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La vita come vocazione: movimenti per un itinerario educativo


Riccardo Tonelli

(NPG 1989-03-5)


Tutta la vita cristiana è «vocazione»: decisione coraggiosa di decentrare la propria esistenza verso le altre persone, accogliendo le provocazioni che esse lanciano e impegnandosi, in qualche modo, a reagire, perché la vita possa trionfare in tutti, nel nome del Dio della vita. Così l'esperienza di fede confessata si trasforma in una esperienza di fede vissuta.
Una domanda sorge spontanea: come aiutare anche i giovani di oggi a riempire la loro quotidiana esistenza della stessa passione per la causa di Gesù che ha sconvolto la vita di tanti grandi credenti?
Rispondo come ho già fatto in altri contesti: ridisegno prima di tutto la meta per liberarla da facili distorsioni, e traccio poi un itinerario a movimenti progressivi.
Sul piano educativo il cammino si fa lento e graduale. Come sempre, immagino un percorso sulla misura di tutti i giovani, con la speranza che tutti possano raggiungere i livelli più impegnativi, anche perché chi ha già percorso le prime tappe si fa prezioso compagno di viaggio per coloro che hanno il passo più stanco.

IL SENSO DELLA VOCAZIONE CRISTIANA

La comunità ecclesiale ha sempre messo al centro della sua coscienza credente un'esplicita preoccupazione vocazionale. Ha sollecitato tutti i cristiani a farsi carico della storia dell'uomo. E ha proposto alle donne e agli uomini, che riconosceva disponibili per dono di Dio e per sensibilità personale, vocazioni di particolare consacrazione e radicalità.
Lo stile e la qualità di queste vocazioni, nel lungo cammino ecclesiale, sono risultate differenti. Le ragioni sono molte e complesse. Una innegabile è costituita dal rapporto riconosciuto tra queste vocazioni e la grande vocazione cristiana.
La Chiesa del Concilio afferma oggi che il punto di riferimento per comprendere la vocazione cristiana è il Regno di Dio.
Questo orientamento sottolinea almeno due indicazioni concrete.
La prima è quella più immediata: ogni credente è chiamato a vivere la sua quotidiana esistenza come impegno per la progressiva attuazione del Regno di Dio.
I modi possono essere diversi. L'intenzione è unica e globale: la condivisione appassionata della causa di Gesù. Le molteplici espressioni vocazionali sono la traduzione in situazione dell'unica vocazione cristiana.
La seconda indicazione richiede una riflessione più articolata.
Chi sta dalla parte del Regno di Dio gioca tutta la sua esistenza per realizzarlo e per consolidarlo. Opera però secondo uno stile e con atteggiamenti interiori che rispettano la logica costitutiva del Regno di Dio.
In questo senso la vocazione cristiana è vocazione per il Regno di Dio, e si misura con le sue caratteristiche per fedeltà al progetto di Dio.

Dalla parte del Regno di Dio

Non è facile dire quali siano queste logiche: lo sviluppo del Regno di Dio è un evento sacro, sprofondato nel mistero di Dio. La fede attuale della Chiesa ci permette qualche timido approccio.
Di un dato teologico non possiamo dimenticarci: la costruzione del Regno è dono di Dio e responsabilità dell'uomo, nello stesso tempo.
Regno di Dio è vita e felicità assicurata all'uomo che consegna la sua fame di vita al suo Dio; ed è riconoscimento della signoria di Dio proprio nell'impegno di promozione della vita e della felicità.
Di questo progetto è protagonista Dio stesso. Lui vuole la vita dell'uomo e realizza questa sua volontà in mille differenti modi. Per questo il Regno è dono, che l'uomo è invitato ad accogliere in una disponibilità totale.
La realizzazione della vita e della felicità Dio l'ha affidata però alla nostra fatica operosa. Il suo dono è l'«ambiente» in cui si svolge l'impegno quotidiano di costruire il Regno della vita.
Gesù è il dono di Dio che si fa vicino ad ogni uomo e l'impegno dell'uomo per la sua realizzazione, vissuto fino alla imprevedibile radicalità della croce.
Per questo è il grande operatore del Regno.
In lui e come lui, il credente vive la sua vocazione per il Regno: l'unica passione è, nello stesso tempo, accoglienza del dono e offerta del proprio impegno. Celebrando il dono, riconosce che tutto è da Dio: anche la sua decisione di accoglierlo. Impegnandosi, manifesta, in una consapevolezza gioiosa e trepidante, che il dono di Dio ci fa donne e uomini maturi e responsabili, capaci di accogliere il suo dono nella libertà e tristemente pronti a rifiutare il suo progetto.

