Animare un gruppo /9

Mario Pollo

(NPG 1987-09-52)


Con l'articolo precedente, dedicato alla presa di decisioni, è terminata l'esposizione, essenzialmente descrittiva, delle dinamiche del piccolo gruppo considerato come luogo educativo. Questo articolo è dedicato, invece, all'analisi dei processi che consentono di utilizzare le dinamiche appena studiate al fine di produrre l'azione educativa tipica dell'animazione.
In un articolo successivo, l'ultimo, si completerà il discorso indicando i temi metodologici che devono essere sviluppati dall'azione dell'animatore nel gruppo.

IL GRUPPO E IL PROBLEMA DEL CAMBIAMENTO

Il gruppo, come ogni sistema vivente, è soggetto a fenomeni di cambiamento. Ora, fatta questa lapalissiana considerazione, il problema che l'animazione si trova a dover affrontare è: come agire perché i cambiamenti del gruppo vadano nella direzione della sua maturazione, e quindi della presa di coscienza da parte dei suoi membri?

Due tipi di cambiamento

Questo per dire che il gruppo, per essere effettivamente luogo educativo, non può promuovere cambiamenti qualsiasi, ma solo cambiamenti dotati di caratteristiche particolari.
Per capire questo particolare tipo di cambiamento è necessario riflettere prima sui due fondamentali tipi di cambiamento che lascia sostanzialmente inalterata l'esistenza della persona o del gruppo che lo vive, e quello, all'estremo opposto, che rappresenta per la stessa persona o per lo stesso gruppo una sorta di rinascita.
I cambiamenti del primo tipo, che sono quelli per cui è stato coniato il motto gattopardesco: «cambiare tutto per non cambiare niente», è quello che avviene in un gruppo che tende a conservare immutata la propria identità e quella dei suoi membri.
Il cambiamento del secondo tipo avviene, e non sempre, all'interno di quei gruppi che subiscono un profondo cambiamento della loro struttura, della loro cultura e quindi del sistema di riferimento (che, come si è visto, orienta l'identità dei loro membri).
Si è detto che il cambiamento che produce la rinascita non avviene sempre. Ciò sulla base della semplice constatazione che necessariamente i cambiamenti radicali producono una maturazione del gruppo. In qualche caso, e la vita di molti gruppi lo dimostra, il cambiamento è fonte di regressione o, anche, di disgregazione dello stesso gruppo.
Il cambiamento del secondo tipo per molti versi rappresenta una sorta di salto nel buio che tende a creare uno stato di ansietà e, quindi, delle profonde resistenze tra i membri, oltre che nel gruppo inteso come totalità.
Le ansietà che tendono a manifestarsi in prossimità di un cambiamento del secondo tipo sono quelle cosiddette primarie. Esse sono state descritte in precedenza con l'ausilio della favola del porcospino.
La resistenza al cambiamento deriva poi dal fatto che in un gruppo sufficientemente coeso le norme, come si è già visto, divengono una sorta di super-io attraverso l'interiorizzazione che ne viene operata dai membri del gruppo. Nella maggior parte dei gruppi, cosi come nella maggioranza delle persone, la tendenza alla conservazione prevale nettamente su quella al cambiamento, che viene quasi sempre temuto prima e vissuto poi in modo traumatico. In alcuni gruppi si può addirittura verificare che di fronte a dei cambiamenti significativi vi sia un abbandono del gruppo da parte di qualche membro.
È chiaro che questa resistenza al cambiamento, individuale e di gruppo, non si verifica nel caso dei cambiamenti del primo tipo, quelli cioè che lasciano sostanzialmente inalterati i gruppi.

