Il piccolo gruppo come sistema di comunicazione

Inserito in NPG annata 1987.

 

Animare un gruppo /2

Mario Pollo

(NPG 1987-02-53)


Le molteplici e differenti definizioni di piccolo gruppo che sono in circolazione attraverso la letteratura specializzata, sembrano concordi nell'affermare che esso esiste quando esistono dei rapporti ed una qualche forma di interdipendenza tra le persone che lo formano.
Questi rapporti devono possedere una tale intensità da consentire a qualsiasi osservatore di riconoscere che essi sono diversi da quelli che ogni membro del gruppo ha, normalmente, con le persone che appartengono all'ambiente sociale in cui il gruppo è inserito.
Questa definizione, a mio avviso banale, rappresenta il massimo possibile di unità tra gli studiosi che si sono occupati e che si occupano dei gruppi umani da un punto di vista psicosociale.
Non bisogna infatti dimenticare che ci sono degli autorevoli studiosi che negano addirittura l'esistenza reale del gruppo, il quale viene considerato nulla pii che una astrazione utile per descrivere un insieme di individui che, in una particolare situazione ambientale, manifestano determinati comportamenti.
Secondo questi autori, quindi, esistono solo gli individui, ed il gruppo non è che un concetto astratto per descrivere le situazioni di rapporto tra di loro in un dato luogo ed in un certo tempo.
Naturalmente a far da contrappeso a questa concezione esasperatamente individualista ve ne è un'altra, altrettanto autorevolmente sostenuta, che afferma il primato del gruppo, concepito come una sovraentità, rispetto all'individuo, che viene considerato una sorta di appendice passiva del raggruppamento sociale.
Ora in un orizzonte così ampio di interpretazioni del gruppo è chiaro che la parte di definizione su cui tutti sono d'accordo non può che essere quella che recita cose sin troppo evidenti.
Tuttavia, oltre al riconoscimento che il gruppo è caratterizzato dall'esistenza di rapporti e dall'interdipendenza tra le persone, è possibile elencare alcune altre condizioni che distinguono quello che viene detto «piccolo gruppo» dagli altri tipi di gruppo umano.
Condizioni che consentono, con il pieno consenso delle varie scuole, di allargare, al di là del banale, la parte di definizione di gruppo comune alle varie interpretazioni.

LA DEFINIZIONE DI PICCOLO GRUPPO

Il piccolo gruppo possiede un insieme caratteristico di proprietà che lo rendono un caso particolare nell'insieme dei raggruppamenti umani.
Esse sono le seguenti:
- il piccolo gruppo è limitato nel numero dei componenti. Questo al fine di consentire ad ogni suo membro di avere rapporti diretti, faccia a faccia, con tutti gli altri membri. Alcuni autori fissano intorno ai 20 o 30 il numero massimo delle persone che possono dar vita ad un piccolo gruppo. Normalmente però esso è formato da una decina di persone;
- gli scopi ed i bisogni delle persone che lo formano, a cui il piccolo gruppo assolve, sono tra di loro interdipendenti;
- ogni membro è cosciente di essere in un rapporto di interdipendenza con gli altri membri del gruppo;
- le relazioni tra le persone devono essere continue e stabili, perlomeno per un periodo di tempo significativo.
Questa elencazione delle caratteristiche che un piccolo gruppo deve possedere, su cui la maggioranza degli studiosi sembra convenire, è interessante perché non specifica, a differenza di altre elencazioni, che tutti i membri debbano necessariamente condividere lo stesso scopo, ma solo che i loro personali scopi debbono essere mutuamente dipendenti.
Questa affermazione consente di giustificare il fatto che nei piccoli gruppi, solitamente, si possono osservare sia delle relazioni improntate alla cooperazione sia delle relazioni caratterizzate dalla competizione.
Le relazioni tra i membri di un piccolo gruppo, infatti, sono quasi sempre un misto di competizione e di cooperazione.