Festa e servizio

Il cristiano vive la sua vocazione nel riconoscimento e nell'impegno.
I due atteggiamenti, così diversi, esprimono assieme la stessa presenza e passione. Sono, assieme, la qualità fondamentale di ogni vocazione cristiana, il modo concreto di servire la vita nella logica del Regno di Dio.
Riconoscimento e impegno dicono, in prospettiva vocazionale, gli atteggiamenti fondamentali di ogni cristiano: la sua fede, la speranza, la carità.
Per tradurli nel ritmo della vita quotidiana, uso due categorie: la festa e il servizio. Le ho scelte sull'onda di una sensibilità giovanile oggi diffusa e consolidata. Le rilancio perché sono temi generatori molto interessanti, quando sono ben compresi.
La festa e il servizio sono infatti esperienze globali. In esse si riporta ad unità l'esistenza e la vocazione cristiana, concentrando in ogni gesto riconoscimento e impegno.
Gesù descrive questo stile di esistenza con l'invito ad assumere l'atteggiamento del «servo»: «Quando avete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: siamo soltanto servitori. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17,10). L'invito va compreso bene: suggerisce lo stile caratteristico di ogni vocazione cristiana per il Regno di Dio.
Soprattutto nei testi evangelici, quando viene caratterizzato il rapporto tra Dio e l'uomo, si distingue chiaramente tra lo schiavo e il servo. L'esperienza della schiavitù è del mondo pagano: l'uomo in stato di schiavitù è collocato al livello degli animali e delle cose. Per il popolo ebraico invece il servo è un uomo, libero e responsabile, membro della famiglia, capace persino di insultare il confidente e l'erede del padrone (Gen 24, 2; 15, 3).
Il servo tiene in ordine la casa, imbandisce la mensa, organizza le feste, assicura tutte le condizioni perché la vita e la gioia possano esplodere in pienezza. Certo, il servizio è duro e richiede fatica e disponibilità. Richiede capacità di decentrarsi sugli altri, facendosi attenti ai loro bisogni e alle loro richieste.
Il primo grande servitore è Gesù di Nazareth. Nella fatica della croce ha imbandito la festa della vita, perché tutti - e soprattutto i più poveri - possano essere in festa. La sua esistenza è stata il servizio totale per la festa di tutti.
Chi vuole la vita, si pone come lui al servizio della vita, con la coscienza che la vita è il grande dono di Dio. Nella festa della vita tutti sono perciò «soltanto servi».
Con Gesù condividiamo il servizio alla vita; per questo siamo «amici» suoi: amici di Gesù e servi della vita.
L'esistenza del credente e la sua vocazione sono giocate così tra festa e servizio: testimonia che Dio ha già fatto nuove tutte le cose in Gesù, consegnato alla croce perché la vita trionfi, riconoscendo i segni di questa immensa novità nel groviglio dei segni di morte (la festa), impegnato nel ritmo della sua vita quotidiana a fare nascere vita dove regna ancora la morte (il servizio).

Festa
Festa è capacità di sognare: capacità di guardare in avanti, verso un futuro che può essere diverso da quel presente spesso grave e ingovernabile, che rattrista la nostra esistenza. Nel sogno possiamo vestire i panni fantasiosi del futuro, senza passare per uomini che fuggono le responsabilità.
Festa è canto come modo espressivo per dire l'insolito e l'inedito: solo nel canto possiamo inventare il futuro. Noli possiamo dimenticare la provvisorietà del nostro presente né vogliamo offendere gli amici che soffrono op pressioni e ingiustizie. Per questo, il nostro canto è sempre controllato. Cantiamo per poter sognare meglio; lo facciamo sottovoce perché sappiamo che il canto è ancora privilegio di pochi.
Festa è «far memoria», perché nessun futuro è veramente possibile se non mette radici in ciò che precede, nella continuità ininterrotta del fluire della vita.
Festa è accoglienza incondizionata che si fa promozionale. L'accoglienza è il gesto che più di ogni altro imita l'amore di Dio che salva. Nell'accoglienza riconosciamo in tutti una dignità che nessuna devastazione è in grado di distruggere. Per questo scommettiamo sull'uomo e sulla vita: restituito alla gioia di vivere e al coraggio di sperare, ognuno diventa capace di vita nuova.
Vissuta così, la festa è una grande esperienza trasformatrice. Aiuta a spezzare le catene del presente, senza sfuggirlo.
È un piccolo gesto di libertà che sa giocare con il tempo della necessità e sa anticipare il nuovo sognato: il regno della convivialità, della libertà, della collaborazione, della speranza, della condivisione.

Servizio
Nella nostra festa hanno un posto privilegiato coloro che sono normalmente esclusi dalla gioia di vivere. I pochi fortunati che hanno assaporato la gioia della vita, vivono perciò la festa come responsabilità per eliminare progressivamente ogni esclusione. Per questo la nostra festa è una esperienza di profonda solidarietà con tutti gli uomini ed è una vocazione ad espandere le vita, perché tutti siano restituiti alla gioia di far festa.
La festa diventa perciò servizio e impegno come espressione della nostra responsabilità nella costruzione del Regno.
Il servizio per il Regno di Dio richiede lotta e fatica. Ci sono sacche di resistenza, dentro e fuori di noi, da controllare e sconfiggere. E questo richiede il coraggio della morte: solo chi trascina la sua passione per il Regno di Dio fino alla croce può costruire veramente vita e speranza per sé e per gli altri.

