Mario Delpiano

(NPG 1986-06-62)


Avviare una riflessione sulla pastorale dei preadolescenti significa porsi delle domande, individuare i problemi, intorno alla prassi che le comunità ecclesiali realizzano nei confronti di questo universo di soggetti; una prassi che è motivata dalla volontà di servire il farsi della salvezza in una ben determinata situazione storica.
Nei contributi precedenti, presentati sulla rivista, sono stati offerti elementi di lettura e di interpretazione che sollecitavano ad una verifica dell'azione pastorale in atto, e rilanciavano l'esigenza, quanto mai urgente, di un approfondimento in vista di una riprogettazione.
Sentiamo che l'impegnativo cammino intrapreso di una più fedele lettura-interpretazione del mondo dei preadolescenti, avviata con gli strumenti della ricerca psicosociale e proseguita con quelli dell'animazione culturale, deve andare oltre. E questo anzitutto da parte delle comunità ecclesiali, che attraverso l'educazione intendono essere testimoni dell'e- vangelo di Gesù ai preadolescenti: è in questione una prassi educativa che, in una prospettiva transignificata (quella credente), si autocomprende come prassi di evangelizzazione.
Intendiamo perciò avviare una riflessione più organica e sistematica, collocata dichiaratamente in prospettiva pastorale, sulla situazione concreta dei preadolescenti di oggi, coi quali le comunità ecclesiali cercano comunicazione.
Analizzeremo in un successivo momento lo stato della comunicazione tra comunità ecclesiale e preadolescenti, per individuare cosa di fatto avviene durante questo incontro, e cosa accade dopo.
È un'analisi, quella che intendiamo operare, che è finalizzata ad individuare le condizioni possibili di un incontro arricchente e liberante per entrambi i poli di questo scambio comunicativo.
Con questo tentativo non intendiamo minimamente sostituirci alle comunità ecclesiali che, anzi, riconosciamo come unici soggetti capaci di autolegittimazione, in grado di cogliere le possibilità reali di farsi presenza liberante ed offerta significativa per i preadolescenti attuali. È perciò al loro interno che questo intervento intende collocarsi, per una crescita della capacità progettuale comunitaria. In questo senso, un vero e proprio progetto pastorale non potrà sorgere se non all'interno di un ben definito contesto spazio-temporale, dove ciascuna comunità ecclesiale opera per la realizzazione del Regno.
Lo studio della situazione dei soggetti destinatari di questa prassi pastorale (i preadolescenti) ci ha fermamente convinti dell'urgenza e della improrobagilità di un ripensamento approfondito e serio della prassi attuale.

