Juan E. Vecchi

(NPG 1999-09-08)


Alle soglie del Terzo Millennio, Giovanni Paolo II ha chiesto perdono: perdono, non scusa. Non un perdono generico, ma per fatti concreti e dopo dovuti accertamenti: insomma, dopo un esame di coscienza.
Sono pentimenti «significativi» per il secolo che si apre.
Uno attiene alle responsabilità dei cristiani nell’olocausto per via dei sentimenti antiebraici. Tende a ricostruire la fraternità religiosa tra coloro che si sentono appartenenti ad un’unica tradizione religiosa. Di riflesso richiama tutti alla vigilanza di fronte alle stragi e al superamento di ogni fondamentalismo.
Il secondo, che riguarda il caso Galileo, ribadisce la volontà di dialogo sincero con la mentalità moderna e postmoderna. Qualcuno ha creduto che si trattasse di una resa, e che la Chiesa cedesse a quella mentalità che si regge su un’etica senza fondamento trascendente (aborto, controllo della natalità, supremazia dei potenti...).
Il terzo perdono, dopo lo studio sull’Inquisizione, conferma il riconoscimento del primato della coscienza e la libertà religiosa.
Sono sicuro che Giovanni Paolo II questi perdoni li ha chiesto a Dio, prima ancora che agli uomini, conforme a quella funzione che ha il Pontefice per l’umanità: «... viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati» (Eb 5,1).
È curioso però che finora nessun’altra istituzione, organizzazione o nazione abbia compiuto un gesto analogo. Esse continuano a sostenere le proprie ragioni per le guerre precedenti e per quelle in corso. Il Cremlino ha steso un manto sul passato. I capi di religioni vicine a quella cristiana, all’interno delle quali si sono dati tendenze e fatti simili, non si sono espressi. Per questi motivi le richieste di perdono hanno provocato reazioni persino all’interno della Chiesa, mentre da parte esterna, ignorante del significato e delle radici religiose di tale gesto, qualcuno pensava ad una vittoria propria e, da vincitore, esigeva ancora di più.
Oggi abbiamo più che mai bisogno di renderci capaci di perdono e di riconciliazione. La colpevolezza reale, il senso di colpa, la rimozione della colpa, la giusta liberazione da essa plasmano l’anima dell’uomo e danno il tono anche alla convivenza sociale. Al senso di colpa si attribuiscono molti comportamenti strani, persino devianti. Alla rimozione o giustificazione delle colpe si devono alcune gravi ingiustizie che si prolungano.
Sono collegate alla colpa, al perdono e alla riconciliazione altre esperienze umane. Il perdonare esige e opera una radicale trasformazione interiore. Con alcune persone si deve fare un lungo cammino per rappacificarle prima, perché riescano poi a guardare con occhi nuovi la realtà distorta, perché possano ordinare i sentimenti sconvolti e, da ultimo, perché arrivino a voler perdonare e compiano il gesto di avvicinamento e riconciliazione.
Alcuni fatti ci danno un saggio del cambiamento tutt’altro che superficiale che produce il perdono accolto: dei delinquenti condannati a morte, trasformati dal perdono, vivono la loro situazione estrema nella pace interiore e nella speranza.
D’altra parte l’esclusione passionale dell’altro, anche quando esistessero ragioni come l’infedeltà o la vigliaccheria, distrugge internamente chi la coltiva. Chi non perdona o respinge ciecamente fa male a se stesso prima e forse più che all’altro. Nulla ha una forza così devastante della personalità come l’odio o l’avversione alimentata.
Perdonare è tra gli atti più esclusivi della persona umana, una vera opera d’arte dal punto di vista dell’anima e del rapporto. Gli animali, ha detto qualcuno, non si perdonano perché non ci riescono. Gli angeli perché non ne hanno bisogno.
Tra gli uomini il perdono è il capolavoro e l’apice dell’amore. E ci riescono quelli che sono in «stato di grazia»: cioè che hanno raggiunto uno sguardo veritiero e sereno su se stessi, hanno colto le dimensioni della responsabilità umana, hanno scoperto la bontà negli altri, hanno imparato a distinguere il bene dal male.
