Juan E. Vecchi

(NPG 1999-08-05)


Parole di Maria su Dio o rivolte a Dio ne abbiamo poche: soltanto il Magnificat, se non si contano quelle affidate a Gabriele. In seguito i gesti e le parole di Maria registrati dai Vangeli riguardano tutti e soltanto il Figlio. Nemmeno nell’episodio della perdita di Gesù nel tempio o presso la croce viene documentata una sua invocazione, uno sfogo, un sospiro femminile rivolto al Padre.
Non è una svista degli evangelisti. È proprio una lezione calcolata, una notizia esplicita. Per Maria, la parola a Dio e la risposta di Dio, vicino e interpretabile, è Gesù. Per lui e nello Spirito, lei raggiunge il Signore con il pensiero e la vita, lo ascolta e lo invoca.
Nelle sue poche parole Maria mai chiama Dio suo Padre, né se stessa Figlia di Dio. Non glielo suggeriva né consentiva la tradizione religiosa del suo popolo. Ma poi il «Padre» non era stato svelato. Maria è parte di questa rivelazione, come prima destinataria e interprete in solidale unione con Gesù, come in tutte le vicende del Figlio.
Le immagini più numerose della Madonna sono, senza paragone, quelle che la presentano come Madre. Il presepe ce la mostra accanto al Bambino, molto spesso lo tiene nelle sue braccia, lo guarda mentre egli lavora nella casa di Nazaret, lo segue nella vita pubblica, gli sta vicino nell’ora della croce. La missione ricevuta nell’Annunciazione ha sottolineato fortemente la maternità. E questa è senz’altro il centro. In previsione di essa e attorno ad essa vengono ricamati i privilegi, i racconti e i simboli.
Eppure l’icona della «Figlia» ha uno sviluppo in lungo e in largo nella Scrittura e nella contemplazione di Maria che la liturgia propone. La «Figlia» di Sion, con cui si nomina la città di Gerusalemme e il popolo di Dio, è la prediletta, e su di essa il Signore diffonde le sue grazie. Nell’immagine prevale il riferimento all’amore sponsale e materno. Ma prima di essere scelta come sposa, viene preparata con tutti i pregi della bellezza, della grazia e della saggezza.
La Chiesa, per cantare l’amore di Dio Padre verso Maria, fa uso entusiasta di testi come questi: «Ascolta, Figlia, guarda, porgi l’orecchio; dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre... Al re piacerà la tua bellezza» (Sal 44). O altri in cui la presenta come una giovane che si avvia alle nozze con vestiti raggianti, stupenda nel volto e ornata di gioielli sì da attirare potentemente lo sguardo e provocare gioia e ammirazione.
La paternità di Dio nei confronti di Maria ha manifestazioni singolari. Nel momento del concepimento Dio dimostra per lei una specialissima attenzione, doppiamente paterna: verso il suo Figlio eterno che sarebbe nato nel tempo, e verso di lei che avrebbe dovuto darlo alla luce nella storia. In previsione della nascita di Gesù la vuole libera da ogni macchia di peccato. Bisogna ripensare che cosa ciò significa: completa come persona umana, aperta, senza ostacoli o zone oscure a quanto Dio vuole e sa comunicare, incontaminata dal male, libera da brutture e da egoismo.
Nella festa dell’Immacolata, in cui celebriamo questo privilegio, si proclama il testo della lettera agli Efesini in cui si presenta il disegno di Dio di farci tutti suoi figli. Maria è la primizia, l’eletta. La comunità cristiana rimane quasi in estasi di fronte a questo avvenimento. Non le è stato facile esprimerlo con parole e immagini comprensibili. Vi è arrivata attraverso secoli di meditazione e di contemplazione. Ci sono volute laboriose ricerche e discussioni nelle università, controversie di scuole e di istituti religiosi.
La Chiesa presentiva qualcosa di insolito e meraviglioso in Maria, un riflesso del tutto singolare della perfezione di Dio; ma non le era facile esprimerlo. Approfondendo la riflessione sotto la guida dello Spirito Santo e con il concorso di tutte le sue componenti (popolo, mistici, teologi, pastori, magistero), scoprì sempre più nitidamente nella Concezione senza macchia il segno della liberazione da quella potenza maligna che ciascuna persona sente nel fondo stesso dei propri pensieri e tendenze, la nostra divisione interiore, le resistenze davanti ai richiami del bene, il rischio permanente di disgregazione del nostro essere. «Hai preparato il corpo e l’anima di Maria perché fosse una degna dimora del tuo Figlio» dice la Chiesa. Un corpo adeguato che esprimeva uno spirito singolare.
Maria era allora meno che una bimba. Era nel pensiero del Padre e incominciava a formarsi nel seno di sua madre. Nel momento in cui la chiamava alla vita, Dio Padre l’ha amata come una figlia attesa e prediletta. A ragione la Chiesa canta: «La figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d’oro è il suo vestito» (Sal 5, 45).