UNA LETTURA DELLA SITUAZIONE IN PROSPETTIVA PASTORALE

Il primo passo verso la realizzazione di un progetto di azione sulla realtà e con le persone risponde ordinariamente all'esigenza di «fare il punto della situazione».
Stiamo coi piedi per terra, ben radicati in ciò che si fa e si costata. Abbiamo ormai acquisito la convinzione che un progetto di azione è possibile soltanto nella misura in cui si riesce a fotografare le cose come stanno e si prende coscienza della prassi con un profondo senso della realtà, chiamando i problemi e le cose per nome. Ma questo non basta; bisogna anche saper leggere le cose con fantasia: con quella capacità di prendere le mosse dalla situazione per muoversi in direzione di una scommessa su quel che ci appare, per farlo evolvere oltre, nella direzione del possibile, del cambiamento. È una scommessa questa a cui nessun operatore può sottrarsi, pena la rinuncia ad intervenire.
Il punto di partenza per il progetto pastorale ci sembra dunque quello di guardarci attorno per vedere cosa capita, nel mondo ecclesiale e nel mondo dei preadolescenti.
Vedere, osservare, registrare, interpretare, ma da quale prospettiva? Con quali «lenti», con quale strumentazione osservare e descrivere il paesaggio variegato delle prassi pastorali e l'arcipelago preadolescenziale? Quanto spesso davanti alla stessa realtà delle situazioni ci accorgiamo di essere portatori di letture differenti, spesso tutt'altro che convergenti! Hanno senso perciò gli interrogativi posti. Ci chiedono di collocarci all'interno del pluralismo di letture e di modelli interpretativi.
Per un approccio analitico al mondo dei destinatari, diversi sono i contributi che possono essere offerti delle scienze umane; tutti collocati su prospettive particolari e complementari: da quella sociologica e quella psicologica a quella culturale.
In passato anche la nostra rivista ha operato questi tentativi, magari non sempre soddisfacenti.
Abbiamo anche tentato una lettura globale di tipo progettativo, propria di chi si colloca sul terreno educativo. Ad essa rimandiamo perché la riteniamo indispensabile per la presente lettura pastorale; del suo contributo ci avvaleremo anche nella nostra prospettiva.[1]
La presente collocazione tuttavia è ulteriore, e a nessuna delle prospettive precedenti intende ridursi, in quanto vuole produrre una lettura «pastorale» della situazione. Naturalmente senza crisi di identità per le differenti prospettive e senza complessi di inferiorità o di superiorità per la pastorale stessa. È solo una lettura diversa che ha la pretesa di legittimarsi da sé, per il proprio statuto epistemologico. Essa infatti possiede una propria «ottica interpretativa» della situazione, un modo tutto suo di definire l'oggetto di indagine e il campo d'intervento: la domanda di salvezza e il farsi di questa salvezza in situazione.
La pastorale non si appropria di una «fetta» della realtà, non si ritaglia un «piccolo orticello» da coltivare in pace, ma si colloca, pur con un modo e uno stile tutto suo, all'interno della medesima realtà su sui tutti operano: il mondo dell'uomo e la sua avventura storica.
Per questo diventa quanto mai necessario esplicitare le «precomprensioni» di tipo antropologico e teologico che stanno a monte delle scelte di campo della pastorale; presentare il bagaglio strumentale (concetti, categorie, costrutti, modelli interpretativi) attraverso cui far emergere il dato «nuovo» dell'umano, rispetto ad ogni altra collocazione; un dato che essa interpreta come sfida da accogliere, problema da cui muovere per la riformulazione del progetto.

