Animare un gruppo /8

Mario Pollo

(NPG 1987-08-49)


Nel suo manuale di dinamica di gruppo Mucchielli introduce la riflessione sul processo di decisione nel gruppo accennando al mistero, tessuto di libertà, che lo permea. Non è possibile non condividere questa suggestione, anche perché i tentativi di spiegare la decisione si scontrano con un livello di complessità tale da far apparire tutte le ipotesi di spiegazione come fondamentalmente riduttive.
Infatti è oramai sufficientemente accertato che nella decisione convergono motivi razionali e suggestioni emozionali, informazioni e sentimenti, valutazioni e pregiudizi, valori e simpatie, in un intreccio la cui complessità e difficilmente estricabile.
Ma forse è proprio questa consapevolezza dell'irriducibilità del processo di decisione a spiegazioni esaustive, o presunte tali, che genera in tutti gli studiosi ed in tutti gli utilizzatori della dinamica di gruppo la spinta a penetrarne il mistero.

LA DECISIONE COME PROCESSO DI COMUNICAZIONE

Una comune definizione del processo di decisione asserisce che esso è una azione in cui un certo insieme di conoscenze viene utilizzato per raggiungere un determinato obiettivo, considerato come valore. In altre parole questo significa che il processo decisionale si articola in due dimensioni: quella delle informazioni che si possiedono intorno all'oggetto della decisione; e quella costituita dal valore, affettivo prima di ogni altra cosa, che si attribuisce all'obiettivo che la decisione deve far raggiungere.
Queste due dimensioni, a ben guardare, sono le due tipiche di ogni processo di interazione umana: quella del contenuto e quella della relazione, su cui ci si è soffermati precedentemente. Questo parallelo tra decisione ed interazione non è generato dal caso, ma dal fatto che il processo decisionale di un gruppo non è che lo svolgimento di una sequenza complessa di interazioni. La decisione, cioè, è una particolare forma di interazione o di comunicazione all'interno del gruppo.
L'osservazione più analitica del processo decisionale di un gruppo consente di spiegare questa affermazione.
Ogni decisione si articola solitamente in almeno cinque passaggi successivi:
- la determinazione dell'obiettivo che la decisione deve consentire di raggiungere;
- la raccolta e la selezione dell'informazione necessaria e sufficiente per compiere una scelta motivata;
- la formulazione di una o di più proposte alternative;
- l'aggregazione del consenso intorno ad una proposta;
- l'inizio dell'azione intesa a raggiungere l'obiettivo.
È evidente che ognuno di questi cinque passaggi si fonda su di un processo di comunicazione.

I cinque passaggi del processo di decisione

Il primo, che consiste nell'individuazione dell'obiettivo, è l'espressione da parte del gruppo di uno o più valori. Infatti per un qualsiasi gruppo può divenire un obiettivo solo ciò che ha un valore, rispetto al sistema di riferimento dello stesso gruppo. Come si è visto è il sistema di riferimento, che raccoglie i valori e, quindi, le norme del gruppo, che devono essere considerate dei veri e propri orientamenti affettivi del gruppo. La fase di individuazione e di scelta dell'obiettivo è un fenomeno in cui attraverso le interazioni i membri esprimono i loro sentimenti rispetto alle necessità di adattamento del gruppo.
Il secondo passaggio, consistente nella raccolta e nella selezione dell'informazione necessaria alla decisione, è riferito invece ad un processo di comunicazione attraverso cui il gruppo manifesta le conoscenze che possiede e, nello stesso tempo, la sua capacità di ricercare ed appropriarsi di quelle possedute dall'ambiente sociale in cui è inserito. Questo significa che in questa fase le interazioni sono centrate prevalentemente sui contenuti conoscitivi e non sui sentimenti.
Il terzo passaggio, quello della proposta, è al confine tra la comunicazione che privilegia il contenuto e quella che privilegia la relazione. Infatti la proposta deve essere conseguente alle informazioni raccolte e selezionate dal gruppo e, nello stesso tempo, ottenere il consenso da parte dei membri del gruppo. Consenso che non può che essere l'espressione di un sentimento.
La fase della proposta deve essere considerata, quindi, come una sorta di confine tra la comunicazione centrata sul contenuto e quella centrata sulla relazione.
Il quarto passaggio, quello dell'aggregazione del consenso può avvenire solo all'interno dei sistema di riferimento del gruppo e/o di quello dei suoi singoli membri. Infatti l'espressione del consenso da parte dei membri del gruppo significa che essi condividono la proposta, in quanto la riconoscono efficace per la soluzione del particolare problema di adattamento del gruppo e coerente con il si- stema di norme e di valori del gruppo e degli individui che lo formano.
Qualsiasi individuo per accettare una proposta deve poterla comprendere come coerente al suo personale sistema di norme e di valori e, soprattutto, essa deve provenire da una persona che incarna nella sua condotta lo stesso sistema di norme. Se prima non si costituisce un sistema di norme comuni difficilmente i membri del gruppo potranno accogliere unanimemente una qualsiasi proposta, anche se proviene da una persona dotata di elevato prestigio.
È chiaro che l'accettazione di una qualsiasi proposta innesca l'espressione della dimensione affettiva all'interno della vita del gruppo. Una proposta che riguardi l'adattamento del gruppo non viene mai accolta solo sulla base di una valutazione di ordine razionale, ma soprattutto perché essa suscita una reazione affettiva positiva. Nessuna argomentazione, per efficace e razionale che sia, riesce a convincere, almeno nell'immediato, una persona se questa la vive come contradditoria rispetto al suo sistema di riferimento. Nella valutazione di una proposta opera, perciò, la dimensione affettiva legata al sistema di riferimento normativo e valoriale della persona.
Il quinto passaggio, inerente l'azione per il raggiungimento dell'obiettivo, ha inizio quando i membri del gruppo hanno costruito un sistema di riferimento comune rispetto all'argomento della decisione, oppure quando qualcuno (una parte del gruppo od una persona) ha imposto la proposta, in virtù del suo potere, al resto del gruppo.
Ora, dopo avere descritto quali sono le dimensioni complesse della vita di gruppo che il processo decisionale innesca, è necessario affrontare i problemi più rilevanti che tale processo comporta.