L’annunciazione avviene quando Maria è ragazza nubile. È da questo momento che il Vangelo ne offre notizia. Con questo ci dice che la sua e la nostra storia vera cominciano quando prendiamo coscienza della presenza di Dio nella nostra vita e accogliamo la missione che egli ci affida. Tra il concepimento e l’annunciazione, Maria diventa responsabile della sua vita, valuta un progetto di matrimonio, è interlocutrice e controparte di Dio nella sua interiorità e nella vita ordinaria. È il momento della «missione». Le parole dell’Angelo e le risposte di Maria riecheggiano i termini con cui la missione verrà data a Gesù e sarà accettata da Lui: «Lo Spirito di Dio è sopra di me». Anche per Maria dunque la paternità di Dio non è solo gioielli o privilegi, ma chiamata a partecipare al suo amore per il mondo.
E anche lei come Gesù dimostra che è figlia accogliendo la volontà del Signore. Cosa non facile! Si vive bene senza responsabilità e senza venir esposti al pubblico, senza mettere a prova i nostri limiti. Qualcuno si perde dietro le parole «sono la serva del Signore», che non indicano una persona che fa le cose per ubbidienza, anche sincera e virtuosa, ma che in fondo desidera un’altra situazione, ma proprio colei che si sente amata, avvolta e corrisponde con passione: innamorata. Servo del Signore è chiamato Mosè e nel «servo» di Jahvè è prefigurato Cristo.
La missione comincia con la visita alla cugina Elisabetta. Nell’incontro sgorga il Magnificat come da una potente sorgente interiore. Nemmeno in esso Dio è chiamato Padre né Maria si dà altro appellativo che serva. Il suo cantico però si rivolge a Dio esaltando la sua opera nella creazione, riconoscendo la sua bontà e determinazione per l’uomo nella storia della salvezza e ringraziandolo per lo sguardo di generosa misericordia che ha indirizzato alla sua persona. L’anima si riempie di gioia, di ringraziamento, di benedizione. È il segno di un rapporto di vicendevole benevolenza e comunicazione.
Maria si avvia verso lo stato adulto: autonomia, matrimonio, maternità, responsabilità educativa. La bambina, oggetto dell’amore paterno che le regala un corpo e un’anima, grazie e qualità, adeguate al Messia, è chiamata a decidere l’orientamento della propria vita. Lo fa da figlia come Gesù: riconoscendo il posto principale di Dio nella sua esistenza, assumendo una missione, collegandosi a Lui con la preghiera.
E qui viene un’altra singolarità, più unica che rara: Maria partecipa in forma imprevedibile alla paternità di Dio. Il Padre e lei hanno un figlio in comune: Gesù. Certamente con due generazioni diverse. Dio genera il Figlio dall’eternità e nella divinità. Maria genera la stessa persona all’umanità e nella storia del nostro mondo. Ma è sempre Lui, lo stesso Figlio, generato dal Padre e conosciuto da noi.
Ne segue una maturità tutta sua: la sua partecipazione è disponibile a tutte le sorprese, silenziosa, non protagonista. Dio Padre non ha limiti nella sua inventiva. Il punto culminante è la croce. Nemmeno in questa circostanza si parla di una rivelazione, una voce interiore che passi da Maria a Dio o viceversa. La voce, la parola, la rivelazione è il Figlio presente. Ella partecipa all’offerta, come il Padre che ha dato il suo Figlio per salvare il mondo. È lì che incontra e prega Dio, coinvolgendosi negli avvenimenti salvifici che il Padre ha voluto e disposto per gli uomini.
La vita ha reso Maria totalmente Figlia, come lo fu la Figlia di Sion, e come lo è la Chiesa: per questo capace di generare come Dio, non solo biologicamente, ma conforme a tutto l’essere dell’uomo come è uscito dalla mente e dalle mani del Padre. E qui viene a proposito un commento: proprio per questa assimilazione al volere, ai progetti, all’amore del Padre verso Gesù e verso il mondo, per la sua partecipazione non simbolica o periferica alla paternità divina, Maria rappresenta per noi il volto «materno» di Dio. E ci riesce molto bene!
Un ultimo gioiello per questa «Figlia» prediletta di Dio: l’assunzione, la realizzazione «anticipata» della comunione piena. Non era «dovuta» nemmeno dopo i servizi prestati, ma le stava bene come madre di Gesù. La Chiesa lo ha intuito guardando l’esistenza di Maria e la logica magnanima di Dio piuttosto che attraverso testi espliciti in merito. C’è in Maria dunque un «circolo» trinitario: Figlia, Sposa, Madre. Ciascuna di queste realizzazioni colora le altre.