Oltre la pastorale del bonsai/6

Domenico Sigalini

(NPG 1999-07-42)


I fatti

La voglia di sport

Molti giovani passano almeno una stagione della loro vita appassionati e attori di uno sport: si va dal mitico calcio, pallavolo, pallacanestro, a tutte le tipiche espressioni atletiche, al ciclismo, alle stesse arti marziali classiche e di nuova importazione. Il campo di calcio è molto popolare, è imposto da una campagna televisiva talvolta ossessiva e resta sempre lo spazio per tirare quattro calci in libertà.
La scuola dell’obbligo e i molteplici messaggi televisivi hanno introdotto capillarmente tra i giovani sport più accessibili per spazio e fatica, come il pallavolo e la pallacanestro. Le gare scolastiche, le olimpiadi, i campionati mondiali servono da volano per ampliare la passione per l’atletica. Le riviste e i cinema hanno aiutato a fantasticare sulle arti marziali.
La stagione dello sport è per molti un periodo di dedizione assoluta, talvolta di autentica infatuazione. In camera c’è la foto del campione o della squadra del cuore, nella videoteca i filmati dei successi, nel diario le frasi famose, qualche autografo e le figurine, nella biblioteca tutte le informazioni, nell’armadio le T-shirt, sullo scaffale le coppe di latta e le targhe di consolazione dei tornei di paese o di quartiere. Non ci sono problemi di impegni già assunti se si deve fare l’allenamento, a tutte le ore anche le più sacre e impensabili.
Il corpo è tenuto sotto controllo, si conoscono le calorie di tutti i cibi, tutte le possibili infrazioni ed eventuali rimedi. La vita affettiva deve fare la piega, quella sessuale ancor più: debolezze! Attorno si crea un giro di amici, una scansione del tempo sociale e dello stesso tempo «noetico»: uno si riconosce a partire da quell’inizio, dalle partite fatte, entro quel progetto, quella gara cui ci si prepara a lungo e che funziona da trascinamento verso il futuro.

La tifoseria della curva Sud

Un altro comportamento ben diverso, ma che spesso si interseca con la passione per lo sport, è la tifoseria da curva Sud. Ti capita qualche volta in qualche stazione immersa nella nebbia, a Torino o a Milano, la domenica mattina molto presto, di incrociare una fila di giovani assonnati, con bottiglie di birra in mano, con un passo decisamente non di marcia, con zainetto invicta un po’ più logoro di quelli del lunedì mattina, tra una siepe di poliziotti che li orientano, immediatamente, in percorsi già predisposti, alla volta dello stadio. Sono i ragazzi della curva Sud, i supporter della squadra del cuore che si batteranno nello stadio per la vittoria dei loro idoli. Hanno bandiere, sciarpe, striscioni non sempre molto ortodossi. Altri si affiancheranno più tardi dai pullman imbandierati, altri ancora arriveranno alla spicciolata con le proprie vetture. In genere non arrivano allo stadio direttamente dalla discoteca. Questa è un’altra popolazione. La squadra del cuore merita qualche sacrificio e qualche dedizione più personalizzata. Allo stadio ci si comincia a pigiare tutti assieme, tutti nello stesso slancio, tutti con un grido, anzi molte grida e slogan. C’è tempo da qui alle tre del pomeriggio per fare tutte le prove necessarie di slogan, battute, gesti, ole, urla, canti e coreografie. Il massimo è il derby; allora le tifoserie si preparano a una vera e propria liturgia, con tanto di cerimonieri (i leaders), accoliti (i lanciatori di razzi), turiferari (quelli che accendono i fumi colorati), commentatori (chi scandisce gli slogan al megafono), il coro e l’organo (un complesso musicale con tutti gli strumenti a fiato e a percussione possibili)... Non si capisce bene se c’è un celebrante: sicuramente lo è la squadra quando entra in campo, i giocatori quando sui megaschermi ne appaiono le gigantografie, chi fa goal, perché fa esplodere la liturgia dividendola in un boato di felicità per gli uni e di rabbia per gli altri, di battimani o di fischi.
E là, pigiato nella curva Sud, c’è il gruppo di amici e di amiche, un mondo vitale, partito dal piccolo paese o dal quartiere, dove staziona tante volte sul muretto, ma che vive una sua passione. S’è fatto una sede, che qualche adulto foraggia, organizza uscite e dimostrazioni, caroselli per le strade in caso di vittoria, rintanamento e riti penitenziali nelle catacombe in caso di cocente sconfitta. Si fa una sua cultura, ha i suoi giornali, la sua biblioteca e il suo museo, le sue discussioni e proposte. Amicizia, solidarietà, sostegno vicendevole, convergenza di fini, possibilità di sconfiggere la solitudine, qualche spinello di troppo, ma controllo sulle droghe pesanti. Spesso purtroppo vi si annida violenza e criminalità, soprattutto quando si collega a grandi disagi sociali: disoccupazione forzata e improvvisa, scandali economici che ciascuno sente come un furto alle sue tasche, contrapposizione istituzionale. Se si innestano droga e ubriachezza, che a loro volta hanno cause molto diverse, si forma una concentrazione esplosiva di violenza a cui è difficile opporre una diga. Ma nella maggioranza dei casi le tifoserie sono un popolo pacifico, un popolo di giovani legati da un interesse, una bandiera, una identificazione, uno scopo, una amicizia.
Un’appendice che non termina mai è l’insieme di commenti e considerazioni dei giornali, dei vari processi televisivi, del «mai dire goal», delle interviste degli spogliatoti, dei rallenty, delle discussioni con il direttore di gara. Si direbbe che la partita è fulcro di tutta una vita di relazioni, di comunicazioni, di informazioni, di valutazioni, con non piccole implicanze economiche.
Un altro mondo con lo stesso tipo di entusiasmo e di dedizione, capacità di aggregazione e elevato interesse è la tifoseria del gran premio di Formula 1. La solennità più celebrata è il gran premio di Monza, a ruota seguono le altre città italiane e come premio ci si concede un Le Mans o un Barcellona. Ci si prepara con qualche rally di provincia. Si prende zainetto, moto, pranzo al sacco e binocoli di buon mattino e via alla postazione più strategica, sulle curve più rischiose a veder passare il proprio eroe.