II gruppo come trama di rapporti di comunicazione

Questa definizione molto generale consente di comprendere che ciò che caratterizza sia il gruppo inteso in senso generico sia il piccolo gruppo, è l'esistenza di rapporti tra le persone ad un kvello significativo di intensità e di stabilità. Rapporti che sono resi importanti dalla interdipendenza degli scopi tra le persone che li sviluppano.
I rapporti interpersonali, o meglio, come si vedrà più avanti, le interazioni, non sono altro che scambi comunicativi tra le persone. È un'affermazione banale il dire che ogni uomo entra in rapporto con gli altri uomini, oltre che con se stesso e con la natura, attraverso la comunicazione. Però essa consente di riconoscere che il gruppo esiste solo quando esiste tra le persone che lo formano una vera e propria rete di comunicazione. Una rete di comunicazione caratterizzata da una intensità senz'altro superiore a quella della rete di comunicazione che interrela la persona con le altre che formano l'ambiente sociale in cui essa vive. Una rete, poi, che veicola una comunicazione che, oltre ad essere più intensa, è anche più significativa dal punto di vista esistenziale, perché consente alle persone che la mettono in campo di soddisfare dei particolari bisogni e degli scopi ben definiti, di solito sufficientemente importanti per la loro vita.
Da questo punto di vista il gruppo puó essere inteso come una trama di rapporti di comunicazione significativi tra un ristretto numero di persone che vivono una contiguità fisica, almeno in alcuni periodi di tempo.
Partendo da questa osservazione è possibile sviluppare una definizione di gruppo che, pur accogliendo le caratteristiche dette prima, pone l'accento sulla dimensione comunicativa vista come carattere costitutivo dell'esperienza sociale umana.

IL GRUPPO COME SISTEMA DI COMUNICAZIONE

Il termine sistema indica un insieme di unità interagenti ed in relazione tra di loro.
Il gruppo si presta assai bene ad essere definito come sistema. Infatti esso è un insieme di unità (le persone che lo formano) in relazione (attraverso la comunicazione) e interdipendenti rispetto allo scopo. Il gruppo è perciò un sistema a tutti gli effetti e, quindi, qualcosa di più di una astrazione.
Nello stesso tempo però esso è qualcosa meno di una sovraentità egemone rispetto alle entità che lo formano.
La definizione di sistema, infatti, pur riconoscendo che l'aggregazione particolare del gruppo costituisce, di fatto, una nuova entità rispetto alle persone che la formano, sottolinea che queste ultime non perdono assolutamente la loro identità, la loro autonomia e la loro libertà, dissolvendosi come semplici parti nella sovraentità, in quanto mantengono la loro caratteristica di unità distinte.
Il concetto di sistema permette di sfuggire sia alla considerazione del gruppo come semplice somma di individui, sia alla concezione che pone il gruppo come entità superiore che annulla l'individualità dei suoi membri.
L'ipotesi del gruppo come sistema non deve essere considerata una semplice mediazione tra il pensiero iperindividualista e quello della totalizzazione del collettivo, ma la semplice lettura corretta della reale natura del gruppo. Infatti il gruppo è diverso dalla somma delle persone che lo costituiscono in quanto esso è l'insieme dei rapporti tra le persone.
Il gruppo non è nient'altro che una trama di rapporti. L'individuo in quanto tale, con la sua personalità piú intima e caratteristica, non appartiene al gruppo. Al gruppo appartengono solo le sue relazioni, i suoi comportamenti comunicativi, quindi. Il gruppo è formato da persone, ma queste non perdono se stesse al suo interno, al contrario in esso realizzano una parte del loro progetto di sé.
Questo modo di considerare il gruppo è simile a quello che il grande matematico B. Bolzano utilizzava per definire la congiunzione «e». Egli nel suo libro Paradossi dell'infinito, affermava che la migliore definizione della congiunzione «e» è data dalla espressione: «Un tutto composto da membri ben definiti».
Il gruppo che cosa è se non un tutto composto da persone che, come è noto, sono membri ben definiti?
Il gruppo non deve perciò essere considerato' una sovranità, ma un sistema che nella vita sociale svolge tra le persone la stessa funzione che nella logica svolge la particella «e».
Il gruppo non deve essere visto come una sorta di mostro risultante dal distruttivo assemblaggio di persone ma, semplicemente, un luogo che rende possibile una serie di rapporti significativi tra le persone.
In altre parole il gruppo è il luogo dove la persona umana manifesta la sua condizione di individuo ben definito, e quindi di un tutto, che attraverso i rapporti con gli altri dà vita ad una realtà di solidarietà che assume la forma di un sistema sociale che, a sua volta, si pone come un tutto, cioè come un soggetto specifico ed autonomo della vita sociale, come del resto gli stessi individui che lo formano.
Un tutto quindi, il gruppo, che non annulla i confini che segnano la specifica differenza che rende ogni persona una realtà irripetibile.
Concludendo questa riflessione si può affermare che il gruppo è un sistema di persone in relazione tra di loro, attraverso i processi di comunicazione, che vivono coscientemente una interdipendenza reciproca, rispetto agli scopi che rendono significativo il loro stare insieme, senza per questo annullare i confini della propria personale individualità.
Un sistema che nonostante questo, però, è in grado di agire sia nei confronti dell'ambiente naturale, sia di quello sociale come un tutto, come una unità.
Il gruppo, da questo punto di vista, è una concreta esperienza di «noi» che rende possibile l'individualità e non, come qualcuno teme o vorrebbe, la sua scomparsa. L'avere affermato che il gruppo è un sistema significa anche che se ne vogliono evidenziare alcune caratteristiche particolari.

