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Nudo si dileguò nella notte

 

Gioia Quattrini

(NPG 2002-01-34)

 


Un pianto sommesso e un mormorio leggero, confuso con il fruscio del vento tra gli alberi, lì sul Monte degli Ulivi.
Poi singhiozzi che scuotono, borbottii lontani di tuono, e frasi spezzate, più alta la voce, a raschiare sulla pietra con un sasso appuntito.
Il corpo con quella strana fragilità, disteso sul terreno, tutt’uno con il fango e la sterpaglia. Le braccia allungate per raggiungere cosa, per stringere niente. Il volto, coperto dai capelli e la bocca nella terra che il pianto trasforma in fango.
Appena lontano, un piccolo gruppo di uomini, giunti con Lui, lottava col sonno con nessun risultato. Lo sforzo c’era ma non era abbastanza.
Il buio tingeva di nero i dettagli e confondeva i contorni, ma Samuele avrebbe riconosciuto quell’uomo ovunque e la sua voce.
Un giorno lontano, quella voce tenera e decisa aveva trapassato le bende e aperto di nuovo le sue orecchie, perse pensava per sempre.
I ricordi di ciò che era avvenuto, tra il suo abbandono ad un sonno che invischiava il cuore e l’incontro con Cristo, fluttuavano mal definiti come pulviscolo, abbozzi che non possono diventare disegno, sogni che non fanno memoria.
Samuele sapeva soltanto che all’improvviso un rifluire di vita aveva scaldato di nuovo il suo corpo freddo e le sue membra stanche, e a svegliarlo con quell’inaspettato calore era stato il suo cuore che di nuovo nel petto batteva, vigoroso, quasi più forte dopo quello strano riposo.
Richiamato dalla morte, tutta Nain ne parlava ancora e ne avrebbe parlato per sempre. Subito alcuni avevano cominciato a sfilare le bende e Samuele si era alzato ed aveva abbracciato sua madre, alla quale non era rimasto che lui. Poi si era voltato a cercare a chi appartenesse quel suono che come una frase magica lo aveva strappato al sonno eterno e il volto luminoso di Cristo aveva reso inutili le mille domande che affollavano la sua mente. La folla, intorno a lui, in tumulto faceva a gara per raccontargli, mille volte in mille modi diversi, la scena della quale erano stati testimoni, una resurrezione, pur volendo non c’era altro nome se non quello: una resurrezione.
Nascere due volte gli aveva raddoppiato il vigore e l’entusiasmo e la voglia di costruire. Può accadere di trascurare per negligenza la prima occasione, ma la seconda solo un folle potrebbe lasciarsela sfuggire. Così lavorava di buona lena, accudiva con infinito affetto sua madre, sognava una famiglia e di quando in quando, accompagnava Gesù per qualche tratto di quel suo strano viaggio che sembrava infinito.
Questa volta, però, qualcosa gli diceva, essere diversa dalle altre. Troppa tristezza nell’aria. Troppo dolore sul volto di Cristo. Troppa paura su quello dei suoi discepoli. Per le strade d’intorno correvano voci di processi e arresti e tradimenti, ma niente di definito e quindi ancora più orribile. Allora Samuele era corso: se Cristo fosse stato in pericolo di certo lui non avrebbe potuto aiutarlo, ma doveva essere lì.
Non respirava neppure per il timore che anche un lieve sussulto avrebbe attirato l’attenzione di Gesù e gli avesse rivelato di non essere solo. Così dietro un cespuglio, fermo e in silenzio assisteva allo strazio di un uomo che sembrava poter difendere tutti tranne se stesso. La tentazione di farsi vicino era grande, del resto tra di loro c’era pure un legame, una sorta di vincolo parentale: chi aveva ridato la vita e chi di nuovo l’aveva ricevuta. Samuele si sentiva allo stesso tempo figlio, fratello e amico, eppure non si muoveva. Temeva di imporre la sua presenza, di violare un solitudine che doveva restare così senza interferenze, di distrarre Gesù dalle sue preghiere senza portargli poi nessun aiuto concreto.
Samuele cercò di fare silenzio nella sua mente dove mille pensieri si inseguivano con un rumore tremendo che gli impediva poi di trovare una qualunque soluzione ragionevole e sentì: «Abba! Padre! Tutto ti è possibile; allontana da me questo calice; però non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu».