MOVIMENTI PER UN ITINERARIO DI MATURAZIONE VOCAZIONALE

Ho delineato, a grandi linee, il quadro di riferimento di ogni vocazione cristiana. L'ho fatto con indicazioni che cercano soprattutto di evocare nel lettore una passione mai spenta e le esperienze in cui si è tante volte espressa.
Ho scelto questo approccio perché lo valuto l'unico disponibile, quando pretendiamo di squarciare un po' il mistero di Dio.
Ora però devo procedere in termini più concreti e verificabili. Lo richiede la definizione della meta globale di un cammino di maturazione vocazionale e la conseguente riformulazione nelle logiche di un itinerario.

Dall'esperienza della finitudine al primo sofferto «sí alla vita»

Una costatazione corre facile nelle preoccupazioni attuali degli educatori e degli operatori di pastorale giovanile: molti giovani di oggi vivono frammentati e dispersi; la loro identità risulta debole e incerta.
L'inquietudine è giusta e doverosa. Quello dell'identità è certamente il problema centrale della maturazione umana e cristiana. Sta quindi al centro di un itinerario di formazione vocazionale.
Non possiamo però immaginare un'identità forte e sicura, giocata tra certezze e coerenza. In un tempo, come è il nostro, in cui il pluralismo investe profondamente questa dimensione dell'esistenza personale e collettiva, il cammino di crescita nella fede si in- treccia con le tensioni culturali che attraversano oggi la stabilizzazione dell'identità e con la qualità dei valori che la definiscono.
Ma neppure possiamo accontentarci di identità fragili e incerte.
È urgente sperimentare alternative serie.
L'esperienza, progressivamente conquistata, della finitudine come verità di se stessi, può suggerire un'alternativa.
Ho già parlato in altri contesti di questa esperienza.
Finitudine è costatazione, fatta esperienza, della nostra verità più intima: l'esperienza della povertà, dell'inquietudine, della fragilità, del procedere incerto a tradimenti e a ritorni.
Dall'esperienza della finitudine possiamo cercare di uscire attraverso la saccente presunzione di chi pensa di farcela da solo, aumentando eventualmente la dose dell'impegno e l'esercizio raffinato della sua sapienza. Di finitudine possiamo anche soccombere: quando diventa motivo di disperazione o quando spinge ad ubriacarsi di disimpegno e di frastuono.
Chi sa vivere invece l'esperienza della finitudine come verità di se stesso, sofferta e scoperta, e alza al Signore il grido della sua vita, ritrova la gioia di vivere e la libertà di sperare. Riconosce di poter invocare il suo Signore non perché ha raggiunto la perfezione, ma perché ne ha un desiderio sconfinato. Solo lui è il fondamento, la ragione decisiva della propria vita.
Convive, nella pace e nella gioia, con la propria finitudine, perché si sente nell'abbraccio accogliente di Dio.
E così, nell'invocazione che sale dal profondo della sua quotidiana esperienza, accoglie il mistero della propria vita: dice «sì alla vita».
Nell'esperienza della finitudine ritroviamo così un modello interessante di stabilizzazione di personalità e valori molto positivi su cui fondarlo.
L'uno e gli altri sono giocati attorno all'accoglienza della vita, vissuta e sperimentata come un dono e un impegno.
Chi pronuncia il proprio «sí alla vita», dal profondo dell'esperienza della finitudine, celebra il dono e assume responsabilmente l'impegno.
Costata il nodo tragico dell'incoerenza e della frammentazione esistenziale, e ne cerca una via di uscita, lontana dall'arroganza di chi vuol essere «tutto d'un pezzo», magari con le sole sue forze.
Voler vivere è consegnarsi infatti con piena disponibilità ad un mistero che ci sovrasta, accettando una ragione e una logica che ci sfugge. Nel «sí alla vita» la riconosciamo dentro la vita proprio mentre la confessiamo la radice e il fondamento trascendente di ogni desiderio di senso e di consistenza. Accolta e vissuta nell'invocazione, la vita viene sperimentata come abbozzo di un progetto che si perfeziona mentre si attua.
Il processo di ricostruzione dell'identità personale ritrova così i «valori» su cui costruirsi. Nell'accoglienza progressiva della vita, come evento impegnativo e interpellante, ritrova anche un livello, maturo e sopportabile, di stabilità.
La vita è infatti un evento capace di assicurare l'esperienza di un fondamento oggettivo proprio nella sua espressione pienamente soggettiva. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione debole e forte nello stesso tempo, giocata nell'avventura personale della quotidiana esistenza e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi della vita quotidiana.