Le caratteristiche del gruppo in quanto sistema

È necessario chiarire, innanzitutto, che il gruppo è un sistema aperto: un sistema, cioè, che è in relazione con l'ambiente naturale e sociale in cui è inserito attraverso lo scambio di informazione, energia e materia.
Questa constatazione non può essere omessa, con la scusa che questo è un fatto evidente sotto gli occhi di tutti, anche dell'osservatore pin sprovveduto, perché essa ha delle implicazioni notevoli.
La prima riguarda la impossibilità di affrontare lo studio del gruppo per mezzo di principi e di leggi che siano fondate sullo stretto rapporto tra causa ed effetto. Su leggi cioè che, poste determinate condizioni interne ed esterne, configurano una vita di gruppo rigidamente determinata in ogni particolare e, quindi, ampiamente prevedibile.
La logica della scienza ha infatti chiarito che le relazioni di tipo causale (data una causa conseguirà necessariamente un certo effetto) e deterministico (il valore permanente ed assoluto di tale rapporto) valgono solo all'interno dei sistemi chiusi (B. Russell).
Di quei sistemi, cioè, che non scambiano né materia né energia né informazione con il loro ambiente naturale e sociale.
Ora è noto a tutti che tali sistemi sono destinati ad ammalarsi ed a morire rapidamente. Nessun gruppo umano è mai totalmente chiuso, perlomeno i suoi membri si nutrono e sono soggetti alle condizioni climatiche che implicano sempre uno scambio energetico con l'ambiente naturale.
Ma anche sul piano dello scambio di informazione è pressocché impossibile che un gruppo sia completamente chiuso. Ci sarà sempre la possibilità che qualche suo membro incontri persone che appartengono ad altri gruppi e realtà sociali. Questo è sufficiente a garantire un minimo scambio di informazioni tra il gruppo e la realtà a lui esterna.
È chiaro che in astratto può pensarsi un gruppo completamente isolato. Ad esempio, un gruppo di persone rinchiuse dentro un rifugio atomico, autosufficiente per risorse alimentari ed energetiche. I gruppi della vita quotidiana, anche di tipo claustrale, non sono mai in una condizione simile in quanto mantengono un pur minimo flusso di informazioni con l'ambiente esterno.
Nei gruppi concepiti come sistemi aperti occorre allora, ai fini di una loro efficace comprensione, applicare dei nuovi concetti in sostituzione di quelli di tipo causale e deterministico, tipici, tra l'altro di una concezione molto meccanicistica della scienza. Concezione che tende a leggere l'uomo e le sue organizzazioni al pari di una macchina piú o meno complessa, di cui, una volta descritti e conosciuti i componenti, è possibile comprendere in modo perfetto il funzionamento.
Il rifiuto di considerare l'uomo ed i suoi gruppi al pari di sistemi rigidamente determinati e, quindi, chiusi, significa accettare la scommessa che è possibile comprendere il comportamento umano, pur riconoscendo ad esso un notevole grado di libertà e di imprevedibilità.
Imprevedibilità non riducibile da alcuna scienza perché abita oltre le soglie del mistero.
È una scommessa questa la cui accettazione significa però la disponibilità all'accoglienza integrale del mistero che, nonostante tutto e per fortuna, continua ad accompagnare ed a caratterizzare l'avventura esistenziale dell'uomo.
Sulle altre caratteristiche del gruppo come sistema aperto e sul «principio di equifinalità» che lo governa, rimandiamo il lettore a quanto precedentemente scritto nei «Quaderni dell'animatore» n. 16 («II gruppo come luogo di comunicazione»).

INTERAZIONE: LA COMUNICAZIONE INTERPERSONALE NEL PICCOLO GRUPPO

Si è detto che il gruppo esiste solo perché esistono tra le persone che lo formano dei rapporti ,di comunicazione piú intensi di quelli che le stesse hanno, nel dato momento in cui il gruppo è riunito, con le altre persone che formano l'ambiente sociale.
Questa constatazione, banale e preziosa nello stesso tempo, è quella che ha consentito di definire il gruppo come sistema di comunicazione.
La comunicazione è perciò ciò che crea il gruppo, in quanto essa è il tessuto connettivo che consente agli individui di uscire dalla loro solitudine e di dare vita ad un organismo sociale. Il tipo di comunicazione che si sviluppa nei piccoli gruppi possiede alcune caratteristiche particolari che la differenziano da quella che si sviluppa all'interno della vita quotidiana di quel grande gruppo che è il sistema sociale o, piú semplicemente, la società.
Queste peculiarità della comunicazione nel piccolo gruppo sono dovute al fatto che essa si svolge sempre all'interno di rapporti diretti, personali e faccia a faccia.
La comunicazione, che può anche essere definita come lo scambio di segni teso a produrre dei significati comuni, non va considerata come una sorta di scambio «idraulico» tra le persone. Come uno scambio, cioè, in cui un soggetto A travasa delle informazioni in un soggetto B, il quale magari risponderà facendo la stessa cosa nei confronti di A. La comunicazione umana è qualcosa di più complesso e non è riducibile ad alcuna legge, pur sofisticata, di ingegneria idraulica. Infatti quando due persone entrano in rapporto attraverso la comunicazione, avviene tra di loro una sorta di conflitto- competizione in cui lo scopo di ognuna di esse è quello di portare l'altra sul terreno dei propri significati.