Samuele esitò un momento. Quel che aveva sentito, lo aveva sentito bene, nitidamente, oppure il sonno e il freddo e la paura e la tensione e quant’altro mai lo avevano ingannato. Volse lo sguardo verso gli apostoli che Gesù aveva lasciato raccomandandogli di vegliare con lui e li vide addormentati, come degli innocenti, con il capo sul braccio, in un sonno tranquillo.
Che sciocchi tutti loro. Che sciocchi a pensare che Cristo non avesse bisogno di calore ma dovesse soltanto darne a piene mani. Che non avesse bisogno di conforto ma dovesse solo portarne fino ai confini del mondo. Che mai sarebbe stato sfiorato dalla paura, una bestia stupida che solo gli uomini temono. E la morte poi, che avrebbe potuto nel cuore del Figlio dell’Uomo?
Sciocchi tutti loro che avevano lasciato solo un amico perché da sempre il più forte. Gesù aveva paura come l’aveva avuta Samuele nell’attimo in cui aveva sentito la vita spegnersi in un soffio. Cristo chiedeva di non bere a quel calice di sofferenza, come la madre di Samuele aveva pregato davanti la porta della città di Nain per quel suo unico figlio perduto. Cristo come loro, eppure tanto diverso. Il suo mistero era questo. E mentre quelle parole ancora risuonavano nella sua testa, Samuele scoprì la forza della paura, perché non è detto che la paura renda deboli o folli; a volte, nei momenti estremi, essa rinforza la luce e permette di vedere per bene la strada, foss’anche l’unica che è rimasta da percorrere, e sembra che il cuore non ci abbia mai accompagnato così in armonia e la mente non abbia mai incrociato i pensieri così perfettamente. E quello che si deve fare diventa il nostro capolavoro, senza volontà.
Soltanto adesso le notizie, sentite lungo il suo cammino per le strade più diverse, prendevano nella testa di Samuele l’aspetto di un disegno che sarebbe avvenuto di lì a poco: la cattura di quell’uomo come fosse un malfattore, il processo e la sua sofferenza, ed infine la sua morte.
Ecco cosa Gesù aveva chiesto che gli venisse allontanato. Ecco cosa subito dopo aveva accettato, perché la volontà del Padre era diventata la sua.
Un frastuono inaspettato lacerò il silenzio e uomini armati violarono con le torce la coltre di buio che senza rumore sembrava proteggere Gesù, così solo.
Cristo si alzò e con una strana calma, di quelle estreme, e senza vacillare si avviò verso Giuda a cui porse la guancia. Intanto i discepoli si erano svegliati e resi ancora più aggressivi dalla vergogna del sonno rubato, fecero per difendere Gesù.
Cristo li fermò con poche parole, e legato e scortato come una belva selvaggia che non avrebbe mai ceduto senza essere completamente immobilizzata, seguì quella folla numerosa che era accorsa come per catturare un pericoloso criminale, non piuttosto un uomo in preghiera.
Samuele uscì dal cespuglio e si avvicinò a quella lotta solo per farsi vedere da Gesù, come se solo così potesse ormai fargli forza, con il suo sguardo, lo sguardo di chi ha capito che il calice non sarà allontanato, unico testimone consapevole di un evento che non potrà essere né fermato né modificato di un punto.
Samuele seguiva Gesù, con lentezza e non troppo distante. Il suo cuore diceva: sono qui e non ti abbandonerò. Sono la vita che vince la morte, guardami e se non puoi guardarmi :pensa che io sono la tua vittoria.
Qualcuno degli uomini che tenevano Gesù prigioniero si accorse del giovane, avvolto solo in un lenzuolo bianco, che li accompagnava e fece per catturarlo ma non vi riuscì. Samuele abbandonò il lenzuolo per il quale lo avevano afferrato e nudo si dileguò per la notte. Le guardie risero sguaiate, ma non era una fuga dettata dalla paura. Samuele aveva un appuntamento, a qualche miglio da lì, nel terreno di Giuseppe d’Arimatea, davanti a un sepolcro nuovo, scavato nella roccia.

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