Ci impressiona quindi, fino a lasciarci quasi in contemplazione del gesto, quando qualcuno, un figlio, una mamma, una sorella gravemente danneggiati per un crimine, pronunciano pubblicamente parole sincere di perdono. È capitato ai funerali delle vittime dei sequestri e delle stragi. Le parole risuonano bene, inquadrate e inserite nell’Eucaristia.
La storia, anche dei nostri giorni, ci va convincendo che chiudere una questione tra persone, gruppi o popoli è più facile che chiedere perdono e riparare. Ma è incomparabilmente meno fecondo. Mette una patina di cera sulle fessure, ma non crea nuovi rapporti, né stabilisce più saldi criteri e accordi di convivenza. Il perdono richiesto, dato e accettato è come il lasciapassare perché la verità entri e faccia il suo effetto sull’anima dell’uomo. Perciò si va affermando il suo valore, non solo individuale, ma per la costruzione della convivenza.
Sentire il bisogno di chiedere perdono e sperimentare la gioia di essere perdonato è congeniale a chi è entrato nella mentalità del vangelo e condivide l’esperienza di Cristo. Egli ha consigliato di chiedere perdono al fratello: «Se presenti la tua offerta sull’altare e ti ricordi... va’ prima a riconciliarti con tuo fratello» (Mt 5, 23). Nel momento della morte ha invocato il perdono per i suoi carnefici e anche verso chi accanto a Lui veniva condannato, culminando così una vita in cui sovente aveva assicurato a chi gli si avvicinava: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».
Suggerisce a noi gli stessi gesti e disposizioni quando colloca nella preghiera al Padre la petizione: «Perdona le nostre colpe come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offesi».
«Perdonate e Dio vi perdonerà». La preghiera, senza la volontà di perdono e senza la consapevolezza di averne bisogno, non è accetta al Padre e risulta controproducente per l’uomo perché lo induce all’inganno su se stesso e su Dio (cf Lc 18, 9-14). Per questo Gesù dirà a Pietro che nel discepolo la disponibilità a perdonare non ha limiti né misura.
Le due esperienze sono collegate: chi ha sperimentato la gioia del perdono diventa generoso nel perdonare e supera la resistenza a chiedere perdono.
Il Figlio, Gesù, ci rivela il cuore di Dio Padre con le parole e i gesti di perdono e di riconciliazione. Da Lui e per Lui sappiamo con sicurezza che il Padre perdona e accoglie, non soltanto ignora o dimentica. Non solo cancella, ma rinnova e ravviva il rapporto che l'uomo ha con Lui. Non solo ripara e ricostruisce ma, con il perdono, dà una nuova ricchezza che assomma positivamente l’esperienza della lontananza e quella dell’incontro. Ridà il suo Spirito. È meglio essere perdonato che non avere bisogno di perdono. Per l’uomo è l’esperienza più convincente che egli possa avere della paternità di Dio.
Nella parabola del figlio prodigo (cf Lc 15, 11-31) la parola «perdono» non appare. Per il giovane forse era pretendere troppo; per il padre sembrava troppo poco. Il giovane pensa al riconoscimento della colpa come a una forma dovuta di umiliazione, temperata dalla speranza nella magnanimità del Padre. Poi scopre che l’amore del Padre lo avvolge, lo colloca più in alto; più di quello che era prima. Il ritorno e la riconciliazione l’hanno portato alla maturità.
Il Padre non parla: guarda lontano, aspetta, abbraccia, dà ordini, offre spiegazioni a coloro che non comprendono il suo gesto. Fa indossare vesti nuove, migliori delle precedenti, che esprimono anche la sua gioia personale, offre il posto di onore nella casa e se ne gode il finale che è quello a cui più ci teneva: «Questo figlio mio era perduto ed è tornato».
Il clima di festa, quasi eccessiva, circonda, nel vangelo, il perdono dato e accolto. Profumi costosi sparsi senza risparmio, raduni di numerosi amici, pranzi rumorosi che scandalizzano le persone perbene sono i segni dell’effetto che ha il perdono su chi lo riceve e sulla comunità. Sono anche i segni della «gratuità». Si tratta di qualche cosa di «impagabile». Nessuno si pensa vinto e tanto meno vincitore. Il perdono di Dio e anche tra gli uomini è una grazia.
Coscienza dell’offesa, perdono, riconciliazione costituiscono un bisogno profondo e un itinerario di maturazione del singolo e dell’umanità. In esso il Padre ci attira, ci attende, ci accoglie, ci insegna.