LA DECISIONE FRUTTO DELLA PARTECIPAZIONE DI TUTTI

Il processo decisionale subisce degli andamenti totalmente diversi a seconda del grado di coinvolgimento in esso dei membri del gruppo.
Quando tutti i membri del gruppo partecipano alla decisione, perché questa possa essere presa rapidamente è necessario che tutti posseggano lo stesso sistema di riferimento. Se, come sovente capita, i membri possiedono differenti sistemi di riferimento la decisione non può essere presa rapidamente, almeno in un modo che sia giudicato soddisfacente da tutti membri. In questi casi è necessario che l'animatore intervenga per aiutare il gruppo a comprendere che i suoi problemi di decisione sono dovuti alla diversità dei sistemi di riferimento dei singoli membri. Per fare questo deve stimolare i membri del gruppo a rendere espliciti i loro personali sistemi di riferimento. È solo la conoscenza ed il confronto dei sistemi di riferimento personali che può innescare nel gruppo una procedura «razionale» di costruzione di una decisione comune.
Ci sono, chiaramente, anche altre strade. Quella più naturale e spontanea nasce dalla paura di molti membri del gruppo di perdere la stima e l'amicizia degli altri, se continuano a mantenere una posizione di rifiuto della proposta maggioritaria o di quella espressa dalla persona più autorevole del gruppo. È questo una sorta di ricatto affettivo che si innesca automaticamente nella maggior parte dei gruppi, senza che qualcuno ne sia consapevolmente responsabile. Questo meccanismo di regolazione collettivo fa leva sulle ansie primarie delle persone, che, come si ricorderà, sono quelle evocate dalla favola del porcospino. Questo fenomeno conferma l'affermazione prima fatta che gran parte del processo decisionale ha sede nella dimensione affettiva della vita di gruppo.
Le modalità di formazione della decisione, appena descritte, per quanto naturale, non sono utili alla costruzione di un itinerario autenticamente educativo del gruppo. L'animazione culturale, come si è visto più volte, mette al centro lo sviluppo della coscienza, della possibilità della persona di governare; nel segno dell'autonomia, della libertà e dell'amore, la propria vita. Ora la manipolazione del ricatto affettivo, e delle ansie più profonde ad esso connesse, non aiuta certo le persone a sviluppare la loro coscienza e la loro libertà-autonomia.
La capacità cosciente di mettere a nudo il proprio sistema di riferimento, di confrontarlo con quello degli altri ed, eventualmente, di modificarlo consapevolmente è, invece, un modo molto più maturo di gestire l'uscita dalla propria soggettività e l'incontro di quella degli altri nell'oggettività, parziale, della socialità. Questa modalità consente anche di gestire, senza rinunciare alla propria individualità, i processi di condizionamento che la vita collettiva provoca inevitabilmente. L'educazione alla decisione nel gruppo è un capitolo importante dell'animazione essendo essa tesa alla formazione di una coscienza libera ed emancipata.
Da notare che se non si attua il confronto dei sistemi di riferimento è possibile, anzi quasi certo, che si inneschi un processo di chiusura degli individui all'interno di sottogruppi omogenei per sistemi di riferimento. Questo fenomeno rende la decisione assai più complessa e la allontana moltissimo da un esito di tipo razionale. Il gruppo poi aumenterà la sua frammentazione perché tenderanno a ridursi le relazioni tra i sottogruppi.
Non tutti i gruppi però consentono la partecipazione paritaria dei membri alla decisione. In questo caso il discorso sulla decisione assume delle caratteristiche diverse.

Partecipazione differenziata alla decisione

Nei gruppi in cui non è consentita la partecipazione di tutti i membri alla formulazione delle decisioni, si verificano, di solito, due situazioni opposte. Mentre all'interno di un gruppo che possiede un sistema di riferimento comune, se la decisione viene assunta dal leader o dalle persone a cui si riconosce autorità o prestigio, quasi sicuramente i membri del gruppo reagiranno positivamente, con rispetto e, quindi, non manifesteranno alcuna forma di risentimento e di disapprovazione, nei gruppi in cui non esiste un sistema di riferimento comune, invece, i membri reagiranno con ostilità alle decisioni prese.
Queste osservazioni indicano che le forme di oligarchia, o comunque molto centralistiche di decisione e di comando all'interno di un gruppo, richiedono l'esistenza di un omogeneo e forte sistema di riferimento tra i membri. In questo tipo di gruppo di solito il leader è colui che meglio incarna nella sua condotta le norme ed i valori comuni.
Questo fatto è sufficiente a garantire ogni membro del fatto che nessuno meglio del capo rispetterà le norme ed i valori del gruppo nelle decisioni che assumerà.
Il leader, cioè, viene vissuto dai membri come una sorta di Super-Io del gruppo, come la stessa funzione normativa del gruppo. È questa funzione, del tutto particolare, quella che rende possibile ai singoli membri del gruppo l'accettazione di quelle decisioni prese dal leader che essi non riescono a comprendere sino in fondo. L'autorità del capo nasce perciò dal fatto che essa è riconosciuta come l'espressione del canone culturale del gruppo.
Secondo Freud il canone culturale - inteso come «la somma delle realizzazioni e degli ordinamenti che differenziano la nostra vita da quella dei nostri progenitori animali» - serve a due scopi fondamentali: proteggere l'umanità dalla natura e regolare le relazioni degli uomini tra di loro.