Il cambiamento e la crisi

Per distinguere questi due tipi di cambiamento la scuola della pragmatica della comunicazione umana di Palo Alto ha introdotto le dizioni cambiamento/1 e cambiamento/2. Il cambiamento/1 è detto anche «cambiamento all'interno delle regole che governano la vita del gruppo». Infatti esso avviene rispettando integralmente il sistema di norme che costituisce il riferimento per il gruppo. Un esempio di questo tipo di cambiamento è offerto dal gioco degli scacchi. Questo gioco, come è noto, consente ai giocatori di giocare un numero pressoché infinito di partite differenti, pur rispettando un sistema di regole neppure troppo complesso.
Le norme del gruppo funzionano allo stesso modo: consentono, cioè, al gruppo di dar vita ad un numero elevatissimo di differenti situazioni, pur stando all'interno di esse. Per fare un esempio, tratto dalla vita politica, il cambiamento/1 è quello che si ha tutte le volte che il parlamento approva una nuova legge i cui principi ispiratori stanno all'interno delle norme fissate dalla costituzione.
Il cambiamento/2 invece lo si ha quando si cambia la costituzione.
È questo il motivo per cui questo tipo di cambiamento è detto anche «cambiamento fuori delle regole».
La vita del gruppo di animazione vede questi due tipi di cambiamenti intrecciati come all'interno di una spirale. Di solito il gruppo attraverso i cambiamenti/1 giunge ad esaurire una fase storica della sua esistenza, e questo si manifesta con una crisi dalla quale esce solo con un cambiamento/2; a questi seguirà nuovamente una fase di cambiamenti/1, sino a che una nuova crisi non richiederà un nuovo cambiamento/2. La necessità del passaggio dai cambiamenti/1 ai cambiamenti/2 nella vita del gruppo, cosi come in quella delle persone e dei sistemi sociali, è segnalata dalla comparsa di uno stato di crisi.
La crisi non va, perciò, considerata come un fatto negativo, ma solo come il momento, difficile ma necessario, del passaggio di un sistema vivente da uno stato ad un altro, da un sistema di norme ad un altro. Deve essere chiaro che non sono le crisi ad essere positive o negative; queste qualità infatti appartengono alle soluzioni che alle crisi vengono date. La crisi in sé è neutrale, anzi è il segno della vitalità di un sistema vivente e, nel caso che si sta trattando, del gruppo. È chiaro che un gruppo di animazione dovrebbe distinguersi da un altro tipo di gruppo per la sua tendenza a uscire in modo evolutivo e non regressivo dalle crisi che vive.

IL GRUPPO COME SISTEMA EVOLUTIVO E IL PERCORSO DELL'ANIMAZIONE

Le brevi affermazioni fatte sui tipi di cambiamento che possono avvenire in un gruppo presuppongono a monte la concezione del gruppo quale sistema vivente in grado di evolvere, di regredire o di stabilizzarsi e che si costruisce secondo una sua storia personale.
Porre l'accento sul fatto che il gruppo è il frutto di una storia e non solo delle astratte leggi strutturali che lo governano, significa sottolineare che il presente del gruppo è in qualche modo condizionato, anche se non deterministicamente, sia dal passato che dal progetto di futuro che lo stesso gruppo si è dato. Il presente del gruppo è sempre una sintesi dinamica in cui ciò che accade oggi, qui ed ora, fa i conti con ciò che è già accaduto e con ciò che ci si aspetta che dovrà accadere.
L'accettazione di questo punto di vista comporta perciò che si consideri il cammino del sistema vivente «gruppo» verso la maturità come ad un vero e proprio processo evolutivo, che passa attraverso alcune tappe caratteristiche, le quali altro non sono che i punti di crisi che segnano la transizione del gruppo da uno stato ad un altro.
Il processo evolutivo che conduce il gruppo ad acquisire la maturità è, fondamentalmente, quello dello sviluppo qualitativo e quantitativo delle interazioni tra i suoi membri.
Lo stato delle interazioni, oltre ad essere il metro di misura della coesione e della partecipazione dei membri alla vita del gruppo, è anche il fondamento della misurazione del livello di maturità posseduto dal gruppo.
Non è l'unico criterio, ma certamente è quello fondamentale che sostiene tutti gli altri.