L'INCARNAZIONE COME PROSPETTIVA

Sarebbe anzitutto necessario sviluppare ampiamente quello che sta a monte come quadro di riferimento ideologico della pastorale, ma i lettori di «NPG» conoscono ampiamente le precomprensioni di tipo antropologico e teologico che soggiaciono al modello di pastorale a cui ci si riferisce.
Si rende tuttavia opportuno, soprattutto per coloro che abbordano per la prima volta la nostra proposta mossi dall'interesse per la pastorale dei preadolescenti, richiamare alcuni punti fermi che naturalmente vanno approfonditi e discussi.
La prospettiva teologica che dà respiro a apertura al nostro modello di pastorale è quella dell'Incarnazione.[2]
L'evento dell'Incarnazione, espresso dalla storia di Gesù di Nazareth e della comunità di coloro che si sono messi alla sua sequela nella condivisione della sua causa (il Regno), si fa per noi criterio di interpretazione e prospettiva di progettazione della prassi del Regno.
Nell'Incarnazione ritroviamo la grande scommessa di Dio sull'uomo, sulla storia di ogni uomo e dell'umanità intera. Questo evento ci rivela la inscindibilità tra storia dell'uomo e storia della salvezza, tra storia di Dio e storia dell'uomo, perché la vita dell'uomo, il suo cammino di umanizzazione, la sua parabola storica, sono il luogo in cui Dio gli si fa vicino e si rivela come presenza discreta, che sostiene e sollecita libertà e responsabilità. Una vicinanza e una compagnia misteriose, orientate a che l'uomo realizzi la propria vita in pienezza di senso, cioè accondiscendendo a quel senso entro cui la vita stessa gli è stata consegnata: una vita felice perché vissuta nel dono.
L'evento dell'Incarnazione colloca perciò «la vita dell'uomo» al centro del farsi della salvezza. In esso traspare inconfutabilmente la «passione di Dio per la vita dell'uomo» e il suo pieno auto- coinvolgimento nella storia e nella persona di Gesù di Nazareth. Nella storia di Gesù emerge la imprevedibile iniziativa dell'amore per la vita dell'uomo da parte di Dio, ma anche la inimmaginabile grandezza dell'uomo, reso capace di «dar carne» (presenza, espressione, visibilità) al mistero inesprimibile di Dio. L'umanità dell'uomo è aperta dunque ad esplodere in pienezza tale da rendere visibile l'invisibile, e questo per dono, non certo per conquista autosufficiente. Un dono che fonda e appella ad una risposta collaborante e libera.
Guardare dunque da questa prospettiva al mondo dei preadolescenti, vuol dire, per le comunità ecclesiali, leggerlo con «uno sguardo nuovo», lo sguardo attraverso cui Dio in Gesù guarda l'uomo.
Vuol dire interrogarsi sul farsi vicino e visibile di quella presenza misteriosa, discreta, di Dio nella storia degli uomini di oggi, in particolare nella storia dei «nostri particolari destinatari».
La situazione dei preadolescenti (naturalmente una storia solidale con quella di tanti altri soggetti individuali e collettivi) è, nella nostra prospettiva, «luogo» in cui si realizza l'evento salvifico oggi, il farsi carne di Dio nella esistenza dei preadolescenti di oggi.
Le comunità ecclesiali, soggetti della pastorale, si collocano dunque di fronte al mondo dei preadolescenti con una apertura e disponibilità interpretante, per scorgere nella loro vita quotidiana, nella avventura migratoria del loro faticoso «esodo» (il cambio rapido di cui sono in parte soggetti e in parte spettatori), i segni del Regno che lievita all'interno di quel mondo; per individuare la direzione del farsi vicino di Dio nella loro fatica di farsi uomini.

Il modello per una lettura pastorale

La circolarità ermeneutica definisce il modello, lo strumento attraverso cui cercheremo di decifrare il farsi di questa salvezza dentro questo mondo di persone che crescono; questa circolarità si realizza in un dare e ricevere continuo tra esperienza dei preadolescenti, esperienza delle comunità ecclesiali ed esperienza salvifica in Gesù di Nazareth che queste comunità oggi vivono.
Attivando uno scambio fecondo le comunità scommettono nella possibilità di «dar parola», anche se in maniera sempre inadeguata, all'indicibile mistero che percorre la esistenza di tutti i preadolescenti (il farsi vicino di Dio nel loro farsi uomini) e ciò attraverso le loro stesse parole, i gesti, l'esperienza vitale.
La condizione vitale imprescindibile per realizzare questa lettura interpretante fatta di dare e ricevere insieme, è quella di chi si appassiona per la loro vita e per la loro crescita. Solo chi rischia qualcosa di sé in un rapporto carico di fiducia e di accoglienza, in una relazione comunicativa, per rendere onore e far crescere in loro la vita e il mistero che essa si porta dentro, è nella condizione di poter leggere in profondità la vita dei preadolescenti.
Si tratta di leggere le cose da una prospettiva in cui Dio e uomo in Gesù guardano, insieme con tenerezza e premura, al mondo dell'uomo.
Solo dunque chi intende giocarsi nel servire il Regno nel mondo dei preadolescenti è nella condizione di una lettura corretta della loro situazione.
La passione per la vita dei preadolescenti e per il suo sviluppo in pienezza si traduce perciò in servizio, in passione educativa. La passione per la vita del preadolescente da parte delle comunità ecclesiali si incarna in una scelta operativa: l'educazione come servizio per la crescita della persona; il voler giocare qualcosa della propria vita per la vita di altri, nella consapevolezza di giocare con la vita anche un po' della propria morte.
In questa prospettiva ogni gesto, per quanto povero e piccolo, in ogni caso sempre inadeguato e nel provvisorio, che tuttavia sia capace di far crescere in umanità il preadolescente, è un gesto grande e sconfinato, perché ha il sapore della salvezza, il sapore dei gesti di Dio per l'uomo, incarnati nei gesti salvifici e umani di Gesù di Nazareth. Cosí il modo per far crescere nella salvezza il preadolescente, per la comunità ecclesiale, diviene oggi il fare educazione.
L'educazione è quell'insieme di gesti umani che coloro che hanno vissuto prima pongono nei confronti di coloro che nascono alla vita adulta, perché raggiungano la loro pienezza in umanità.
Sono gesti carichi di umanità, e che perciò rinviano (gesti simbolici dunque) ad una esperienza di salvezza data dentro l'esperienza educativa, perché coloro che la offrono sono portatori di una intenzionalità che attraversa l'educativo e si sporge oltre ancora; sono testimonianza di una storia che è più grande ancora di ogni storia educativa, di un incontro tra persone.