Le caratteristiche della comunicazione faccia a faccia

Ogni persona attribuisce ai segni che utilizza, specialmente nella attuale cultura sociale, un significato che per molti versi è soggettivo, in quanto è legato alla storia personale dell'individuo e di quella del particolare microcosmo sociale in cui essa si è svolta.
Accanto a questa parte di significato personale ve ne è un'altra di tipo oggettivo che è condivisa da tutte le persone che utilizzano quel particolare linguaggio. Questa parte del significato è quella meno ampia e, soprattutto, è quella che meno coinvolge la persona nel suo vissuto esistenziale. Ad esempio, questa parte di significato, se riferita alla parola «pane», è quella che dice che questo segno designa quel particolare alimento fatto di un impasto di farina e acqua, lievitato e cotto al forno. La parte del significato della parola «pane» legata alla esperienza personale del pane non compare nella definizione oggettiva perché è fatta di emozioni, di sentimenti, di atmosfere, sensazioni, ricordi e così di seguito.
Tuttavia questa parte è quella che riassume meglio il vissuto esistenziale che la persona ha condensato intorno al segno linguistico e la cui comunicazione produce l'effetto di aumentare la vicinanza e l'intimità dei comunicanti.
Questa parte di comunicazione, come è intuibile, non può essere «travasata» meccanicamente nel corso della comunicazione linguistica, ma deve essere conquistata attraverso un duro lavoro.
Ammettiamo che una persona anziana di estrazione contadina parli con un gio vane di estrazione cittadina e pronunci la parola «pane». Un giovane, per intendersi, che abbia sempre solo conosciuto il pane dei supermercati. Si ammetta ancora che i genitori di questo giovane non abbiano mai raccontato a lui nessuna loro esperienza passata intorno al pane, né tantomeno gli abbiano mai spiegato il valore del pane nella società in cui sono cresciuti.
Il risultato è che quando l'anziano pronuncia la parola «pane», questa evoca nel giovane un significato che ha ben poco in comune con quello di chi ha parlato. Di fatto se la comunicazione finisce lì i due si sono comunicati ben poco di personale e nella buona sostanza non si sono capiti granché, almeno riguardo al pane.
Se invece la comunicazione prosegue e la persona anziana cerca di fare capire al giovane che il significato della parola «pane» è quello legato alla sua personale esperienza e, nello stesso tempo, se il giovane cerca di convincere l'anziano che il vero significato oggi della parola «pane» è il suo, allora molto probabilmente si verificherà un arricchimento del significato di quella parola in entrambi. Il giovane avrà inglobato una parte del significato dell'anziano e questi una parte del significato del giovane. In questo caso i due vissuti personali danno origine ad un vissuto comune che allarga il significato personale del segno di entrambi. Questo allargamento consente di stabilire un rapporto tra i due che supera i confini delle rispettive solitudini, dell'isolamento della soggettività che sembra caratterizzare grande parte della cultura sociale contemporanea.
È chiaro che anche dopo molti scambi comunicativi resterà nel significato delle due persone un'area «irriducibile» che è strettamente personale e non condivisibile, che riguarda la sfera più intima della vita di ognuno.
Tuttavia in questo caso lo scambio ha prodotto un oltrepassamento significativo del significato letterale.
Il processo comunicativo che ha consentito la costruzione di questo significato comune non è certamente quello «idraulico», ma quello in cui ogni comunicante è impegnato a portare l'altro sul terreno del proprio significato soggettivo.
La comunicazione di questo tipo è l'unica autentica, in quanto è la sola che consente quell'avventura, bellissima e rischiosa allo stesso tempo, in cui la persona varca i confini del proprio isolamento per incontrare l'altro.
Quando nei rapporti umani si verifica questo tipo di comunicazione si può parlare di interazione.

