri gruppi e con il sistema sociale una barriera di isolamento e di conflitto. Se questo rischio però viene superato si ha una migliore capacità di apprendimento e un confronto più nitido con la realtà. Infatti la conoscenza umana, il rapporto con la cultura sociale non può essere intessuto solo dalla razionalità scientista, pena la perdita di profondità dell'analisi e del senso globale in cui inscrivere il frutto delle proprie analisi scientifiche o razionali. Ad una razionalità munita di senso si può accedere solo all'interno di una esperienza che coinvolga le persone, anche a livello minimo, nelle risonanze dell'unità dell'inconscio collettivo e cosmico.

SVELARE IL TESORO NASCOSTO

Queste suggestioni dovrebbero essere sufficienti a far comprendere il motivo che rende il gruppo primario un luogo educativo straordinariamente potente. Come il personaggio di Molière insegna, è vero che ogni uomo per tutta la sua vita parlando e scrivendo fa della prosa. Resta tuttavia il fatto che le opere di prosa degne di essere ricordate sono assai poche. Allo stesso modo si può dire che se anche tutti vivono esperienze di gruppo nella loro vita quotidiana, le esperienze di gruppo ricche di significato ed altamente educative sono assai poche.
La scelta del gruppo come luogo educativo rappresenta il tentativo, attraverso gli strumenti della pastorale e delle scienze dell'educazione, di produrre esperienze di gruppo significative, e quindi in grado di svelare il tesoro nascosto in ogni esperienza di gruppo primario che la banalità troppo spesso offusca.