Le figure determinanti

Per la squadra, l’allenatore

Per la squadra è sicuramente l’allenatore la figura determinante dal punto di vista educativo. Il mister, l’allenatore ha ascendente sul giovane più di ogni altra figura educativa; basta solo che dica, che proponga una dieta, un orario, una etica, che diventa sequela. Il rapporto con l’adulto da parte del giovane oggi è molto meno conflittuale fino a diventare stima, collaborazione e voglia di farsi dare «dritte» in tutti i campi della vita. Hanno cominciato a registrare questa inversione di tendenza proprio gli allenatori e lentamente si è estesa agli educatori. È apprezzato per la sua professionalità, ma anche perché sa ascoltare, capire, stimolare, sgridare, prendere per i «fondelli», come si dice in gergo; sa mettersi in causa, usare il suo mito, ridere di sé e del suo sport, giocare le sue carte. Si direbbe che il suo «ufficio» è più lo spogliatoio che il campo di gioco, o meglio, lo spogliatoio a partire dal campo. Compie più un lavoro di scenografia che di regia nel campo della vita dei giovani. Regista dello sport, ma scenografo della vita. A poco a poco riceve confidenze, collega e crea consensi, contatta risorse e favorisce sintesi. Ha il vantaggio di vedere i ragazzi nel concreto delle richieste della vita, sia pure in un campo simbolico: il gioco. È un campo che può diventare palestra dell’esistenza. Lì si incrociano i caratteri, le capacità di ascolto, di collaborazione, le contrapposizioni e la ricerca di mediazioni. Molti giovani non hanno mai avuto nemmeno i genitori che li hanno aiutati a convivere, a rispettarsi, a dialogare, a dare una spiritualità alla vita. Lui, se vuole, può insegnare e ottenere e ha a disposizione anche mete palpabili e condivise.