Interazione e la parallazione

L'interazione va intesa come un'azione reciproca, come uno scambio comunicativo che crea nel momento in cui avviene una interdipendenza tra i comunicanti. Questo effetto della comunicazione interpersonale faccia a faccia sembra ovvio e naturale, eppure esistono dei rapporti di comunicazione tra le persone che producono risultati affatto diversi. Sono quegli scambi in cui non c'è nessun coinvolgimento soggettivo da parte dei comunicanti, in cui i segni rimangono isolati nella loro solitudine di portatori di significati oggettivi e non producono alcun nuovo significato comune al di là di quello manifestato dal significato letterale ristretto.
In questi casi invece dell'interazione si ha la parallazione, ovvero quella situazione in cui le persone pur essendo in contatto reciproco, agiscono e vivono in modo assolutamente indipendente. Cib significa che nulla del loro vissuto personale entra all'interno dello scambio comunicativo e, quindi, nulla della loro vita viene condiviso.
La comunicazione di massa è una grottesca ed enorme caricatura di questa situazione di rapporto tra le persone.

LA COMUNICAZIONE COME EVENTO CIRCOLARE

Il concetto di interazione mette in evidenza il fatto che la comunicazione per produrre un significato comune non deve essere unidirezionale ma circolare.
Questo significa che la comunicazione che un soggetto A promuove verso un soggetto B non è rinchiusa all'interno del processo che veicola il messaggio da A a B, ma si espande alla comunicazione di ritorno che informa A dell'effetto che la sua comunicazione ha prodotto in B.

A⇄B

Il padre della cibernetica N. Wiener soleva a questo proposito affermare: «Non so mai esattamente cosa ho detto prima di sentire la risposta a cosa ho detto».
L'interazione, di fatto, è questo processo circolare continuo tra i comunicanti.
La parallazione, al contrario, è una successione nel tempo di tante comunicazioni monodirezionali reciproche.
Questa sequenza di comunicazione che non produce interazione è un po' il simbolo dell'attuale condizione esistenziale umana nelle società post-industriali. In queste società avvengono un numero enorme di scambi comunicativi, senza perb che questi riescano a far uscire le persone dal loro isolamento impedendo loro nel contempo la scoperta della solitudine.
La circolarità della comunicazione tuttavia non è sufficiente a definire l'interazione. È necessario introdurre accanto alla circolarità la possibilità di chi comunica di prevedere l'effetto che il suo messaggio produrrà nell'altro. L'interazione postula infatti un minimo di conoscenza reciproca tra i comunicanti che consenta loro di controllare gli effetti dei loro scambi comunicativi.
Da notare che la possibilità di previsione è effetto e causa nello stesso tempo dell'interazione. È effetto perché essa produce conoscenza reciproca ed interdipendenza. È causa perché solo la possibilità di controllare gli effetti della comunicazione consente di rischiare l'apertura della propria soggettività all'interno del rapporto con l'altro.
In altre parole significa che l'interazione produce conoscenza interpersonale ed è a sua volta prodotta da questa in un processo circolare in cui non c'è inizio e fine.

Il coinvolgimento emotivo

Dalle cose sin qui dette emerge con una certa chiarezza come la comunicazione personale, faccia a faccia, di tipo circolare, che si è definita interazione, si svolga coinvolgendo la dimensione affettiva oltre che quella cognitiva delle persone che comunicano.
Essa infatti si occupa di quel processo di costruzione di significati comuni che avviene principalmente attraverso l'incontro-scontro di vissuti personali diversi. Il vissuto ha dei contenuti razionali, che sono però immersi in un insieme di sentimenti, sensazioni, emozioni, atmosfere non riconducibili al piano logico- razionale.
Si può addirittura affermare che lo scambio di contenuti razionali nella comunicazione interpersonale può avvenire con più facilità all'interno di un rapporto affettivo positivo.
Razionalità ed emotività convivono all'interno di ogni processo di comunicazione faccia a faccia tra le persone. Pur comparendo nello stesso atto e nello stesso istante, le due dimensioni della comunicazione tendono ad esprimersi in forme linguistiche differenti.
Il contenuto solitamente viene espresso in uno dei vari linguaggi composti da un insieme di segni e delle regole logiche necessarie per connetterli, il cui esempio più evoluto è costituito dalla lingua, parlata e scritta.
La dimensione affettivo-emotiva, tipicamente relazionale, si esprime prevalentemente, anche se non esclusivamente, con il cosiddetto linguaggio analogico.
In quel linguaggio le cui unità sono le espressioni corporee quali il ritmo della respirazione, le smorfie facciali, la tensione muscolare, il tono della voce, lo sguardo, ecc. Questo linguaggio non è appreso, salvo che nel caso degli attori, dei mimi e dei danzatori. Esso è spontaneo e appartiene quasi interamente al bagaglio di capacità umane che è veicolato dal codice genetico ereditario. Questo tipo di linguaggio è estremamente espressivo ma non possiede alcuna regola logica di tipo sintattico, per cui non riesce ad esprimere che momentanee situazioni emotive di chi sta comunicando. Questo linguaggio è quello che l'uomo condivide con le altre specie animali. A differenza di esse, però, ha perso da tempo la capacità di governarlo in modo adeguato. La dimensione espressiva, nella comunicazione faccia a faccia che si stabilisce nei gruppi, trova in questo linguaggio la sua espressione più diretta e coinvolgente. Questo non significa che il linguaggio simbolico non possa esprimere emozioni, ma solo che lo fa con minore immediatezza e coinvolgimento del linguaggio analogico. Se non si potessero esprimere le emozioni nei linguaggi umani evoluti non esisterebbe né l'arte, né la letteratura. Il discorso che qui si sta sviluppando riguarda solo il rapporto diretto, faccia a faccia, tra le persone. All'interno di questo rapporto personale la comunicazione analogica svolge nei confronti della comunicazione linguistica la funzione di metacomunicazione. In altre parole essa è una comunicazione sulla comunicazione linguistica, che dice a chi riceve il messaggio come deve decodificarlo. Se ad esempio una persona dice ad un'altra: «Che furbo sei!», chi riceve il messaggio capisce se deve interpretarlo in senso letterale, e cioè che l'altro esprime ammirazione per la sua furbizia, oppure in senso ironico, e cioè la commiserazione per la sua poca furbizia, dal tono e dal tipo di rapporto che in quel momento egli ha con chi gli sta parlando. Egli capisce, cioè, il vero significato dell'espressione linguistica attraverso la comunicazione analogica. E questo il motivo che consente di affermare che la comunicazione analogica opera a livello di metacomunicazione della comunicazione linguistica, quando compare insieme a questa.