Dall'invocazione all'incontro con il Dio di Gesù

L'invocazione è momento privilegiato nell'esistenza di una persona, perché è il punto più elevato nel suo cammino di maturazione. Nel grido dell'invocazione l'uomo scopre la sua finitudine e scopre la gioia di convivere con essa, perché riconsegna fuori di sé la ricerca di fondamento.
L'invocazione è perciò sempre una reale esperienza di trascendenza. Chi accoglie la propria vita, in quella sua dimensione misteriosa e interpellante che la finitudine svela, accoglie di fatto il suo Creatore.
Al giovane, riportato all'invocazione attraverso la guida premurosa dell'educazione, diventa familiare costa- tare che ci si può fidare della vita, perché essa si porta già dentro un suo fondamento. Aprire l'esperienza della finitudine verso l'invocazione significa infatti riconoscere il diritto a pronunciare un «sì alla vita», serio e impulsivo, perché ciò che viene accolto sostiene e sorregge chi lo accoglie, nel momento in cui si lancia in trepida ricerca di un fondamento sicuro.
La vita ha un fondamento perché è stata progettata così: perché chi l'ha lanciata alla nostra esperienza, l'ha costituita capace di provocare e di inquietare, ma anche di sostenere e di tranquillizzare.
Il «sì alla vita» si sporge come esperienza ed accoglienza del Dio creatore, il sostegno ultimo che tutto sostiene.
Chi è questo Dio? Qual è il suo volto?
Per i cristiani, la risposta piena è una sola: Gesù è il volto definitivo di Dio. Non è sufficiente riconoscere Dio creatore, per pronunciare nell'autenticità il sì alla propria vita. Solo in Gesù questo sì è vero e globale, perché solo lui è il «segno» di chi è Dio per noi e di chi siamo noi nel suo progetto.
Gesù ci rivela un volto nuovo di Dio e un volto nuovo dell'uomo. Il Dio creatore diventa così il Dio di Gesù, il Padre buono e accogliente, che perdona e restituisce alla gioia piena di figlio anche il ragazzo scappato di casa per ubriacarsi di libertà e di autosufficienza.
In questa manifestazione, ci ritaglia la nostra immagine più vera e affascinante: anche noi, creature povere, fragili, percorse da continui tradimenti, siamo diventati «uomini nuovi», perché figli nel Figlio.
Affidandosi a Gesù, in un incontro che progressivamente coinvolge tutta l'esistenza, si fa esperienza così di una saturazione inedita e insperata della propria invocazione.
L'incontro e la novità di vita che ne scaturisce, vengono vissuti come una proposta di riconciliazione con sé, con gli altri, con Dio, che travolge la domanda stessa e Si propone come esperienza piena e rassicurante di vita.

Dall'amore alla vita alla compassione per la vita di tutti

Nell'incontro con Gesù ritroviamo il fondamento e la sollecitazione ad amare la vita. In lui ritroviamo però anche la proposta di un modo, concreto e originale, di amare la vita.
Si ritaglia, di conseguenza, una figura di esistenza cristiana.
L'amore alla vita è espressione matura e impegnata nella logica dell'avventura cristiana, quando è capacità di consegnarsi al mistero di Dio.
Questo però non basta a chi ha riscoperto in Gesù di Nazareth il segno del progetto di Dio sulla nostra esistenza.
In sua compagnia il cristiano si ritrova con una sensibilità raffinatissima verso la vita e le sue manifestazioni. Possiede una spontanea reattività nei confronti della morte e delle sue quotidiane espressioni. Ne decifra la presenza inquietante, anche quando tutto gli sembra tranquillo. Avverte il grido che sale da tanti uomini, abbandonati, oppressi, rattristati dalla ricerca inevasa di ragioni per vivere e per sperare. Lo sente chiaro e distinto, anche quando risuona solo soffocato e disturbato.
La sua passione per la vita diventa «compassione» per la vita di tutti: impegno, paziente e premuroso, perché tutti abbiano la vita, e ne abbiano in abbondanza.

La compassione di Gesù per la vita
La compassione l'ha appresa alla scuola di Gesù.
Il Vangelo ci rivela la profonda compassione di Gesù di fronte al dolore, alla sofferenza, all'oppressione, alla morte.
Continuamente Gesù dice alla gente: «Non piangete», «Non preoccupatevi», «Non abbiate timore» (cf Mc 5, 36; 6, 50; Mt 6, 25-34). Non lo toccava il senso di grandezza degli edifici solenni che costituivano il Tempio di Gerusalemme (Mc 13, 1-2). L'ha invece colpito profondamente il gesto della povera vedova che offre al Tempio l'ultimo centesimo che le restava (Mc 12, 41-44). Si trova vicino al buon samaritano e lo riconosce diverso da tutti gli altri personaggi, proprio perché ha mostrato compassione per l'uomo morente (Lc 10, 33).
Come il padre, pieno di compassione per il figlio tornato finalmente a casa (Lc 15, 20), Gesù ha una compassione smisurata per i poveri e per gli oppressi.
Lo inquietano le sofferenze fisiche. Ed è scosso ancora più profondamente dalle sofferenze interiori: quelle che lasciano l'uomo senza ragioni per vivere e senza capacità di sperare.
Gesù si commuove fino alle lacrime. Ma le lacrime non bastano a distruggere la morte. Si richiede un'azione incisiva ed efficace. Gesù fa la sua proposta, senza mezzi termini: la compassione diventa «spartire» la propria vita perché tutti siano restituiti alla vita. Anche noi possiamo appartenere al Regno di Dio e condividerne la passione, solo se siamo disposti a dare via tutto ciò che si possiede (Mt 6, 19-21), persino la vita fisica (Mt 10, 32-39).
Hanno fatto così i discepoli. Condividendo i pochi pani e i cinque pesci che qualcuno, più previdente degli altri, si era portato con sé, tutti si sono sfamati fino alla sazietà (Mc 6, 35-44).
Alla scuola di Gesù, la passione per la vita diventa veramente compassione per la vita di tutti e vocazione perché tutti abbiano la vita.