Per la tifoseria: un adulto asimmetrico

Per le tifoserie si sta facendo strada qualche animatore che decide di buttarsi nella curva Sud, metaforicamente soprattutto, ma anche fisicamente. È un appassionato che condivide il tifo per la stessa squadra, non ha paura ad accendersi di entusiasmo e di rabbia, fa pronostici e li perde, prepara coreografie e le sviluppa. Ma nello stesso tempo si fa capace di aiutare un salto di qualità, da operare in profondità e non in alternativa a quanto i giovani stanno vivendo. Non è necessariamente l’animatore che, dopo aver lavorato in parrocchia tutta la settimana, si deve sentire obbligato anche ad andare a vedere le gare, ma certamente è uno che fa suo il linguaggio dei supporter, sente di farsi carico di tutto quel mondo vitale che scaturisce dal calore della curva. Solo dopo un tirocinio di solidarietà e condivisione concreta delle tensioni agonistiche può osare qualche proposta educativa e a tempo opportuno, proprio perché non c’è contrapposizione, né un prima e un poi, tra educazione e evangelizzazione, anche interpretare solidarietà, amicizia, voglia di essere utili a qualcuno alla luce del vangelo. Spesso nelle giornate di riposo di campionato, perché c’è in ballo la Nazionale o per qualche altra situazione, questi ragazzi si sentono spersi, ma si ritrovano lo stesso la domenica per stare assieme. L’educatore non si lascia sfuggire l’occasione per riempire il vuoto, anziché di attesa prolungata della prossima partita, con un momento formativo particolare, con un gesto di solidarietà, con una trasferta non proprio su un campo di calcio, ma in qualche spazio dello spirito. L’aggregazione è fatta, è a disposizione, non rifiuta di aprire lo sguardo a nuove solidarietà nate nello stadio, ma destinate a un carcere, a un quartiere periferico, a un campo di borgata, dove non c’è niente per i ragazzini o gli adolescenti, dove basta offrire occasioni per avere generosità.

Gli spazi educativi dello sport

Nella nostra concezione educativa cristiana, da qualche tempo stiamo ricuperando la necessità di un tirocinio di valori umani come integranti per la vita di fede. Ci siamo accorti che non è sufficiente fare bene catechismo per preparare i giovani alla vita, occorre uno spessore di umanità che non si coltiva attorno a un tavolo nel gruppo, ma nel tessuto delle relazioni quotidiane, nelle fatiche e nelle gioie della vita. Spesso la nostra catechesi è solo una velina che viene incollata su buchi enormi di umanità. Il primo peso che vi si appoggia scava un baratro. Le mediazioni dell’educazione umana diventano oggi sempre più necessarie. Educare alla gratuità non è questione di imparare definizioni, ma di verificare nell’esperienza concreta dei fatti che appartiene all’essenza stessa dell’uomo. Un gruppo sportivo offre molteplici possibilità, compresa anche quella di programmare tempi espliciti dello spirito. Nei giovani la spiritualità è molto vicina alla concentrazione su di sé tipica di una gara, al raccoglimento e all’essenzialità della preparazione atletica, alla capacità di sopportare la fatica per un obiettivo coinvolgente, alla condivisione di un risultato comune. Esistono sport (cf alcune arti marziali) che esplicitamente chiedono momenti di concentrazione spirituale prima della gara e i giovani vi si allenano quotidianamente come per rinforzare un muscolo o acquisire l’abilità di una mossa. Da questa spiritualità a una apertura al trascendente il passo è breve. Se l’ambiente è già dichiaratamente orientato alla vita cristiana, vedi oratorio, sarebbe un peccato non essere capaci di fare una proposta anche esplicita. Purtroppo si continua a tenere quella «maledetta» separazione tra educazione e evangelizzazione, quasi che distinzione significasse prima l’una e poi l’altra oppure l’una completamente indifferente, indipendente o lontana dall’altra. È il solito ritornello, la solita comodità.
Lo sport porta in se stesso alcuni valori che lo rendono positivo per quello che esso è e non funzionale ad altro. Non è una occasione per incontrare i giovani, non è un tenerli lontani dalla strada, non è un offrirgli un tempo organizzato e coercitivo contro l’ozio. Anche questi elementi possono essere conseguenze. Lo sport soprattutto non è né mezzo, né fine: è un valore, un luogo di umanità e di dignità.
Dice Giovanni Paolo II che S. Paolo «ha riconosciuto la fondamentale validità dello sport, considerato non soltanto come termine di paragone per illustrare un ideale etico e ascetico, ma anche nella sua intrinseca realtà di coefficiente per la formazione dell’uomo e di componente della sua cultura e della sua civiltà».
Lo sport ha un grande valore simbolico, in quanto ci ricorda che la persona umana non è riducibile a forza di produzione e di consumo, perché sperimenta un innato bisogno di gioia e di festa, di creatività e di fantasia, di ricarica interiore e pacificante incontro con gli altri (cf Sport e vita cristiana, CEI ‘95). Festa, corporeità e agonismo sono altre grandi realtà che sono connaturali al mondo dello sport e vi possono essere coltivate nella concretezza con cui ci si deve misurare ogni giorno.
Certo la posta in gioco è molto alta e occorre avere almeno il coraggio di opporsi alla mercificazione di ogni gioco, alla esagerata esposizione del vincitore come divo, alle illusioni dei mass media. La nostra cultura educativa deve ripensare a come fare in modo che ogni sport, per quello che esso, è sia capace di parlare all’anima, sia capace di parlare di spirito, di vita, di Dio stesso. La scarsa cura che si ha ancora oggi della formazione degli allenatori sportivi, che, con una buona trovata linguistica, vengono chiamati alleducatori, fotografa bene che non è ancora un areopago praticabile.
Un punto di convergenza con le tifoserie è l’elemento rituale cui anche i giocatori partecipano. Interessanti sono i derby: sono delle liturgie bellissime che si ispirano spesso a quelle ecclesiali con tanto di coreografia, segni comuni, gesti, canti, coinvolgimenti, concentrazioni, esplosioni di gioia. I giovani quindi sanno apprezzare il rito. Perché allora sono così lontani dai nostri? Forse li abbiamo distrutti o forse non li abbiamo rinnovati.

