Cooperazione e competizione nei gruppi giovanili

 

Animare un gruppo /6

Mario Pollo

(NPG 1987-06-43)


Ogni piccolo gruppo risente, nella formazione del suo sistema di norme, dei valori che sono dominanti nella cultura sociale in cui vive. Ogni gruppo, cioè, deve fare i conti con i valori, socialmente dominanti, del successo e della competitività. In questi ultimi anni nella cultura sociale, infatti, è andata sempre più prendendo forza la tendenza a misurare il valore di una persona dal successo che essa ottiene. Nello stesso tempo, la competitività tra le persone è divenuta lo strumento principale che queste utilizzano per cercare la propria affermazione individuale. L'Io di ogni persona umana è sollecitato a trovare la propria realizzazione nel successo ottenuto attraverso la competizione sociale.
Si può dire, senza tema di essere smentiti, che la nostra attuale epoca sociale è caratterizzata dall'inflazione dell'Io, cioè da un individualismo esasperato che sfocia sovente nel narcisismo e nella irresponsabilità sociale. Come si è già detto i piccoli gruppi umani non possono prescindere da questo particolare aspetto della cultura sociale in cui sono immersi e da cui sono pesantemente condizionati.
L'animazione di gruppo deve perciò attrezzarsi per fronteggiare questa situazione, dovendo, tra l'altro, aiutare i giovani alla scoperta della solidarietà sociale, attraverso lo sviluppo di interazioni fondate sulla fiducia interpersonale. Essa deve cioè andare controcorrente rispetto ai valori sociali del successo e della competizione, proponendosi come gruppo di riferimento che sostiene i suoi membri nell'adesione a dei valori alternativi.
All'interno di questa ottica acquistano un valore particolare le riflessioni che gli studi della dinamica di gruppo hanno elaborato intorno ai fenomeni della cooperazione e della competizione.

UNA DEFINIZIONE DI COOPERAZIONE E COMPETIZIONE

La definizione classica della cooperazione e della competizione è stata elaborata sin dal 1937 da May e da Dobb che hanno sviluppato al riguardo di questi fenomeni una teoria alquanto sofisticata. Essi, tra l'altro, distinguono la cooperazione e la competizione nel seguente modo: «Sia nella competizione che nella cooperazione vi sono almeno due individui che perseguono lo stesso fine sociale; nella competizione, però, il fine auspicato può essere ottenuto in misura uguale da alcuni ma non da tutti gli individui che si comportano in tal modo, laddove nel caso della cooperazione il fine può essere raggiunto da tutti o quasi gli individui interessati».
In altre parole, il gruppo cooperativo è quello in cui ogni membro realizza i propri obiettivi solo se il gruppo, e quindi tutti i suoi membri, raggiungono la propria meta. Vi è, in questo tipo di gruppo, una stretta interdipendenza tra il proprio scopo personale e quello degli altri membri del gruppo.
Nel gruppo competitivo, invece, i membri raggiungono il proprio scopo solo se gli altri non lo raggiungono. In una corsa, infatti, un corridore può arrivare primo solo se qualcun altro non arriva primo. La regola della competizione è molto semplice ed elementare, anche se radicale nelle sue conseguenze.
L'interdipendenza dei singoli scopi tra i membri del gruppo è una buona misura della cooperazione o della competizione esistente all'interno del gruppo. Questo, però, vuol anche dire che il gruppo molto coeso è fondamentalmente cooperativo, mentre quello poco coeso è quasi sempre competitivo. Infatti, una delle caratteristiche essenziali della coesione, come si è visto, è l'interdipendenza degli scopi tra i suoi membri.
May e Doob nel già citato studio precisano in modo analitico le differenze tra il comportamento cooperativo e quello competitivo nel gruppo sociale. Esse possono essere cosí riassunte.
Gruppo competitivo:
- ogni membro del gruppo cerca con tutte le sue forze di raggiungere una meta che è la stessa per tutti, ma che è anche insufficiente, in quanto non permette a tutti di raggiungerla, perlomeno in parti uguali;
- i membri del gruppo effettuano le migliori prestazioni quando la meta è conseguibile in parti disuguali;
- i membri del gruppo hanno poche interazioni tra di loro, non esiste cioè, se non in minima parte, il gruppo psicologico.
Gruppo cooperativo:
- tutti i membri del gruppo cercano di raggiungere la stessa meta, o delle mete complementari, che poi si spartiscono tra di loro in parti pressocché uguali; — i membri del gruppo forniscono le loro migliori prestazioni quando la meta è conseguibile in parti uguali;
- i membri del gruppo hanno molte interazioni tra di loro ed esiste, quindi, in modo evidente il gruppo psicologico.