Cosa è vita
I rapidi cenni alla prassi di Gesù guidano verso una comprensione di cosa sia vita e cosa sia morte. Suggeriscono l'intenzione ultima di ogni vocazione cristiana, l'esito verso cui tende la compassione per la vita di tutti.
Vita è dominio dell'uomo sulla realtà, creazione di una comunità fraterna, comunione filiale con Dio. Morte è il suo contrario.
Il dominio dell'uomo sulla realtà implica la liberazione dell'uomo dal potere schiavizzante delle cose per impadronirsi di tutte le potenzialità insite in esse.
Costruire vita significa perciò restituire ogni persona alla consapevolezza della propria dignità. Significa rimettere la soggettività personale al centro dell'esistenza, contro ogni forma di alienazione e spossessamento. Comporta di conseguenza un rapporto nuovo con se stesso e con la realtà, per fare di ogni uomo il signore della sua vita e delle cose che la riempiono e la circondano.
Questo obiettivo richiede però un impegno fattivo, giocato in una speranza operosa, perché tutti siano restituiti alla piena soggettività. Lavorare per la vita significa di conseguenza lavorare perché veramente ogni uomo si riappropri di questa consapevolezza e perché il gioco dell'esistenza sia realizzato dentro strutture che consentano efficacemente a tutti di essere «signori».
La creazione di una comunità fraterna tra tutti gli uomini esige che scom paiano dal mondo gli atteggiamenti, i rapporti e le strutture non fraterne, per crearne altre che siano espressione e sostegno della fraternità.
La promozione della vita vuole inoltre favorire l'incontro con un Dio personale, nel nome della verità dell'uomo che intende servire e ricostruire. Chi vive in Dio è nella vita; chi lo ignora, chi lo teme, chi lo pensa un tiranno bizzarro, è nella morte. Per questo, da una parte il credente si impegna a sradicare ogni forma di paura e di irresponsabilità nei confronti di Dio e ogni tipo di idolatria: solo in questa spazio liberato è possibile poi far crescere adeguati rapporti affettivi e operativi. Dall'altra incoraggia la costitutiva apertura dell'uomo verso un Dio trascendente, e sostiene la saturazione di questa radicale invocazione nella comunione filiale con il Dio di Gesù Cristo.

Vocazioni al servizio della vita
In questa consapevolezza metto decisamente al centro di ogni vocazione cristiana il servizio alla vita: la capacità di celebrare la festa di una vita che cresce in progressiva pienezza per la potenza del Dio di Gesù e il duro impegno quotidiano per contrastare il regno della morte e consolidare quello della vita. Vocazione è quindi «servire la vita».
Lo so che l'espressione non è molto univoca e, per di più, suona poco abituale rispetto ai modelli tradizionali di formazione vocazionale.
Mi consola la coscienza di essere in buona compagnia.
È importante la categoria della «gloria» dì Dio per comprendere ogni vocazione cristiana. Gesù ci rivela però che «gloria» di Dio è assicurare vita e felicità ad ogni uomo. Con lui, operare per il Regno di Dio connota la promozione della vita e il consolidamento della speranza per ogni uomo, nel nome e per la «gloria» di Dio. Non solo non ci può essere condivisione del Regno di Dio senza una prassi operosa e liberatrice a favore della vita; ma questa prassi è sempre per il Regno di Dio, quando è veramente per la vita e la speranza.
Il credente non aggiunge altre cose a questa fondamentale risposta al suo Dio. Si preoccupa invece di possederla pienamente e di esprimerla autenticamente, riconquistando a livello motivato e consapevole la ragione fondamentale del suo operare.
Sa (e lo manifesta) che Dio c'entra tanto con la promozione della vita, che è possibile possedere vita e speranza solo se l'uomo si immerge totalmente nel suo Dio.