I valori delle tifoserie da rendere evidenti e aprire a domande più profonde

La passione nel praticare uno sport e tutto quello che sta attorno alla curva Sud è una unità di vita, capace di far convergere energie impensabili, forse anche di far compiere qualche passo verso voli più alti. Tra le varie aggregazioni giovanili è forse quella che, componendosi e ricomponendosi a ogni stagione, dura di più. Ha un forte legame di amicizia, una netta identità, una precisa distribuzione di ruoli, una finalità che mobilita tutti e tiene alto l’interesse. «Tutte cose che meriterebbe una miglior causa» direbbe un qualsiasi educatore.
E se partecipare alla tifoseria di una squadra aiutasse a far amare maggiormente la vita?
E se togliesse dalla solitudine?
E se aiutasse un giovane a fare una valutazione più vera delle dimensioni della vita, a scoprirne il limite, l’imprevedibilità?
E se facesse sorgere una solidarietà, capace di fare pazzie per risolvere una situazione di disperazione?
E se potesse scriverci dentro qualche gesto esplicitamente religioso che all’inizio parte dalla scaramanzia, poi diventa devozionalismo, poi promessa, infine coerenza con la promessa?
E se entro questa espressione si potesse riscrivere un ritorno alle domande profonde della vita, alla stessa pratica religiosa?
Ho assistito a racconti meravigliati di come i supporter di una squadra argentina abbiano fatto un mega pellegrinaggio alla Madonna di Lucon per ringraziare del campionato. Una notte di cammino, invasati dai colori della squadra, ma forse con la convinzione di esprimere una dimensione della vita che va oltre.
Il sospetto però che stiamo continuamente barando al gioco, che vogliamo addomesticare la catechesi (sicuramente) e la pastorale (di conseguenza) non ce lo leva nessuno. Della serie: «Ma siamo seri, anche a questo si sta adattando la comunità cristiana?».
E se questa fosse l’unica strada che Dio mette a disposizione di questi giovani per incrociare la sua parola, la sua comunità, il suo vangelo?
Certo che il discorso oscilla tra l’approfittare e il cacciar dentro a ogni costo un po’ di acqua santa nella vita. Sarebbe vero se non fossimo appassionati di tutto quello che i giovani vivono, se non tenessimo in grande conto anche per noi stessi i valori semplici, ma veri che essi sostengono come supporter, se non stimassimo la loro creatività, la loro amicizia e solidarietà, se non avessimo scorto nella loro esistenza una voglia di vivere e di mettersi a disposizione che sono terreno assolutamente capace di far germogliare adesione a una fede più grande.