L'evangelo come buona notizia per i preadolescenti oggi

Le comunità ecclesiali sono però consapevoli di una grande verità che hanno sperimentato: l'esperienza della salvezza vissuta nella propria storia, letta alla luce della storia di Gesù, è qualcosa che trasforma tutta la persona.
Chi ha incontrato la salvezza nella propria vita quotidiana non è più come prima: ne è cambiato fin nel proprio intimo. Chi ha incontrato Dio in Gesù di Nazareth ne è sconvolto: ha trovato tutto quello che cercava, non perché ha lasciato tutto, ma perché ha trovato la verità da cui già era posseduto.
Le comunità ecclesiali hanno vissuto questa esperienza: l'incontro con Dio nella esistenza di ognuno è diventato l'evento felice, la meravigliosa esperienza esemplare attorno a cui la vita di ognuno si è riformulata. Qualcosa è cambiato e profondamente in tutti coloro che hanno vissuto questo incontro.
Consapevoli di questo le comunità ecclesiali assumono in piena consapevolezza il compito irrinunciabile dell'evangelizzazione: ad esse non basta più riconoscere e confessare la presenza di Dio nella vita quotidiana dei preadolescenti, nella loro esperienza di crescita e di farsi uomini adulti; sentono infatti il bisogno irrefrenabile di comunicarlo, di renderli consapevoli.
È dunque importante che questa esperienza sia colta dai preadolescenti in una consapevolezza crescente e in una decisionalità sempre più libera e matura.
Vivere la crescita e lo sforzo di urnanizzazione nella consapevolezza di non essere soli, di essere in «buona compagnia», in compagnia di Dio come colui che libera la crescita, è qualcosa di nuovo e di rigenerante. È una scoperta che non lascia tutto come prima, ma si rivela davvero come «buona notizia» per i preadolescenti.
La scoperta carica di speranza che le comunità ecclesiali fanno del compiersi della salvezza nella esistenza dei preadolescenti deve diventare «buona notizia» per loro, non solo per le comunità! Una buona notizia che li può davvero aiutare a vivere felici, che fa crescere in loro la passione per la vita e la voglia di viverla pienamente. Non è indifferente tutto questo.
In questo senso la scelta della evangelizz27ione ha il suo primato anche nella pastorale dei preadolescenti.
Si tratterà perciò di interpretare il mondo dei preadolescenti da questa precomprensione. La domanda sarà: come può agganciarsi questo annuncio alla loro esperienza di vita che è esperienza di crescita, di cambiamento profondo? Qual è il grado di consapevolezza soggettiva da loro espresso e come può crescere?
L'evangelo inoltre ha la pretesa di raggiungere tutti i preadolescenti, di essere felice esperienza offerta e accolta in consapevolezza da tutti quanti, nessuno escluso. Anzi esso ha la pretesa di essere felice risposta alle situazioni più povere di vita, a partire da quei soggetti in cui la passione per la vita pare sopita, la voglia di «vivere in prima persona» negata; a coloro nei quali forme di morte sembrano prevalere sulla espressione della vita. Per questi innanzitutto l'evangelo di Gesù vuole essere buona notizia.
È dalle situazioni più disumane e cariche di morte che prende avvio il farsi storico della salvezza. Dio in Gesù ha manifestato di non voler lasciar dietro nessuno; per questo ha rivolto la sua attenzione alle situazioni più disperate e all'apparenza irredimibili.
Queste considerazioni ci sollecitano ad assumere una prospettiva che privilegi una lettura «di parte», schierata, della situazione dei preadolescenti; una lettura che privilegia e pone al centro la situazione dei più poveri in umanità, e che si esprime nella «scelta degli ultimi».
È a partire dagli ultimi tra i preadolescenti di oggi che noi crediamo di essere fedeli al farsi dalle salvezza, fedeli contemporaneamente al progetto di Dio avviato da Gesù e fedeli ai preadolescenti, in quanto fedeltà all'uomo in situazione.