La prima tappa: la comunicazione tra i ruoli

Quando delle persone si trovano insieme per la prima volta, di solito si crea nell'ambiente in cui sono radunate una atmosfera gravida di disagio e tensione che si manifesta in un insopportabile silenzio. Se in questa situazione l'animatore non dice nulla, non interviene, cioè, e si limita ad osservare, lo stato di tensione si farà ancora più visibile. Si manifesta cioè pienamente quell'insicurezza che è tipica dell'ansietà che è stata descritta nella favola, prima citata, dei porcospini e che appare come una sorta di cappa di piombo che grava sul gruppo.
Di solito, questa situazione di disagio viene rapidamente superata attraverso vari artifici ed espedienti, alcuni dei quali sono delle tecniche di animazione. Questi artifici sono tutti finalizzati a consentire alle persone di indossare la maschera del loro ruolo sociale nei nascenti rapporti di comunicazione del gruppo. Tutte le tecniche di animazione che propongono sotto varie forme la presentazione reciproca dei membri del gruppo perseguono lo scopo di rendere noti i ruoli sociali di questi. In questa fase è importante costituire un'area nota in modo che oltre all'aspetto fisico ed al nome contenga qualche dato anche sulla posizione sociale della persona.
Per gli adulti la maschera del ruolo può essere quella della loro attività professionale. Per dei ragazzi, invece, la maschera può essere quella del loro ruolo «informale», cioè quella dello studioso, dello spiritoso, del gianburrasca, dello sportivo, del duro, ecc.
La maschera del ruolo consente ai membri del gruppo di uscire dallo stato paralizzante di ansietà e di insicurezza, perché permette loro di agire come se il gruppo fosse solo un frammento della società più ampia nella quale è inserito. È stato Stoetzel a teorizzare che i rapporti tra le persone all'interno del sistema sociale altro non sono che rapporti tra ruoli, la cui modalità di svolgimento è codificata. Il rapporto tra un medico e un paziente non è né libero né spontaneo, ma codificato in modo preciso. Esso, infatti, si svolge all'interno di un preciso sistema di nonne, che in questo caso sono addirittura fissate formalmente da un codice deontologico.
Il fatto che i rapporti tra le persone nella vita del sistema sociale siano rapporti tra ruoli codificati ha la funzione sia di dare stabilità e identità al sistema sociale, sia di consentire alle singole persone di entrare in contatto con altre, sconosciute a livello personale, senza andare incontro ad esperienze di ansietà o di insicurezza troppo forti.
Assumere la maschera del ruolo, quindi, consente ai membri del gruppo nascente, o estemporaneo ed effimero, di comunicare senza quel diretto coinvolgimento personale che può essere fonte di ansietà. La riproduzione nel gruppo di processi di comunicazione verbale tipici dei rapporti tra i ruoli nel sistema sociale è fonte di sicurezza per i membri del gruppo, che pagano però con la rinuncia, almeno in quel momento, all'incontro autentico tra le persone al di là dei ruoli.
In questa fase della vita di gruppo non si hanno ancora interazioni, almeno nell'accezione che ad esse sin qui si è dato, ma rapporti di comunicazione di tipo formale e standardizzato.
Questi rapporti di comunicazione sono però sufficienti a consentire alle persone di cominciare a fare delle attività insieme: discutere, lavorare, fare sport, ecc.