Verso significati comuni

La dimensione affettivo-emotiva che si sviluppa nell'interazione è di fatto una componente fondamentale nella creazione di significati comuni; si può dire, anzi, che essa ne costituisce la premessa indispensabile. A volte si è prima d'accordo con un'altra persona a livello affettivo che a livello dell'argomentazione razionale. Tra l'altro è molto più facile persuadere della giustezza del proprio punto di vista una persona con cui si ha un rapporto affettivo positivo, che un'altra con cui, al contrario, si ha un rapporto affettivo negativo.
Di solito la necessità di avere interazioni affettivamente positive tra i membri del gruppo genera all'interno di questi anche una condivisione di significati, ovvero di opinioni, di idee, di valori e di informazioni.
Questo aspetto sarà sviluppato in modo più approfondito parlando della coesione del gruppo. Per ora è sufficiente notare che la comunicazione non riguarda solo i sentimenti, le sensazioni e le emozioni delle persone, ma anche particolari oggetti fisici e mentali su cui le stesse manifestano un particolare e personale orientamento. Questo significa che la comunicazione, in quanto è tesa a creare significati comuni, produce anche un orientamento comune tra i membri del gruppo intorno ai contenuti e all'oggetto del lavoro di gruppo. Questo avviene sia nel caso che il gruppo debba approfondire, discutendolo, un certo problema, sia nel caso che debba prendere una decisione o cercare di produrre un certo manufatto.
L'affermazione che attraverso l'interazione si creano nel gruppo dei significati comuni va intesa, quindi, nella sua accezione più ampia e, cioè, che essa, oltre ad aumentare la vicinanza psicologica e la conoscenza reciproca tra le persone, fa convergere le loro opinioni, i loro atteggiamenti, le loro idee ed i loro valori nella direzione di una posizione comune: L'interazione, aumentando la comprensione e l'accettazione reciproca, innesca anche, sovente, la formazione di un orientamento comune nei confronti di tutto ciò che è oggetto della vita del gruppo.
Da tutto questo si può vedere come l'interazione sia una dimensione assai complessa e non riducibile all'interno di uno schema elementare.
Tuttavia la sua analisi è quella che meglio consente di comprendere la vita del gruppo e quella delle stesse persone che lo formano.