GLI INTERROGATIVI PER UN'ANALISI DELLA SITUAZIONE

Dopo aver espresso, anche se in forma sintetica, le precomprensioni che stanno a monte del modello pastorale qui assunto, ci muoviamo in direzione di una lettura della situazione.
La lettura della situazione con uno sguardo pastorale cerca di mettere a fuoco anzitutto la qualità della «domanda», tutta collocata sul versante dei destinatari.
Ci chiediamo: che cosa cercano i preadolescenti odierni? Quali domande pongono alle comunità ecclesiali? Si rivolgono ancora ad esse, o forse non guardano altrove nella faticosa ricerca di risposte alle personali domande di vita? È alle comunità ecclesiali che essi chiedono sostegno nella fatica della elaborazione dei loro bisogni?
Questo ci appare il primo versante dell'analisi.
Il secondo versante su cui concentrare la nostra attenzione è quello della «offerta» delle comunità ecclesiali ai preadolescenti. Che cosa offrono con la loro azione formativa? A quali domande intendono rispondere oggi le comunità ecclesiali, e come è la qualità della loro offerta? Avviene e «come» si realizza l'incontro tra le comunità ecclesiali e il mondo dei preadolescenti?
C'è incontro tra domanda dei preadolescenti e offerta delle comunità ecclesiali? C'è davvero comunicazione?

Quale domanda nei destinatari?

Facciamo anzitutto luce sul primo versante dell'analisi: cerchiamo di interpretare la domanda che i preadolescenti esprimono, quella consapevole e tematizzata, espressa forse in forma riduttiva e superficiale, e quella più profonda, ancora scarsamente tematizzata e inconsapevole; si tratta di una domanda che ogni comunità appassionata alla loro vita può cogliere come domanda importante e carica di dignità, da accogliere e da far crescere: da educare.
Sorge però un interrogativo preliminare: quale domanda intendiamo ricercare e focalizzare in prospettiva pastorale? L'approccio psicologico infatti può mettere in luce dinamismi evolutivi, bisogni e tentativi di ricercare risposte, percorsi di soddisfazione, soluzioni ai bisogni attraverso l'interazione con l'ambiente, con le persone e con il loro mondo culturale.
L'approccio sociologico ci può segnalare la domanda di socializzazione e le direzioni privilegiate verso cui i preadolescenti nella società complessa orientano la loro espansione nel mondo sociale.
L'approccio culturale può offrirci indizi almeno della domanda di elaborazione simbolica che i preadolescenti esprimono per organizzare la loro esperienza della realtà all'interno di un proprio mondo rappresentativo, attraverso il sistema dei simboli della cultura (o delle culture) in cui oggi sono collocati.