Rivalità e aiuto

Anche gli studi di antropologia culturale hanno evidenziato delle differenze simili tra il comportamento competitivo e quello cooperativo. Ad esempio Margaret Mead li definisce nel modo seguente: «Competizione: l'atto di cercare o sforzarsi di ottenere per sé qualche cosa contemporaneamente ad un altro. Cooperazione: l'atto di lavorare insieme per un unico fine».
La stessa autrice introduce una importante distinzione tra competizione e rivalità e tra cooperazione ed aiuto quando afferma: «La competizione è un comportamento orientato verso una meta in cui sono secondari gli altri concorrenti alla stessa meta; la rivalità è un comportamento orientato verso un altro essere umano la cui sconfitta è la meta principale.
Nella cooperazione la meta viene spartita ed è la relazione che si ha con la meta che tiene insieme gli individui che cooperano. Nell'aiuto, la meta viene spartita soltanto attraverso la relazione che coloro che si aiutano hanno con gli individui che effettivamente hanno una meta».
Anche se questa distinzione cerca di dare alla definizione della competizione un alone decoubertiniano, rimane il fatto che sovente competizione e rivalità camminano insieme nella vita sociale. La competizione tende a generare rivalità e quest'ultima, inevitabilmente, produce competizione, all'interno di un circolo che si autoalimenta. A onor del vero ci sono dei casi di competizione pura, essi però sono delle eccezioni sempre più rare nell'attuale vita sociale.
Come si è già accennato è l'inflazione dell'Io che genera rivalità, competizione, narcisismo e rapporti umani ben distanti da quelli tipici dell'interazione autentica. Proprio per questo motivo il comportamento cooperativo nelle persone che formano un gruppo può nascere solo quando esse si emancipano dalle esigenze dell'Io e, quindi, possono aprirsi alle esigenze della realtà sociale ed agli altri. Possono cioè scoprire la realtà dell'oggettivo al di là della porta stretta del soggettivo. Solo educando alla cooperazione si aiuta questo processo di superamento dell'Io negli individui umani. Sia chiaro però che questo non vuole assolutamente dire l'annullamento o l'indebolimento dell'Io, ma solo che la persona riesce a vivere la sua individualità cosciente all'interno di una unità profonda con gli altri esseri umani che formano il gruppo.
Al contrario, la competizione tende a far aumentare le esigenze dell'Io, a discapito di quelle oggettive del sociale o soggettive dell'altro. Il sociale, in questo caso, diventa un luogo insignificante, o addirittura frustrante, perché l'individuo trova soddisfazione solo nel prestigio personale connesso alla competizione ed alla rivalità.
La scelta dell'animazione di gruppo non può che essere a favore del gruppo cooperativo, che presenta poi, sempre dal punto di vista educativo, anche altri rilevanti vantaggi.
Tuttavia, prima di passare all'approfondimento dell'analisi dei due tipi di gruppo, è utile tentare brevemente una definizione della cooperazione e della competizione utilizzando la chiave interpretativa della comunicazione umana.