L'INTERAZIONE MISURA DI PARTECIPAZIONE E COESIONE DEL GRUPPO

Un gruppo vivace e ricco di partecipazione è quello che ha una elevata quantità e qualità di interazione tra i suoi membri. Più i membri interagiscono tra di loro in modo diffuso, più il gruppo appare dinamico, vitale ed unito. È chiaro che non è sufficiente a determinare la qualità della vita del gruppo il conteggio del numero delle interazioni che si sviluppano al suo interno in una determinata unità di tempo. È necessario che questo conteggio sia integrato dalla rilevazione della diffusione delle interazioni tra i membri del gruppo e del tono affettivo che esse possiedono. È necessario, in altre parole, che la maggioranza dei membri del gruppo sia coinvolta nelle interazioni, e che queste abbiano un valore positivo dal punto di vista affettivo. Devono, cioè, contribuire a creare un clima di accettazione e di fiducia reciproca tra i membri del gruppo. Non è certo un gruppo vivo quello in cui solo una minoranza di persone interagisce vivacemen te, mentre la maggioranza fa da spettatrice passiva. Al contrario questo è un gruppo morto essendo ridotto al ruolo di sfondo, di scenario, del duello o dell'idillio tra alcuni suoi membri. Allo stesso modo il gruppo in cui le interazioni sono segnate da ostilità, aggressività e disistima reciproca, non può manifestarsi nella vita sociale come un gruppo vivace, intraprendente e solido.
L'interazione deve essere considerata l'unità di misura della partecipazione e del coinvolgimento delle singole persone nella vita del gruppo. Per questo motivo appare importante tanto l'analisi della quantità delle interazioni quanto quella relativa alla diffusione delle stesse all'interno del gruppo. Gli studi, oramai classici, sulla dinamica di gruppo hanno elaborato alcuni strumenti per questo tipo di misura delle interazioni, come le tavole di Bales o la «finestra di Johari», che in questo contesto possiamo solo nominare.
È importante sottolineare come sia compito dell'animazione stimolare sia la diffusione capillare delle informazioni, sia il loro sviluppo verso una tonalità affettiva positiva.
La coesione e l'unità del gruppo aumentano con lo sviluppo della partecipazione e, quindi, delle interazioni.
Il termine coesione sta ad indicare quell'insieme di forze che tengono unite le varie persone che formano il gruppo.
Di solito esso indica non solo le forze positive e, cioè, l'attrazione che il gruppo esercita sui suoi membri, ma anche le forze negative, quelle che rendono difficoltoso, sgradevole o penalizzante l'allontanamento di un membro dal gruppo.
Chiaramente l'interazione tende a promuovere una coesione fondata sull'attrazione, anche se dà un contributo alla formazione di quelle paure e ansie che frenano il dissenso e l'uscita dei membri dal gruppo.
Si può perciò affermare con sicurezza che l'interazione è il tessuto connettivo del piccolo gruppo, quello in cui i rapporti sono personali, faccia a faccia.

CRITERI PER L'ANALISI DELLE INTERAZIONI

Se è vero in generale che l'aumento delle interazioni provoca una maggior conoscenza e, quindi, una maggior simpatia reciproca tra i membri del gruppo, è altrettanto vero che ci sono molte circostanze pratiche della vita di gruppo in cui questo fenomeno non si verifica ma in cui, al contrario, l'aumento delle interazioni provoca una proporzionale crescita dell'ostilità reciproca.
Il rapporto direttamente proporzionale tra interazione ed accettazione reciproca vale solo nei casi in cui la comunicazione produce un effettivo aumento della conoscenza personale. Nei casi in cui questo non si verifica, l'interazione non ha alcuna probabilità di provocare un aumento significativo della simpatia tra i membri del gruppo, perlomeno non lo provoca in modo uniforme. I casi in cui l'aumento delle interazioni non provoca una crescita dell'accettazione reciproca sono principalmente dovuti a tre fattori: l'interazione forzata, il prevalere del compito, le pressioni dell'ambiente esterno.
Esaminiamoli brevemente.

L'interazione forzata

Ogni persona possiede un suo personale sistema di valori di riferimento che è, normalmente, antecedente al suo ingresso in un particolare gruppo. Ora se il gruppo non possiede alcuna barriera, di entrata e di uscita, allora, nel caso sorgessero dei conflitti tra il sistema di riferimento del gruppo e quello della persona, quest'ultima può risolvere il suo problema andandosene semplicemente dal gruppo.
Se, invece, per un qualche motivo i membri non possono lasciare il gruppo (come ad esempio in una classe scolastica o in un ufficio) si ha un'interazione forzata che genera quasi sempre dei sottogruppi, costituiti da persone con un sistema di riferimento simile. Normalmente questi sottogruppi sviluppano un'ostilità reciproca piuttosto evidente.
Questa constatazione porta a dire che l'interazione, per essere produttrice di un'apertura autentica della persona verso gli altri, deve consentire ad ogni membro del gruppo il superamento della soglia costituita dai suoi personali sistemi di riferimento, che in molti casi sono infarciti di pregiudizi, stereotipi ed egoistici utilitarismi.
Se non avviene questo superamento le interazioni producono apertura solo tra le persone che, in qualche modo, sono già simili tra di loro.
Compito di un processo di animazione culturale attraverso il gruppo è, invece, quello di portare gli individui al superamento di questa riduttiva logica comunicativa per mezzo della predisposizione di condizioni di lavoro di gruppo che consentano ad ogni membro degli incontri autentici con gli altri e, quindi, con se stesso.
Questo rende conto del perché il problema delle interazioni tra i membri del gruppo non possa essere affrontato senza la messa a nudo del ruolo che i sistemi di riferimento hanno nell'ostacolare la comunicazione interpersonale autentica.
Il problema dell'animazione non è quello di forzare le interazioni, ma bensì quello di eliminare gli ostacoli che ne impediscono la produttività a livello esistenziale.