La domanda nella prospettiva pastorale

In una prospettiva pastorale noi cerchiamo di far luce attorno alla esistenza della «domanda religiosa» e alla modalità attraverso cui questa domanda si sviluppa, germina e si esprime nei preadolescenti.
È qui in gioco uno dei costrutti privilegiati del nostro modello pastorale. È come la rete, lo strumento concettuale, che ci permette di pescare nel mondo dei preadolescenti secondo quella prospettiva specifica in cui ci collochiamo; la sola prospettiva che ci permette di far luce su quello che ci interessa e andiamo cercando: il farsi della salvezza nell'esistenza dei preadolescenti di oggi e il suo farsi consapevole.
Questa ricerca nascosta, profonda, di salvezza, la vogliamo scorgere nei preadolescenti di oggi.
Per questo è necessario specificare che cosa si intende per «domanda religiosa».[3]
Dire che l'uomo porta dentro di sé delle domande (domande di vita), è una affermazione di non poco peso in campo antropologico. È asserire che l'uomo è in una continua ricerca di equilibrio mai raggiunto pienamente; che l'uomo è un essere incompiuto. È portare volutamente l'attenzione sulla sua continua inarrestabile tensione verso la completezza, verso livelli di organizzazione della propria vita sempre più complessi; è dire che l'uomo è desiderio e slancio vitale.
La domanda è il modo globale dell'uomo di porsi e di interpretarsi per trovare all'interno della realtà naturale e sociale, culturale per l'appunto, delle vie, dei percorsi di risposta attraverso cui elaborare le domande che si porta dentro.
In questo modo l'uomo viene organizzando progressivamente la realtà (proprio in questa dinamica di domande e di risposte) «costruendola» dentro la rappresentazione di un mondo ordinato, rappacificante, significativo, entro cui vivere e «sentirsi a casa».
Asserire in prospettiva pastorale che l'uomo è portatore di una «domanda religiosa» significa non voler rinchiudere l'uomo all'interno di un mondo in cui egli è come il «centro» e il costruttore dei confini. Significa invece riconoscere nell'uomo uno «sbilanciamento», uno sporgersi oltre se stesso, al di là del mondo costruito, al di là della rete di relazioni intessute con le cose, gli altri, la natura, le strutture sociali.

I diversi livelli di sviluppo delle domande-risposte

La ricerca operosa e instancabile di «soluzioni» ai problemi legati alla sopravvivenza e alla organizzazione della vita di tutti i giorni costituisce il primo livello di elaborazione della domanda di vita dell'uomo (livello dei significati).
Essa poi si dilata verso un nuovo livello, come «ricerca di senso» delle esperienze che l'uomo vive; e neanche qui essa si arresta e viene saturata. La domanda umana continua, prosegue oltre ancora, si sporge ulteriormente.
Domande di significato e domande di senso, ricerca ininterrotta di possibilità più adeguate di vita (esperienze che offrono risposte e saturano determinati bisogni e regalano insieme sorprendenti frammenti di senso) non sono ancora il termine della ricerca di equilibrio del sistema uomo. L'uomo con la sua sete di vita e con le sue domande vitali rimane «sbilanciato» oltre tutte le risposte che scienza e saggezza riescono a produrre.
Attraverso l'elaborazione del senso del limite della propria esistenza e il superamento di una rappresentazione narcisistica e autosufficiente (la rottura del guscio in cui a volte è prigioniero) l'uomo giunge a scorgere dentro di sé delle domande che, anche dopo il confronto con le più diverse culture, rimangono aperte e brucianti, attuali e invalicabili.
Sono le domande che pongono l'uomo e la sua esistenza come domanda a se stesso, come cifra; sono come frecce lanciate verso l'ignoto, verso qualcosa di ulteriore capace di saturarle, ma di cui l'uomo stesso non può «disporre». Esse rimandano ad un'alterità e ad una assoluta gratuità del darsi della risposta, in modo tale che all'uomo non spetta altro che accogliere, nella meraviglia e nello stupore, un «di più di senso» che gli si offre, atteso e sperato soltanto, imprevedibile e indisponibile, creduto e sperimentato come presente dentro un'esperienza di fede religiosa.
Questo è il livello della «domanda religiosa», che noi chiamiamo «invocazione» quando giunge alla sua piena e consapevole espressione nell'uomo che vive e riconosce la propria finitudine.
Ancora una seconda precisazione si rende necessaria.
Questa «domanda religiosa» non la dobbiamo cercare al di fuori delle domande di vita dell'uomo, e perciò del preadolescente. La domanda religiosa è una domanda contenuta, magari in forma non ancora tematizzata e consapevole, all'interno di ogni domanda di vita. Non è un di più che si aggiunge dal di fuori, non è neppure una domanda che si pone «accanto» ad altre domande; è dentro tutte, come i frutti nel fiore.
Essa esprime il livello più profondo della ricerca dell'uomo.
La domanda religiosa è una possibilità ulteriore di germinazione contenuta in ogni domanda di vita (domanda di cose, di significato, di senso) per quanto povera essa possa apparire, per quanto superficialmente essa possa essere formulata dal soggetto. È la domanda più totalizzante e più radicale che possa esprimere l'esistenza dell'uomo, anche se essa può emergere e svilupparsi fino ad una piena consapevolezza, solo a certe condizioni lungo la storia della sua vita.
L'intento della pastorale infatti è proprio quello di scoprire, accogliere e educare questa domanda profonda dell'uomo, e offrirgli al tempo stesso la possibilità di una esperienza di risposta gratuita e inaspettata. E questo la comunità ecclesiale lo realizza attraverso la via della mediazione simbolica: prassi di salvezza come simbolo immediato, ritualità e simbologie vitali, ermeneutica del simbolico.[4]