Alcune domande per chi vuole approfondire la posta in gioco

Il problema è di valutare se questi spazi sportivi e queste aggregazioni di tifoseria possono essere in se stessi spazi di crescita nella esperienza di fede, non solo eventuali occasioni per invitare i giovani a una catechesi o luoghi in cui si può dire sempre una buona parola che non fa mai male a nessuno o in cui si può fare pastorale giovanile, nel senso di intrattenimento buonista e alla fine non all’altezza di un cammino di fede.
È evidente che va chiarito che cosa si intende per esperienza di fede, per catechesi, e che cosa si intende per evangelizzazione o formazione o proposta di impegno o di servizio. Restiamo però in questa ambiguità per farci interpellare maggiormente dalla realtà, per scavare meglio nel campo delle possibilità e per scatenare la fantasia pastorale. Alla fine non ci sottrarremo a dei criteri, ma solo alla luce di nuove possibilità che la realtà ci offre. Purtroppo, nonostante la nostra alta capacità critica, non ci accorgiamo che diventa criterio di verità solo quella esperienza classica di una catechesi di gruppo, con tanto di animatore, di tavolo, di sedie collocate a semicerchio, di dinamiche di gruppo, di esercizi di animazione, di cartelloni e video, di catechismi e sussidi, di itinerari e tappe, di elenco di atteggiamenti. Questa diventa per noi l’unica definizione e quindi possibilità di catechesi, di cammino di fede, di formazione. Le altre esperienze, soprattutto se nuove, non è che devono passare soltanto e giustamente sotto il vaglio della sostanza dell’esperienza di fede, ma anche sotto il vaglio delle concretizzazioni di essa nel passato. Per cui se non c’è un esercizio di dinamica, una lettura, un intervento esortativo, una preghiera, una breve esposizione, una discussione, una celebrazione, una buona azione... non è catechesi o formazione o cammino di maturazione nella fede.
Per avvicinarci alla risposta richiesta proviamo ad analizzare i punti forza della squadra sportiva e della tifoseria riguardo a:
* Annuncio. Quali sono gli elementi dello sport e della tifoseria che si prestano a fare un annuncio esplicito dell’evento di fede, della persona di Gesù, della salvezza, che non siano solo elementi che vi si avvicinano molto vagamente perché esprimono bontà, più o meno vaga religiosità, pensieri di trascendente?...
* Continuità. Nella esperienza sportiva e nella tifoseria, nei vari fatti che la esprimono, nelle iniziative e esperienze che la caratterizzano, si può riuscire a tenere un filo conduttore che fa da collegamento a fatti sporadici di fede, a esperienze significative di salvezza incontrata? Il filo conduttore serve a costruire nell’adolescente e nel giovane un cammino, a dotarlo di atteggiamenti e non solo di comportamenti.
* Sintesi cognitivo-esperienziale. Esiste nello sport qualche momento significativo che aiuta l’adolescente a rendersi conto globalmente, coscientemente del cammino fatto? C’è un momento che funge quasi da celebrazione e da elemento unificatore dell’esperienza?
Come si vede, non ci accontentiamo di leggere nell’esperienza sportiva e nella tifoseria alcune vaghe possibilità di intrattenimento, innocuo dal punto di vista morale, quasi che la catechesi o un cammino di fede sia qualcosa che esige strutture appropriate, modalità univoche, e le aggregazioni giovanili sopradescritte siano solo strumentali all’indice di gradimento dei ragazzi verso la religione, il prete, la parrocchia o il catechista, ma vogliamo scrivere entro la vita di questi mondi vitali seriamente la bellezza di un cammino di crescita nella fede. Altrimenti abbandoniamo il lavoro e diciamo che possono fare esperienza continuate e serie di fede e di catechesi solo le associazioni, i movimenti, i ragazzi che vengono nelle stanze della parrocchia, i figli fortunati di genitori cristiani che hanno momenti espliciti di riflessione sul vangelo e sulla fede, in casa. Gli ambienti di vita dei giovani nel caso diventano solo luoghi per accalappiare e vedere se possiamo dire il verbo «venite».