Il prevalere del compito

Homans ha introdotto nello studio delle interazioni di gruppo i concetti di «sistema interno» e di «sistema esterno». Il «sistema interno» è costituito dalle interazioni tra i membri del gruppo che non sono rivolte allo svolgimento di un compito ma solamente alla conoscenza reciproca. Il «sistema esterno» è, al contrario, costituito esclusivamente dalle interazioni che sono finalizzate allo svolgimento del compito.
Quando in un gruppo prevale il «sistema esterno», e cioè le attività connesse allo svolgimento del compito, si può tranquillamente affermare che tra i membri di quel gruppo le interazioni non provocano alcun significativo aumento della reciproca simpatia e accettazione. Questo significa che un gruppo educativo, non può essere centrato esclusivamente sul compito se vuole favorire le dinamiche connesse all'incontro-scontro del giovane con la realtà sociale concreta costituita dagli altri.
In un gruppo centrato sul «sistema esterno» può accadere che il compito risulti sgradito ai suoi membri. In questo caso la somma della indifferenza reciproca, dovuta alla mancanza di conoscenza personale, con la sgradevolezza del compito genera, solitamente, la nascita di una forte ostilità nelle relazioni tra i membri del gruppo. Allo stesso modo quando un gruppo deve prendere una decisione impegnativa, nelle condizioni di prevalenza del «sistema esterno», la tensione interna tende ad aumentare. L'unico modo attraverso cui la tensione può sfogarsi è quello fornito dallo sviluppo delle interazioni tipiche del «sistema interno».
Se ciò non può avvenire, allora è normale che si sviluppi l'ostilità tra i membri del gruppo. Ogni gruppo ha bisogno di un equilibrato rapporto tra il suo «sistema esterno» ed il suo «sistema interno».

La pressione dell'ambiente esterno

Nessun gruppo possiede un controllo assoluto sul proprio ambiente sociale e naturale: ciò significa che in alcune circostanze l'ambiente può esercitare un'influenza tale da determinare il tipo di compito che il gruppo deve svolgere. Quando dal successo nello svolgimento del compito dipende la sopravvivenza del gruppo, l'influenza dell'ambiente esterno diventa così forte da condizionare pesantemente lo sviluppo delle interazioni personali, che si centrano esclusivamente intorno al compito.
Anche se il compito legato alla sopravvivenza comporta sempre un aumento della partecipazione, questa non produce però alcuna apertura tra i membri che, anzi, diventano sempre pill estranei l'un l'altro sul piano squisitamente personale. Se questo fenomeno accade in un gruppo che si era originariamente formato piú intorno ai sentimenti di amicizia dei suoi membri che intorno allo svolgimento di un compito, si ha quasi sicuramente l'innesco di un processo di demoralizzazione. Questa situazione è meno rara di quanto si pensi. Si prenda, ad esempio, un gruppo giovanile di una comunità parrocchiale che a suo tempo si è formato piú sul desiderio di stare insieme dei suoi membri che su uno scopo ben definito. Si ammetta che in un certo momento i responsabili della parrocchia impongano al gruppo un compito particolare, la cui mancata realizzazione potrà provocare lo scioglimento o l'espulsione del gruppo dall'ambito della comunità. Questo fatto può precipitare il gruppo nella situazione prima descritta di demoralizzazione profonda. La demoralizzazione non è tuttavia l'unico evento che può accadere in un gruppo di quel tipo. Può anche capitare, infatti, che nel gruppo, nel momento in cui diviene urgente il problema della sopravvivenza, tenda ad emergere una struttura di comando non basata né sulla simpatia, né sull'abilità ma, bensì, sulla capacità di qualche membro di gestire il potere ed esercitare l'autorità attraverso l'uso di premi e di punizioni. In questo caso il potere subentra all'autenticità del rapporto personale, modificando in modo significativo le interazioni tra i componenti del gruppo.
Questa situazione si verifica molto più facilmente all'interno dei gruppi che hanno una struttura organizzativa e gerarchica ben definita. Non di rado in nome dell'urgenza chi ha più potere tende ad averne ancora di più.
Su questo argomento si tornerà comunque in seguito quando si affronterà l'analisi della rete di comunicazione dei gruppi ed i problemi della leadership.