DUE FORME DI COMUNICAZIONE UMANA

C'è un assioma elaborato dagli studiosi della pragmatica della comunicazione umana, di quella disciplina, cioè, che studia il modo attraverso cui i processi di comunicazione influenzano i comportamenti, che afferma che tutti i rapporti di comunicazione interpersonale sono o simmetrici o complementari.
I rapporti di comunicazione simmetrici sono quelli in cui i comunicanti assumono un atteggiamento speculare. Ciò significa, ad esempio, che ad un atto di dominio o di aggressività da parte di un comunicante corrisponderà un'analoga azione da parte dell'altro. Si stabilisce, cioè, tra i due comunicanti una sorta di mimesi come nel gioco dei ragazzi in cui uno imita, ripetendolo, tutto ciò che un altro fa.
I rapporti di comunicazione complementari, invece, sono quelli in cui le azioni dell'uno trovano nell'altro quel positivo accoglimento, che ne consente l'efficace svolgimento. Ad esempio, se uno dei due comunicanti sviluppa un atteggiamento dominante l'altro gli risponderà con un atteggiamento sottomesso.
Se una persona dice a un'altra: «Per favore vammi a prendere un bicchiere d'acqua», e l'altra le risponde: «Vattelo a prendere tu!», allora si è in presenza di una relazione di comunicazione simmetrica. Se, invece, la persona che riceve il messaggio va a prendere il bicchiere d'acqua, si è in presenza di una relazione di comunicazione complementare.
Allo stesso modo se una persona chiede a un'altra di prendere una decisione, e quest'ultima invece le rimanda la palla, allora si è ancora in presenza di un rap porto simmetrico. Se invece la seconda prende effettivamente la decisione si è in presenza di un rapporto complementare.
Questo ultimo caso serve a dimostrare come la simmetricità della relazione di comunicazione non la si abbia solamente tra due atteggiamenti dominanti contrapposti, ma anche, caso però assai più raro, tra due comunicanti che manifestano entrambi atteggiamenti sottomessi. Ciò che definisce la simmetria è, infatti, la specularità degli atteggiamenti più del loro contenuto intrinseco.
Quanto sin qui detto non deve far pensare che la pragmatica della comunicazione umana neghi la possibilità di relazioni paritarie di comunicazione tra le persone, visto che postula che i rapporti tra i comunicanti possano solo essere di due tipi: quelli in cui uno comanda e l'altro ubbidisce, oppure quelli in cui entrambi cercano di comandare entrando, quindi, in conflitto. La pragmatica della comunicazione umana dice solamente che la simmetria non è parità ma solo litigiosità reciproca. Infatti, la parità può nascere solo da una opportuna miscelazione della complementarietà; nel senso che una volta l'uno assume un atteggiamento dominante e l'altro un atteggiamento subordinato, mentre un'altra volta succede esattamente il contrario.
Partendo da queste considerazioni si può affermare che in un gruppo di tipo competitivo tendono a prevalere i rapporti di comunicazione simmetrici, mentre in uno di tipo cooperativo si manifestano rapporti di comunicazione complementari. Questo, tra l'altro, significa che in un gruppo competitivo esiste una minor conflittualità, una minor tensione ed una minore aggressività che in un gruppo cooperativo. È stato provato, infatti, che nella vita sociale gli atteggiamenti mimetici tra le persone sono, sovente, all'origine della violenza nelle sue varie forme ed espressioni. È noto, poi, dagli studi di antropologia che la simmetria è sempre all'origine dei conflitti tra le persone e tra i gruppi umani. Oltre a queste considerazioni, già oltremodo rilevanti, sul rapporto tra comunicazione, cooperazione e competizione nei gruppi umani ve ne è ancora un'altra importante.
Essa riguarda la constatazione che la comunicazione che si svolge all'interno dei gruppi di tipo competitivo ha pochissime probabilità di trasformarsi in interazione. Come si è visto, l'interazione richiede la formazione, attraverso forme opportune di feedback, di significati comuni, oltre che di una fiducia reciproca, tra i comunicanti. Ora è stato provato da innumerevoli ricerche che nei gruppi competitivi la comunicazione tende a produrre assai meno frequentemente che nei gruppi cooperativi dei significati comuni. Questo nonostante avvenga un significativo scambio di segni linguistici tra i membri del gruppo.
Questa osservazione, come si comprende facilmente, è molto importante ai fini dell'animazione culturale di gruppo. Essa consente di affermare che le interazioni nel gruppo si costruiscono anche attraverso il clima cooperativo che si stabilisce al suo interno. Anzi si può affermare che la ricerca di un clima cooperativo è la necessaria premessa ad ogni lavoro sulle interazioni.
La riflessione sul gruppo cooperativo e sul gruppo competitivo può essere ulteriormente precisata con l'elencazione delle principali differenze che caratterizzano il funzionamento dei due gruppi.