La passione per la vita di tutti riconoscendo la grande compassione di Dio

Per un credente la compassione per la vita degli uomini nasce come personale e continuo rendimento di grazie a Dio, che Gesù rivela il Padre buono e accogliente, pieno di compassione per tutti.
Questa è una dimensione qualificante della vocazione cristiana, come ho ricordato nelle pagine precedenti.
Dio è impegnato direttamente e fon- talmente per la vita dell'uomo, lungo lo sviluppo della storia della salvezza. Il credente riconosce questa presenza operosa e vive il suo impegno nella festa.
Alla radice di ogni vocazione cristiana non sta quindi l'affanno, un po' presuntuoso, di chi si sente circondato da grida di terrore e di morte e si consuma nel tentativo disperato di farci qualcosa. Questo atteggiamento conduce alla frenesia dell'azione ed è sempre minacciato dal rischio di finire tristemente nello sconforto. In fondo, risulta persino un poco ateo.
La vocazione cristiana, orientata verso il consolidamento della vita per tutti, ha come orizzonte di fede e di speranza il riconoscimento festoso della presenza potente di Dio: ha già vinto la morte nella croce di Gesù e attesta la vittoria progressiva della vita per chi accetta di consegnare ogni passione operosa al suo mistero.
La compassione per tutti gli uomini che sta alla radice della vocazione cristiana, respira l'amore compassionevole di Dio in Gesù per tutti.
Schierata per la vita, ogni vocazione è così espressione concreta di una solidarietà, che va davvero oltre «la carne e il sangue». Parafrasando l'affascinante testimonianza di Giovanni, possiamo gridare con gioia: non siamo diventati uomini impegnati vocazionalmente «per nascita naturale, per volontà d'uomo: è Dio che ci ha dato la nuova vita» (Gv 1, 13).
La vocazione ha perciò sempre una risonanza cristologica ed ecclesiale. Viene vissuta come la riscoperta di una compagnia che supera il tempo e lo spazio: la grande compagnia dei tanti uomini, pieni di compassione per la vita di tutti, che percorre l'avventura della storia e riempie di sicura speranza un mondo spesso triste e stanco. La vocazione si fonda sull'esperienza apostolica di Gesù, dei suoi primi discepoli e di tanti testimoni della fede, e ne manifesta il coraggio e l'entusiasmo, la fatica e la passione.

Dalla compassione all'azione: un'unica vocazione in mille sentieri

Il riconoscimento trascina verso l'impegno; la festa della vita diventa servizio alla vita. La vocazione cristiana è impegno, concreto e generoso, per costruire nel tempo il Regno di Dio.
Questo movimento ricorda due preoccupazioni urgenti.
La prima è pacifica, perché corre sul filo di ogni esperienza umana: all'atteggiamento interiore di compassione devono corrispondere subito i fatti relativi. Una vocazione cristiana, impegnata fattivamente al servizio della vita, privilegia gli spazi operativi dove è più urgente una presenza di liberazione. Acquisisce un profondo senso della vita. Riconosce i segni positivi e decifra quelli negativi. Lotta con l'audacia del Vangelo per il trionfo della vita.
La seconda preoccupazione va invece un po' controcorrente rispetto a quelle logiche mondane che qualche volta hanno inquinato anche l'esperienza ecclesiale.
Nella nostra cultura si afferma spesso la differenza come momento qualificante. Ogni tanto però spunta la tentazione di omologare tutto, appiattendo la diversità o, peggio, ricostruendo un po' di organicità attraverso classifiche di merito o di dignità.
Nel movimento propongo una prospettiva diversa su cui mettere in rapporto unità e diversità.
La vocazione del credente è una sola: la vita e il suo servizio.
Si esprime però secondo modalità differenti.
Alcune dipendono da fatti oggettivi: la passione per la vita e la compassione per gli uomini riconosce diversi segni di morte e cerca interventi proporzionati ad essi.
Altre modalità sono invece legate alle sensibilità, capacità, orientamenti delle singole persone.

Sentieri diversi sulla misura dei doni personali
Per motivare questa seconda indicazione, basta pensare alla bella testimonianza di Paolo della 1 Cor 12. Sottolinea la diversità vocazionale nell'unico progetto di salvezza, e suggerisce un principio di organizzazione a chi vuole mettere ordine nella diversità. È quello del Vangelo: se vogliamo fare classifiche a tutti i costi, bisogna ricordare che il primo posto va agli «ultimi».
«Cristo è come il corpo che ha molte parti. Tutte le parti, anche se sono molte, formano un unico corpo. [...1 Il corpo infatti non è composto da una sola parte, ma da molte. Se il piede dicesse: Io non sono una mano, per questo non faccio parte del corpo, non cesserebbe per questo di far parte del corpo. [...] L'occhio non può dire alla mano- Io non ho bisogno di te, o la testa non può dire ai piedi: Non ho bisogno di voi. Anzi, proprio le parti del corpo che ci sembrano più deboli, sono le più necessarie. E le parti che consideriamo meno nobili e decenti, le circondiamo di maggior premura. [...]
Voi siete il corpo di Cristo, e ciascuno di voi ne fa parte.
Dio ha assegnato a ciascuno il proprio posto nella Chiesa- anzitutto gli apostoli, poi i profeti, quindi i catechisti. Poi ancora quelli che fanno miracoli, quelli che guariscono i malati o li assistono, quelli che hanno capacità organizzativa e quelli che hanno il dono di parlare in lingue sconosciute. Non tutti sono apostoli o profeti o catechisti» (1 Cor 12, 12-31).