La seconda tappa: la nascita e la prima infanzia delle interazioni

Dopo che i membri del gruppo hanno indossato la maschera, succede che i loro rapporti acquisiscano una certa fluidità e che le attività del gruppo decollino con un discreto livello di efficacia. Questo fa sì che lentamente le persone si «sgelino» e comincino a sentirsi sicure all'interno del gruppo. Quando questo si verifica, i membri del gruppo si sentono pronti a buttare la maschera del loro ruolo ed a svelare agli altri alcuni aspetti della loro personalità più intima.
Succede però quasi sempre che appena buttata la maschera del ruolo e rivelato quindi alcuni aspetti dell'area privata, le persone si sentano indifese, nude di fronte agli aculei della possibile aggressione degli altri.
Questo emergere dell'ansietà di tipo persecutivo (la paura dell'altro vissuto come oggetto cattivo) scatena l'aggressività tra i membri del gruppo; ognuno aggredisce l'altro per timore di essere aggredito. Il rivelare all'interno di rapporti tra i ruoli qualche elemento di sé più personale, ha l'effetto di introdurre nel gruppo quell'ansietà che la maschera del ruolo aveva esorcizzato. Tuttavia l'aggressività, in questa fase, non è molto intensa ed è assai poco durevole.

La terza tappa: la scoperta del gruppo rifugio

Superato lo scatenamento dell'aggressività tra i membri del gruppo, si instaura un clima di reciproca tolleranza, che consente loro di scoprire il gruppo come un luogo in cui si sta bene, come un angolo caldo, come un cantuccio nel quale è possibile travare asilo fuggendo dalle aggressioni della vita della società esterna.
È questa una fase molto ricca di affettività, molto intima e suggestiva, durante la quale i membri vivono con il timore di perdere l'unità del gruppo appena acquistata. Questo timore rende i rapporti, pur molto intimi e personali, non pienamente liberi e spontanei. Ogni persona vive nel timore che la manifestazione libera delle sue opinioni, delle sue idee e dei suoi sentimenti possa provocare tensioni, conflitti o, addirittura, la perdita dell'unità del gruppo.
In questa situazione le persone tendono a muoversi in punta di piedi, a evitare ogni gesto e ogni comportamento che possa disturbare il clima di vellutata quiete che si è instaurato nel gruppo.
Da questo punto di vista la situazione del gruppo è assimilabile ad una sorta di «luna di miele», durante la quale piuttosto che ad una manifestazione sincera di sé, ognuno dei coniugi tende a mostrare all'altro solo la propria parte migliore ed a inibire, quindi, quella parte di sé che intuisce che all'altro non possa piacere.
Questo fatto porta ad affermare che in questa fase non si è ancora in presenza di interazioni autentiche. Il rapporto tra le persone indubbiamente ha superato i formalismi tra i ruoli, ma non è ancora libero e spontaneo, perché dipende dalla paura che grava sul gruppo di perdere l'unità faticosamente conquistata.
Domina anche in questa fase l'ansia primaria, e precisamente quella di tipo depressivo che consiste nella paura di perdere l'altro vissuto come oggetto buono. L'ansia depressiva provoca uno stato di dipendenza molto accentuata dai membri del gruppo, anche se rappresenta una spinta molto forte alla loro ricerca di una condizione di autenticità più matura.
È questa una tappa necessaria e fondamentale nella ricerca delle interazioni autentiche tra i membri del gruppo e, quindi, della maturità di questi. Tuttavia esistono alcuni gruppi la cui evoluzione si ferma a questa tappa: in questo caso essa si trasforma da luogo di maturazione in luogo di regressione. Infatti i gruppi rifugio, sorta di grembo materno sociale, che caratterizzano molte esperienze giovanili, sono gruppi che non hanno saputo superare questa fase. Da questo punto di vista sono gruppi depressi, gruppi cioè che ricercano più la regressione allo stato paradisiaco del grembo materno, che quello adulto della conquista della propria identità ed autonomia individuale.