DIFFERENZE DI FUNZIONAMENTO TRA GRUPPI COMPETITIVI E COOPERATIVI

Per il fatto stesso che nel gruppo competitivo le mete sono eminentemente di carattere individuale, la gratificazione dei suoi membri è legata al loro successo personale. Questo tende a produrre nelle persone una certa insoddisfazione per il gruppo e per le sue attività.
Nel gruppo cooperativo, invece, la gratificazione dei suoi membri è legata alla qualità delle sue prestazioni in quanto gruppo. Questo significa che in esso le persone sono naturalmente portate a collaborare per migliorare l'efficienza generale del gruppo. Infine, la percezione del gruppo e delle sue attività risulta in questo caso estremamente positiva e soddisfacente.
Vi sono poi altre condizioni, più specifiche, che caratterizzano i gruppi cooperativi e quelli competitivi.
Nei gruppi cooperativi, ad esempio, si verifica che:
- ogni membro è disponibile, solitamente, ad accettare che le sue azioni siano sostituite da quelle di altri componenti del gruppo;
- in genere tutti i membri sono più disponibili a lasciarsi reciprocamente influenzare;
- ogni membro tende a valutare positivamente le azioni degli altri membri del gruppo;
- vi è al loro interno una suddivisione del lavoro e una accentuata specializzazione delle funzioni;
- i membri si conoscono bene e ognuno di essi si sente responsabile verso gli altri;
- le norme sono, di solito, ben interiorizzate dalla maggior parte dei loro membri.
Nei gruppi competitivi, invece, si verifica che:
- i membri difficilmente accettano di essere sostituiti da qualcun altro;
- vi è una scarsa disponibilità da parte di tutti i membri di lasciarsi influenzare;
- c'è la tendenza da parte di ogni membro a valutare negativamente le azioni degli altri membri del gruppo;
- vi è una scarsa divisione del lavoro e una limitata specializzazione delle funzioni. Questo provoca, di fatto, una notevole rigidità organizzativa, oltre che un elevato livello di omogeneità. Nelle situazioni estreme, in questo tipo di gruppo, ogni membro fa esattamente le stesse cose di tutti gli altri membri;
- vi è una scarsa conoscenza reciproca tra i membri e ognuno di essi si sente poco responsabilizzato nei confronti degli altri membri;
- le norme del gruppo saranno interiorizzate in modo assai limitato.
Per quanto riguarda la produttività si è visto che i gruppi competitivi sviluppano una produzione qualitativamente superiore ma minore quantitativamente rispetto ai gruppi cooperativi.
I sostenitori della competizione possono trovare in questa osservazione un argomento utile al sostenere il loro punto di vista. È bene però ricordare subito a loro che la qualità di una azione educativa non sta nei prodotti che il gruppo lavora, ma nella azione psicosociale di quest'ultimo sui propri membri. Da questo punto di vista gli argomenti sono tutti a favore del gruppo cooperativo.