Sentieri diversi per rispondere a esigenze diverse
La diversità nasce anche da motivi oggettivi. L'impegno per la vita si misura infatti con le diverse situazioni di morte e in queste differenzia qualità e sostanza dell'intervento.
Le ragioni soggettive, che ho appena ricordato, danno origine a modalità vocazionali diverse, fino a costituire orientamenti globali di vita differenziati.
Le ragioni oggettive, invece, danno origine a stili diversi di realizzare la propria vocazione «in situazione».
La cosa è importante. Ci pensiamo con un po' di calma.
Per dire questo in modo concreto, immagino tre situazioni diverse. Sulla loro risonanza è possibile prevedere differenti modelli di intervento. Nei primi due, il cristiano esprime il suo impegno in piena compagnia con tutti gli uomini che credono alla vita. Nel terzo, si ritrova inesorabilmente un solitario, nella solitudine della croce del suo Signore. Ciascun livello richiede un modo diverso di coniugare festa e servizio, impegno duro e capacità di sognare.

Quando le responsabilità sono chiare e precise.
Esistono situazioni di male e di morte che dipendono chiaramente dalla malvagità degli uomini e dalla violenza esercitata dalle strutture che essi hanno costruito. Non riusciamo però ad essere giudici imparziali, perché sappiamo di essere immersi in una solidarietà così profonda, che quando chiamiamo per nome i responsabili di questi tradimenti, siamo sempre costretti a pronunciare, almeno sottovoce, anche il nostro nome.
In questi casi, stare dalla parte della vita significa conversione e lotta.
Per affermare la vita contro la morte, dobbiamo coraggiosamente lottare contro tutti quelli che fanno della morte la loro bandiera. Dobbiamo però assicurare una continua «conversione», personale e collettiva. Solo uomini fatti nuovi, in una trasformazione radicale, possono nella verità impegnarsi per la vittoria della vita.
Lotta e conversione si esprimono in una vicinanza amorevole e appassionata con chi soffre ed è oppresso. In questo gesto di inesauribile libertà, il cristiano testimonia che ogni uomo è capace di giocare tutto di sé per la sua vita, se è restituito alla gioia di vivere e al coraggio di sperare.

* Quando ci vuole il coraggio di progettare l'inedito.
Ci sono poi delle situazioni di male e di morte in cui riesce difficile identificare le responsabilità o appare complicato programmare gli interventi necessari. Mille segnali inducono a cogliere innegabili responsabilità. Gesti e voci coraggiose fanno intravedere vie di uscita. Resta però l'impressione di ritrovarsi come in un labirinto intricato. Le responsabilità sfumono come nebbie al sole e gli interventi sono sempre rimandati, per ragioni superiori. In questi casi stare dalla parte della vita richiede al cristiano il coraggio delle previsioni a lungo termine e la tenacia che sollecita alle inversioni di rotta. La prassi di liberazione diventa impegno politico e culturale, come indispensabile condizione per permettere al bene di esprimersi pienamente e alla vita di vincere progressivamente sulla morte.
A questo livello, l'impegno per la vita risulta come una scommessa impegnata: affonda sulla serietà e competenza dell'impegno, ma procede sul rischio che le cose possono cambiare, se tutti ci mettiamo a cercare alternative.
La festa, che è capacità di sognare, spinge a cercare il nuovo e l'inedito come alternativa praticabile e convincente rispetto alle dure «regole del gioco», nelle cui maglie restano sempre prigionieri i più deboli e i più poveri.

* La festa della vita contro il regno della morte.
Esistono situazioni di male e di morte le cui responsabilità non dipendono da nessuna cattiva volontà. Sono il limite invalicabile della nostra esistenza: siamo consegnati inesorabilmente a questa morte proprio perché siamo immersi nella vita.
In questo caso, di fronte al male che appare ineliminabile dalla esistenza delle singole persone, il cristiano testimonia nella sua speranza un progetto di salvezza che è vita, perché è libertà di portare questo male, senza esserne schiacciati, in piena solidarietà con la croce di Gesù. Come Gesù, abbandonato dagli amici nella solitudine dell'orto degli ulivi, oppresso dalla feroci prospettive che si addensano sul suo capo, soffre la disperazione del limite invalicabile in cui è prigioniera la sua esistenza. Ma guarda avanti, verso la luce senza tramonto.
Nel piccolo, l'ha già superato tante volte questo confine. Gode della com• pagnia di amici che hanno già vinto 12 morte: il Crocifisso risorto, Maria, grandi martiti della fede, dell'amore all'uomo, della libertà. Con loro, nelk speranza, il cristiano «convive» con L morte e con la sofferenza, nell'atte& dell'appuntamento con il Regno, ne cieli nuovi e nella nuova terra, in cti ogni lacrima sarà finalmente e definitivamente asciugata.
A questo livello l'impegno del cristiano è solo la festa: la piccola festa della libertà e della vita che anticipa la grande festa della casa del Padre.
La festa è lo straordinario evangelo della vittoria definitiva della vita sulla morte, anche quando ci sentiamo immersi nel greve sapore della morte quotidiana.