L'elaborazione della domanda

Ma c'è ancora una precisazione da fare attorno alla domanda religiosa e alle sue condizioni di germinazione.
Alla domanda religiosa l'uomo vi giunge solo attraverso il faticoso cammino della elaborazione della domanda di vita nei suoi diversi livelli entro i quali si articola e si sviluppa: dalla semplice domanda di «cose», beni, oggetti necessari o superflui, da consumare e da manipolare in funzione dei bisogni (è il livello ancora reificato della domanda e della oggettivazione dei bisogni soggettivi) alle domande di significato (quelle che riguardano la gestione dei problemi concreti e quotidiani dell'esistenza e investono la vita nel suo spessore tecnico e pragmatico); da queste alle domande di senso (un nuovo livello, qualitativamente diverso, della domanda, che si riferisce al «senso globale» delle diverse esperienze che l'uomo vive in quanto esperienze di valore, di bontà delle cose e del mondo) fino allo sporgersi della domanda di vita nella direzione di un «di più di senso» invocato e atteso.
È all'interno dunque della vita e della domanda di vita che noi andiamo alla ricerca della domanda religiosa del preadolescente.
E ciò nel rispetto di quel cammino faticoso e misterioso di affinamento, di approfondimento dei livelli diversi in cui la domanda giunge alla consapevolezza del preadolescente.
Nella lettura dunque della «domanda di vita» del preadolescente saremo attenti ai diversi livelli, senza riduzionismi e senza mistificazioni che tentino di cortocircuitare la domanda.
Ma dovremo anche assumere come punto di partenza la «domanda di vita» del preadolescente nelle sue forme più elementari e povere; è al suo interno che occorre scavare e cogliere la espressione anche solo puntiforme, momentanea, della domanda religiosa o la possibilità di una sua germinazione attraverso un lento «viaggio in profondità».


NOTE

[1] Si veda l'articolo: Verso una proposta di animazione dei preadolescenti, in NPG 2/1980, pp. 60-71
[2] Per questo rimandiamo all'articolo di R. TONELLI, L'incarnazione come criterio della pastorale, in NPG 8/1986 pp. 3-14, e per un quadro globale R. TONELLI, Vent'anni di pastorale giovanile: una proposta che conti­nua, in NPG 1/1986
[3] Cf R. TONELLI, Pastorale giovanile. Dire la fede in Gesù Cristo nella vita quotidiana, Roma 1982, pp. 41-44 e 172-173.
[4] Cf C. MOLARI, Il linguaggio della catechesi, Roma 1987.