La presenza del leader

Il canone culturale, secondo questa interpretazione, rappresenta la «legge del padre» ché sancisce la rottura dell'uomo con la natura, vista come il nucleo biologico dell'umano che si esprime attraverso l'istintualità.
Esso è quindi a tutti gli effetti una sorta di Super-Io culturale.
È chiaro che l'adesione delle persone al Super-Io di gruppo rappresentato dal leader non testimonia di una elevata maturità ed autonomia delle stesse. Infatti la condizione umana più evoluta e matura è quella in cui la legge del Super-Io è superata da quella dell'amore. Ciò significa che in una persona matura il comportamento coerente rispetto ad un certo insieme di valori non nasce da una costrizione esterna, ma bensí da una motivazione di amore interiore.
Diversa è la situazione, come si è già accennato, di quei gruppi in cui non esiste un sistema di riferimento accettato da tutti i membri, ma in cui qualcuno tenta lo stesso di decidere in nome e per conto del gruppo. In questo caso è facilissimo che si manifesti l'ostilità dei singoli membri verso chi propone la decisione.
Questo si verifica perché mancando un comune sistema di riferimento, manca anche una comune valutazione del livello di prestigio dei singoli membri del gruppo. La mancanza di un sistema di riferimento comune non blocca o ritarda la decisione solo nel caso di gruppi organizzati secondo un modello centralizzato. Questo perché, in questo tipo di gruppo, la posizione centrale offre all'individuo che la ricopre un livello di informazione e di potere tali da consentirgli di far accettare rapidamente agli altri membri del gruppo la sua decisione. Ciò anche in assenza di un sistema di riferimento comune.
Da sottolineare che in questo caso particolare la posizione centrale assicura a chi, o a coloro che la ricoprono un certo prestigio, indipendentemente dalla condivisione delle norme e dai valori. La condivisione dei valori sarà comunque favorita dal prestigio del leader perché essa provocherà una progressiva adesione da parte di alcuni, se non dalla maggioranza, dei membri del gruppo alle posizioni del leader.
Da notare che la presenza di un leader di questo tipo all'interno del gruppo costituisce in alcuni casi un ottimo pretesto all'abulia e al disimpegno dalle responsabilità dei suoi membri, che potranno sempre eleggere, quando le cose vanno male, il leader a capro espiatorio.

Le decisioni «urgenti»

Esiste, infine, una restrizione della decisione a pochi membri che si verifica quasi sempre quando il problema è urgente e sentito come decisivo per la sopravvivenza del gruppo o per il suo adattamento all'ambiente circostante. In questo caso nel gruppo si forma una struttura molto gerarchica e centralizzata, non si raccolgono tutte le informazioni necessarie per una decisione corretta e si hanno poche comunicazioni tra i membri in ordine al problema su cui il gruppo deve decidere.
La stessa situazione, naturalmente per cause diverse, si verifica nei gruppi molto numerosi anche per decisioni non assolutamente urgenti.
Nei gruppi molto numerosi è quasi certa la formazione di una sorta di oligarchia e la restrizione a questa, quindi, del processo decisionale.
Dalle cose sin qui dette emerge con chiarezza qual è la procedura che, meglio di altre, può garantire un processo decisionale tale da garantire ad ogni persona la possibilità di una sua piena partecipazione sotto il segno dell'autonomia. Dato che l'animazione non può che proporre la costruzione di situazioni di gruppo che consentano alla autonomia ed alla libertà delle persone di esprimersi al massimo livello, è necessario allora che essa operi per:
- stimolare il gruppo al reperimento delle informazioni necessarie alle decisioni;
- stimolare la distribuzione delle stesse informazioni tra tutti i membri del gruppo;
- favorire il confronto intorno ai sistemi di riferimento personali dei membri del gruppo;
- creare le condizioni perché più membri del gruppo possano fare proposte;
- controllare che la scelta delle proposte avvenga in modo democratico;
- stimolare l'azione conseguente alle proposte;
- verificare con il gruppo, dopo il tempo necessario, gli effetti della decisione sulla vita del gruppo.
Questo senza dimenticare la natura profondamente affettiva del processo decisionale e, quindi, della impossibilità di ridurlo ad una dimensione puramente razionale. È già comunque una grande conquista educativa il verificarsi della percezione, da parte dei membri del gruppo di animazione, della natura profonda dei processi decisionali che avvengono nei gruppi umani.