Il sentiero della radicalità

La vocazione è unica; i sentieri per realizzarla sono molti e differenti.
Uno di questi rappresenta una modalità così speciale, nell'esperienza cristiana, che spesso quando si parla di «vocazione» si pensa quasi esclusivamente ad esso. Parlo, come è evidente, delle vocazioni di speciale consacrazione, quelle cioè finalizzate al sacerdozio o alla vita religiosa.
Nella logica delle riflessioni con cui ho compreso la qualità della vocazione cristiana, un itinerario vocazionale deve prevedere anche questo movimento. Lo deve prevedere però secondo precise modalità.
Ho legato strettamente vocazione, passione per la vita, Regno di Dio. Questa consapevolezza porta a costa- tare la qualità vocazionale esemplare, presente nella vocazione di speciale consacrazione. La radicalità in cui si esprime serve ad affermare in modo perentorio l'iniziativa fontale di Dio e la centralità cristologica di ogni impegno vocazionale.
Ne abbiamo tutti bisogno, per un servizio più autentico alla vita. Siamo diventati troppo facilmente uomini presuntuosi e autosufficienti. Abbiamo scoperto nel Dio di Gesù Cristo il padre che vuole figli adulti e che non si sostituisce alle loro responsabilità. Ma un po' per volta ci viene spontaneo relegarlo tra coloro che non contano nel gioco della vita e della morte: sappiamo tutto su questi eventi e ci sentiamo spesso padroni della trama in cui si svolgono. Siamo disposti a ritrascinarlo nel tessuto dell'esistenza solo quando costatiamo i nostri fallimenti.
Questo modo di fare è lontanissimo dalle logiche in cui si costruisce il Regno di Dio.
Colui che si impegna per la vita con una decisione tanto radicale da mettere Dio sopra ogni cosa e da celebrare quotidianamente la sua potenza, ricorda a tutti una esigenza che deve percorrere la vocazione di tutti.
Le vocazioni di speciale consacrazione sono perciò un dono ecclesiale alla vocazione di ogni uomo e di ogni credente.
La comunità è riconoscente a questi fratelli, e invoca incessantemente il Dio della vita perché susciti in molti il coraggio della radicalità e doni la perseveranza e l'entusiasmo a chi ha chiamato a percorrere questo sentiero.
Essa alza la sua voce per chiamare nel nome di Gesù e chiede a questi fratelli un servizio alla vita di tutti in questa prospettiva.
Si impegna per «meritare» questo dono.
Per questo, prima di tutto, sollecita sacerdoti e religiosi a schierarsi dalla parte della vita, nel nome e con la compassione del Dio di Gesù Cristo. Essi ritrovano autorevolezza e dignità non perché se ne appropriano con un gesto che ha il sapore della presunzione e della rapina, ma perché sono impegnati fino in fondo dalla parte della vita, con fatti esemplari, concreti e precisi.
Sollecita inoltre tutti gli uomini a vivere un profondo rapporto di solidarietà (senza nostalgie e senza falsi e strani servilismi) con questi fratelli, impegnati come tutti al servizio del Regno di Dio e dono per tutti per la radicalità con cui testimoniano la potenza di Dio per la vita.

Dare la propria vita come espressione totale di amore alla vita

La passione per la vita, diventata compassione per la vita di tutti, si esprime lungo mille differenti sentieri.
Tende però verso una meta conclusiva: in essa inesorabilmente la differenza viene ricondotta in unità e la molteplicità ritorna all'omogeneità.
Questo punto conclusivo è il tempo misterioso della morte. Sulla sua frontiera tutte le strade si incrociano e tutti si incontrano.
Il credente che vive la sua vocazione nel mistero di Dio confessa, con timore e trepidazione, di giocare su questa soglia il gesto più grande di compassione per gli altri.
Ci sono situazioni in cui la vita viene buttata fisicamente per amore della vita degli altri. Spesso viene consumata, giorno dopo giorno, fino a spegnersi come una lampada ormai priva di risorse. Altre volte la vita si estingue nel ritmo tranquillo di chi è giunto finalmente alla soglia di casa.
Questi diversi momenti sono per il credente l'ultimo, più grande gesto perché tutti abbiano vita e ne abbiano in abbondanza.
È difficile giustificare l'affermazione, con le parole sapienti con cui siamo abituati a dare le ragioni delle nostre scelte. È difficile persino sillabare una espressione tanto impegnativa e sconvolgente.
Lo diciamo nella luce del mistero santo di Dio, di cui il crocifisso risorto ha svelato gli splendori ineffabili. Gesù ci rivela infatti il gioco della vita sulla morte: non solo che la vita nasce dalla morte, ma che è veramente e pienamente vita anche la morte stessa.
Il credente riscrive così il suo rapporto con la morte: posseduto dalla morte nel primo germe di vita, in Gesù Cristo sa di possedere la morte.
La vive come il grande gesto per la vita, la sua vocazione più radicale.

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