La quarta tappa: la nascita delle interazioni autentiche e dell'autogestione

Il superamento della «luna di miele» del gruppo avviene, quasi sempre, attraverso una esperienza dolorosa di conflitto e di tensione tra i membri. D'altronde non potrebbe essere diversamente, visto che la nascita alle interazioni autentiche è una sorta di nuova nascita sia per gli individui che per il gruppo. Una rinascita passa sempre attraverso una esperienza dolorosa, quasi di tipo sacrificale.
L'esperienza dolorosa in questo caso è rappresentata dalla cosiddetta «resa dei conti». Tutto quello che le persone avevano ingoiato, per timore di rompere l'unità del gruppo, viene da esse ributtato fuori con gli interessi.
Le aggressioni verbali tra i membri del gruppo sono, in questa fase, all'ordine del giorno.
Se il gruppo supera questo scatenamento di aggressività distruttiva e non si frantuma in mille pezzi, allora quasi sicuramente nasceranno tra i suoi membri le interazioni autentiche.
Questo significa che le persone imparano a convivere accettandosi reciprocamente per ciò che realmente sono, senza alcun mascheramento. Accettano cioè l'altro per ciò che piace, ma anche per ciò che non piace. Avviene ciò che dovrebbe accadere nella fase matura di un matrimonio, quando i coniugi imparano ad amarsi senza per questo idealizzarsi.
La nascita delle interazioni autentiche consente al gruppo di scoprire l'autogestione, di porsi il problema della propria organizzazione e della propria efficienza rispetto agli scopi per cui esiste. Di solito in questa fase il gruppo riesce a ridisegnare la propria organizzazione secondo un modello autogestionario, nel senso che sviluppa la partecipazione democratica di tutti i membri alla decisione, e la rete si ristruttura secondo un modello stellare.
L'animatore a questo punto diventa inutile perché ha portato a compimento la sua responsabilità educativa. L'inutilità è la migliore testimonianza del suo successo educativo. Un educatore infatti è stato realmente utile se è riuscito a divenire inutile.
Nel contempo il gruppo è passato dalla tolleranza, che è sempre una manifestazione parziale di accettazione dell'altro, alla fiducia, che è condivisione tra i membri del gruppo della libertà individuale e del diritto alla propria autorealizzazione in un clima di profonda solidarietà reciproca. Il progetto di autorealizzazione dell'altro interpella, nel nome dell'amore, la responsabilità della persona e non la lascia prigioniera del rispetto indifferente della libertà dell'altro quale è postulato dalla tolleranza L'interazione autentica è un modo di dire l'amore nelle temperie della vita sociale.

IL PROCESSO DI MATURAZIONE DEL GRUPPO E L'INDIVIDUO

Il processo che si è appena descritto è quello che favorisce in chi lo vive, in qualità di membro del gruppo, di maturare quella presa di coscienza.
Lo sviluppo delle interazioni autentiche è sia uno strumento di conoscenza di sé, sia di apertura incondizionata al mistero dell'altro da me. È chiaro che il processo di maturazione di gruppo de- scritto è sommario, non tiene conto di tutte le complesse dinamiche che accadono al suo interno, la cui sostanza è però deducibile dalle descrizioni che ne sono state fatte negli articoli precedenti. Quello che invece occorre qui segnalare è che le interazioni autentiche, che come si è visto consentono una più vera conoscenza di sé e degli altri, sono la via seguendo la quale la persona può abbandonare lo stile di vita che è dominato dalle norme e dai condizionamenti esterni, per scoprire la capacità di assumere consapevolmente nelle proprie mani la realizzazione del proprio progetto esistenziale. È un modo attraverso cui la persona ristruttura il senso della propria esistenza in modo che il suo vivere sia illuminato dal soffio della coerenza e dell'unitarietà. Esiste una forte correlazione tra maturazione di gruppo e presa di coscienza individuale. Una esperienza di maturazione di gruppo rende disponibile la persona, attraverso una più autentica accettazione di sé, alla accettazione autentica degli altri e della realtà del mondo e della cultura. È chiaro che l'animazione non esaurisce in questo il suo scopo. Infatti vi sono altri obiettivi che richiedono attività, riflessioni ed esperienze specifiche. Tuttavia questa esperienza di gruppo è il tessuto di base, la tela su cui tutti gli altri obiettivi possono essere disegnati. Se non si raggiunge questo, ovvero la maturazione di gruppo/presa di coscienza, tutti gli altri sono difficilmente perseguibili. L'esperienza di maturazione di gruppo è la condizione necessaria anche se non sufficiente dell'animazione culturale.