Virginia Di Cicco

(NPG 1999-09-04) 


Lorenzo ha cinque mesi. Li compirà all’alba del nuovo millennio. E nel nuovo millennio muoverà i suoi primi passi, farà i suoi primi discorsi, imparerà ad andare in bicicletta. E nel nuovo millennio confiderà segreti, farà politica, s’innamorerà.
Del vecchio, del millennio in cui sua madre ha camminato, parlato, è andata in bicicletta, del millennio in cui suo padre si è confidato, ha fatto politica e si è innamorato, di quel millennio leggerà sui libri di scuola. Ne sentirà dai racconti dei «grandi» o da qualche trasmissione malinconica in televisione. Ne vedrà delle foto sbiadite negli album di famiglia.
Lorenzo è figlio del Duemila.
Dovrei essere felice per lui. La vita che lo aspetta grazie allo straordinario cammino del progresso sarà di certo più facile del millennio di prima. Dicono proprio così: più facile.
Chiedo spiegazioni. Mi consigliano di ritornare con il pensiero alla mia infanzia: per fare una ricerca impiegavo tutto il pomeriggio. Dovevo imparare a consultare l’indice, trovare l’argomento giusto, leggere e individuare le parti più importanti. Poi riscrivere in ordine sul quaderno attenta a non fare troppe cancellature. A volte era il caso anche di copiare il disegno, magari una cartina.
Lorenzo infilerà un cd-rom nel suo computer, giocherà un poco con il mouse e grazie alla stampante in qualche minuto avrà sulla scrivania la sua bella ricerca, immagini comprese.
Io vengo dal secolo delle partenze intelligenti per le ferie e delle bombe intelligenti nelle guerre. Lui – ho letto da qualche parte – avrà la casa intelligente: un frigorifero che gli dirà con sgradevole voce metallica cosa manca in dispensa, la vasca da bagno miracolosamente colma d’acqua calda proprio alla temperatura che lui aveva scelto, la porta del garage ad apertura vocale (la parola d’ordine non credo sarà ancora: «Apriti, sesamo»).
Dovrei essere contenta. Ma non è proprio così. I miei dubbi sono ancora al loro posto. Sarebbero dunque queste le cose che aiutano a rendere la vita più facile?
Povero tesoro. L’inganno c’è ed è sottile. Ascolta la zia. Sembrerò crudele, ma non posso venderti speranze che mi sembrano follie. Anche se ti amo e sarei felice di poter credere con te nel verificarsi dell’impossibile.
Lorenzo, non è vero che questo millennio vedrà la fine delle guerre, finalmente la tolleranza, una società multietnica dove ognuno resti quello che è ma vada d’accordo con tutti. Non è vero che i governi saranno onesti, la fame sconfitta ovunque s’annidi. Non è vero che nessun bimbo piangerà più perché oltraggiato, che nessun uomo morirà più di cancro, che tutto sarà migliore.
Forse farai una ricerca in cinque minuti, ma per combattere quello che non va nel mondo avrai bisogno dello stesso tempo che occorreva a me e a tua madre.
E la vita non sarà facile ma resterà comunque un’impresa straordinaria. Straordinaria anche quando si piange di dolore mentre una foto appesa al muro ti guarda ma non parla.
Mi spiace, Lorenzo. La zia, per quanto si sforzi, non riesce ad immaginare per te un mondo da favola. Le piace pensare, invece, che tu saprai indignarti e sarai forte. Perché, vedi, Lorenzo, avrai muri da abbattere. Lacrime da consolare. Uomini onesti da difendere. Malattie da sconfiggere. Guerre da evitare.
E il computer che farà parlare il tuo frigorifero non saprà mai fare questo al tuo posto.
Capirai presto che essere un uomo con la mente chiara e il cuore pulito è un’impresa difficile, che si viva nell’età della pietra o in quella delle intelligenze artificiali.
Un giorno vorrai il cuore di una donna, sfiorarle le labbra con una carezza. Vorrai la stretta di un amico per superare le incomprensioni. Vorrai parlare a qualcuno che ami e sta andando via. Cerca uno specchio e guarda dentro. I tuoi occhi in profondo nei tuoi occhi. Parla a te stesso e fai chiarezza. Prendi un forte respiro, a bocca aperta. Fallo arrivare giù, fino al cuore. Poi corri ad accarezzare la donna amata. Abbraccia l’amico. Impara a lasciar andare chi sta andando via.
E leggi. Lorenzo, leggi quando puoi, ogni momento. Leggi:
«Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire,
chi è contento che sulla terra esista la musica,
chi scopre con piacere un’etimologia,
due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi,
il ceramista che intuisce un colore e una forma
il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace,
una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto,
chi accarezza un animale addormentato,
chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto,
chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson,
chi preferisce che abbiano ragione gli altri,
tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo».