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Educare al senso della vita


Daniele Bruzzone


1. Dove incontrano il senso della vita i giovani d’oggi?

Oggi tutti viviamo in una società che si è fatta più complessa, più plurale, ma anche più “liquida” e più incerta. Ciò costituisce, da un certo punto di vista, una potenziale risorsa, perché tende ad aumentare la possibilità di scelta e di autodeterminazione degli individui, ma anche un fattore di difficoltà, perché proporzionalmente all’aumento della libertà si accresce anche l’angoscia e il disorientamento. I ragazzi del nostro tempo sono più liberi di scegliere, rispetto a quelli delle generazioni che li hanno preceduti, ma sono anche più soli e più insicuri di fronte alla responsabilità di decidere di sé e di dare un senso - uno scopo, una direzione - alla propria esistenza.


2. Quali difficoltà incontrano i ragazzi nella ricerca del senso della loro esistenza?

Direi che è cambiato profondamente il rapporto che i giovani hanno con il futuro. Se in passato il futuro era vissuto perlopiù come il tempo della “promessa”, della realizzazione del possibile, attualmente prevale una percezione molto diversa del futuro, come “minaccia” che – a causa della sua imprevedibilità – rischia di spazzare via i sogni di una vita. Questa perdita della speranza e della fiducia nell’avvenire è uno dei tratti più preoccupanti, a mio parere, e naturalmente tende ad acuirsi in periodi di recessione e di crisi come quello che stiamo attraversando – anche dal punto di vista economico e lavorativo – incidendo profondamente sul piano delle relazioni affettive (che si fanno più precarie), dell’etica (che si privatizza sempre più) e della progettualità (che finisce per avere il “fiato corto” e per ridursi ad obiettivi a breve termine, privi di un respiro più ampio).


3. Come è cambiato il mondo degli adolescenti?

Le ricerche sociologiche degli ultimi decenni hanno dimostrato che i valori dei ragazzi  si avvicinano sempre più: le priorità dichiarate dai giovani non sono molto dissimili (anzi, spesso sono esattamente le stesse) di quelle dichiarate dagli adulti. Ciò significa, certamente, che si è smorzato il conflitto intergenerazionale, ma anche che è venuto meno quel “gap” tra infanzia e adultità, che rappresenta un importante motore della crescita e dello sviluppo. La cultura dominante esalta la giovinezza e i valori ad essa connessi (la salute, la prestanza e la seduttività, la sperimentazione e la reversibilità, la leggerezza e il divertimento, perfino una certa “immaturità”) e tende a preservarli a tutti i costi. Se prima l’adolescenza era una fase di transizione segnata dall’impazienza di “diventare grandi”, oggi più spesso è l’adultità ad essere un problema: si cerca di “rimanere giovani” più a lungo e, non di rado, questo significa restare sotto molti punti di vista degli “eterni adolescenti”. Naturalmente, in questa società dell’immagine, performativa e “analgesica”, in cui si vale per come si appare, in cui l’imperativo è produrre e consumare, in cui bisogna dimostrare a tutti di essere realizzati e felici,  tutto ciò che è legato al limite, al dolore, al declino viene negato sistematicamente. Emergono nuovi tabù: fallire, invecchiare, ammalarsi, morire sono automaticamente bollati come “dis-valori” e vengono accuratamente evitati. Questo porta i “grandi” a preservare il più a lungo possibile i loro “cuccioli d’oro” dalle fatiche, dalle delusioni e dalle sofferenze della vita, ma questa scelta iperprotettiva impedisce ai più giovani di imparare ad attraversare il dolore, a tollerare la frustrazione, ad assumere la consapevolezza del limite. E questo, ovviamente, li rende molto fragili.


4. Che cosa ha imparato in questi anni nel suo lavoro con i giovani?

Anche se la società in cui li stiamo facendo crescere presenta le contraddizioni che ho appena descritto, la nostra esperienza con gli adolescenti conferma che essi non sono necessariamente tormentati o apatici o “a disagio” o devianti (secondo uno stereotipo ancora molto diffuso ed enfatizzato dai media). La maggior parte di essi possiede risorse insospettate. A volte, però, non riescono a diventarne coscienti e ad esprimerle compiutamente. In una civiltà sempre più individualista, forse il pericolo più grande che corrono i nostri giovani è quello di cadere nella trappola dell’autoreferenzialità. Se li alleviamo, fin da piccoli, con il messaggio che nulla al mondo è più bello e prezioso di loro, e che l’unica cosa importante è che realizzino se stessi, rischiamo di renderli inetti e profondamente infelici. Gli adolescenti non sono più dei moderni Edipo, che devono simbolicamente “uccidere il padre” (l’autorità esterna) per conquistare la propria autonomia e diventare se stessi. E infatti non sono più una generazione particolarmente oppositiva o contestataria. Il loro conflitto è più interno: sono come dei Narciso, che rischiano di perdersi nella contemplazione di un’immagine di sé idealizzata. Il loro problema non è più il Super io tirannico a cui la psicoanalisi ci aveva abituati, bensì l’Ideale dell’io onnipotente incapace di fare i conti con il limite. Aspirano ad essere perfetti e ciò li fa sentire inferiori e inadeguati. E se in TV i modelli che vengono loro propinati riproducono in serie adolescenti tutti belli, tutti talentuosi, tutti disinvolti, tutti di successo, questo non può che alimentare l’illusione.


5. Quali strategie consiglia per lavorare con i ragazzi sulla ricerca di senso?

Penso che, se questo è il pericolo, sia necessario ri-educare i ragazzi (fin da bambini) all’autotrascendenza, che è l’unico vero antidoto al narcisismo. Bisogna che li riabituiamo ad uscire da sé, nella direzione del mondo e degli altri, a spendersi per una causa, a darsi degli obiettivi e degli scopi, esercitando così progressivamente la libertà e la responsabilità (che sono le chiavi di una esistenza autentica). Per fare questo bisogna estendere i loro orizzonti, ampliare il mondo in cui vivono, accompagnarli a fare esperienza di valori e significati al di là di se stessi e del ristretto universo che conoscono. Accanto all’autotrascendenza, credo che sia indispensabile aumentare la consapevolezza di sé: dare strumenti ai giovani per capirsi, per comprendere se stessi e la propria vita emotiva. Occorre poi tornare a fare i conti con il limite, perché soltanto nell’incontro con gli aspetti “difficili” della vita si possono maturare le risorse di resilienza e quel “tragico ottimismo” di cui parlava lo psichiatra Viktor Frankl. E, a questo proposito, un'altra dimensione su cui occorre lavorare è quella dell’umorismo e dell’autoironia: la capacità di sdrammatizzare, di valorizzare l’imperfezione e di sorridere di sé è una parte importante del proprio percorso di autoaccettazione e rappresenta uno strumento efficacissimo di fronte alle difficoltà della vita. Frankl, infine, sosteneva che nell’epoca della crisi di senso e del “vuoto esistenziale” l’educazione non poteva continuare soltanto a “trasmettere la conoscenza”, ma doveva assumersi il compito di “affinare la coscienza”. Questa affermazione mi sembra ancora estremamente attuale: poiché nella società “post-autoritaria” si sono indeboliti i sistemi di controllo e i dispositivi “esterni” (la famiglia, la scuola, lo Stato, la Chiesa…) che in passato guidavano la vita delle persone, oggi più che mai bisogna aver cura di strutturare un dispositivo interno che possa fungere da “bussola” nella ricerca del senso dell’esistenza. E questo riporta l’educazione alla sua vocazione primaria: quella di dar forma alla coscienza personale. Che è anche la sfida più difficile

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